Giovanni Cardone
Fino all’11 Gennaio 2027 si potrà ammirare MYOWNGALLERY – Superstudio Più Milano la mostra dedicata a Frida Kahlo – ‘Attraverso i miei occhi: Frida Kahlo e la costruzione del mito’ a cura di Vittoria Mainoldi. L’esposizione è una produzione Navigare srl, in collaborazione con Superstudio Più – MyOwnGallery, con il patrocinio di Comune di Milano, Consolato Generale del Messico a Milano. Pensata dalla curatrice appositamente per questo spazio espositivo, la mostra propone un percorso che intreccia fotografia, arte e biografia, invitando il pubblico a leggere la figura di Frida Kahlo attraverso gli sguardi di chi l’ha ritratta e ne ha documentato la straordinaria personalità. Il corpus iconografico, oltre a documentare il volto pubblico e il corpo segnato dalla sofferenza, restituisce la forza del suo spirito ribelle, la profondità del suo legame con la cultura messicana e la potenza innovativa della sua visione artistica, offrendo al tempo stesso una preziosa testimonianza del lavoro di alcuni dei più grandi fotografi del XX secolo. Attraverso gli scatti di Edward Weston, Nickolas Muray, Imogen Cunningham, Lucienne Bloch, Toni Frissell, Julien Levy, Lola Álvarez Bravo, Bernard Silberstein, Gisèle Freund, Fritz Henle eEmmy Lou Packard la mostra offre uno sguardo intimo e sfaccettato su Frida Kahlo, mettendo in luce le sue passioni, le sue fragilità e la sua relazione con il mondo che la circondava. Ad arricchire il percorso espositivo è una sezione dedicata al materiale documentario, che contribuisce a contestualizzare ulteriormente il mito. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Frida Kahlo apro il mio saggio dicendo : Sulla copertina della rivista “Graphic Survey” del 1931 c’è un’illustrazione di Diego Rivera dal titolo ‘Mexicans in our midst’ che raffigura un lavoratore statunitense e uno messicano che si stringono la mano. Sotto di essi vi è un cartello, da un lato si legge ‘frontera’, dall’altro ‘border’, la parola spagnola per confine e il suo corrispettivo inglese. Solamente un anno più tardi la moglie dell’artista, Frida Kahlo, dipinse il suo ‘Autoritratto’ al confine tra Messico e USA, in cui la sua figura appare al centro di due paesaggi costellati di elementi iconografici relativi a due culture differenti. Il confronto tra queste due immagini aiuta a evidenziare analogie e differenze utili a introdurre alcune chiavi di lettura principali per ripercorrere la storia del confine tra Stati Uniti e Messico. In Diego Rivera lo si nota dall’abbigliamento degli uomini mentre in Frida Kahlo è l’industria statunitense con le sue fabbriche a contrastare visivamente con la dimensione del lavoro agricolo tradizionale della terra messicana. Nella loro diversità le immagini suggeriscono che questa è una storia fatta di momenti di incontro e scontro, di divisioni e mescolanze, di lavoro e cultura. Tracciando in breve le vicende che trasformarono il ‘border’ in una ‘herrida abierta’ che da un semplice cartello si è trasformata nel tempo in un solido muro di ferro, questo ci permetterà di comprendere le evidenti discontinuità tra i due paesaggi dipinti da Frida Kahlo, nonché coglierne alcune premesse e tematiche centrali alla ‘Border Art’. Nello scrivere “confine” in spagnolo e in inglese, Rivera non solo adotta un codice linguistico che distanzia la sua opera da quella della moglie, ma anticipa anche una riflessione terminologica centrale alle evoluzioni principali del lemma. In inglese le parole border e boundary fanno parte della categoria lessicale degli edge, “i bordi”. Un bordo corrisponde al punto in cui la materia finisce e rinuncia alla sua qualità estensiva. Border e boundary, tuttavia, marcano la fine di qualcosa, ma anche l’inizio di qualcos’altro . L’etimologia italiana e quella latina possono aiutare a comprendere questa bivalenza, in italiano “confine” deriva dall’aggettivo latino ‘cunfinis’, composto, a sua volta, da cum, “comune” e finis, “termine”. Pertanto, il confine non sarebbe altro che un “bordo condiviso”, il punto in cui qualcosa finisce per qualcuno e qualcosa inizia per qualcun altro. La differenza che, a sua volta, intercorre tra i due sinonimi di confine, border e boundary, è, invece, quella che sta alla base delle trasformazioni del confine USA -Messico. Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, infatti, gli Stati Uniti incoraggiarono attivamente il movimento di lavoratori dal Messico per settori lavorativi come miniere, ferrovie e soprattutto agricoltura . In quel periodo, oltre alla carenza di lavoratori, a fare spesso da motore per le richieste degli USA furono anche alcune leggi per l’immigrazione, come il Chinese Exclusion Act e il Geary Act del 1892, che vietavano l’arrivo dei cinesi negli USA e portavano, di conseguenza, alla necessità di sopperire alla mancanza di forza lavoro tramite l’apertura delle porte ai messicani. L’idea di una ‘boundary’ facilmente permeabile si vede confermata anche su un piano demografico, queste popolazioni si confusero tra loro, dapprima attraverso l’arrivo dei bianchi e successivamente a causa dell’ingresso temporaneo o definitivo di lavoratori e immigrati messicani. Un’ulteriore conferma delle relazioni pacifiche al confine è il fatto che, fino al 1920, non vi era ancora la distinzione terminologica che divenne in seguito centrale alle politiche immigratorie americane, tra legal e illegal aliens, ovvero stranieri legali e illegali . La coesistenza tra questi due tipi di lavoratori stranieri si rafforzò durante la Prima Guerra Mondiale, in quel momento infatti i lavoratori messicani ebbero la possibilità di fuoriuscire dai settori agrari, minerari e ferroviari per potersi dedicare all’industria necessaria alla guerra, generando per giunta un’urbanizzazione maggiore e un conseguente incremento degli arrivi di altri messicani per sopperire al lavoro nelle campagne . Ciò condusse non solo allo sviluppo delle città di frontiera, ma anche a un consolidamento sociale ed etnico e a una più complessa articolazione di classi sociali anche all’interno delle minoranze. La situazione stabile e tranquilla del confine ritardò tuttavia la consapevolezza da parte di questi lavoratori della loro condizione minoritaria e spesso subordinata all’interno della società statunitense. Solamente a partire dal 1920 il Congresso iniziò a considerare delle legislazioni restrittive per regolamentare l’ingresso di immigrati. Fu con la famosa Grande Depressione del 1929 che si venne a creare l’occasione per cui il confine potè assumere per la prima volta delle sfumature più affini al termine ‘border’. Improvvisamente, la crisi e la povertà a essa conseguenti portarono coloro che prima erano considerati dei lavoratori volenterosi a essere visti negativamente, come dei potenziali concorrenti degli ‘anglos’ per il lavoro e per i sussidi offerti dallo Stato. Dal 1929 al 1937 furono i messicani deportati forzatamente verso le città messicane più vicine al confine, questi episodi resero il ‘border’ simbolicamente più reale per gli americani, mentre l’esperienza di arresto e rimozione lo resero abbastanza tangibile anche per i messicani . L’idea di diaspora dovrebbe risultare più chiara e, se si considera quanto avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, questa acquista ancora più importanza. Il processo fu molto simile a quello della guerra precedente, ma questa volta ebbe una portata maggiore e una validità anche su un piano politico-istituzionale. Nuovamente, infatti, la mobilitazione militare creò una carenza di forza lavoro nelle campagne e questo condusse a un’ulteriore richiesta di manodopera dal Sud che si concretizzò, in questo caso, in un vero e proprio accordo. Il Bracero Program, come venne chiamato, permise dal 1942 al 1964, l’ingresso negli USA a contadini e operai messicani con visti temporanei e per brevi periodi lavorativi. L’arte come sempre diviene necessariamente la risposta principale all’impossibilità di potersi esprimere col linguaggio ovvero, il ribaltamento dei simboli e la ricerca di iconografie dal passato, la presa di coscienza dei confini etnici del popolo messicano, la tendenza ad analizzare ogni tipo di discriminazione in termini di ‘border’ si configurano come le linee guida di un’arte sempre più indirizzata a rendere ‘nepantla’ un tratto distintivo. Come tutti noi sappiamo le figure emblematiche di questo periodo furono Diego Rivera e Frida Kahlo. Ella nasce nel 1907 era di famiglia ebrea-ungherese e ispanico messicana, figlia di Wilhelm Kahlo che era un fotografo, amante della letteratura e della musica, pittore emigrato dall’Ungheria che, appena giunto in Messico, cambia il suo nome in Guillermoe di Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indios, nata a Oaxaca, antichissima città azteca, Frida nasce negli anni della rivoluzione e la sua vita, riflette e trascende l’evento centrale del Messico del ventesimo secolo. Le suggestioni rivoluzionarie ‘esplodono’ nelle immagini di profonde antinomie, spaccature, sofferenze, spargimenti di sangue e mutilazioni presenti nella sua opera e, allo stesso tempo, nell’attaccamento vitale alla terra, al colore e alla forma, sono straordinarie la continuità e la connessione tra il corpo di Frida e le profonde divisioni del Messico al tempo in cui lei era bambina. Molti studiosi dell’artista sostengono la necessità di approfondire il profondo legame che unisce un’opera d’arte a tutti i fatti culturali e i contenuti spirituali di un’epoca, la forma infatti non può essere disgiunta dal contenuto e dalla disposizione delle linee e del colore, dalla luce e dalle ombra, dai volumi e dai piani, per quanto incantevole come spettacolo, dev’essere anche intesa come portatrice di un significato che va al di là del valore visivo. Il Messico è un esempio emblematico di convivenza pluri-culturale, un luogo in cui si realizza quella creolizzazione dello spazio e dell’immaginario che affonda le radici in un rizoma. A mio avviso il Messico fornisce una risposta all’equivoco di origini monoculturali e di presunta purezza originaria, basti pensare all’avvicendarsi di cambiamenti socio-politici dall’Impero Indio al Viceregno spagnolo e poi alla Repubblica indipendente. Durante il periodo coloniale il Messico creò una cultura mestizia india ed europea, barocca e sincretica, nella quale i caratteri ambigui della cultura azteca convivevano con il Dio cristiano crocefisso. La pax porfiriana durò 30 anni fino al 1910 quando le masse contadine di Pancho Villa ed Emiliano Zapata insorsero per disvelare il volto lacerato del Messico, in cui una non numerosa élite ‘dorata’ di privilegiati conviveva con i milioni di dannati della terra. Se la rivoluzione messicana non fu esattamente un successo politico, fu invece un successo culturale, in cui il popolo si riappropriò dei doni della lingua, della musica e dei colori dell’arte popolare. Frida nasce e cresce in questo clima, figlia del Messico di Rivera e Zapata, figlia delle contraddizioni luminose e accattivanti di un paese che lacerato trova forza nel Palacio de BellasArtes e negli intellettuali come Herràn, che trovano nelle avanguardie accademiche una nuova vitalità e nuove filosofie. L’esperienza della vita di Frida risuona con la pedagogia insita nell’opera di Goya che, attraverso la sua arte sottile e acuta, rilanciava quell’ influsso illuminista che lo aveva reso reattivo alle condizioni del tempo, trascendendolo, per farne oggetto e tema della propria visione artistico-culturale. Il Goya in questo clima di cultura asfittica, rivedeva gli schemi della sua stessa esistenza ed estendeva la sua critica verso l’esterno, tratteggiando, con l’arte, i temi del pensiero europeo. Frida Kalho all’età di sei anni è affetta da spina bifida ed erroneamente diagnosticata come poliomielitica ella scopre la malattia e la sofferenza fisica. È straordinaria la documentazione fotografica di quegli anni, il padre fotografo ritrae la figlia con assiduità e grande cura, Frida viene raffigurata spesso insieme ai suoi giocattoli, la dimensione dell’infanzia veniva valorizzata e rispettata, e quindi mostrata con naturalezza al mondo. Per tutta la sua vita la pittrice scrisse un diario, grazie al quale è stato possibile ricostruire una biografia molto dettagliata e ricca, valorizzando una fonte privata e intima. In particolare, sono sei pagine di diario assai dense e dalla scrittura incerta a diventare la fonte privilegiata dei biografi di Frida, sei pagine in cui emerge una forte determinazione a raccontarsi in modo vivido e lucido. Tra le pagine del suo diario personale emergono riflessioni che permettono di capire meglio quella fase della sua infanzia, della madre diceva che era molto simpatica, attiva e intelligente, ma anche calcolatrice, crudele e religiosa in modo fanatico. Frida Kahlo si dipinge piccola nel corpo e con la testa da adulta, la bocca semiaperta e lo sguardo fisso mentre le viene donato quel latte e sangue messicano che sgorga da un seno sezionato e gocciola dall’altro come il cielo che fa da sfondo a una foresta tropicale il latte dato da una donna il cui volto assomiglia a una maschera tribale, un misto di mistero e morte, primitivo e folkloristico come racconta Hayden Herrera nella sua biografia. Dopo la malattia fece di tutto , dal calcio alla boxe, alla lotta libera al nuoto, per poter ristabilire l’uso “normale” della gamba destra, che rimase invece sempre più piccola, per nascondere questa diversità indossava anche tre o quattro calze e scarpe dal tacco speciale, che le facevano assumere un’andatura lievemente saltellante, che ricordava quella dei passerotti. “Frida pata de palo!”, le urlavano i bambini quando usciva di casa, e a scuola. Lei, per difendersi, tirava fuori i pugni e sbraitava contro i bambini che la importunavano, spesso li faceva fuggire a gambe levate e non si dava mai per vinta, anche se per avere la meglio su di loro doveva diventare sempre più agile, più veloce. Le attività che Frida sceglieva di fare avevano i tratti della compensazione simbolica che, al contrario della somatizzazione, trasformavano l’energia in risorsa, in una parola, erano atti di resilienza. Il bisogno di rivalsa l’aveva infatti spronata a praticare ogni sorta di attività fisica ed esercizi più adatti a un maschio, all’epoca. Ma, vista la sua condizione, i genitori glielo consentivano, una libertà educativa che rinvigoriva e alimentava il suo essere “discola e ribelle” e il suo desiderio di rompere gli schemi. Con il padre passeggiava nei parchi e raccoglieva insetti e piante che poi a casa guardava al microscopio era curiosa e reattiva dal padre apprese l’utilizzo della macchina fotografica, lo studio dell’arte e dell’archeologia messicana. Frida era, delle sei figlie, quella che passava più tempo con lui, quella che conosceva e riconosceva i suoi attacchi epilettici e che empatizzava con una condizione di sofferenza che già le era familiare. La sua famiglia era “inconsueta”, pacifista e progressista, impegnata nella vita politica e attenta alla formazione artistica della figlia. In particolare, nelle pagine del suo diario Frida racconta di esser stata testimone oculare della ‘decena’ tragica e, forse con licenza poetica, scrive che la sua posizione fu chiarissima e schierata sin dalla più tenera età, quando sua madre in Calle Allende, aprendo i balconi della loro casa, dava rifugio agli zapatisti feriti, curandoli e sfamandoli con l’unico cibo che avevano, le ‘gorditas di mais’. L’incontro tra Frida e Diego certamente nei secoli ha fatto discutere e dibattere tantissimi studiosi ma possiamo dire che furono i protagonisti delle loro stessa storia d’amore anche se c’era una subalternità ma Frida riuscì ha conquistare il suo spazio sia come artista che come donna. Frida Kahlo nei suoi diari scrive di avere avuto due grandi incidenti nel corso della sua esistenza, il primo è quello in cui è rimasta coinvolta nel 1925, a bordo di un autobus, a causa del quale si rompe spina dorsale, costole, femore e viene sottoposta a trentadue interventi chirurgici. Questo episodio comprometterà la sua vita negli anni successivi per via dei dolori atroci che le lascerà nel corpo. Il secondo è l’incontro con Diego Rivera. La storia d’amore tra questi due artisti messicani non è stata affatto segnata dagli elementi che siamo soliti associare a quella che definiremmo una relazione sentimentale canonica. Di certo non si tratta di un rapporto lineare, semplice e senza intoppi, considerate sia le vicende biografiche di entrambi, sia le modalità con cui il legame, durato oltre vent’anni, viene portato avanti. Prima di tutto, tra Frida e Diego ci sono diversi anni di differenza, una caratteristica che sembra manifestarsi anche attraverso le loro fattezze fisiche. Li chiamano infatti “l’elefante e la colomba” per via del loro aspetto così diametralmente opposto lei era esile, minuta e indebolita dalle numerose patologie di cui soffre in seguito a quell’incidente decisivo mentre lui era un colosso, un uomo alto e robusto, dai tratti per nulla gentili. Certamente non si può negare che Frida Kahlo sia stata una donna con un’esistenza solcata dalla sofferenza, come non si può ridurre il rapporto con Diego a una semplice subordinazione. Entrambi sono stati artisti importanti e decisivi per la storia del loro Paese, entrambi hanno segnato un’epoca. Ma la cosa più interessante di questa storia d’amore, al di là degli elementi più torbidi, è stato il fatto che ciascuno dei due ha dato energia all’altro per diventare ciò che oggi riconosciamo come un grande artista. Nella turbolenza della loro relazione, nei sentimenti come la gelosia e la rabbia, ha avuto luogo una collaborazione densa, vitale ed estremamente prolifica. Non è facile, col senno di poi e con uno sguardo esterno, identificare e comprendere il sentimento che unisce due persone, nemmeno quando la loro vita è un’opera d’arte resa pubblica a tutto il mondo. Lungo il percorso e sulle tracce di Frida si presentano, quindi,le ricostruzioni fedeli in scala reale degli ambienti principali di Casa Azul a Città del Messico, dove la pittrice visse fino alla morte, nel 1954 a 47 anni. Il cuore della mostra si concentra sui legami surrealisti tra Frida Kahlo e i suoi contemporanei. Pur avendo Kahlo rifiutato pubblicamente quell’etichetta, il suo lavoro rivelava sorprendenti affinità con il movimento, al punto che il suo fondatore André Breton la definì «una surrealista fatta da sé». Dopo la sua prima mostra personale alla Julien Levy Gallery di New York nel 1938, Breton invitò Kahlo a esporre a Parigi, dove la collezione nazionale francese acquisì il suo autoritratto La cornice (1938). Frida Kahlo era poco conosciuta al di fuori del mondo dell’arte fino a circa 40 anni fa, tanto che quando morì, nel 1954, il New York Times annunciò: “È morta Frida Kahlo, artista, moglie di Diego Rivera”. Da allora le cose sono molto cambiate e Frida Kahlo è diventata un’icona culturale. Così come è accaduto per l’Urlo di Munch, il David di Michelangelo, o La notte stellata di van Gogh un’intera industria è cresciuta intorno a lei. Oggi il suo volto, con lo sguardo intenso e le celebri sopracciglia marcate, campeggia su tazze da caffè, magliette, carte da gioco, portachiavi, calamite, cartoline e poster, ma anche su oggetti più insoliti, come piastrelle, cosmetici, detersivi e persino prodotti alimentari. Ciò che colpisce, però, è che — a differenza degli altri esempi — a diventare icona non è stata un’opera, ma l’artista stessa.» La riscoperta di Frida Kahlo come artista è spesso ricondotta alla mostra del 1982 presso la Whitechapel Gallery di Londra, in cui le sue opere furono esposte accanto a quelle della fotografa Tina Modotti, e alla fondamentale biografia di Hayden Herrera — divenuta il principale testo di riferimento sulla sua vita — pubblicata pochi anni più tardi. A partire dagli anni ’90, l’immagine di Frida Kahlo ha cominciato a permeare l’immaginario collettivo: numerosi film hanno raccontato la sua vita, stilisti di fama internazionale hanno tratto ispirazione dal suo stile inconfondibile, celebrità di ogni ambito ne hanno celebrato la figura, e le sue opere hanno spesso stabilito nuovi record nelle aste internazionali. La mostra si propone di indagare il profondo legame tra l’artista e la propria immagine. Pittrice che fece dell’autoritratto uno dei suoi principali strumenti espressivi, Frida Kahlo appartiene a quel ristretto gruppo di figure la cui identità è stata elevata a icona, fino a trascendere — in molti casi — la portata stessa della propria opera. Diversi fattori hanno contribuito a questo processo di iconizzazione, e non pochi furono consapevolmente orchestrati dalla stessa Kahlo. È noto, ad esempio, che scelse di indossare abiti tradizionali messicani in netta controtendenza rispetto alla moda del tempo, e che arrivò persino a modificare elementi della propria biografia per allinearsi idealmente alla causa rivoluzionaria — dichiarando di essere nata nel 1910, anno d’inizio della rivoluzione messicana, o attribuendosi origini ebraiche.È dunque legittimo affermare che Frida Kahlo costruì con straordinaria lucidità la propria immagine, dando vita a una forma di autorappresentazione totale, anticipando con sorprendente modernità dinamiche oggi diffuse nell’era dei social media e dell’identità visuale. Di particolare interesse è anche il rapporto dell’artista con la fotografia. Kahlo non solo non rifuggiva l’obiettivo, ma anzi si prestava con naturalezza allo sguardo dei più diversi fotografi e fotografe, generando una documentazione visiva tanto ampia quanto rara nel panorama delle arti visive del Novecento. Lungi dall’essere un percorso biografico per immagini, la mostra si concentra sul dialogo tra Frida Kahlo e la sua raffigurazione fotografica, interrogandosi su quanto questa narrazione visiva sia stata guidata, influenzata o persino costruita dall’artista stessa. Lo sguardo dell’amante, quello del gallerista, delle amiche più intime, dei fotografi più celebri, dei reporter, dei connazionali ispano-americani: Frida Kahlo è stata ritratta in innumerevoli fotografie, sin dalla tenera età, quando il padre Guillermo Kahlo — fotografo di professione — la scelse come soggetto privilegiato. Questo lungo e articolato corpus fotografico rappresenta oggi una chiave preziosa per comprendere non solo la figura pubblica dell’artista, ma anche il modo in cui lei stessa desiderava essere vista.
Biografia di Frida Kahlo
Nacque il 6 luglio 1907 (il suo nome completo è Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón) a Coyoacán, un sobborgo di Città del Messico. Il padre di Frida, Guillermo Kahlo Kaufmann (nato Carl Wilhelm Kahlo), era un fotografo tedesco emigrato in Messico nel 1891. La madre, Matilde Calderón y González, era invece una benestante messicana di origini spagnole. La coppia ebbe quattro figli, ma Frida fu quella più ribelle e passionale, mostrando un’indole indipendente e forte. Sentendosi figlia della Rivoluzione messicana, disse, per lungo tempo, che era nata nel 1910, anno in cui cominciò la rivoluzione. A soli tredici anni militò nella Gioventù comunista e negli anni della scuola superiore fece parte di un gruppo di ragazzi che sostennero le idee socialiste-nazionaliste. In questo periodo Frida amò vestirsi come le soldaderas, ovvero come le leggendarie donne che combatterono in prima fila durante la rivoluzione messicana. Il primo incontro con il futuro marito Diego Rivera avvenne nel 1922 nell’anfiteatro Simón Bolívar di Città del Messico (inaugurato nel 1910), mentre il pittore stava dipingendo il primo murale della sua carriera artistica, La Creazione. Rivera e Frida si sposarono sette anni dopo, nel 1929, inconsapevoli del fatto che stavano per diventare una delle coppie più emblematiche del Novecento. Nel 1925 avvenne un episodio traumatico: Frida, mentre stava tornando da scuola in autobus, fu coinvolta in un incidente terribile. La ragazza riportò ferite gravissime alla schiena, alle gambe e alle spalla e il periodo di infermità fu per lei una tortura lunga e silenziosa. In questo periodo di convalescenza i genitori le regalarono pennelli e tele per farle trascorrere meglio il tempo, così Frida iniziò a dipingere e a sviluppare un linguaggio artistico suggestionato dalla sua solitudine. Utilizzò sé stessa come modello: il proprio corpo, le proprie ferite e le proprie emozioni. Durante questo periodo realizzò un autoritratto, il primo di una lunga serie, che regalò ad Alejandro, il fidanzato di allora. Grazie alle lettere che la giovane pittrice mandò al fidanzato è possibile rendersi conto della malinconia e della disperazione da cui fu afflitta. Poco alla volta cominciò per Frida una lenta guarigione che le consentì di ritrovare l’allegria di un tempo: cominciò a cercare un impiego, continuò a coltivare la sua passione per l’arte e si impegnò nella lotta comunista. Verso la fine degli anni Venti, Frida conobbe la fotografa Tina Modotti , con la quale instaurò un’amicizia molto intima. Durante una cena a casa dell’amica, Frida rivide Diego Rivera, che tornò in Messico dopo tanti anni passati in Europa. I due iniziarono e frequentarsi e nel 1929 si sposarono al municipio di Coyoacán, nonostante Frida fosse a conoscenza dei continui tradimenti a cui sarebbe andata incontro. I giovani sposi presero una casa nel centro di Città del Messico che ben prestò diventò meta obbligatoria per artisti, intellettuali, poeti e rivoluzionari. Nel 1930 si trasferirono negli Stati Uniti, dove Rivera venne invitato a dipingere il muro all’interno del Rockefeller Center di New York e alcuni affreschi a San Francisco. Durante il soggiorno statunitense Frida rimase incinta, ma a causa dell’incidente non riuscì mai a portare a termine la gravidanza. La donna non ebbe mai figli, e questo fu uno dei suoi dispiaceri più grandi, più volte espresso anche nelle sue opere. Frida ebbe molti amanti, sia uomini che donne, tra questi anche il rivoluzionario russo Lev Trockij, che ottenne l’asilo politico in Messico nel 1929. La coppia Frida-Rivera poté quindi considerarsi “aperta”, anche se in realtà Frida soffrì molto dei continui tradimenti del marito, soprattutto quando scoprì che Rivera la tradì con la sorella minore, Cristina. Nel 1937 il poeta e intellettuale surrealista André Breton arrivò in Messico per incontrare Trockij e per tenere un ciclo di conferenze sul nuovo movimento surrealista. Breton apprezzò fin da subito le tele della pittrice messicana definendola “surrealista”, suggerendole di tenere una mostra personale a Parigi. La mostra ebbe realmente luogo solo grazie all’intervento decisivo di Marcel Duchamp e nonostante, non ebbe un particolare successo commerciale, Frida ottenne un riconoscimento da parte di artisti dal calibro di Pablo Picasso, Vasilij Kandinskij, Joan Miró e Yves Tanguy. Nel 1939 Diego Rivera e Frida Kahlo divorziarono, ma le vicende politiche si incrociarono con la vita privata della coppia, così i due l’anno successivo si sposarono nuovamente. A questo secondo patto matrimoniale Frida impose due vincoli: l’artista avrebbe provveduto da sola al proprio mantenimento e non avrebbe più avuto rapporti sessuali con il marito. L’ultimo decennio di Frida si caratterizzò per un crescente peggioramento delle sue condizioni di salute e fu costretta ad indossare dolorosissimi busti ortopedici. Alla sofferenza fisica si affiancò anche la completa affermazione pubblica del suo lavoro da pittrice, che sfociò in molte esposizioni internazionali. Nel 1950 l’artista subì un ricovero di sette mesi in cui venne operata sette volte, senza, tuttavia, un incisivo miglioramento. Nel 1953 il Messico omaggiò la sua artista più grande con una mostra personale nella capitale, capendo che non sarebbe vissuta ancora a lungo. Dopo l’amputazione alla gamba destra, avvenuta nel 1953, Frida tentò più volte il suicido, sperando di mettere fine ad ogni tortura e dolore che l’accompagnarono per tutto il corso della sua vita. La morte sopraggiunse il 13 luglio 1954 a seguito di un embolia polmonare che venne trascurata.
MyOwnGallery – Superstudio Più Milano
Attraverso i miei occhi: Frida Kahlo e la costruzione del mito
dall’8 Ottobre 2026 all’11 Gennaio 2027
dal Lunedì al Venerdì dalle ore 9.30 alle ore 19.30
Sabato e Domenica dalle ore 9.30 alle ore 20.30
Foto dell’Allestimento della mostra – Foto di Giovanni Daniotti
Fonte : Press to Play – Cristina Atzori – cristina.atzori@presstoplay.it
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