Le reazioni suscitate dagli ultimi fatti di cronaca, amplificate dalla strumentalizzazione che ne fanno alcuni personaggi politici, mostrano quanto sia ormai debole, in questo Paese, il senso dello Stato. La violenza privata viene giudicata sulla base della simpatia per chi la esercita o dell’antipatia verso chi la subisce, quasi che il consenso dell’opinione pubblica possa attribuire a un individuo il potere di decidere autonomamente quando e perché la sua difesa debba trasformarsi in punizione. Lo Stato, per chi tende a dimenticarlo sull’onda delle simpatie del momento, si è formato anche per sottrarre la pena alla vendetta privata, affidando l’accertamento delle responsabilità e l’applicazione delle sanzioni a istituzioni che agiscono in nome di tutti, secondo regole comuni. La forza del singolo può essere ammessa soltanto nelle circostanze eccezionali previste dall’ordinamento e per il tempo strettamente necessario a difendersi da un pericolo attuale; quando questa necessità viene meno, nessun privato può attribuirsi il compito di punire qualcuno o di ristabilire con la propria violenza l’ordine pubblico, anche quando ritenga di avere ragioni apparentemente comprensibili. Consentirlo significherebbe lasciare che ciascuno stabilisca autonomamente la pena da infliggere. Anche il richiamo alla legalità, da più parti sbandierato in questi giorni, rimane incompleto se viene separato, come purtroppo accade anche in certe autorevoli prese di posizioni, dall’autorità che deve renderla effettiva. È la legge a stabilire i limiti nei quali il potere può essere esercitato, ma è l’autorità ad impedire che alla decisione dello Stato si sostituisca il codice morale di un individuo. Separare questi due elementi apre pericolosamente la strada tanto all’impotenza quanto all’arbitrio, poiché uno Stato incapace di far rispettare le proprie leggi incoraggia la giustizia privata, mentre un’autorità sottratta alla legge si riduce a mera sopraffazione. Ci apprestiamo a ricordare Paolo Borsellino che fu martire del senso dello Stato perché antepose il dovere istituzionale e l’autorità delle istituzioni alla propria stessa vita. Cerchiamo almeno di essere coerenti con ciò che celebriamo.
Spartaco Pupo



