Giovanni Cardone
Fino al 4 Ottobre 2026 si potrà ammirare al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce a cura di Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli. Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, e vede come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri. L’esposizione documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati critico, traduttore, scrittore e cineasta. Al centro del percorso espositivo la serie Blu infinito, un ampio corpus di 81 fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991 durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada provinciale delle anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana. In questi scatti, che costituiscono l’ultimo lavoro di Ghirri prima della sua prematura scomparsa nel 1992, la celebre cifra metafisica del fotografo si apre al ritratto: sullo sfondo del Delta del Po appaiono amici, scrittori, studenti e gli anziani parenti di Celati, protagonisti di un viaggio in corriera da Ferrara fino al mare. ll percorso di tre giorni raccontato in Strada provinciale delle anime si trasforma in una «silenziosa epica del quotidiano» che racconta l’incontro tra fotografia, cinema e letteratura delineando lo sguardo di un’epoca profondamente segnata dalla ricerca di equilibrio fra luce e colore. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulle figure di Luigi Ghirri e Gianni Celati apro il mio saggio dicendo: Che questo grande maestro della fotografia di origine di Reggio Emilia, nacque il 5 gennaio del 1943 mentre nel 1946 si trasferì con la sua famiglia a Braida, frazione di Sassuolo, presso il collegio di S. Carlo, dove rimase fino al 1960, quindi si stabilì a Modena. Nel 1962 terminati gli studi d’indirizzo tecnico scientifico intraprese l’attività di geometra. Contemporaneamente coltivò, da autodidatta, la passione per la fotografia realizzando i suoi primi scatti con una Comet Bencini. Tra il 1970 e il 1973 entrò in contatto con giovani artisti modenesi impegnati in ricerche d’area concettuale; tra gli altri, collaborò con Franco Guerzoni, Giuliano della Casa, Claudio Parmiggiani e Franco Vaccari. Nel dicembre del 1972 tenne la sua prima personale presso la galleria Sette Arti club di Modena, presentato proprio da Vaccari, il cui lavoro influì profondamente sulle fotografie realizzate dal Ghirri nel periodo iniziale per esempio, l’installazione esposta proprio quell’anno alla trentaseiesiama Biennale di Venezia, composta da una cabina per fototessere e dagli scatti che i visitatori realizzavano durante il corso dell’esposizione, potrebbe avere influito sulla serie Infinitoeseguita dal Ghirri due anni dopo. In occasione della personale modenese del 1972 il Ghirro incontra critici del calibro Massimo Mussini e Arturo Carlo Quintavalle, che diverranno in seguito i suoi principali sostenitori, oltre a Lanfranco Colombo, che nel gennaio del 1974 ospitò a Milano, presso la galleria Il Diaframma, da lui diretta, il ciclo Paesaggi di cartone, presentato in catalogo da un testo di Mussini. Abbandonata definitivamente l’attività di geometra, dal 1973 il Ghirri lavorò come grafico presso lo studio Uni di Modena l’anno seguente, insieme con Margherita Benassi e Paola Borgonzoni, aprì il Grafica studio. Nel 1978 con quest’ultima e il fotografo Giovanni Chiaramonte, fondò la casa editrice Punto e virgola che, specializzata in fotografia, pubblicò in collaborazione con la francese Countrejour, fino al 1982, quando venne assorbita dall’editore Jaca Book di Milano. La cultura figurativa di Luigi Ghirri trova fondamento nelle poetiche del Novecento, dall’objet trouvé dadaista all’arte concettuale; mentre, in campo fotografico, alla base della sua formazione è l’opera degli statunitensi W. Evans e L. Friedlander, dei francesi E. Atget e A. Sander. Le prime prove del G. rivelano, inoltre, uno spiccato interesse per la pop art americana di R. Lichtenstein, J. Dine e T. Wesselman; l’approccio ironico e surreale del Ghirri sottolinea il carattere fittizio della visione della realtà proposta dai mezzi di comunicazione di massa. Dal 1970 al 1979 il Ghirri lavorò contemporaneamente a numerosi cicli che, concepiti come una struttura aperta, prevedevano la possibilità di inserire di volta in volta le foto di uno di essi dentro la serie di un altro elemento peculiare dell’intero corpus fotografico è l’impiego esclusivo di pellicola a colori. I cicli di maggiore durata che interessarono praticamente tutti gli anni Settanta vennero affiancati da ricerche più brevi, come Colazione sull’erba, del 1972-74, Km 0,250 e Atlante, del 1973, oppure In scala del 1977. L’attività del Ghirri è, in questi anni, indirizzata verso una sottile indagine dell’ambiente urbano e naturale, in un’analisi delle ambiguità e delle contraddizioni del presente. Il suo linguaggio prescinde da finalità documentarie e, specie in Atlante e Infinito del1974, risente della speculazione sul medium fotografico che Ugo Mulas compì tra il 1972 e il 1974 nelle Verifiche. Lo sguardo sulla realtà contemporanea proposto dal G. risulta lontano sia da una visione antropologica, quale quella del fotografo Mario Cresci, sia dalle riflessioni sulla storia dell’arte di un Antonio Migliori. Nel 1975 venne scelto tra le discoveries dalla rivista Time Life photography, che pubblicò nello stesso anno un portfolio con otto immagini; due anni dopo, insieme con Gianni Berengo Gardin, Mario De Biasi e Franco Fontana, venne segnalato nel catalogo Bolaffi della fotografia. L’attività espositiva culminò nel 1979 con l’antologica, curata da Quintavalle e Mussini, al Centro studi archivio comunicazione dell’Università di Parma, dove espose, tra le altre, la serie Kodachrome, pubblicata l’anno precedente in Italia e in Francia con la presentazione di P. Berengo Gardin. Nel 1980 tenne un’importante personale al palazzo dei Diamanti a Ferrara, oltre a quelle presso la galleria Rondanini di Roma e la Light gallery di New York, dove espose il ciclo Still life. L’invito del direttore della Polaroid international di Amsterdam, nel 1980 e nel 1981, a compiere ricerche su un apparecchio fotografico a banco ottico, permise al Ghirri di sperimentare il grande formato le immagini realizzate furono in parte pubblicate nel 1982 in una selezione della collezione Polaroid ed esposte nello stesso anno all’Expo di Bari. Sempre nel 1982 Luigi Ghirri presentò il nuovo ciclo Topographie- Iconographiealla galleria Pol di Monaco di Baviera e allo studio Marconi di Milano mentre in settembre, a Colonia, alla mostra Photography 1922-1982 allestita nell’ambito della rassegna Photokina, il G. propose alcune foto di architettura, e venne premiato tra i migliori venti fotografi degli ultimi anni. Il tema dell’architettura venne approfondito l’anno seguente grazie al servizio sul cimitero di Modena progettato da Aldo Rossi, commissionato da Vittorio Savi per la rivista Lotus international l’impegno in questo campo proseguì fino al 1989, in collaborazione con architetti quali P. Portoghesi, L. Figini e G. Pollini, V. Gregotti. La sua attività di curatore iniziò nel 1983 con Penisola, una mostra sulla giovane fotografia italiana al Forum Stadtpark di Graz. Nel 1984 curò, insieme con Giovanni Leone ed Enzo Velati, la collettiva itinerante Viaggio in Italia, alla quale partecipò anche come espositore: qui propose un nuovo modo di intendere il paesaggio, che venne ulteriormente approfondito nella successiva collettiva Esplorazioni lungo la via Emilia nella proposta di Ghirri la fotografia di paesaggio non è più intesa soltanto come «narrazione», ma diventa trait d’union con l’architettura, la letteratura, la musica, il cinema e la poesia, in un continuo confronto di culture e modelli. La diffusione del lavoro del Gherri divenne più ampia e popolare grazie anche alle quaranta copertine commissionate dalla casa discografica RCA per la serie di musica classica; a quelle per alcuni musicisti emiliani, come Lucio Dalla, Francesco Guccini e Luca Carboni alle illustrazioni di libri di narrativa, per esempio, di G. Celati o, in seguito, di I. Calvino. L’indagine speculativa sul medium fotografico accompagna il lato pratico della sua professione e diventa più rilevante alla metà degli anni Ottanta; dall’insegnamento di tecnica e storia della fotografia presso l’Università di Parma dal 1984, alla conferenza Opera aperta tenuta presso l’Università della Sorbona di Parigi e pubblicata in Les Cahiers de la photographie nel 1985, al simposio sulla fotografia americana ed europea a Graz nel 1985 organizzato insieme con i fotografi R. Frank e W. Eggleston. Nel 1986 realizzò per il Touring Club italiano due volumi dedicati all’Emilia Romagna e organizzò la mostra antologica su J.-H. Lartigue allestita al teatro Valli di Reggio Emilia. Nel 1988 curò, per la Triennale di Milano, la sezione fotografia della rassegna Le città del mondo, il futuro della metropoli. Le sue ricerche sul tema del paesaggio proseguirono con l’esposizione Paesaggio padano alla medesima edizione della Triennale milanese, e trovano una ideale conclusione negli ultimi cicli, Paesaggio italiano e Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano, con i testi dello scrittore Gianni Celati, che vennero pubblicati nel 1989. Luigi Ghirri morì nella sua casa di Roncocesi, in provincia di Reggio Emilia, il 14 febbraio del 1992 venne pubblicato postumo un importante lavoro su Giorgio Morandi e il suo studio bolognese che lo aveva impegnato per circa due anni. Come ho detto precedentemente Gianni Celati come Luigi Chirri si avvicinarono alla fotografia fin dagli anni Sessanta del secolo scorso e stabilisce uno stretto dialogo con vari fotografi, in particolare con Carlo Gajani, artista e fotografo bolognese, poi con Luigi Ghirri, la cui opera diventa un punto di riferimento importante nei suoi testi narrativi e cinematografici, e in vari saggi critici, editi ed inediti. Celati conosce Ghirri nei primi anni Ottanta, in seguito al suo invito di scrivere delle «descrizioni di paesaggi che entrassero in risonanza con la loro ricerca» , cioè con la ricerca dei fotografi coinvolti da Ghirri in Viaggio in Italia, un progetto del 1984 che ha ridefinito la fotografia italiana contemporanea. Ne risultano il palinsesto generativo che è Verso la foce, pubblicato prima in due testi brevi del 1984 e 1987 e poi in volume nel 1989, e i nuclei di novelle e racconti pubblicati negli anni Ottanta e successivamente Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze e Cinema naturale. Avvalendomi del ricco materiale d’archivio del Fondo Celati della Biblioteca Panizzi a Reggio Emilia e del Fondo Gajani a Bologna, in questo saggio considererò la riflessione celatiana sulla fotografia, e sulla risonanza fra fotografia e scrittura e descrizione del paesaggio, nel contesto di un più ampio discorso sulle immagini e sulla visione. Prendendo spunto da quella che Michele Vangi definisce la «modalità riflessiva» del rapporto tra letteratura e fotografia, atta a «constatare che di solito, la riflessione letteraria sulla fotografia sollecita un’autoriflessione, cioè una riflessione sulle possibilità e limiti della letteratura stessa» , valuterò la funzione generativa che la fotografia ricopre nell’opera celatiana, quale mezzo per aprirsi in modo nuovo alla visione del paesaggio negli anni Ottanta, e, non meno importante, per riflettere sulla (propria) scrittura e rimodellare la propria immagine autoriale in quegli anni. Dopo un breve spoglio della biblioteca celatiana sulla fotografia, considero la consonanza di alcuni scritti celatiani sul Ghirri e sul Gajani i due fotografi con cui ha avuto una più stretta collaborazione e la loro risonanza con testi editi e manoscritti di Verso la foce. La mia analisi storiografica mostrerà come Celati intenda la fotografia come una guida per «pensare lo spazio esterno» e come «pratico pensare per immagini», in linea con l’estetica ghirriana. Come per Ghirri e Gajani, l’interesse di Celati per la fotografia va iscritto all’interno di un più ampio interesse verso quelle arti visive e nel contempo garantire quella indipendenza tra le arti. Se Ghirri pensava alla fotografia come arte dell’immagine in dialogo con varie arti e discipline e come frutto di ‘una serie di relazioni tra i diversi mondi della comunicazione’ dalla pittura, al cinema, all’immagine pubblicitaria come rivela nelle sue Lezioni di fotografia, e come si evince dal suo lavoro, a partire dal suo primo libro Kodachrome del 1978 similmente Celati iscrive la fotografia, a fianco della scrittura, in un più ampio discorso sulle immagini, i meccanismi della visione, le arti visive, i rituali collettivi, la percezione e l’esperienza dell’esterno. L’idea celatiana di fotografia come per Ghirri si basa sulla tradizione delle arti visive, del cinema soprattutto Antonioni, Fellini, Rossellini, Wenders, e su esempi classici quali la collaborazione tra Strand e Zavattini per Un paese, sulla fotografia tedesca, inglese e soprattutto americana, e su alcuni testi teorici chiave, da Roland Barthes a John Berger, con cui Celati ha collaborato a lungo. Ciò emerge da uno spoglio della biblioteca celatiana conservata presso la Biblioteca Panizzi, che in circa duecento volumi offre un interessante spaccato di alcune delle letture fatte dall’autore negli anni Ottanta e Novanta. Oltre a volumi sull’arte ad esempio su Piero della Francesca, Cézanne, Brueghel, Friedrich o testi teorici di varie discipline, colpisce il numero limitato di testi sulla fotografia: una ventina di volumi, tra libri fotografici, teorici e cataloghi, pubblicati dagli anni Settanta ai primi anni Novanta, oltre ad una decina di volumi di e su Ghirri. Troviamo ad esempio libri su fotografi americani ed europei, da Ansel Adams a Paolo Monti, come pure sulla fotografia locale e sul Po. I testi teorici includono fra gli altri l’edizione inglese di Camera chiara di Roland Barthes ed alcuni volumi pubblicati da Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, organizzazione emiliana che dal 1989 organizza progetti internazionali di analisi del territorio. Nella biblioteca celatiana della Panizzi sono inoltre presenti molti testi di scrittori con cui Celati mostra una consonanza di vedute in quegli anni, in primo luogo Italo Calvino e Peter Handke, i testi più sottolineati ed annotati dall’autore sono Palomar, Se una notte d’inverno un viaggiatore e Lezioni Americane di Calvino, e Lento ritorno a casa di Handke, soprattutto in passaggi che riguardano la visibilità e la descrizione del paesaggio. Se per Calvino la parola scritta nasce «prima come ricerca d’un equivalente dell’immagine visiva», come suggerisce in «Visibilità» unico passaggio sottolineato da Celati in questa lezione americana, per Celati, come si evince in un brano inedito «Sulle immagini», la «possibilità di apparizione delle immagini resta sempre una possibilità immaginaria» , un tentativo o, per citare un termine ricorrente nei titoli dei libri di Handke, un Versuch, che in tedesco indica sia tentativo che saggio critico. Per Celati, come per Ghirri, la capacità di vedere queste «apparizioni» e di riprodurle in scrittura, come in fotografia, non è un dono dato a tutti solo perché si hanno gli occhi, ma offerto solo a chi trovi una Stimmung con il luogo, una consonanza con i paesaggi descritti, una risonanza (emotiva) che sottintende un dialogo fra pari e quindi un ascolto. Di conseguenza, la descrizione di un luogo che Celati auspica sia nella fotografia che nella scrittura deve accordarsi alle immagini evocate dal luogo stesso, come avviene nel lavoro di Ghirri. Nel saggio «Commenti su un teatro naturale delle immagini», posto a introduzione al fotolibro ghirriano Il profilo delle nuvole, Celati dichiara che il testo «non è un documentario fotografico sulla situazione storica d’un paesaggio italiano, ma piuttosto sui modi di guardare già previsti in un paesaggio, e sulle loro risonanze affettive» . Per Celati, come per gli scrittori sopracitati, l’apertura all’immagine, in particolare quella fotografica, rappresenta sia un’apertura al visivo e ad altri codici, che un approccio fenomenologicamente nuovo all’esterno e alla descrizione. Nella lezione «Leggerezza», un testo pesantemente annotato nella biblioteca celatiana, Calvino sostiene: «Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica» termine che rimanda al titolo di un’importante serie fotografica di Ugo Mulas, Le verifiche, chiave di volta autoriflessiva per la fotografia italiana, proprio come le Lezioni americane lo sono per la letteratura, ed altre discipline. Celati sembra fare altrettanto nell’aprirsi alla fotografia quale nuova epistemologia, ma anche, contrariamente a Calvino, e in parte proprio in risposta ad una letteratura che egli reputa troppo cerebrale ed asfittica, come quella di Calvino, quale metodo di lavoro sul campo, come passaggio dall’idea alla pratica dell’arte, fatta sul momento, in linea con la pratica fotografica come suggerisce Elisabetta Rasy in una delle prime recensioni a Verso la foce un approccio che permette a Celati di dar vita a una nuova modalità narrativa imperniata su una maggiore risonanza con il paesaggio. In linea con scrittori e fotografi a lui affini, in vari saggi editi ed inediti, l’autore iscrive la fotografia in un più ampio discorso sul «pensare per immagini» che permetta di vedere e descrivere l’esterno con una lingua «necessaria», che esuli dal pensiero discorsivo ma si apra invece all’indeterminatezza. Nel saggio del 1992 «Soglia per Luigi Ghirri», Celati definisce la fotografia di Ghirri come «pratico pensare per immagini», «che è anche il pensiero del limite della misura», una «misura scalare che pone ogni cosa nella sua distanza, la distanza delle cose da noi» e che, in contrasto al «pensiero discorsivo con le sue spiegazioni e valutazioni». Con «pensare per immagini» Celati riprende una frase spesso usata da Ghirri per definire il «senso del suo lavoro», ad esempio nel saggio di introduzione a Kodachrome Ghirri 1997, una frase forse ispirata al titolo di un articolo di Gillo Dorfles trovato per strada e da Ghirri ripreso in una nota fotografia, Roma 1978. In quest’articolo il critico sostiene che il pensiero per immagini ci può far avvicinare alla realtà nascosta delle cose più del pensiero logico-scientifico un approccio consono a quello di Ghirri e Celati. Per Celati, la «soglia del lavoro di Ghirri» è «ben rappresentata da quei due alberi piantati nella nebbia», in cui “è ordine anche se c’è nebbia” (Celati 2004), quindi da una dialettica apparentemente impossibile: da una lato l’inquadratura, che sospende «frammenti del visibile» e ci permette appunto di vedere, dall’altro la nebbia, come «l’estrema ricerca d’una misura», quella dell’infinito a cui Ghirri tendeva e della «respirazione della terra». Se per Ghirri questa ricerca, nelle parole di Giorgio Messori, tende «a vedere oltre il visibile, o meglio a vedere il pensiero che abita il visibile che si è voluto inquadrare» e a farci «entrare in uno spazio di immaginazione e memoria» (Messori 1992), così per Celati questa «misura scalare» «ci permette di affidarci ad apparizioni che non sappiamo bene cosa possano significare, ma che a volte diventano una misura per vedere tutto il resto» (Celati 2004). Similmente, nel saggio inedito su Wittgenstein «La media oscurità dell’esperienza», Celati definisce l’esperienza dell’esterno come «metro di misura, ma dipendente da qualcosa che è il contrario delle certezze, ossia l’esitazione» e come «un apprendimento a immaginare delle possibilità» , rivelando una chiara risonanza tra la sua riflessione sulla fotografia e quella sulla percezione e esperienza dell’esterno dello stesso periodo. Il «pensare per immagini» che Celati a sua volta definisce «un modo ricettivo del pensiero» nella recensione ai saggi di Ghirri, «Luigi Ghirri. Leggere e pensare per immagini» pubblicata da Marco Sironi è alla base della riflessione di entrambi in quegli anni, come suggerisce anche Ennery Taramelli , ed in linea con il dibattito teorico del tempo sulla fotografia e sulle discipline dell’immagine e della visione, da Barthes a Eco al già citato Dorfles, come si evince ad esempio dall’antologia di scritti teorici sulla fotografia raccolta da Marra del 2001. Allo stesso modo, il «pensare per immagini» permette a Celati di accostare vari codici e media, dalla fotografia al cinema alla scrittura, in vari saggi quali «Commenti a un teatro naturale delle immagini» e «Collezione di spazi» e in numerosi testi autografi, tra cui gli appunti frammentari sull’immagine del faldone dove il nome di Ghirri appare a fianco di vari artisti o scrittori da Masaccio a Antonioni, da Ariosto a Leopardi, da Vermeer a Giacometti, per citarne solo alcuni presi a modello per un’arte del narrare per immagini. Celati riflette sul continuum e il discreto e sulla scrittura, il cinema e la fotografia e si domanda in uno schemino se siano mezzi di comunicazione, azione o descrizione. Questo schema è seguito da due equazioni: «Wenders = il cinema; Ghirri = la foto», ulteriore conferma della centralità dell’opera ghirriana nel pensiero celatiano sulla fotografia. Posso certamente affermare che Luigi Ghirri con la sua fotografia ha lasciato una traccia indelebile nella Storia della Fotografia ma ancora più forte nella Storia dell’Arte per la sua visione globale che questo grande artista aveva. La mostra si apre con una prima sezione introduttiva, dedicata alla vita e al racconto del suo avvicinamento all’obiettivo fotografico. Luigi Ghirri si forma così, inevitabilmente, la sua personalità sensibile ai cambiamenti e desiderosa di conoscenza; la fotografia diviene il mezzo per guardare a fondo le cose, conoscerne l’origine e il divenire. Il percorso prosegue con le sezioni dedicate ai luoghi, ai volti del tempo, ai non luoghi, all’arte e in fine ad Aldo Rossi, con il quale condivide l’interesse per la periferia, spazio che, a parere di entrambi, racchiude in sé forza evocativa di storia e memoria. Ghirri è attratto dall’ambiente che abita l’uomo, quello in cui egli si muove, non ai mutamenti del paesaggio, ma ai cambiamenti del vivere. Quello dell’artista è un universo a tratti malinconico, incantato, sospeso e romantico, che trova senso nelle piccole cose, nello stupore e nella meraviglia che scaturisce dal guardare le cose senza il velo dell’abitudine. Durante tutta la sua carriera Ghirri fotografa un’enorme quantità di soggetti differenti, decidendo di non identificarsi in un genere o stile poiché reputa questa una scelta rischiosa, una limitazione della libertà di espressione. La sua è una fotografia che si oppone a qualsiasi specie di “censura” linguistica; anche le sue indagini rimangono volutamente aperte, non tendono ad una risposta unica e definitiva ma si prestano a infinite combinazioni e interpretazioni, coerentemente con la sua idea di fotografia. Mentre Gianni Celati nasce il 10 gennaio 1937 a Sondrio, in Valtellina, dove il padre Antonio, usciere presso la Banca d’Italia, è stato trasferito. La madre, Exenia Dolores Martelli, è sarta e lavora presso il proprio atelier domestico. La famiglia Celati, di cui fa parte anche Gabriele, fratello maggiore di Gianni, compie numerosi trasferimenti a causa del carattere intemperante del padre, costretto a spostarsi in diverse città d’Italia a proprie spese in seguito ai litigi coi superiori. Dopo la nascita di Gianni, i Celati si trasferiscono a Trapani per tre anni; poi a Belluno, dove abitano per sette anni a pochi passi dal fiume Piave. Qui Celati trascorre gli anni della guerra affidato, per la propria sicurezza, alle cure di due lavoranti della madre che abitano in campagna. La famiglia Celati si sposta poi a Ferrara nel 1948, dove il padre viene nuovamente trasferito. Entrambi i genitori sono originari della zona: Antonio è nato a Bondeno e la moglie Exenia a Sandolo, nelle campagne di Portomaggiore, dalle quali è emigrata da bambina per stabilirsi proprio a Ferrara. Presso l’abitazione di vicolo del Voltino, a Ferrara, il giovane Celati osserva con ammirazione le abilità sartoriali della madre, il cui lavoro è la principale fonte di guadagno per la famiglia; si appassiona al ciclismo e al calcio, sognando di diventare un campione come Fausto Coppi o Ermes Muccinelli. Un ruolo importante per Celati ricoprono anche le discussioni tra il padre Antonio e il fratello Gabriele, entrambi appassionati d’arte e letteratura. Il primo, insoddisfatto del proprio mestiere di usciere, con un passato di musicista presso le feste di campagna, ama i classici e declama Dante e Ariosto a memoria; il secondo contesta i gusti letterari del padre ed è aspirante scrittore. Quando la famiglia Celati si trasferisce a Bologna all’inizio degli anni Cinquanta, Gianni inizia a frequentare il liceo classico: pervaso da un senso di inadeguatezza legato alle sue umili origini, inizia un importante percorso di formazione culturale, nutrito soprattutto dai buoni rapporti che instaura con i professori. È in questo periodo che si appassiona alla filosofia, alla letteratura francese e angloamericana, elementi decisivi per il suo avvio alla carriera di docente e traduttore. Dopo un breve periodo trascorso ad Amburgo in seguito all’esame di maturità, Celati si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia nel ’59, presso l’Università di Bologna. Qui conosce l’anglista Carlo Izzo, amico di Ezra Pound e traduttore di poesia americana, che consolida il suo vivo interesse per la letteratura angloamericana; la passione dell’autore si rivolge in particolare all’Ulisse di Joyce, che diviene oggetto della sua tesi di laurea. Gli studi di linguistica accompagnano un’intensa attività di traduzione, che rimarrà costante nel corso del tempo. Celati tradurrà infatti con costanza, sia durante i diversi viaggi in Inghilterra compiuti negli anni Sessanta che nel periodo del servizio militare a Casale Monferrato. Mentre affianca all’attività di traduttore quella di giornalista (ad esempio per «Stasera», quotidiano di area comunista) e docente, si appassiona ai testi psicanalitici e alle scritture manicomiali, anche grazie all’incontro con il filosofo Enzo Melandri. La lettura di Freud e, in particolare, de L’organo mazziniano dell’ospedale psichiatrico di Pesaro, cronaca redatta da un anziano paziente della struttura, funge da stimolo per la prima stesura delle Comiche. Le pagine scritte da Celati giungono nelle mani di Giorgio Manganelli e Italo Calvino, che lo incoraggiano a terminare il lavoro. Tra il ’65 e il ’66 l’autore frequenta l’ambiente culturale del Gruppo ’63 e proprio nel suo contesto esordisce con Studi per “Gli annegati della baia blu”, da lui stesso definito un “pararomanzo”. Il racconto viene accompagnato da una riflessione sul gesto linguistico, anticipando una pratica molto cara a Celati che, lungo il corso della sua carriera, proporrà numerosi interventi teorici sul tema della narrazione. La fine degli anni Sessanta segna l’inizio della collaborazione con la casa editrice Einaudi, che nasce nel segno della traduzione: Celati, sposatosi nel ’66 con la francesista italotunisina Anita Licari, guadagna perlopiù attraverso tale attività che svolge con passione. Nel ’65 esce infatti per Einaudi la traduzione di Viaggio in Cina di Myrdal, a cui seguiranno numerosi altri lavori, tra cui, nel ’66, Favola della botte di Jonathan Swift. Davico Bonino, principale interlocutore di Celati nei rapporti con Einaudi, impara a conoscerne la schiettezza, che lo spinge a esporre le proprie idee talvolta anticonformiste con energia e chiarezza. Lasciato il lavoro di insegnamento per dedicarsi alla ricerca, nel ’68 l’autore si trasferisce per due anni a Londra, dove è vincitore di una borsa di studio. Trascorre, come ogni anno, le vacanze estive a Tunisi, ospite dei parenti della moglie e, in occasione di un convegno di semiologi a Urbino, conosce di persona Italo Calvino. L’incontro sarà decisivo per dare il via a un’amicizia che durerà anni e produrrà un fecondo scambio di opinioni. Celati, nei viaggi tra Londra e Bologna, farà spesso tappa a Parigi, presso la casa di Calvino, vero «porto di mare». Nel ’71 esce per Einaudi il primo romanzo dell’autore, intitolato Comiche; l’opera viene fortemente influenzata, come si è affermato, dalle scritture manicomiali, ma anche dal genere cinematografico della slapstick comedy e da elementi autobiografici come l’esperienza liceale. Protagonista delle vicende narrate è infatti un insegnante che, vittima di deliri notturni, tenta di resistere alle persecuzioni di tre maestri desiderosi di instaurare una dittatura. Da un punto di vista contenutistico, è centrale, nel testo, il tema della follia che caratterizza i sistemi di potere, così come, da un punto di vista formale, risulta protagonista il grado elevato di sperimentalismo linguistico. Nello stesso anno escono per Einaudi due importanti traduzioni di Céline, Colloqui con il professor Y e Il ponte di Londra. Nell’autunno del ’71 Celati parte per gli Stati Uniti, dove insegnerà nel dipartimento di italiano presso la Cornell University, nello stato di New York. Una certa insoddisfazione per l’esperienza americana lo conduce a fare ritorno in Italia nel ’72, prima dell’uscita, nel ’73, del suo secondo romanzo Le avventure di Guizzardi. Sottoposta anch’essa all’esame di Calvino prima della pubblicazione, l’opera riceve un’ottima accoglienza. Ispirata alle avventure dei personaggi comici del cinema muto (da Charlot a Buster Keaton), racconta in prima persona le disgrazie quotidiane di un giovane sottoproletario, la cui prospettiva sul mondo risulta allucinata ed estranea a ogni morale convenzionale. Ancora una volta la comicità dissacrante e l’anarchia sintattica e lessicale diventano mezzi per contestare l’autorità e i valori costituiti. Nell’autunno dello stesso anno Celati inizia l’esperienza di insegnamento presso il DAMS di Bologna, dove occupa una cattedra di letteratura angloamericana e si fa apprezzare per il magistero «libero e controcorrente» e per i corsi «decisamente fuori dagli schemi accademici».
Capace di trattare con disinvoltura temi legati al movimento punk e alla musica rock durante le lezioni, l’autore diviene punto di riferimento per diversi suoi studenti, tra cui, ad esempio, lo scrittore Pier Vittorio Tondelli. Il ’75 è poi l’anno della pubblicazione per Einaudi di Finzioni occidentali. Fabulazione, comicità e scrittura, volume che racchiude cinque saggi su questioni letterarie critico-teoriche. Dopo la morte del padre Antonio e della madre Exenia, Celati trova rifugio nella scrittura narrativa, dedicandosi alla stesura del suo terzo romanzo, La banda dei sospiri, che esce per Einaudi nel ’76. L’opera, servendosi ancora una volta di una comicità irriverente e di un linguaggio vulcanico, racconta le vicende del giovane Garibaldi, adolescente alle prese con le avventure quotidiane. La banda dei sospiri tocca temi cari all’autore, quali la follia della vita familiare e scolastica, riproponendo una sintassi vicina all’oralità e una grammatica approssimativa. Nello stesso anno, nel contesto del DAMS di Bologna, animato dalla contestazione giovanile, nasce Radio Alice, emittente libera ideata da un collettivo di studenti, a cui ben presto si affianca il gruppo Alice DAMS. Quest’ultimo, formato da diversi allievi di Celati, è legato ai suoi corsi universitari dedicati a Lewis Carroll e diviene motore per la pubblicazione del volume Alice disambientata. Materiali collettivi (su Alice) per un manuale della sopravvivenza. Seguono anni di ricerche e viaggi continui, anche a seguito della separazione dalla moglie: dopo l’ideazione di un teatro domestico insieme all’amico francesista Lino Gabellone e all’artista Carlo Gajani, Celati si reca in Francia, poi nuovamente negli Stati Uniti, a caccia di novità da tradurre. Qui si avvicina al cinema e conosce il regista Alberto Sironi, con il quale inizia a collaborare a dei progetti di sceneggiatura. Nel ’78 esce per Einaudi il suo quarto romanzo, Lunario del Paradiso, a cui segue la pubblicazione della traduzione de Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain. Lunario del Paradiso si rifà a un’esperienza vissuta da Celati dopo la fine del liceo quando, partito per la Germania grazie a una colletta di alcuni amici, si trattiene ad Amburgo per nove mesi, arrivando a un passo dal matrimonio con una ragazza del luogo. Il protagonista del romanzo, Giovanni, narra in prima persona il «pellegrinaggio d’amore» in Germania di quando aveva vent’anni, e ripercorre avventure sentimentali e difficoltà quotidiane con tono comico e un ritmo «che ricorda i canoni del free jazz». 5 Il romanzo verrà interamente riscritto in occasione della pubblicazione della trilogia Parlamenti buffi nell’89, prova della tendenza dell’autore a ripensare e rivedere continuamente i propri progetti. Ristabilitosi a Bologna, Celati conosce nell’81 il fotografo Luigi Ghirri, che gli chiede di partecipare con un testo a Viaggio in Italia, progetto fotografico collettivo sul nuovo paesaggio italiano. Seguono anni di silenzio letterario e di esplorazioni in cui, solo o in compagnia dei fotografi, percorre i luoghi ‘marginaliʼ della pianura padana, maturando un nuovo approccio alla scrittura. Le forme brevi della novella e del reportage tenderanno infatti a sostituirsi alle architetture più ampie del romanzo; la scrittura, che continuerà a rivolgersi con interesse alla narrazione del quotidiano, privilegerà soprattutto il racconto dei luoghi e la riflessione; la vena comica dissacratrice delle prime opere lascerà poi spazio a toni più pacati e a un’ironia leggera; lo stile, infine, divenuto piano e asciutto, punterà alla chiarezza. Il “secondo tempo” della produzione letteraria di Celati viene inaugurato nell’85, quando, a distanza di sette anni dalla pubblicazione di Lunario del Paradiso, esce per Feltrinelli Narratori delle pianure. L’autore, all’inizio degli anni Ottanta, era infatti entrato in contatto con Franco Occhetto, direttore editoriale della narrativa per Feltrinelli, che lo aveva convinto a pubblicare con la casa editrice milanese in un momento di forte crisi per Einaudi. Narratori delle pianure è una raccolta di trenta racconti che, a partire dagli ambienti della valle del Po, spostano spesso la narrazione tra l’Europa, gli Stati Uniti e l’Africa. La nascita dell’opera è legata alle esperienze di esplorazione delle campagne padane insieme ai fotografi di Viaggio in Italia e trae ispirazione dai racconti orali tradizionali e dal “sentito dire”. Desideroso di dedicarsi solo alla scrittura, Celati, nell’87, abbandona l’insegnamento universitario a Bologna per trasferirsi in Normandia, a Noron, con la seconda moglie Gillian Haley. Il contesto bucolico e silenzioso gli permette di portare avanti con successo l’attività letteraria, che condurrà alla pubblicazione di Quattro novelle sulle apparenze nello stesso anno. L’opera risente profondamente del sodalizio artistico stretto con il fotografo Luigi Ghirri, che stimola riflessioni sul vivere quotidiano e il valore dello sguardo. I quattro racconti si rifanno infatti alla tradizione della novella filosofica, proponendo «un gioco per abbassare le pretese dell’io, rendendolo perduto o disperso tra le altre apparenze». 6 Nell’89 esce il volume Verso la foce, raccolta di quattro brevi reportage legati alle esperienze di esplorazione della valle del Po, condotte nei primi anni Ottanta su invito, ancora una volta, di Ghirri. Frutto della collaborazione tra i due è poi Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano, opera pubblicata da Feltrinelli sempre nello stesso anno, che mescola fotografie e parole con l’intento di raccontare il paesaggio padano. È evidente che la pianura padana e, nello specifico, la valle del Po costituiscano l’elemento chiave che accomuna la produzione letteraria di Celati per buona parte del “secondo tempo” della sua attività. L’incontro con Ghirri lo incoraggia infatti a concentrare l’attenzione sul paesaggio italiano e, in particolare, su quello lombardo, veneto e soprattutto emiliano, segnato dal corso del fiume Po. L’area emiliana è poi per l’autore sede dei ricordi d’infanzia, oltre che terra d’origine di entrambi i genitori e zona di residenza negli anni dell’insegnamento al DAMS. Dopo un’esperienza di docenza presso la Brown University di Boston, nel ’90 Celati si trasferisce a Brighton, in Inghilterra, insieme alla moglie Gillian. Dopo aver ricevuto la proposta di girare un documentario per la Rai, l’autore, insieme a un’affiatata squadra di operatori e amici, esordisce come regista con Strada provinciale delle anime nel ’91. Il documentario, tentativo di trasposizione in forma filmica di Verso la foce, segna l’inizio della fruttuosa collaborazione con la casa di produzione Pierrot e la Rosa, che accompagnerà Celati nel corso delle sue diverse esperienze registiche. In lotta con le difficoltà finanziarie che hanno caratterizzato tutta la sua vita, Celati continua a dedicarsi, nel corso degli anni, alle traduzioni (nel ’93 esce, ad esempio, La Certosa di Parma di Stendhal) e all’attività saggistica e di ricerca. Nel ’95, insieme agli amici Benati, Cavazzoni, Cornia, Schneider, Talon, Borsari, fonda la rivista «Il semplice. Almanacco delle prose», spazio per giovani scrittori. Dopo aver pubblicato, l’anno successivo, una pièce teatrale intitolata Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto, nel ’97 accompagna l’amico antropologo Jean Talon in un viaggio nell’Africa Occidentale, attraversando Mali, Senegal e Mauritania; l’esperienza sfocerà nella pubblicazione del diario di viaggio Avventure in Africa l’anno successivo. A seguito di ulteriori esperienze di docenza all’estero, Celati prosegue con l’attività da regista: nel ’99 esce Il mondo di Luigi Ghirri, omaggio all’amico scomparso prematuramente nel ’92; nel 2002 vede la luce Case sparse. Visioni di case che crollano, documentario dedicato alle rovine delle vecchie dimore di campagna nella valle del Po, intese come elementi centrali del paesaggio moderno e stimoli alla riflessione sul valore del tempo. Nel 2001 esce per Feltrinelli Cinema naturale, raccolta di nove racconti scritti nell’arco di oltre vent’anni anni. Dopo la morte del fratello Gabriele, Celati, instancabile «camminatore diurno e notturno», si reca nuovamente in Africa, in Senegal, insieme all’attore e regista senegalese Mandiaye N’diaye, conosciuto a Ravenna. I due riscrivono il Ploutos di Aristofane e lo rappresentano nel villaggio di Diol Kadd nel 2003; l’esperienza dà l’avvio alle riprese del quarto documentario diretto da Celati, la cui lavorazione dura sette anni. A seguito di diversi soggiorni africani, Diol Kadd. Vita, diari e riprese in un villaggio del Senegal vede la luce nel 2010. Il lungometraggio viene accompagnato dalle cronache intitolate Passar la vita a Diol Kadd. Diari 2003-2006. Nel 2005 viene pubblicato Fata morgana, racconto etnografico su un popolo immaginario; Celati prosegue le sue esperienze di ricerca e insegnamento all’estero, ad esempio a Berlino nel 2006 e a Zurigo nel 2009. Sono poi numerosi i racconti pubblicati in diverse sedi dal 2000 al 2013; nel 2008 escono per Quodlibet i due volumi i Costumi degli italiani 1: Un eroe moderno e I costumi degli italiani 2: Il benessere arriva in casa, che raccolgono diverse prose. Un’ulteriore raccolta, Selve d’amore, esce per Quodlibet nel 2013. Nello stesso anno l’autore pubblica per Einaudi la monumentale traduzione dell’Ulisse di Joyce, testo sul quale si è laureato e al cui studio ha dedicato gran parte della vita. Celati viene a mancare il 3 gennaio 2022, all’età di 84 anni, nella località di Hove, a pochi chilometri da Brighton. Con Lunario del paradiso si chiude la prima fase della produzione celatiana, caratterizzata da scritti che, pur di difficile categorizzazione, sono ancora definibili come romanzi. La transizione verso la produzione successiva, che vede non soltanto un cambio di direzione nell’ambito degli oggetti della scrittura, ma anche una modifica nell’approccio alla stessa e nell’uso dello stile e del linguaggio, coincide con un momento delicato per la vita dell’autore. A seguito del divorzio dalla moglie Anita Licari, Celati si trova a compiere continui spostamenti tra l’Italia e l’Europa, senza fissa dimora, rimanendo per diversi anni in un silenzio letterario. Il desiderio di esplorare i luoghi della pianura nasce dunque, in parte, da una ricerca affettiva in un momento di spaesamento: già nel ’79 «aveva preso un treno per andare a rivedere i posti dove era nata e cresciuta sua madre, cioè le valli di Comacchio, le zone della bonifica, la città di Ferrara. Mentre i pellegrinaggi americani trovano un’ideale prosecuzione nelle esplorazioni della provincia emiliana, una nuova conoscenza esorta l’autore ad approfondire l’interesse per il paesaggio padano ‘marginale’. Risulta infatti cruciale l’incontro con Luigi Ghirri che, tra la fine del 1981 e l’inizio del 1982, dopo aver letto alcune pubblicazioni di Celati, lo contatta, proponendogli di scrivere un testo che accompagni le proprie fotografie e quelle di alcuni colleghi, con i quali è impegnato a restituire delle immagini nuove e autentiche del paesaggio italiano post-industriale. Ghirri, nato nel ’43, è un affermato fotografo emiliano: la sua ricerca è ricca e orientata prevalentemente al paesaggio. Centrale nella sua opera è il tentativo di vincere l’“anestesia dello sguardo” che segue la moltiplicazione illimitata delle immagini, costruendo percorsi visivi inediti perché chiari nella loro semplicità. Il gruppo di lavoro di Viaggio in Italia è nutrito: con Ghirri collaborano infatti Cresci, Chiaramonte, Jodice, Castella, Guidi, Leone, Ventura, Barbieri, Basilico. Non mancano i più giovani Battistella, Cavazzuti, Fossati, Garzia, Sartorello, Tinelli, Tuliozi e gli “stranieri” Hill, Nori, White. Afferma Celati, ricordando Luigi Ghirri. Nonostante lo spaesamento iniziale, Celati viene poi piacevolmente colpito dall’atteggiamento dei fotografi, che riconosce privo della «boria di fondo dell’essere scrittore» e, in particolare, apprezza Ghirri per il comportamento «più “muto”, meno dichiaratorio e meno intellettuale». La serietà e la sobrietà della ricerca dei fotografi risultano stimolanti per Celati, che si trova in un momento di stanchezza letteraria, in cui il desiderio di scrivere è molto basso. Il fine del progetto di Viaggio in Italia, di cui Ghirri è la mente, è particolarmente ambizioso e incuriosisce Celati, puntando a rivedere del tutto la poetica del paesaggio italiano. Il titolo del progetto, richiamando il celebre libro di Goethe e le sue immagini celebrative, suona volutamente paradossale. L’obiettivo dei fotografi cerca infatti di immortalare ciò che esiste al di fuori di ogni ideologia; da qui la scelta di rappresentare luoghi qualsiasi, che nessuno visita, desolati, anonimi, sconosciuti ai più, considerati privi di valore dalla logica utilitaristica e per questo stranianti. Si tratta di spazi rimasti fuori «dalle vedute prescritte e dai percorsi monumentali della Storia», che sconfinano nella casualità e si incontrano quando non si sa più dove andare. I luoghi di Viaggio in Italia sono sedi del «puro e semplice accadere» e la fotografia che li racconta vi aderisce innanzitutto per la narrazione autentica, priva di ogni retorica e per questo in grado di “far vedere” ciò che comunemente tende a essere dato per scontato. A questo si aggiunge la scelta di inquadrare i paesaggi con una precisione affettiva che li rende «misura dell’esperienza», conferendo «uno spessore immaginativo al teatro quotidiano dell’abitare». È nei luoghi fotografati, afferma Celati citando Walter Benjamin, che si manifestano le grandi forze della Stimmung, l’atmosfera che caratterizza un certo ambiente e che sprona alla ricerca di incontro con ciò che è altro dal soggetto osservante, invitandolo ad aprirsi all’imprevedibile; la fotografia si dimostra in grado di catturare questa tonalità, facendola propria. La rappresentazione oggettiva cede così il passo a una visione dichiaratamente personale dell’esistente, che non si limita a riprodurlo automaticamente, ma è capace di interpretarlo. Se è vero che uno sguardo innocente sulle cose non è possibile, in quanto «ogni esperienza di un luogo reale è sempre uno sguardo su un mondo già osservato», un’operazione come quella di Viaggio in Italia può però accompagnare chi guarda verso un nuovo stupore per ciò che esiste. Celati stesso ricorda alcune delle immagini per lui più significative che andranno poi a costituire la mostra e il catalogo del progetto: «il distributore di benzina abbandonato di Fossati», «l’interno d’un bar in provincia di Modena, colto da Olivo Barbieri», «un nudo marciapiede ferroviario di Chiaramonte». Decisivo per lo sviluppo della filosofia che guida il progetto di Viaggio in Italia e di Celati è il cinema neorealista, del quale l’autore considera un’ideale continuazione la ricerca portata avanti da Ghirri e dagli altri fotografi di Viaggio in Italia. Esemplare, in tal senso, risulta il film Ossessione di Luchino Visconti, che, nel ’43, inaugura un tipo di visione che diviene poi caratteristica del Neorealismo e che tenta di affrancarsi dalle immagini ufficiali del paesaggio italiano di impronta fascista. Il riferimento è a fotografie molto codificate, soprattutto cartoline turistiche e manifesti pubblicitari, che riproducevano in serie l’Italia dei patrimoni artistici, delle spiagge e dei tramonti. Alle raffigurazioni del paesaggio italiano addomesticate dalla pittura del Sette-Ottocento e poi dalla retorica fascista, grazie al Neorealismo, si affianca infatti un’alternativa, rappresentata, come afferma Celati, da una «scoperta di luoghi estranei alle immagini ufficiali, luoghi di incontro e di disperdimento». Il «vedere non premeditato», rappresentato, ad esempio, dalla grande strada deserta sull’argine del Po in Ossessione o dalle valli d’acqua del delta in Paisà di Roberto Rossellini, lascia così spazio alla libertà delle «percezioni non orientate verso un fine preciso». A questa operazione, secondo Celati, contribuiscono anche Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e, in particolare, Cesare Zavattini. Quest’ultimo, scrittore, pittore e sceneggiatore emiliano, attivo soprattutto nell’ambito del cinema neorealista, viene citato sia da Ghirri che da Celati come una figura di riferimento, specialmente per essere stato autore, insieme al fotografo Paul Strand, del libro fotografico Un paese, uscito nel ’55. Dedicata al paesino natale di Zavattini, Luzzara, bagnato dal fiume Po, l’opera è una raccolta di ottantotto fotografie accompagnate da testi dello scrittore, che, con le sue parole, sceglie di dar voce agli abitanti. Le didascalie, in prima persona, sono infatti trascrizioni dei racconti dei luzzaresi, che arricchiscono di riflessioni, di vicende personali e di dati numerici le immagini in bianco e nero. Queste ultime ritraggono i volti di uomini e donne, anziani e bambini, catturando anche le facciate delle abitazioni, gli argini del Po, gli interni delle stalle. Ampio spazio è concesso al tema del lavoro agricolo, ancora principale fonte di sostentamento della comunità in un mondo alla soglia dell’industrializzazione. Nelle brevi narrazioni, tra le informazioni più tecniche (ad esempio: «mio padre ha 52 anni, otto figli e prende 100 lire all’ora») non mancano le suggestioni liriche. Insieme a Luciano Capelli, anch’egli fotografo, conosciuto nel contesto bolognese di Radio Alice, Celati, nel 1981, inizia a compiere dei viaggi «a bordo di una R4», percorrendo le strade della pianura padana, osservando ciò che vede e prendendo appunti su un taccuino. Ha così avvio un periodo di brevi spostamenti anti-turistici nelle zone più “anonime” del delta del Po, compiuti in solitudine o in compagnia, sulla scia delle spedizioni dei fotografi di Viaggio in Italia. Camminando o servendosi, all’occorrenza, di corriere o passaggi in auto, Celati si muove al di fuori dei tracciati delle guide, senza meta precisa, «con un procedere lento che consente di mettere a fuoco anche quello che non siamo abituati a guardare». L’idea è quella di attraversare le campagne padane, i piccoli paesi vicini al corso del fiume Po e al suo delta, luoghi ordinari le cui tradizioni millenarie, come scopre l’autore, si sono scontrate, a partire dagli anni Sessanta, con l’avanzare brutale dell’industrializzazione e dei nuovi divertimenti. In questo contesto di «solitudine urbana», Celati affina anche un’interessante tecnica compositiva, che consiste nell’appuntarsi descrizioni, riflessioni, impressioni “in presa diretta”, al momento della visita dei luoghi, per poi rielaborarle e rimontarle in un secondo momento. A partire dall’incontro con Ghirri, nell’81, lo scrittore riempie infatti di annotazioni diversi taccuini, che lo accompagnano in ogni suo spostamento, permettendogli di fissare sul foglio «piccoli quadri con figure umane, battute di dialogo colte al volo». Proprio su questi quaderni prenderanno forma le bozze della “trilogia padana”, costituita da Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze e Verso la foce: gli scritti risultano spesso intrecciati tra loro e si trasformano in opere distinte solo in un secondo momento.Tra Ghirri e Celati, nel frattempo, nascono una solida amicizia e un fruttuoso sodalizio artistico. I due, nel corso dei diversi incontri, discutono infatti di arte, musica e filosofia, diventando un punto di riferimento l’uno per l’altro e influenzando reciprocamente il proprio lavoro. Sarà Celati, a distanza di anni, a sottolineare l’importanza del dialogo con Ghirri, «così denso da cambiare molte mie idee». Lo stesso approccio dell’autore alla stesura dei testi sembra essere suggerito dalla fotografia, puntando alla registrazione dell’istante dell’osservazione. Il momento in cui Ghirri «si sostituisce a Italo Calvino come interlocutore privilegiato», dà inizio a una fase della produzione celatiana che vede al centro il tentativo di aderire al mondo esterno attraverso la parola. Lo scopo della scrittura diviene dunque, in linea con la fotografia (e nello specifico la fotografia di Ghirri e delle opere di Viaggio in Italia) quello di restituire un’immagine il più possibile onesta di ciò che esiste. La parola non si arroga però il diritto di possedere la verità sul mondo, piuttosto si propone come avvicinamento alle cose che lo abitano. Risulta dunque evidente come la scelta di Celati di raccontare le proprie esplorazioni nella forma della cronaca di viaggio sia conforme alla prova di rimanere fedele all’accaduto e segno del tentativo di raccontare senza retoriche, in linea con la filosofia della “pulizia dello sguardo”. Il genere della cronaca di viaggio permette infatti una narrazione sobria, che registra l’esperienza e consente di affiancare all’aspetto ‘fotografico’ della descrizione riflessioni soggettive che la interpretino e la problematizzino, come si vedrà. Il progetto di Ghirri e dei suoi colleghi culmina nel gennaio del 1984, quando ha inizio una mostra itinerante che, a partire dalla Pinacoteca di Bari fino a Reggio Emilia, presenta gli scatti di paesaggio realizzati dai fotografi. All’esposizione, dal titolo Viaggio in Italia, si affianca il catalogo omonimo, curato da Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati e pubblicato per Il Quadrante con una prefazione del critico d’arte Arturo Carlo Quintavalle. Il libro si presenta diviso in dieci sezioni tematiche, ciascuna delle quali contiene circa una decina di immagini, per un totale di ottantasei scatti. Al volume, pietra miliare della fotografia italiana, Celati contribuisce con la prima delle tre redazioni di Verso la foce, intitolata Verso la foce. Reportage, per un amico fotografo. A Reportage per un amico fotografo seguono ulteriori esplorazioni; nell’86 queste si concludono e Celati comincia a lavorare agli appunti di viaggio raccolti nel giro di cinque anni. Nell’87 trova spazio una seconda versione del testo, pubblicata per Mucchi all’interno di Narratori dell’invisibile. Simposio in memoria di Italo Calvino , a cura di Cottafavi e Magri, intitolata Verso la foce. Estratti di un diario di viaggio. L’allestimento negli spazi della Project Room del MAMbo mette in dialogo la serie fotografica con tre film di Celati: Strada provinciale delle anime (1991), il racconto di un viaggio corale su un pullman azzurro, attraverso le valli di Comacchio fino al Delta del Po, dove la ricerca di un orizzonte si intreccia alle voci e alle storie di un gruppo di viaggiatori; Il mondo di Luigi Ghirri (1998), un ritratto intimo e commosso del fotografo a pochi anni dalla scomparsa, che ripercorre i suoi luoghi, i suoi oggetti e il suo modo di «abitare la distanza» attraverso le immagini; Case sparse. Visioni di case che crollano (2003), un’esplorazione poetica e documentaria sulle tracce di una civiltà rurali in dissolvimento, tra edifici abbandonati e un paesaggio che sembra riprendere possesso dei propri spazi. I tre lungometraggi sono stati prodotti e realizzati da Pierrot e la Rosa, casa di produzione fortemente influenzata dall’esperienza del DAMS, fondata alla fine degli anni ’70 da Luca Buelli, Paolo Muran e Lamberto Borsetti, che divenne in quegli anni un punto di riferimento per il cinema del reale e il documentario d’autore. Attraverso le opere esposte la mostra mette in luce la comunanza di visione che ha profondamente unito i due autori. La produzione fotografica di Luigi Ghirri e le narrazioni filmiche di Gianni Celati convergono nella rispondenza al dato fenomenico, orientando lo sguardo verso l’esterno con affettività, senza applicare alcuna restrizione al campo di indagine. Se da un lato la ricerca di Ghirri opera un costante abbassamento della soglia dell’eccezionale – attribuendo dignità estetica e culturale a ogni elemento dell’esistente – la narrazione di Celati ricompone le apparenze disperse, organizzando i frammenti dell’esperienza dei luoghi in una forma di itinerario non finalizzato, una sorta di una guida metodologica per vivere il percorso e rinnovare la percezione del mondo. Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco Sironi, Gabriele Gimmelli e Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.
MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna
Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce
dal 26 Giugno 2026 al 4 Ottobre 2026
Martedì e Mercoledì ore 14.00 alle ore 19.00
Giovedì dalle ore 14.00 alle ore 20.00
Venerdì, Sabato e Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Lunedì Chiuso
Veduta di allestimento mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la Foce Courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna Foto di Ornella De Carlo
Luigi Ghirri, Gianni Celati, Strada provinciale delle anime, 1990-91.
Fonte : Ufficio stampa Settore Musei Civici Bologna
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