La fine della verità fu proclamata dal primo grillismo, che la sostituì con la sua (loro) interpretazione. Così aprirono il Parlamento come una scatoletta di tonno, sconfissero la povertà, dimezzarono il Parlamento e investirono sui 150 miliardi dello Stato sulla ristrutturazione delle case dei, per lo più, benestanti (Trump negli Usa ha poi perfezionato il metodo). Dire che la riforma punta a “mettere i giudici sotto il controllo del governo” (nemmeno i Pubblici Ministeri, proprio i giudici – l’avrà detto davvero?) non ha niente a che vedere col testo della riforma in discussione. Può succedere che i governi vogliano mettere sotto controllo i giudici: è avvenuto in altri paesi, chi lo nega. Da destra come da sinistra. Potrà volerlo fare il governo Meloni amico di Trump come anche un futuro governo Schlein-Conte amico di Putin. Ma la riforma su cui andremo a votare lo rende difficile proprio come il testo precedente perché salvaguarda esplicitamente l’indipendenza sia del Giudice che del PM. La riforma introduce solo questa novità: il Giudice diventa terzo, effettivamente, come prescrivono il rito accusatorio (1989) e il Giusto Processo (1999). È su questo che si va a votare, non sull’antifascismo e l’anticomunismo.
Marco Taradash



