È il 1987. Un vecchio apparecchio per la radioterapia viene rubato da un ospedale abbandonato a Golânia, in Brasile. Un commerciante di rottami, affascinato da quello strano materiale simile al sale da cucina che emanava una luce blu, lo compra e lo distribuisce a parenti e amici. Si tratta di Cesio-137, un isotopo radioattivo. La sua diffusione causa la contaminazione di 85 edifici, 28 persone ustionate dalle radiazioni su 249 contaminate, 4 decedute, l’economia della regione messa in crisi. E’ il primo caso comprovato di “bomba sporca”: la polverizzazione di un componente radioattivo che si diffonde in una comunità provocando danni maggiori di una bomba anche ad alto potenziale e la contaminazione per decenni, forse secoli, di un’area geografica estesa. Muovendo proprio dalla contaminazione di Golânia, un rapporto pubblicato a Berna nel 2020 dall’Ufficio federale della protezione della popolazione, si occupa per primo in maniera razionale delle bombe sporche e rappresenta un caposaldo anche per comprendere in questi giorni le reali motivazioni dell’attacco israelo-americano all’Iran e la minaccia che 456 chilogrammi di uranio, arricchito “solo” al 60%, e dei quali a oggi non si conosce il destino finale, rappresentano per tutti i Paesi del Medio Oriente nonché, nella chiave di un utilizzo per atti terroristici, per tutti gli obiettivi sensibili nel mondo occidentale. Un esperto in contaminazione radioattiva ci ha aiutato a semplificare ciò di cui i media parlano poco e a rendicontare un raffronto terra a terra, fra bombe nucleari, bombe nucleari in grado di emettere raggi gamma e bombe sporche. Una analisi che evidenzia come per Israele ma anche per gli Stati Uniti, l’individuazione del sito o dei siti dove questo materiale fissile è nascosto in Iran, abbia rappresentato sulla base di fonti dell’intelligence, una motivazione emergenziale per far scattare l’attacco alla Repubblica islamica. Per anni dalla Guerra fredda a oggi l’attenzione e anche la paura dell’opinione pubblica si è concentrata sulle bombe nucleari o bombe all’idrogeno, ordigni a enorme potenziale, in modo grottesco definite “bombe pulite” perché il loro utilizzo presuppone un colpo deflagrante in grado di distruggere un target esteso e , nel caso delle Bombe G, ordigni teorici progettati per massimizzare il fallout radioattivo tramite l’emissione di intensi raggi gamma, ideati per investire di radioattività vaste aree senza distruggere le infrastrutture e senza creare una contaminazione permanente. Bombe sofisticate che richiedono una tecnologia avanzata.
Dal fallimento dei Salt ai nuovi arsenali atomici
Oggetto dei negoziati Salt 1 fra Breznev e Nixon, quindi dei Salt 2 nei quali il presidente Carter aveva rinunciato all’installazione di nuove bombe su mezzi sommergibili, i negoziati Salt denunciati da Biden, anche dopo l’accordo “suicida” di Obama con il regime iraniano, prevedevano un censimento delle bombe ma solo quelle superpotenze. Restavano e restano fuori dal computo gli arsenali nucleari di Corea del Nord, Pakistan Israele, India, Francia e Gran Bretagna con un punto interrogativo sul Sudafrica da molti indicato come imminente nuovo membro del club della distruzione di massa. Ma da tutti i controlli o pseudo-tali sfuggono le bombe sporche, oggetto di più di una serie Netflix o affini sullo spionaggio, che funzionano anche con quantitativi minimi di materiale nucleare: “nel caso di un attentato con «bomba sporca» – si legge nel rapporto svizzero – si aggiunge materiale radioattivo all’esplosivo convenzionale (ad esempio la dinamite) che ha come obiettivo di spargere nell’ambiente i materiali radioattivi sotto forma di particelle”. Non ha quindi direttamente a che vedere con l’esplosione di un’arma nucleare (bomba atomica), “poiché non si innesca alcuna reazione a catena, e non si manifestano gli stessi effetti, quali ad esempio il lampo di calore, l’onda d’urto o la radiazione ionizzante al momento dell’esplosione. Ma gli effetti di contaminazione intensa sono devastanti”.
Mix mortale esplosivo tradizionale e uranio arricchito
Fino a oggi, si legge nel dossier della Confederazione, non sono documentati attentati commessi con una bomba sporca. Vi sono però degli eventi, come furti, commercio illegale o incidenti legati a materiale radioattivo, che aiutano a capire le conseguenze dell’uso reale di simili armi. Dall’inizio della raccolta dei dati nel 1993, 145 Stati hanno segnalato all’Aiea 4.243 incidenti, 350 dei quali probabilmente legati al traffico o all’uso improprio di materiali nucleari. “Probabilmente” perché nell’87% dei casi non è possibile stabilire con certezza il collegamento con il traffico illecito. Ma solo nel 9% dei casi è stato escluso un collegamento diretto, mentre nel 4% è praticamente certo. Tutti questi dati sono contenuti nell’annuale Incident and trafficking database e per “traffico illecito” si intendono tutte quelle attività che vanno dal possesso illegale, alla messa in vendita e contrabbando di materiale. Negli ultimi anni, gli episodi legati alla tratta illegale o all’uso dannoso sono stati costanti, sebbene la loro frequenza sia ancora bassa. Me nel 2023 c’è stato «un apparente aumento della furto di materiali». E l’Iran: anche grazie al trattato firmato dal Presidente Obama, Teheran è stata in grado di acquistare grandi quantitativi di uranio e procedere al suo arricchimento, ufficialmente per un uso civile. Ma questi quantitativi (456 chili di uranio arricchito che potrebbero, una volta identificati, essere trasportati fuori dall’Iran con solo tre elicotteri equipaggiati per isolare le radiazioni) rappresentano una singola minaccia senza pari specie perché collocati in un Paese che ha investito in maniera compulsiva in un arsenale missilistico e in fabbriche di droni. Fin troppo facile arrivare a una deduzione finale: una microcarica radioattiva inserita insieme con un esplosivo tradizionale con innesco temporizzato nella testata di un missile o all’interno di un drone sarebbe in grado di polverizzare il materiale fissile e spargerlo su comunità intensamente abitate. Sempre secondo fonti di intelligence lo sforzo del regime iraniano, si sarebbe concentrato proprio sull’interazione fra esplosivi tradizionali e materiale nucleare al fine di favorire la massima polverizzazione di microparticelle contaminanti. Un pericolo immediato per Israele, ma oggi anche per tutti i Paesi del Golfo, e per un mondo occidentale che oggi protesta per una guerra “sporca” … che è sempre meglio che un arsenale sporco in mano a una teocrazia.
N.P.


