Gazzettino Italiano Patagónico
  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial
No Result
View All Result
  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial
No Result
View All Result
Gazzettino Italiano Patagónico
No Result
View All Result
Home Mundo

Iran, la guerra coinvolge la Francia. Macron: “È morto un soldato francese”

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
13 de marzo de 2026
in Mundo
0
Iran, la guerra coinvolge la Francia. Macron: “È morto un soldato francese”
19.5k
SHARES
19.5k
VIEWS
Ho condiviso su FacebookHo condiviso su Twitter

È la prima vittima tra i soldati europei. È francese. A darne l’annuncio è stato lo stesso Emmanuel Macron: il sergente maggiore Arnaud Frion è stato ucciso durante un attacco nella regione di Erbil, in Iraq. Il contingente francese si trova nell’area, come i soldati italiani presi di mira ieri, per combattere il terrorismo dell’Isis. “La guerra in Iran non può giustificare tali attacchi, ha detto Macron. “Frion è morto per la Francia. Alla sua famiglia, ai suoi fratelli d’armi, voglio esprimere tutto l’affetto e la solidarietà della Nazione. Molti dei nostri soldati sono rimasti feriti. La Francia è al loro fianco e alle loro famiglie”. Quella di ieri è stata un’altra giornata di guerra. Vera. La nuova Guida Suprema dell’Iran non si mostra. Mojtaba Khamenei resta invisibile mentre la guerra iniziata il 28 febbraio continua a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente e ad alimentare tensioni che arrivano fino ai mercati energetici globali. Il figlio dell’ayatollah Ali Khamenei — ucciso nei primi raid della campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele — non è ancora apparso in pubblico. È ferito, secondo alcune fonti sarebbe in un luogo protetto. Il mistero sulla sua condizione e sulla sua reale capacità di guidare il Paese resta fitto e apre un interrogativo che circola anche negli ambienti diplomatici: chi comanda davvero oggi in Iran? Per ora la sua voce arriva solo attraverso la televisione di Stato, che ha letto il primo messaggio politico dopo la nomina da parte dell’Assemblea degli Esperti. Un testo che suona come una sfida diretta a Donald Trump e come un manifesto della linea di Teheran: nessuna apertura, nessun compromesso, la guerra continua. “Mio padre, mia madre, mia sorella, mio figlio, mia nipote e mia moglie sono stati martirizzati. Ma rimarrò paziente. Sopporterò il dolore e vendicherò il sangue dei martiri”, dice l’ayatollah, che ha atteso quattro giorni dalla sua designazione prima di far sentire la propria voce. Le parole, anche quando restano sul piano più generico, chiariscono la direzione politica: l’Iran non intende fare concessioni e sono gli altri a doversi adattare alle condizioni poste da Teheran. A cominciare dagli Stati Uniti. In questo scenario il petrolio diventa uno degli strumenti centrali della strategia iraniana. La guerra ha già provocato un aumento vertiginoso del prezzo del greggio e la chiusura dello Stretto di Hormuz resta la leva con cui Teheran prova a esercitare pressione sull’Occidente. “La chiusura dello Stretto di Hormuz deve rimanere uno strumento di pressione”, ha affermato l’ayatollah in uno dei passaggi più rilevanti del suo intervento, lasciando intendere che la linea iraniana resterà quella di impedire il passaggio di “neanche una goccia di petrolio” dal Golfo. L’effetto sui mercati è stato immediato. Il barile ha superato i 100 dollari e le prospettive delle economie occidentali sono tornate improvvisamente più incerte. Nelle stesse ore Trump ha provato a minimizzare l’impatto: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo; quindi, quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi”. In realtà il blocco di Hormuz rischia di pesare anche sui consumatori americani, costretti a fare i conti con l’aumento del prezzo della benzina al gallone. Teheran potrebbe inoltre giocare la carta del divide et impera: consentire il passaggio delle petroliere ad alcuni Paesi e bloccarlo ad altri, creando fratture tra gli alleati occidentali e minando il fronte di sostegno ai nemici dell’Iran. Nel messaggio della nuova Guida Suprema non c’è alcuno spiraglio di dialogo con Israele e Stati Uniti. Al contrario, Khamenei ha giurato esplicita vendetta per i “martiri”, facendo riferimento anche al drammatico attacco alla scuola elementare “Shajareh Tayyebeh” di Minab, dove un missile ha ucciso 165 persone, molte delle quali bambine. L’ayatollah lo ha definito “un crimine deliberatamente commesso dal nemico”. Proprio mentre negli Stati Uniti venivano diffusi i risultati preliminari dell’inchiesta sull’episodio: secondo le prime conclusioni la scuola sarebbe stata colpita da un missile Tomahawk dopo essere stata erroneamente indicata come struttura militare da informazioni di intelligence non aggiornate. Il messaggio di Mojtaba Khamenei si rivolge anche ai Paesi del Golfo e mira a isolare Washington nella regione. La nuova Guida Suprema ha lanciato un monito diretto agli Stati che ospitano basi militari americane, intimando di chiuderle “immediatamente” o gli attacchi continueranno. Un avvertimento che riguarda Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Bahrain e Oman, mentre verso l’Arabia Saudita il tono è rimasto più sfumato. “La pretesa americana di garantire sicurezza e pace era solo una menzogna”, ha scandito Mojtaba, precisando però che gli obiettivi dell’Iran sono soltanto le basi statunitensi e non i Paesi che le ospitano. Alle monarchie petrolifere ha rivolto anche parole più concilianti, assicurando che Teheran “non cerca di stabilire dominio o colonialismo nella regione ed è pienamente pronta a costruire unità e a intrattenere relazioni calde e sincere di reciproca amicizia con tutti i suoi Paesi vicini”. Il discorso contiene anche un passaggio rivolto all’interno del Paese. La nuova Guida Suprema ha espresso “sincera gratitudine” ai movimenti del cosiddetto “Fronte della Resistenza”, citando Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e le milizie filo-iraniane in Iraq. Sono, ha detto, i “nostri migliori amici e parte integrante dei valori della Rivoluzione Islamica”, parole che confermano la centralità della rete di alleati armati costruita negli anni da Teheran. In uno dei passaggi più delicati del messaggio, Khamenei ha richiamato l’eredità politica del padre Ali Khamenei e del fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini. “Prendere il loro posto è un compito molto difficile”, ha ammesso, parlando della “montagna di fermezza” costruita in decenni di leadership. Il riferimento arriva in un momento in cui il regime ha dovuto affrontare anche tensioni interne. All’inizio dell’anno il Paese è stato attraversato da massicce proteste represse nel sangue e sui social network alcuni video hanno mostrato cittadini che hanno accolto gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro il regime come una liberazione. Nel tentativo di mostrarsi vicino alla popolazione, Mojtaba Khamenei ha sottolineato la dimensione quasi casuale della sua ascesa al potere: “Ho saputo della mia nomina dalla tv, come tutti gli altri cittadini”. Intanto il conflitto continua ad avere effetti anche sulle missioni militari occidentali nella regione. Il contingente italiano sta lasciando Erbil, almeno temporaneamente. Secondo quanto risulta al Foglio, il governo ha già fatto rientrare in Italia 102 militari, mentre altri 75 sono stati trasferiti in Giordania e 141 si stanno organizzando per una sistemazione provvisoria. La decisione è arrivata dopo ore di consultazioni a Roma e ha coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein. “Mi ha telefonato la presidente Meloni, siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che è necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in medio oriente, molto preoccupante, anche in riferimento all’attacco che c’è stato alla nostra base a Erbil”, ha detto la segretaria dem a Venezia, a margine di un incontro sul referendum. La scelta segue l’attacco con droni contro la base italiana di Singara, nel Kurdistan iracheno, rivendicato da una milizia filo-iraniana. L’azione non ha provocato vittime, ma ha segnato un ulteriore passo nell’allargamento del conflitto e nella crescente vulnerabilità delle installazioni occidentali nella regione. Il Medio Oriente resta così sospeso tra escalation militare e guerra economica, mentre la nuova Guida Suprema dell’Iran continua a parlare da lontano, senza mostrarsi.

Franco Lodige

Ho condiviso l'articolo

  • Haz clic para compartir en Facebook (Se abre en una ventana nueva) Facebook
  • Haz clic para compartir en X (Se abre en una ventana nueva) X
  • Haz clic para compartir en LinkedIn (Se abre en una ventana nueva) LinkedIn
  • Haz clic para compartir en X (Se abre en una ventana nueva) X
  • Haz clic para compartir en WhatsApp (Se abre en una ventana nueva) WhatsApp

Me gusta esto:

Me gusta Cargando...
Previous Post

Il “No” è alla frutta: “Il referendum mette in pericolo la vita dei cittadini”

Next Post

Lo spettro Bomba H: dove si nasconde la vera minaccia iraniana

Next Post
Lo spettro Bomba H: dove si nasconde la vera minaccia iraniana

Lo spettro Bomba H: dove si nasconde la vera minaccia iraniana

Gazzettino Italiano Patagónico

© 2026 Gazzettino Italiano Patagónico tutti i diritti riservati Pagina realizzata da GDS Contenidos + RecreArte

Gazzettino Italiano Patagonico

  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial

Compartí el Gazzettino

No Result
View All Result
  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial

© 2026 Gazzettino Italiano Patagónico tutti i diritti riservati Pagina realizzata da GDS Contenidos + RecreArte

%d