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Cuba sta per cadere

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
14 de marzo de 2026
in Editorial
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Cuba sta per cadere
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Per la prima volta da decenni, il regime cubano ammette apertamente di essere seduto al tavolo con Washington. A confermarlo è stato lo stesso presidente Miguel Díaz-Canel, che in un discorso trasmesso dai media di Stato ha riconosciuto l’esistenza di trattative con l’amministrazione Donald Trump mentre l’isola affronta una crisi economica ed energetica senza precedenti. La rivelazione arriva in un momento drammatico per L’Avana. Le riserve di petrolio sono quasi esaurite, l’economia è paralizzata e il governo è sotto pressione dopo la brusca interruzione delle forniture venezuelane. Non è un caso che Díaz-Canel abbia ammesso che “questi colloqui hanno avuto lo scopo di trovare soluzioni, attraverso il dialogo, alle divergenze bilaterali tra le nostre due nazioni”. Dietro il linguaggio diplomatico, però, si intravede una realtà molto più semplice: il regime comunista cubano è costretto a negoziare perché non ha più alternative.

Dopo il chavismo, gli Usa puntano l’Avana

Il punto di svolta è arrivato a gennaio 2026, quando gli Stati Uniti hanno colpito il cuore del sistema politico che da anni sosteneva economicamente Cuba: il Venezuela chavista. Con l’operazione militare americana che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ora sotto processo a New York, e con il controllo statunitense sull’industria petrolifera venezuelana, si è spezzato il principale canale di approvvigionamento energetico dell’isola. Per anni Caracas ha inviato petrolio a prezzi di favore, garantendo la sopravvivenza economica del regime cubano. Oggi quel flusso è stato chiuso. Gli Stati Uniti controllano di fatto la leva energetica che teneva in piedi l’economia dell’Avana. Le conseguenze sono immediate. Blackout che durano anche oltre 18 ore al giorno trasporti pubblici ridotti al minimo, interventi chirurgici non urgenti cancellati e interi settori produttivi fermi. Il governo cubano è stato costretto a tagliare servizi essenziali semplicemente perché non ha più carburante. Non sorprende quindi che Díaz-Canel abbia spiegato che le trattative servono a “valutare la disponibilità di entrambe le parti ad adottare misure concrete a beneficio dei cittadini dei due Paesi”. Una formula diplomatica che molti osservatori leggono come il tentativo di guadagnare tempo mentre il sistema economico del regime vacilla.

La strategia americana: pressing per le riforme

La linea dell’amministrazione Trump è chiara. Washington utilizza il controllo energetico e la pressione economica per ottenere cambiamenti strutturali nel sistema politico cubano. Sul tavolo delle trattative non ci sono semplici concessioni diplomatiche. Gli Stati Uniti chiedono riforme profonde, a partire dall’apertura dell’economia e dal rafforzamento della proprietà privata, fino alla protezione degli investimenti stranieri e alla riduzione del controllo dell’apparato militare sull’economia dell’isola. Ma il punto centrale resta politico. La Casa Bianca punta all’avvio di un processo di democratizzazione reale. Non a caso Trump ha fatto sapere che senza un accordo “amichevole” Cuba potrebbe affrontare lo stesso destino del Venezuela, con un avvertimento che a Washington viene riassunto con una frase lapidaria: “prossima fermata: Cuba”. Tra le richieste americane ci sono anche il rilascio dei prigionieri politici, la fine della repressione delle proteste e un controllo più severo delle rotte migratorie che negli ultimi anni hanno portato centinaia di migliaia di cubani verso gli Stati Uniti.

Un’economia ormai al collasso

Dietro le trattative diplomatiche c’è una situazione economica che definire drammatica è quasi riduttivo. Il Pil cubano è entrato in una recessione strutturale. Dopo la contrazione del 2024 e la stagnazione del 2025, le prospettive per il 2026 sono peggiorate ulteriormente proprio a causa del blocco petrolifero. Il debito pubblico ha superato il 120% del Pil e l’isola è sostanzialmente esclusa dai mercati finanziari internazionali. Ancora più impressionante è il crollo del potere d’acquisto. Il salario medio ufficiale equivale sulla carta a qualche centinaio di dollari, ma al cambio reale del mercato nero il reddito mensile effettivo dei cubani si aggira tra i 18 e i 25 dollari. Nel frattempo, i prezzi nel mercato informale, dove la popolazione è costretta a comprare gran parte dei beni di prima necessità, sono aumentati del 200-300% negli ultimi due anni. L’inflazione reale ha travolto ogni equilibrio economico. La produzione industriale è precipitata, con fabbriche e acciaierie ferme per mancanza di energia. Anche il turismo, che negli ultimi anni era diventato il principale motore economico dell’isola, non è mai tornato ai livelli precedenti alla pandemia e ha subito ulteriori contraccolpi con le restrizioni introdotte da Washington.

Proteste, crisi sanitaria ed esodo di massa

La crisi economica si riflette inevitabilmente nella vita quotidiana dei cubani. Negli ultimi mesi si sono registrate proteste spontanee all’Avana e in diverse città dell’isola, alimentate dalla carenza di carburante, dalla scarsità di cibo e dalla mancanza di medicinali di base. In alcune zone la situazione è peggiorata al punto da provocare un vero collasso dei servizi urbani. La mancanza di gasolio impedisce persino la raccolta dei rifiuti, trasformando interi quartieri della capitale in discariche a cielo aperto. Questo ha favorito la diffusione di malattie come dengue e virus Oropouche, aggravando ulteriormente la crisi sanitaria. Parallelamente continua l’esodo. Solo nel 2025 circa un milione di cubani ha lasciato il Paese, una fuga che sta svuotando l’isola della sua forza lavoro qualificata, dai medici agli ingegneri.

Il castrismo all’angolo come non accadeva da decenni

Il regime cubano è storicamente resiliente e conserva ancora strumenti di controllo molto forti, a partire dall’apparato militare che domina buona parte dell’economia attraverso il conglomerato Gaesa. Tuttavia il contesto attuale è senza precedenti. La perdita del sostegno venezuelano e la pressione diretta degli Stati Uniti hanno messo L’Avana in un angolo come raramente accaduto nella storia recente. Díaz-Canel ha ammesso che i risultati delle trattative potrebbero richiedere molto tempo. Ma il semplice fatto che il regime sia costretto a negoziare apertamente con Washington rappresenta già un segnale politico significativo. Dopo aver spezzato il sistema chavista in Venezuela, l’amministrazione Trump sta ora esercitando una pressione senza precedenti anche sul castrismo. Per molti osservatori si tratta della più incisiva offensiva occidentale contro i regimi comunisti dell’America Latina dai tempi della presidenza di Ronald Reagan. E per L’Avana, oggi, la priorità non è più la retorica rivoluzionaria della resistenza. È semplicemente la sopravvivenza.

Enrico Foscarini

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