Il conto alla rovescia è partito. Manca poco al referendum sulla giustizia – in calendario il 22 e 23 marzo – e il clima della campagna elettorale si è fatto incandescente. Sul tavolo c’è una modifica che punta a cambiare l’assetto della magistratura: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due nuovi Csm distinti e il sorteggio dei loro componenti, oltre alla nascita di un’Alta Corte disciplinare. Insomma, un intervento strutturale. E proprio per questo il fronte del No sta alzando sempre di più i toni. Non solo critiche, ma vere e proprie cannonate dialettiche. Uno dei più netti è Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No, che non usa mezze parole. Di lui abbiamo già parlato negli scorsi giorni, grazie al clamoroso (e imbarazzante) fuorionda con il vicepresidente delle Camere penali del Distretto Piemonte occidentale e Valle d’Aosta Maurizio Basile. La riforma, sostiene, rappresenterebbe un “attacco senza precedenti nel nostro Paese al principio di autonomia ed indipendenza della magistratura su cui si regge l’effettività della separazione dei poteri”. Secondo Grosso non si tratta di una questione che riguarda soltanto i magistrati. Anzi. Il rischio, a suo dire, sarebbe molto più ampio: il disegno di legge di revisione costituzionale “non danneggia i magistrati, ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini”. Parole pronunciate al XXV congresso di Magistratura Democratica, apertosi a Roma, dove il costituzionalista ha rincarato la dose con un intervento molto politico. “Non voglio che i giudici siano ricondotti a quel modello di magistratura gerarchizzata prona alla politica che la Costituzione ha voluto cancellare. Io voglio un giudice che renda davvero giustizia, che sappia tutelare i diritti dei più deboli contro le prepotenze dei più forti, quelli che di un giudice non hanno alcun bisogno perché hanno la forza di farsi giustizia da sé”, la sua sottolineatura: “La Costituzione è un bene comune, è patrimonio immateriale della Repubblica, ricordiamoci chi l’ha scritta, chi erano i Costituenti, quale era la loro storia, e cosa hanno voluto lasciare al futuro. Nel dubbio la Costituzione non cambiamola, soprattutto se ci dicono di non preoccuparci. Se ci dicono di non preoccuparci, preoccupiamoci di più”. Il punto politico è visibile a occhio nudo, con buona pace della grande convinzione ostentata. A pochi giorni dal voto, il fronte del No sembra sempre più in difficoltà. Quando una campagna entra nella fase in cui si evocano scenari catastrofici e si moltiplicano allarmi apocalittici, spesso significa che la partita si sta mettendo male. E infatti nelle ultime settimane si è visto di tutto: ricostruzioni forzate, paragoni improbabili, perfino qualche bufala che circola sui social (e subito rilanciata da un certo procuratore capo). Non esattamente il segno di una campagna serena. Più o meno quello che accade prima di tutte le elezioni politiche, con la sinistra pronta a evocare il fascismo, la svolta autoritaria, le cavallette e così via. La sensazione, insomma, è che il fronte contrario alla riforma sia ormai alla frutta. Quando dilagano fake news e allarmismi, di solito non è un segnale di forza ma di paura. La paura, molto concreta, che alla fine il Sì possa davvero vincere.
Massimo Balsamo



