L’attacco all’Iran ha fatto impennare i prezzi del greggio. Ma cosa accadrebbe se fossimo indipendenti dai fossili? Analisi della nuova geopolitica «green».
Il conflitto in Iran, esploso lo scorso 28 febbraio 2026, sta scuotendo l’economia mondiale. In un sistema globale alimentato ancora per per l’80% da combustibili fossili, l’instabilità di un Paese che è secondo al mondo per riserve di gas e terzo per petrolio ha conseguenze immediate. Il controllo dello stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del greggio mondiale, rimane l’arma di pressione più potente, capace di far schizzare i prezzi dell’energia e svuotare i portafogli delle famiglie. Anche senza danni diretti agli impianti (il primo attacco ai depositi di Teheran è del 7 marzo), i mercati hanno reagito con panico. Poiché il petrolio è il motore di trasporti e agricoltura, i rincari si propagano istantaneamente su tutta la filiera produttiva. Ma cosa accadrebbe se vivessimo in un mondo energeticamente autosufficiente? È la domanda che si è posto e alla quale ha risposto in un articolo pubblicato su The Conversation un gruppo di ricercatori del King’s College London.
L’ombra dello stretto di Hormuz sull’economia globale
Nel giro di pochi giorni i prezzi del carburante, del gas e dell’elettricità, si diceva, sono saliti. Questo perché l’economia globale dipende dai combustibili fossili prodotti in Medio Oriente, e questi combustibili viaggiano attraverso alcuni colli di bottiglia strategici (in inglese chokepoints) attualmente paralizzati dal conflitto come lo stretto di Hormuz, snodo commerciale dal quale passa quasi il 20% del gas e del petrolio globale. «Poiché il petrolio è alla base dei trasporti, dell’agricoltura e della manifattura, i picchi di prezzo si propagano rapidamente attraverso le borse merci, le catene di approvvigionamento e fino ai bilanci delle famiglie», spiegano gli esperti.
Scenario «green»: bollette stabili nonostante le bombe
Immaginiamo ora lo stesso conflitto in un mondo verde, alimentato principalmente da energia rinnovabile. La maggior parte dell’elettricità verrebbe prodotta a livello nazionale da parchi eolici e fotovoltaici, il trasporto su strada sarebbe principalmente elettrico, e per riscaldare le nostre case utilizzeremmo soprattutto pompe di calore, biomassa (legna o pellet, ad esempio), sistemi geotermici o idrogeno verde.
Addio petrolio: la fine (o il cambio) della geopolitica energetica
In questo scenario meno interdipendente lo shock macroeconomico sarebbe meno forte: «Il petrolio continuerebbe a essere commerciato in alcuni settori, ma non sarebbe più centrale per il consumo energetico quotidiano; i prezzi sarebbero più bassi grazie al calo della domanda; il legame automatico tra instabilità nel Golfo e inflazione globale si allenterebbe», spiegano gli autori. Secondo i quali anche per noi privati cittadini le cose andrebbero meglio: guidando auto elettriche saremmo meno colpiti dall’aumento dei prezzi del petrolio, e i prezzi dell’energia rimarrebbero stabili così come quelli delle bollette.
Rinnovabili come garanzia di sicurezza nazionale
In un mondo più green la geopolitica energetica non scomparirebbe, ma muterebbe: emergerebbero nuovi colli di bottiglia strategici legati a centri di lavorazione dei minerali o impianti di semiconduttori, mentre quelli legati a gas e petrolio perderebbero di valore. La differenza cruciale è che le riserve di combustibili fossili sono concentrate in pochi luoghi del mondo, mentre fonti rinnovabili come il sole, il vento o l’acqua sono molto più diffuse ed equamente distribuite. Sebbene la decarbonizzazione venga presentata soprattutto come una necessità climatica, la conclusione degli autori è che abbandonare i combustibili fossili porterebbe benefici anche sul piano geopolitico, ridistribuendo il potere globale e favorendo una maggiore stabilità.
Chiara Guzzonato



