importanti della fotografia del Novecento
Fino al 19 Luglio 2026 si potrà ammirare a Palazzo Pallavicini Bologna la mostra antologica dedicata a Ruth Orkin – ‘Ruth Orkin. The Illusion of Time’ a cura di Anne Morin. L’esposizione promossa da Pallavicini srl di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo, in collaborazione con di ChromaPhotography, patrocinata dal Comune di Bologna, dalla FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e AIRF Associazione Italiana Reporters Fotografi. La mostra presenta 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, che ripercorrono la traiettoria di una delle personalità più importanti della fotografia del Novecentoe ne considerano il ruolo cruciale nella storia di questo genere espressivo. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Ruth Orkin apro il mio saggio dicendo : Posso dire che Ruth Orkin è stata una famosa fotoreporter e cineasta, figlia unica di Mary Ruby attrice di film muti e di Samuel Orkin produttore delle barchette giocattolo note come Orkin Craft. Cresce nella Hollywood degli anni ’20 e ’30, il periodo di massimo splendore, e all’età di 10 anni riceve in regalo la sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, con cui esegue i suoi primi scatti ritraendo amici e insegnanti di scuola. All’età di 17 anni intraprende un viaggio in bicicletta attraverso gli Stati Uniti, da Los Angeles a New York, per assistere all’esposizione universale del 1939. Durante l’intero tragitto non smette di scattare e trasforma questa prima sequenza fotografica in una sorta di reportage cinematografico. Per un periodo relativamente breve, nel 1940, studia fotogiornalismo presso il Los Angeles City College, lavorando anche alla Metro Goldwyn Mayer, con la prospettiva di lanciarsi nella carriera di regista. Purtroppo, però, la giovane donna si trova a dover affrontare un ostacolo che non aveva previsto: le donne non sono ammesse all’esercizio di questa professione. Il suo sogno va in frantumi. Nel 1943 si trasferisce a New York, dove lavora come fotografa di nightclub, e in quegli stessi anni diventa membro della Photo League. Negli anni ’40 lavora inoltre per tutte le principali riviste come LIFE, Look, Ladies’ Home Journal, ecc. La sua carriera prende slancio. Ruth Orkin è ormai conosciuta nell’ambiente della stampa e della fotografia come una delle firme femminili del momento. Nel 1951 si reca in Israele al seguito della Israeli Philarmonic Orchestra per conto della rivista LIFE e dopo qualche settimana parte alla volta dell’Italia. A Firenze incontra Nina Lee Craig, studentessa d’arte e sua connazionale, che diventa il soggetto di American Girl in Italy. Questa fotografia inizialmente faceva parte di una serie intitolata Don’t be afraid to travel alone (Non aver paura di viaggiare da sola), che documentava ciò che le due donne avevano vissuto viaggiando da sole nell’Europa del dopoguerra. Tornata a New York, Ruth Orkin sposa il fotografo e regista Morris Engel. Insieme realizzano due lungometraggi, tra cui il classico Il piccolo fuggitivo, candidato all’Oscar nel 1953. Dal loro appartamento di New York con vista su Central Park, l’artista fotografa maratone, sfilate, concerti, manifestazioni, e la bellezza del susseguirsi delle stagioni. Questi scatti sono stati raccolti in due libri acclamati dalla stampa e dal pubblico, Un mondo attraverso la mia finestra e Tutte le foto dalla mia finestra. Dopo una lunga battaglia contro il cancro, Ruth Orkin si spegne nel suo appartamento di New York nel 1985, all’apice della sua carriera. A volte, basta solo una fotografia per dire che l’ingiustizia non può nulla quando la bellezza insorge sui marciapiedi della terra. Ruth Orkin è appunto, una fotografa che ha usato la macchina fotografica come strumento di bellezza, di accoglienza e condivisione sociale. E anche se nessuno può correggere l’ingiustizia di Dio e degli uomini, questa dolce signora americana ha mostrato che il sonno della ragione può essere scosso o acceso soltanto dal sorriso di un bambino. Un’annotazione a margine. Ruth Orkin era l’unica figlia di Mary Rubi, attrice del cinema muto, e di Samuel Orkin. L’infanzia la passa a Los Angeles. A soli 10 anni le fu regalata la prima macchina fotografica e un paio di anni dopo era abile a sviluppare e stampare le proprie fotografie. L’altra passione della Orkin era il cinema. Come tante bambine americane collezionava autografi degli attori più famosi e a 21 anni cominciò a lavorare per gli studi della MGM. La cosa finì subito, perché l’unione cinematografica hollywoodiana non accettava donne a fare lavori che sembrava dovessero competere solo agli uomini. Nel 1943 la Orkin si trasferisce a New York. La notte fotografa nei locali notturni nei bar nelle strade delle periferie il giorno lavora sulla ritrattistica infantile e inizia a collaborare con giornali e riviste come Life, Look, Horizon o Ladies Home Journal si avvicina con sempre più tenerezza al ritratto e le sue immagini di musicisti esprimono non solo la possibile commissione ma anche la fascinazione della diversità che si trascolora in poetica dell’eversione, alla maniera dei migliori film noir americani. Ne citiamo solo uno, La sanguinaria (Deadly Is the Female o Gun Crazy, 1950) di Joseph H. Lewis, un piccolo capolavoro del B-movie. Uno degli sceneggiatori era Dalton Trumbo, costretto a firmare la sceneggiatura (insieme a MacKinlay Kantor) con lo pseudonimo di Millard Kaufman, perché ritenuto dalla Commissione per le attività antiamericane un “pericoloso” comunista e condannato a 11 mesi di carcere. Trumbo ha vinto (sempre sotto pseudonimo) due volte il premio Oscar per il miglior soggetto, con Vacanze romane, 1954 e La più grande corrida, 1956. (L’appellativo di Anarchico è l’insulto più lusinghiero che si possa rivolgere a un uomo o a un popolo). La Orkin prende a viaggiare Israele, Italia porta la sua fotocamera in giro per l’Europa nel 1953 firma il montaggio di The Little Fugitive, scritto da Ray Ashley, Joseph Burstyn, Morris Engel, Ruth Orkin e diretto dal fotografo Engel, che sposerà poco dopo. Sarà una collaboratrice preziosa di Engel anche per Lovers and Lollipops (1955). Hanno due figli Andy e Mary. La bella americana non entrerà mai dentro il mercantilizio della fotografia e anche quando ha meno opportunità di fare le fotografie che voleva, riuscì a cogliere grandi immagini del quotidiano dalla finestra della sua casa di New York, pubblicate in due libri importanti, A World Through My Window (1978) e More Pictures From My Window(1983). Per ciò che valgono certi riconoscimenti, le sue note dicono che nel 1959 la Orkin fu nominata da Professional Photographers of America tra “The Ten Top Women Photographers in the U.S”. Nel 1985 muore di cancro nel suo appartamento di New York. Ruth Orkin è stata un’interprete eccezionale della fotografia sociale e documentaria, fece parte di quel coraggioso gruppo di fotografi che dette vita alla “Photo League”, un’organizzazione nata a New York, che dal 1936 al 1951 si è battuta per educare e diffondere i valori etici ed estetici della fotografia d’impegno civile. Tra quanti non temerono di mettere il loro nome e la loro creatività al servizio della verità non prostituita ai lacci del potere, ricordiamo (e non poche le donne-fotografo che fecero l’impresa) Berenice Abbott, Alexander Alland, Marynn Ausubel, Nancy Bulkeley, Rudy Burckhardt, Vivian Cherry, Bernard Cole, Ann Cooper, Robert Disraeli, Arnold Eagle, Eliot Elisofon, Morris Engel, Harold Feinstein, George Gilbert, Sid Grossman, Lewis W. Hine, Morris Huberland, Consuelo Kanaga, Seymour Kattelson, Sid Kerner, Arthur Leipzig, Gabriella Langendorf, Rebecca Lepkoff, Jack Lessinger, Sol Libsohn, Jerome Liebling, Sam Mahl, Barbara Morgan, Ruth Orkin, Marion Palfi, Bea Pancoast, David Robbins, Walter Rosenblum, Rae Russell, Joe Schwartz, Ann Zane Shanks, Lee Sievan, Aaron Siskind, W. Eugene Smith, Louis Stettner, Erika Stone, Lou Stoumen, Elizabeth Timberman, Weegee (Arthur Fellig), Dan Weiner, Sandra Weiner, Bill Witt, Ida Wyman, Max Yavno tutti sapevano che per poter afferrare il futuro occorreva denudare il presente delle proprie imposture e simulazioni politiche le loro opere chiedevano il diritto alla liberta, che è semplicemente avere il diritto di essere uomini in mezzo agli uomini.
Sapevano che la liberta, ogni liberta risiede nell’atto o nell’insubordinazione che ci fa liberi. No, nessuno è libero dove si nasconde, ma soltanto là dove dice la mia parola è no!, qualunque sia la ragione per la quale qualcuno si erge a depositario della verità unica. La visione della realtà della Orkin emerge anche dalla pregevole fotografia scattata a Firenze nel 1951, American Girl in Italy, e divenuta uno dei poster più ricercati da appendere nei salotti borghesi e proletari di tutto il mondo l’immagine-icona della Orkin è una “ricostruzione” perfetta del reale, tuttavia siamo nei pressi del “frammento di costume” e non nell’imperfezione della tragicità o della banalità calpestata dell’esistenza. I poeti orfici scendono fino agli inferi per cercare la propria anima, lo fanno solo per amore e se ne fregano dei demoni e dei mercanti di ogni mondo sono loro che lasciano le tracce di un’umanità̀ smarrita e anche una fotografia non eccelsa come “American Girl in Italy” può contenere la sapienza e l’intima felicita di un tempo cercato ai confini della vita e della morte la fotografia è memoria che ci dà sostegno e ricordo che ci spaventa, e fuori dall’età dell’acconsentimento solo gli spiriti liberi prenderanno coscienza della propria nudità e della propria bellezza. La grandezza espressiva della Orkin la troviamo nella gaiezza dell’infanzia liberata nelle strade e perfino nel grande ritratto di Robert “Bob” Capa, un po’ “avvinazzato” al bancone di un bar le sue immagini esprimono una vitalità del segno e contengono sempre un dolore o un “profumo” d’oblio sono iconografie sognanti, buttate lì, sul volto della storia, a mostrare quando lo sguardo si fa parola, dialogo e diviene passaggio verso l’accoglienza, la dignità, il rispetto di un uomo e quindi di un popolo. Non sono tanto le sue fotografie di “stelle dello spettacolo” (Marlon Brando, Orson Welles, Spencer Tracy, Lana Turner, Kirk Douglas, Doris Day, Humphrey Bogart, Alfred Hitchcock) che ci attanagliano alla gola, quanto la bellezza malinconica, struggente, segreta delle immagini di New York (anche a colori) riprese dalla sua finestra e più ancora la singolarità, tutta al femminile, dell’eidetica infantilei bambini, specie le bambine, fotografati dalla Orkin, sono icone di bellezza incontaminata e i loro corpi, i loro sorrisi, i loro gesti sono un coagulo di verità e liberta, inconcepibili l’una senza l’altra. Sono fiori di uno stesso amore. Le scritture fotografiche della Orkin crescono dietro il muro dell’incomprensione e della cultura mercantile, per coglierle e amarle occorre rompere le pietre dell’indifferenza. Il fare-fotografia della Orkin segna una contaminazione col mondo e siccome ciascuna immagine è unica e irripetibile, si richiama all’essenza della vita e rifiuta l’ereditarietà̀ del destino imposto. Le sue fotografie aiutano a ritrovare la strada verso la bellezza, per non morire d’ingiustizia. Fotografare significa non conoscere altro che la sacralità delle passioni del cuore e la verità dell’immaginazione. Invidiamo coloro che trovano la fine del dolore e il riconoscimento della loro arte, tuttavia restiamo accanto a chi non ha incontrato né l’una né l’altro. La mostra affronta il suo lavoro da una prospettiva completamente nuova, all’incrocio tra l’immagine fissa e l’immagine in movimento. Affascinata dal cinema, Ruth Orkin sognava infatti di diventare una regista, grazie anche all’influenza della madre, Mary Ruby, attrice di film muti, che la portò a frequentare le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta del Novecento. Nella prima metà del secolo scorso, tuttavia, per una donna la strada per intraprendere questa carriera era disseminata di ostacoli. Ruth Orkin dovette quindi rinunciare al sogno di diventare cineastao perlomeno dovette reinventarlo e trasformarlo; complice il regalo della sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, si avvicinò alla fotografia, ma senza mai trascurare il fascino del cinema. Proprio l’appuntamento mancato con la sua vocazione, la costringerà a inventare un linguaggio alla confluenza tra queste due arti sorelle, tra l’immagine fissa e l’illusione dell’immagine in movimento, un linguaggio che induceva una corrispondenza costante tra due temporalità non parallele. Attraverso un’analisi molto specifica dell’opera di Orkin, la rassegna permette di capire i meccanismi messi in atto per evocare il fantasma del cinema nel suo lavoro. Come avviene nel suo primo Road Movie del 1939, quando attraversò in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. In quell’occasione, Ruth Ork intenne un diario che diventò una sequenza cinematografica, un reportage che raccontava questo viaggio e la cui linearità temporale si svolge in ordine cronologico. Ispirandosi ai taccuini e agli album in cui la madre documentava le riprese dei suoi film, e utilizzando lo stesso tipo di didascalie scritte a mano, l’artista inseriva l’immagine fotografica in una narrazione che riprendeva lo schema della progressione cinematografica, come se le fotografie fossero immagini fisse di un film mai girato e di cui vengono esposte 22 pagine. Il percorso propone inoltre lavori come I giocatori di carte o Jimmy racconta una storia, del 1947, in cui Ruth Orkin usa la macchina fotografica per filmare, o meglio, per fissare dei momenti, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di comporre la scena e riprodurre il movimento, ma anche le immagini e il film Little fugitive(1953), candidato al Premio Oscar per la migliore storia cinematografica e vincitore del Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta la storia di un bambino di sette anni di nome Joey (Richie Andrusco) che fugge a Coney Island dopo essere stato indotto con l’inganno a credere di aver ucciso suo fratello maggiore Lennie e che François Truffaut riteneva di fondamentale importanza per la nascita della Nouvelle vague. Nei primi anni Quaranta, Ruth Orkin si trasferisce a New York, dove diventa membro della Photo League, cooperativa di fotografi newyorkesi, e instaura prestigiose collaborazioni con importanti riviste, tanto da diventare una delle firme femminili del momento. È in questo periodo che realizza alcuni degli scatti più interessanti della sua carriera. Con Dall’alto Orkin cattura perpendicolarmente da una finestra gli avvenimenti che si svolgono per strada, riprendendo alcune persone del tutto ignare di essere oggetto del suo sguardo fotografico: un gruppo di signore che danno da mangiare ai gatti di strada; un padre che, acquistata una fetta di anguria, la porge alla figlia davanti al chiosco del venditore ambulante; due poliziotti che fanno cordone attorno a un materasso logoro abbandonato per strada; due bambine che giocano a farsi volteggiare l’un l’altra; un gruppo di marinai che incedono speditamente e che divengono riconoscibili per i loro cappelli che si stagliano come dischi bianchi sul fondale grigio dell’asfalto. A molti anni di distanza, tornò a questo genere di scatti: da una finestra con vista Central Park, l’artista riproponeva lo stesso gesto e la stessa inquadratura, nelle diverse stagioni, registrando la fisionomia degli alberi, la tonalità delle loro foglie: il soggetto è proprio il tempo e il suo scorrere, sotto forma di una sequenza che parla dell’elasticità del tempo filmico. Per Ruth Orkin, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, che prende ispirazione dal cinema, disciplina da cui fu sempre affascinata. Ruth Orkin sognava infatti di diventare una regista, grazie anche all’influenza della madre, Mary Ruby, attrice di film muti, che la portò a frequentare le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta del Novecento. Nella prima metà del secolo scorso, tuttavia, per una donna la strada per intraprendere questa carriera era disseminata di ostacoli. Ruth Orkin dovette quindi rinunciare al sogno di divenire cineasta o perlomeno dovette reinventarlo e trasformarlo; complice il regalo della sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, si avvicinò alla fotografia, ma senza mai trascurare il fascino del cinema. Proprio l’appuntamento mancato con la sua vocazione, la costringerà a inventare un linguaggio che mediasse tra queste due arti sorelle, tra l’immagine fissa e l’illusione dell’immagine in movimento. Come avviene in Road Movie del 1939, quando attraversò in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. In quell’occasione, Ruth Orkin tenne un diario che diventò una sequenza cinematografica, un reportage che raccontava questo viaggio e la cui linearità temporale si svolge in ordine cronologico. Ispirandosi ai taccuini e agli album in cui la madre documentava le riprese dei suoi film, e utilizzando lo stesso tipo di didascalie scritte a mano, l’artista inseriva l’immagine fotografica in una narrazione che riprendeva lo schema della progressione cinematografica. L’influenza della settima arte è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di un racconto scandito da alternanze di movimento e immobilità, conferendo allo stesso una fluidità magnetica. Completa la rassegna una selezione di ritratti di personalità celebri come Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles, che mostrano in modo emblematico la sua capacità di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva. Catalogo edito da Pallavicini srl, con prefazionedi Mary Engel, direttrice dell’Archivio Fotografico Ruth Orkin.
Palazzo Pallavicini Bologna
Ruth Orkin. The Illusion of Time
dal 5 Marzo 2026 al 19 Luglio 2026
dal Giovedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00 – Lunedì al Mercoledì Chiuso
Foto Allestimento della Mostra
Ruth Orkin. The Illusion of Time» Bologna, Palazzo Pallavicini, installation view
Fonte : Ufficio stampa
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