Nel confronto strategico tra Stati Uniti e Iran sta emergendo una forma di conflitto che potrebbe ridefinire gli equilibri militari ed economici del Medio Oriente. Non è la guerra tradizionale tra grandi eserciti che ha caratterizzato il Novecento, ma una competizione molto più sottile, fondata sulla logica della guerra asimmetrica dei costi. In questa nuova dinamica il punto decisivo non è tanto la potenza militare complessiva – che in questo caso resta largamente a favore di Washington – quanto il rapporto tra quanto costa attaccare e quanto costa difendersi. Il simbolo di questo cambiamento è il drone. Negli ultimi anni Teheran ha investito molto nello sviluppo di velivoli senza pilota progettati per essere economici, semplici da produrre e facilmente replicabili in grandi quantità. Tra i più noti vi è lo Shahed-136, un drone kamikaze a lungo raggio che può essere lanciato contro obiettivi strategici come raffinerie, porti o basi militari. Le stime occidentali indicano che il costo unitario di questi sistemi si aggira tra i ventimila e i cinquantamila dollari. In termini militari è una cifra estremamente bassa: con pochi milioni di dollari è possibile lanciare decine, se non centinaia, di velivoli contro infrastrutture critiche. Il problema emerge quando si osserva il lato opposto della bilancia, quello della difesa. Per proteggere lo spazio aereo del Golfo e delle basi americane nella regione vengono impiegati alcuni dei sistemi antimissile più sofisticati al mondo, come il Patriot (missile system), il THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) o i sistemi navali integrati nell’Aegis Combat System. Queste tecnologie rappresentano il vertice dell’ingegneria militare occidentale, ma il loro impiego ha un costo enorme. Un missile intercettore Patriot può costare tra i tre e i quattro milioni di dollari, mentre un intercettore del sistema THAAD può arrivare fino a dieci o dodici milioni. Anche i missili Standard utilizzati dal sistema Aegis hanno costi che oscillano tra i due e i quattro milioni. Il risultato è una sproporzione impressionante: abbattere un drone che costa poche decine di migliaia di dollari può richiedere un intercettore che costa più di cento volte tanto. Nella pratica il divario può diventare ancora maggiore, perché spesso vengono lanciati due intercettori contro lo stesso bersaglio per aumentare la probabilità di distruzione. In questo modo neutralizzare un singolo drone può arrivare a costare sei o otto milioni di dollari. Tutto questo produce conseguenze strategiche enormi. Se un attacco è composto non da un singolo drone ma da decine o centinaia di velivoli lanciati simultaneamente, i sistemi di difesa possono essere saturati. Anche se la maggior parte degli ordigni viene intercettata, è sufficiente che pochi riescano a superare lo scudo difensivo per provocare danni significativi. Il principio è quello della saturazione: costringere l’avversario a consumare rapidamente risorse estremamente costose mentre l’attaccante continua a impiegare strumenti relativamente economici. Questa dinamica è apparsa con chiarezza nel 2019 con l’attacco agli impianti della Abqaiq oil processing facility in Arabia Saudita, un episodio che dimostrò quanto anche infrastrutture energetiche cruciali possano essere vulnerabili ad attacchi relativamente semplici. In questa prospettiva la strategia dell’Iran non sembra orientata a uno scontro diretto con gli Stati Uniti, che resterebbe militarmente insostenibile. L’obiettivo appare piuttosto quello di erodere progressivamente la credibilità della protezione americana nella regione. Per farlo, la pressione si concentra sugli alleati di Washington nel Golfo, in particolare Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Queste monarchie rappresentano il pilastro dell’architettura di sicurezza costruita dagli Stati Uniti in Medio Oriente. Se le loro infrastrutture strategiche continuano a essere vulnerabili a droni relativamente rudimentali, inevitabilmente si apre lo spazio per un interrogativo geopolitico cruciale: quanto è realmente efficace l’ombrello di sicurezza garantito da Washington? Le economie del Golfo sono tra le più ricche del pianeta, ma presentano anche una fragilità strutturale. Dipendono da poche infrastrutture altamente concentrate e difficili da difendere completamente: raffinerie, terminal petroliferi, porti energetici, aeroporti e grandi complessi industriali. A queste si aggiungono gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, un’infrastruttura vitale in paesi desertici come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dove gran parte dell’acqua potabile proviene dalla trasformazione dell’acqua marina. Colpire queste strutture significherebbe non soltanto provocare danni economici, ma mettere sotto pressione la stabilità sociale delle città del Golfo, che dipendono quotidianamente da questi sistemi. Dietro questa competizione militare si intravede poi anche una dimensione economica più ampia, legata al sistema dei petro-dollari. Negli anni Settanta gli Stati Uniti raggiunsero un accordo strategico con l’Arabia Saudita, il principale esportatore di petrolio e leader di fatto di OPEC. L’intesa prevedeva che il petrolio saudita venisse venduto in dollari e che i ricavi petroliferi fossero reinvestiti nei mercati finanziari americani. In cambio Washington garantiva sicurezza militare e protezione strategica alle monarchie del Golfo. Questo meccanismo ha creato una domanda globale permanente di dollari, perché tutti i paesi che importano petrolio devono procurarsi la valuta americana per pagarlo. I surplus finanziari dei paesi esportatori vengono poi reinvestiti in titoli del Tesoro statunitensi e nei mercati finanziari di New York, rafforzando il ruolo del dollaro come valuta dominante e contribuendo a finanziare il debito pubblico americano. È proprio questa architettura economica che rende la stabilità del Golfo così centrale per gli equilibri globali. Le monarchie della regione controllano una quota enorme dell’export mondiale di petrolio e rappresentano uno dei pilastri del sistema energetico internazionale. Se la sicurezza delle loro infrastrutture viene percepita come fragile o instabile, anche il sistema economico costruito attorno al petrolio e al dollaro può entrare in tensione. Per Washington, dunque, il rischio non è tanto quello di subire una sconfitta militare convenzionale quanto di scivolare in un lento logoramento strategico. Difendere ogni raffineria, ogni porto, ogni base militare e ogni impianto di desalinizzazione contro sciami di droni richiede sistemi costosi, personale altamente specializzato e investimenti crescenti. Ed è qui che si nasconde la vera trappola geopolitica: la potenza con il più grande bilancio militare del pianeta potrebbe trovarsi impantanata in una guerra in cui ogni difesa costa più dell’attacco che cerca di fermare. In un mondo di droni economici e infrastrutture vulnerabili, la superiorità tecnologica non basta più. A decidere l’equilibrio del conflitto potrebbe essere quindi qualcosa di molto più semplice e implacabile: la matematica dei costi.
Salvatore Di Bartolo



