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Perché il conflitto con l’Iran potrebbe durare più a lungo del previsto

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
11 de marzo de 2026
in Editorial
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Perché il conflitto con l’Iran potrebbe durare più a lungo del previsto
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L’esito della guerra che si sta delineando in Medio Oriente viene spesso descritto come quasi scontato. Da un lato vi sarebbero gli Stati Uniti e Israele, potenze militari e tecnologiche di prim’ordine, dall’altro l’Iran, sottoposto da anni a sanzioni economiche e diplomaticamente semi-isolato. In una lettura superficiale, il rapporto di forze sembrerebbe lasciare pochi dubbi. Eppure, osservando più attentamente le dinamiche strategiche, politiche e tecnologiche della regione, questa conclusione appare tutt’altro che scritta. Anzi, esistono molte ragioni per ritenere che il conflitto possa rivelarsi lungo, complesso e altamente incerto. Il primo elemento da considerare è che l’Iran non è affatto un attore impreparato. Da anni la leadership della Repubblica islamica si prepara alla possibilità di uno scontro diretto o indiretto con Israele e con gli Stati Uniti. La strategia iraniana non si fonda sulla ricerca della superiorità convenzionale — obiettivo irrealistico — ma sulla costruzione di una rete di deterrenza asimmetrica. Questa rete comprende milizie alleate, capacità missilistiche diffuse e, soprattutto, tecnologie relativamente economiche ma efficaci come i droni. L’uso massiccio di velivoli senza pilota rappresenta uno dei punti di forza della strategia iraniana. Sistemi come quelli prodotti e diffusi dall’industria militare di Teheran — tra cui i noti droni Shahed — costano una frazione dei sistemi di difesa aerea necessari per in-tercettarli. Un drone può costare poche decine di migliaia di dollari; il missile intercettore utilizzato per abbatterlo può arrivare a costare centinaia di migliaia, se non milioni. Questo squilibrio economico genera una dinamica logorante: l’attaccante può saturare le difese dell’avversario con ondate relativamente economiche, costringendo il difensore a sostenere costi enormemente superiori. È una forma moderna di guerra di attrito tecnologico. Accanto alla dimensione tecnologica vi è poi quella geopolitica. L’Iran non combatte da solo. Negli ultimi due decenni ha costruito un sistema di alleanze e relazioni che spesso viene definito “asse della resistenza”. In questo sistema rientrano attori statali e non statali: dal movimento libanese Hezbollah alle varie milizie sciite presenti in Iraq e Siria, fino agli Houthi nello Yemen. Questo network, sebbene parecchio indebolito rispetto al recente passato, consente comunque a Teheran di esercitare pressione su più fronti contemporaneamente, complicando enormemente la risposta militare dei suoi avversari. In parallelo, la tensione rischia di trascinare nel conflitto anche le monarchie del Golfo. Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si trovano in una posizione delicata: da un lato condividono con Israele e con Washington la preoccupazione per l’espansione dell’influenza iraniana; dall’altro sono estremamente vulnerabili agli attacchi missilistici e ai droni provenienti dalla regione. L’esperienza degli attacchi alle infrastrutture petrolifere saudite nel 2019 ha dimostrato quanto questi sistemi possano colpire obiettivi strategici con costi relativamente ridotti. Un allargamento del conflitto al Golfo trasformerebbe rapidamente la crisi in una guerra regionale con forti implicazioni economiche globali — cosa che Teheran, di fatto, sembra cercare di provocare fin dall’inizio della crisi. Un altro fattore spesso sottovalutato riguarda la stabilità interna del regime iraniano. In Occidente si tende a interpretare ogni ondata di proteste come il preludio a un imminente collasso politico. In realtà, nonostante tensioni sociali e profonde fratture generazionali, il sistema politico iraniano ha dimostrato negli anni una notevole capacità di resilienza. Le strutture di potere — dai Pasdaran all’apparato religioso — restano solide e coese nei momenti di crisi esterna. Anzi, la percezione di una minaccia militare straniera tende spesso a rafforzare la mobilitazione nazionalista. In questo contesto, l’ipotesi di un cambio di regime pilotato dall’esterno appare poco realistica. Figure dell’opposizione in esilio, come Reza Pahlavi, rappresentano per una par-te dell’opinione pubblica occidentale una possibile alternativa politica. Tuttavia, all’interno dell’Iran la loro legittimità è limitata. L’eredità della monarchia rovesciata dalla Rivoluzione islamica del 1979 continua a essere controversa e l’immagine di un leader percepito come troppo vicino all’Occidente difficilmente potrebbe catalizzare un consenso nazionale sufficiente in un contesto di guerra. A tutto ciò si aggiunge una dimensione globale spesso trascurata nel dibattito europeo: la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Washington considera la rivalità con Pechino la sfida geopolitica centrale del XXI secolo. In questa prospettiva, la stabilità delle rotte energetiche che alimentano l’economia cine-se assume un valore strategico fondamentale. Gran parte delle importazioni energetiche della Cina proviene infatti dal Medio Oriente e transita attraverso choke point su vie marittime vulnerabili. Una crisi prolungata nella regione potrebbe dunque avere l’effetto di mettere sotto pressione l’approvvigionamento energetico cinese. Senza arrivare necessariamente a un blocco completo, l’instabilità cronica dei prezzi e delle forniture rappresenterebbe comunque un fattore di rischio per Pechino. Da questo punto di vista, per gli Stati Uniti una crisi lunga e gestibile potrebbe risultare più funzionale ai loro interessi strategici rispetto a una rapida normalizzazione. Se si mettono insieme questi elementi — la preparazione strategica iraniana, la guerra asimmetrica basata su droni e missili, la rete di alleanze regionali, la resilienza interna del regime e il quadro della competizione globale tra grandi potenze — emerge un quadro molto diverso da quello di una guerra dall’esito rapido e scontato. Soprattutto se paesi come la Cina dovessero intervenire, anche solo indirettamente, for-nendo assistenza finanziaria, tecnologica o di intelligence all’Iran. Piuttosto che un conflitto breve e risolutivo, è dunque plausibile immaginare una lunga fase di confronto a bassa o media intensità, fatta di escalation limitate, guerre per procura e pressione economica. In altre parole, la vera posta in gioco non è tanto la vittoria militare immediata di una delle parti, quanto la capacità di sostenere nel tempo un confronto logorante. Ed è proprio su questo terreno — quello della durata, della resilienza e dell’asimmetria — che l’Iran ha costruito la propria strategia negli ultimi anni. Per questo motivo, la convinzione diffusa che si possa giungere in tempi brevi a un esito finale già scritto rischia di rivelarsi una pericolosa illusione. Nella storia delle guerre, le previsioni basate esclusivamente sulla superiorità militare iniziale si sono spesso dimostrate fallaci. Il Medio Oriente, con le sue dinamiche politiche profonde e le sue rivalità stratificate, potrebbe ancora una volta ricordarcelo.

Salvatore di Bartolo

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