Credo che a distinguere radicalmente la società aperta dalle altre sia la libertà di parola e di ascolto unita al rispetto per chi ha opinioni diverse dalle proprie. Sul termine “rispetto”, però, si annidano non pochi equivoci. Nel 2024 Treccani ha scelto rispetto come parola dell’anno per sottolinearne l’importanza fondamentale in una società segnata da conflitti e la necessità di riscoprirne il valore.
Sennonché, in linea con la political culture nazionale — buonista con i “diversi” e persecutoria nei confronti degli “opposti” — il prestigioso istituto romano definisce il rispetto come “un sentimento e un atteggiamento di stima, attenzione e riguardo verso persone, istituzioni o culture, manifestato con azioni o parole”. Insomma, non c’è rispetto se non è legato alla stima.
Gli inglesi, che sono liberali ma non buonisti, la vedono diversamente e nell’Oxford Learner’s Dictionaries distinguono due tipologie. Da una parte il rispetto come “riconoscimento di una superiorità morale o sociale; deferenza, riguardo (anche per, verso, di ): salutare con rispetto; nutrire, provare rispetto per (o verso ) i genitori, le istituzioni; avere rispetto degli anziani”. Dall’altra il rispetto come “sentimento di attenzione nei confronti degli altri, della loro dignità e dei loro diritti, che dispone ad astenersi da atti offensivi o lesivi (per, verso, di): il rispetto per (o verso ) i propri simili; rispetto per la proprietà; rispetto della vita altrui; mostrare rispetto verso tutte le opinioni”.
In realtà, il rispetto che si deve agli altri, sempre in una società aperta, è solo il secondo. Sono tenuto a “rispettare” la defunta Michela Murgia, inventrice del fascistometro, o Mirella Freni che, nel suo recente pamphlet sulla cultura di destra, parla di Giorgia Meloni come legittima erede di Hitler, di Mussolini, di Julius Evola. Ma perché dovrei essere tenuto ad avere riguardo per autori e libri che, a casa mia, dopo averli letti, butterei nell’immondizia, e che tuttavia riterrei intollerabile — e “illiberale” — censurare o impedirne la pubblicazione?
In realtà, anche il diritto alla “disistima” fa parte dei diritti di libertà: oserei dire anche il diritto all’odio, se non si traduce in “linea di fatto”.
Ai due paragrafi dell’Oxford Learner’s Dictionaries ne aggiungerei, però, un terzo, che sarebbe piaciuto al liberale pluralista Isaiah Berlin: “Il rispetto come dovere di comprendere le ragioni, gli interessi, i valori degli altri,” dove, beninteso, ‘tout comprendre‘ non è ‘tout pardonner‘. Si ha l’obbligo di comprendere l’etica nazista — come invitava a fare Mario Stoppino in un inedito ripubblicato ora su “Nuova Storia Contemporanea” — ma averne inteso la natura diabolica non porta certo a cancellare l’orrore e la distanza dalla visione del mondo hitleriana.
Oggi, in Italia, questa terza accezione è de facto ancora più utopica delle altre due. Quando si parla di “sovranisti, nazionalisti, populisti”, ricacciati tutti nella bolgia infernale del fascismo, non si è tenuti ad alcun rispetto. Né al rispetto come riguardo, né al rispetto come riconoscimento di diritti civili e politici, né al rispetto come dovere di comprensione.
Se una misura, una proposta di legge, un’iniziativa vengono bollate come “sovraniste”, il discorso si chiude subito; ma sapere di che si tratta non dovrebbe interessare nessuno. Il rispetto proclamato dalla Treccani, in fondo, è rispetto de noantri.
Dino Cofrancesco



