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Prima il Venezuela, poi l’Iran. Ma il vero obiettivo di Trump è un altro

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
3 de marzo de 2026
in Editorial
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Prima il Venezuela, poi l’Iran. Ma il vero obiettivo di Trump è un altro
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L’attivismo americano in Venezuela e in Iran viene spesso letto come la prosecuzione di una storica postura interventista di Washington in America Latina e in Medio Oriente. Ma fermarsi a questa chiave di lettura significa cogliere solo una piccola parte di un quadro ben più ampio e complesso. Perché oggi, per chi non lo avesse ancora compreso, è la Cina il vero rivale sistemico degli Stati Uniti. E se si osservano con attenzione le mosse americane compiute in Venezuela e Iran, emerge con chiarezza un fil rouge che conduce dritto a Pechino.

Il vero rivale: la Cina

La competizione globale non è più centrata sulla Russia. Certo, il Cremlino resta un attore destabilizzante, ma il confronto strategico che definirà il XXI secolo è quello tra Washington e Pechino. Lo dimostrano le catene del valore, le tecnologie critiche, la corsa all’intelligenza artificiale, le rotte marittime. E soprattutto lo dimostra Taiwan. Gli Stati Uniti dipendono in modo cruciale dai semiconduttori prodotti a Taiwan. Un eventuale conflitto nello Stretto avrebbe conseguenze dolorose per tutti, ma in primis per l’industria americana. Non è un caso che già nel 2021 un alto ufficiale statunitense abbia riferito al Congresso che il presidente cinese Xi Jinping avrebbe voluto l’esercito pronto a un’eventuale operazione entro il 2027. Se quell’orizzonte fosse realistico, il tempo stringe. In questo contesto, colpire o indebolire i principali partner energetici e politici della Cina diventa una leva indiretta ma estremamente potente.

Venezuela e Iran: due mondi diversi, un unico filo conduttore

Venezuela e Iran sono realtà diversissime per storia, cultura e geografia. Eppure condividono un elemento decisivo: Pechino era il principale acquirente del petrolio venezuelano ed è il principale acquirente di quello iraniano. Per la Cina, entrambi rappresentano fornitori strategici di greggio scontato, spesso acquistato aggirando le sanzioni occidentali attraverso circuiti finanziari paralleli. Nel caso iraniano, il legame è strutturale. Nel 2021 Teheran e Pechino hanno firmato un partenariato strategico venticinquennale da 400 miliardi di dollari di potenziali investimenti cinesi. La Cina ha promosso l’ingresso dell’Iran nei Brics, ha offerto copertura diplomatica nei consessi multilaterali e ha mediato nel riavvicinamento con l’Arabia Saudita. Eppure, quando le bombe cadono, Pechino può fare ben poco, se non invocare il rispetto della sovranità degli Stati. La crisi mediorientale evidenzia, peraltro, vulnerabilità profonde della Cina. Il 45% del petrolio cinese transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Pechino importa circa tre quarti del proprio greggio dall’estero. Un’eventuale chiusura dello Stretto da parte di Teheran — minacciata più volte come arma di ritorsione — avrebbe effetti potenzialmente devastanti sull’economia cinese. Non solo: le raffinerie indipendenti dello Shandong, le cosiddette “teapot”, hanno costruito la propria redditività proprio sul greggio sanzionato proveniente dall’Iran e, in misura minore, dal Venezuela. Un conflitto prolungato metterebbe in crisi questo meccanismo opaco, fondato su transazioni in yuan e sull’aggiramento del sistema Swift. In America Latina, la pressione su Caracas colpisce un altro tassello della sicurezza energetica cinese. Anche qui, Pechino si trova nella posizione scomoda di partner economico incapace di garantire sicurezza esistenziale. Il messaggio che arriva a Teheran come a Caracas è chiaro: la Cina offre investimenti e sbocchi commerciali, ma non è in grado — o non è disposta — a proteggere i propri alleati quando la tensione sale.

La Cina spettatrice

C’è poi una dimensione politica. Pechino ambisce a presentarsi come alternativa responsabile all’Occidente, come mediatore globale, come punto di riferimento per il Sud globale. Ma la crisi la ricaccia ai margini, costringendola a una postura attendista, prudente, quasi impotente. Questo è un punto chiave: mentre Washington agisce, Pechino si limita ad osservare. E in un sistema internazionale altamente competitivo, l’iniziativa conta almeno quanto la potenza economica.

Una strategia indiretta?

Letto in questa chiave, l’attivismo americano in Venezuela e in Iran non appare episodico, ma coerente con una strategia più ampia: logorare la resilienza energetica e politica della Cina colpendone i principali fornitori e partner regionali. Indebolire Teheran e Caracas significa, infatti, rendere più costoso l’approvvigionamento energetico cinese, esporre la vulnerabilità delle sue rotte marittime, minare la credibilità della sua rete di alleanze e complicare la costruzione di un blocco alternativo all’Occidente. Non è un caso che tutto questo avvenga mentre la questione taiwanese resta sullo sfondo come possibile detonatore globale.

Verso un nuovo equilibrio?

Resta da capire quale sarà l’impatto sui rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Cina, anche alla luce della prevista visita di Stato di Donald Trump a Pechino a fine marzo. Il confronto potrebbe irrigidirsi ulteriormente oppure aprire spazi di negoziazione tattica. Ma una cosa appare sempre più chiara: il teatro venezuelano e quello iraniano non sono periferie della competizione globale, né crisi isolate da leggere con le lenti del passato. Sono scacchieri secondari di una partita centrale, dove ogni mossa locale produce effetti sistemici. Ogni sanzione, ogni raid, ogni pressione diplomatica si inserisce in un confronto più ampio che ridefinisce equilibri energetici, catene di approvvigionamento, architetture finanziarie e alleanze strategiche. La vera linea di frattura non attraversa più l’Europa orientale come ai tempi della Guerra fredda. Oggi corre lungo le rotte del petrolio che alimentano l’Asia, attraversa lo Stretto di Hormuz, lambisce i porti del Pacifico e si concentra nello Stretto di Taiwan. È lì che si misura la resilienza industriale americana, ed è sempre lì che Pechino gioca la sua scommessa storica. In questo quadro, ciò che accade a Caracas o a Teheran diventa un tassello di una strategia più ampia: logorare la profondità strategica della Cina, aumentare il costo delle sue ambizioni, metterne alla prova la capacità di proteggere i propri partner. Non si tratta semplicemente di contenere regimi ostili, ma di incidere sulle vulnerabilità strutturali del principale competitor globale degli Stati Uniti. Ecco perché la partita decisiva non si gioca tra Washington e Mosca, bensì tra Washington e Pechino. È uno scontro lungo, multidimensionale, che non si combatte solo con le armi ma con l’energia, la tecnologia, la finanza e la diplomazia. Venezuela e Iran non sono dunque il centro della scacchiera, ma caselle cruciali di una sfida epocale che determinerà gli equilibri del XXI secolo.

Salvatore Di Bartolo

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Tags: EditorialIránPetróleoVenezuela
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