Nell’altalena di fake news, fra timidi passi avanti nei negoziati e il rischio di un attacco americano, nelle sue varie declinazioni, all’Iran, due sembrano essere le certezze puntualmente scandite da tutti i media mediorientali, in primis quelli israeliani: la prima è relativa al tipo di reazione militare che un attacco americano innescherebbe e quindi a una immediato tentativo di retaliation missilistica iraniana contro Israele; la seconda, con ancora maggiori margini di certezza, si materializzerebbe nella decisione di Teheran di chiudere lo stretto di Hormuz, ovvero uno dei choke point più importanti del traffico marittimo mondiale. Uno Stretto attraverso il quale, nelle tank delle navi petroliere, transitano circa 20 milioni di barili al giorno. Lo Stretto di Hormuz è uno stretto corridoio marittimo che collega il Golfo Persico con l’Oceano Indiano, con l’Iran a nord e gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman a sud. È l’unico sbocco diretto del Golfo verso il mare aperto, il che lo rende un’arteria fondamentale per il commercio globale. In media, è transitato ogni giorno attraverso lo stretto lo scorso anno — circa il 31% dei flussi globali di greggio trasportato via mare — secondo i dati della società di intelligence di mercato Kpler. La via d’acqua è anche una rotta chiave per il gas naturale liquefatto (GNL), con circa il 20% delle spedizioni globali di GNL che vi transitano, per lo più provenienti dal Qatar. E lo Stretto di Hormuz non ha bisogno di chiudere per mettere sotto pressione i mercati. Nel Golfo di oggi, la sola retorica e la minaccia di un conflitto può far salire il prezzo del petrolio, impennare i noli e scuotere le catene di approvvigionamento globali. Il Brent ha superato i 70 dollari al barile; i noli delle petroliere hanno reagito in modo ancora più marcato. Una grande nave tanker, una VLCC, viene noleggiata sulle rotte Medio Oriente–Asia sino a 150.000 dollari al giorno, quasi il triplo rispetto ai livelli precedenti, poiché gli armatori hanno incorporato premi per il rischio guerra e i noleggiatori si sono affrettati a garantirsi copertura. L’Iran, per mostrare i muscoli, ha chiuso parzialmente e temporaneamente lo strategico Stretto di Hormuz durante un’esercitazione militare, e la sospensione, durata alcune ore, ha innescato una vera e propria catena di conseguenze generando allarme in particolare nei Paesi asiatici tra cui Cina, India, Giappone e Corea del Sud, che sarebbero tra i più colpiti da eventuali blocchi. Nel 2024, circa l’84% del petrolio greggio e dei raffinati e l’83% del GNL transitati attraverso lo Stretto di Hormuz risultavano essere destinati ai mercati asiatici. Questi quattro Paesi rappresentano le principali destinazioni in Asia, con una quota combinata del 69% di tutti i flussi di greggio e raffinati. Guai seri anche per alcuni produttori del Golfo Persico. Kuwait, Bahrain e Qatar non dispongono di rotte di esportazione alternative in grado di bypassare lo Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita può deviare parte delle esportazioni — fino a circa 5 milioni di barili al giorno alla massima capacità — attraverso il suo oleodotto che collega i giacimenti orientali al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, a ovest. Gli Emirati Arabi Uniti possono aggirare lo stretto in misura limitata tramite l’oleodotto Habshan-Fujairah verso il Golfo di Oman, con una capacità fino a 1,5 milioni di barili al giorno. L’Iraq dispone dell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan verso la costa mediterranea della Turchia, ma serve solo i giacimenti settentrionali e gestisce una quota relativamente ridotta della produzione, lasciando la maggior parte delle esportazioni dipendente dalle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80, gli Stati Uniti registrarono petroliere kuwaitiane sotto la propria bandiera e fornirono scorte navali attraverso il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz per proteggere le spedizioni energetiche. Nel 2019, Paesi tra cui Gran Bretagna, Arabia Saudita e Bahrain si unirono a una coalizione di sicurezza marittima guidata dagli Stati Uniti per proteggere le principali rotte di navigazione del Medio Oriente. Negli ultimi due anni, Washington ha spostato gran parte della sua attenzione dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso meridionale. Gli analisti modellano diversi scenari con esiti molto differenti a seconda della gravità e della durata dell’interruzione: Se i flussi venissero ridotti (ad esempio in misura significativa ma senza essere completamente bloccati), i modelli, ad esempio quello messo a punto da Goldman Sachs suggeriscono che il Brent potrebbe salire rapidamente verso 90–110 dollari al barile, prima di stabilizzarsi. Con una chiusura totale o prolungata e quindi uno scenario di rischio estremo (tail risk) il petrolio potrebbe salire ben oltre 100 dollari al barile, con stime speculative estreme (non previsioni ufficiali) che in circostanze ipotetiche molto drammatiche menzionano livelli superiori a 150–200 dollari al barile. E su questa ipotesi si sono espressi gli analisti di JPMorgan. JPMorgan e altre società hanno osservato che una chiusura completa, sostenuta e prolungata, potrebbe spingere il Brent in territorio a tre cifre (oltre 100 dollari) a causa dell’entità dell’offerta persa e della mancanza di opzioni immediate per deviare i flussi su altre rotte. Anche in presenza di elevati rischi geopolitici, le scorte globali di petrolio e la capacità produttiva inutilizzata (dei produttori OPEC+ e delle riserve strategiche) potrebbero fungere da cuscinetto, contribuendo a mitigare eventuali picchi di prezzo nel breve termine.
Bruno Dardani


