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Ma in che stato è l’Unione?

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
26 de febrero de 2026
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Ma in che stato è l’Unione?
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Dopo il lungo, ridondante e noioso discorso di Donald Trump sullo stato dell’Unione, dobbiamo chiederci cosa permetta ad un quasi ottuagenario, narcisista ed egoriferito di salire sulla tribuna del Congresso ed infliggerci 108 minuti di sconclusionate riflessioni tra realtà e fantasia. Purtroppo, ci sarà sempre un giurista, un ideologo o un consigliere creativo pronto a fornire all’uomo forte di turno le basi giuridiche, filosofiche o morali per realizzare il suo sogno: forgiare un mondo migliore, plasmato dalle sue mani, protetto da una sovranità indiscussa. Negli Stati Uniti, il giudice Antonin Scalia ha contribuito a sviluppare la teoria dell’esecutivo unitario, che ha fornito le fondamenta costituzionali per concentrare nel Presidente il pieno controllo del potere esecutivo, riducendo al minimo le interferenze del Congresso. Questo ha reso possibile una presidenza sempre più autonoma nelle decisioni di politica estera e sicurezza nazionale. In Russia, Vladislav Surkov ha elaborato il concetto di democrazia sovrana, presentato nel 2006 come una forma di governo in cui il potere politico è controllato da un’élite “diversa e autentica”, immune da influenze esterne (occidentali o liberali) e da eccessi pluralistici interni. La teoria ha legittimato il presidenzialismo putiniano: elezioni formali, ma con un centro di potere verticale che garantisce stabilità, sovranità nazionale e rifiuto del “caos” liberale; di fatto è stata la copertura ideologica per trasformare la Russia in un regime ibrido, dove la democrazia serve il governo anziché viceversa. Nel 1997 Fareed Zakaria, con il suo articolo “The Rise of Illiberal Democracy”, ha involontariamente fornito un concetto pericoloso: la democrazia illiberale. Viktor Orbán l’ha abbracciato per descrivere il proprio modello, dove elezioni competitive coesistono con erosione dello stato di diritto, controllo dei media e centralizzazione del potere in nome della “volontà popolare” e della sovranità nazionale.  Parafrasando Zakaria, potremmo dire che la democrazia, senza liberalismo costituzionale, non solo risulta inadeguata, ma diventa addirittura pericolosa, in quanto quando non è accompagnata da garanzie liberali (stato di diritto, diritti individuali, limiti al potere), la democrazia stessa diventa un simulacro e finisce in pericolo. Un sistema dove questi elementi non convivono efficacemente può portare al potere leader che limitano libertà civili, pluralismo e indipendenza giudiziaria, sfociando in maggioranze oppressive, autoritarismo strisciante e instabilità geopolitica. Credo che oggi molte potenze – inclusa una certa traiettoria statunitense – stiano attraversando proprio questa fase. Guardiamo gli effetti concreti della teoria dell’esecutivo unitario negli USA: in pochi decenni i Presidenti, democratici e repubblicani, hanno accumulato un potere decisionale enorme. Abbiamo assistito a isolazionismo di facciata, interventismo riluttante, moralismo woke, esportazione della democrazia a suon di bombe, linee rosse tracciate e poi cancellate, primavere arabe finite in caos. Presidenti “internazionalisti” hanno abbandonato Siria e Afghanistan al loro destino; altri, attenti ai voti del Midwest, hanno liberato Kuwait e Iraq. In tutti i casi, il Congresso ha contato sempre meno: interventi, guerre, sanzioni e dazi sempre decisi dall’esecutivo, al punto che è di questi giorni la clamorosa decisione della Corte Suprema di limitare l’autonomia Presidenziale nell’imporre dazi. L’interesse americano non sembra più quello di plasmare il mondo a propria immagine, ma piuttosto quello di creare uno “spazio vitale” geopolitico dove agire con pragmatismo muscolare, disturbati il meno possibile da dettagli come democrazia, rispetto dei diritti umani e dei diritti dei popoli. Si tratta di gestire, contenere o sfruttare tirannie esistenti, piuttosto che abbatterle: pressione politica e militare unilaterale, interventi mirati contro minacce dirette (nucleare iraniano, droga venezuelana, petrolio di contrabbando), sostegno modesto alle rivolte interne, e ricerca di un dialogo con le élite militari e i regimi stabili. Insomma, una sorta di pragmatismo muscolare/commerciale che ricorda lo stile Compagnia delle Indie. Certo, visti i risultati delle Presidenze precedenti Bush, Obama e Biden è difficile rimpiangerle – guerre mai concluse, rivoluzioni sedate nel sangue, popolazioni abbandonate, intere generazioni radicalizzate – ma dobbiamo chiederci se questa nuova dottrina “pragmatica” di pilotare le tirannie porterà risultati migliori. Per ora il saldo è positivo e vediamo che il Medio Oriente, dopo decenni di consolidamento dei radicalismi peggiori, sta cambiando volto, che l’Europa sembra risvegliarsi dal torpore, costretta a decisioni non più rinviabili e il Sud America sta abbandonando le sognanti democrazie rivoluzionarie che hanno generato debito, povertà e arretratezza. Il principale fallimento resta l’Ucraina, e nel silenzio del suo discorso è facile comprendere che il problema è la considerazione che Trump ha di Putin. Insomma, le teorie dell’esecutivo unitario, della democrazia sovrana e della democrazia illiberale condividono un nucleo: legittimare la concentrazione del potere in nome di una sovranità “autentica” che protegge la nazione da minacce interne (pluralismo eccessivo, élite liberali) ed esterne (ingerenze globaliste). Il discorso di questa notte di Trump, con i rimproveri alla Corte Suprema, gli applausi continui dei membri del Congresso che ricordano i congressi del Comintern, i numeri sballati dell’economia USA, la pace rivendicata in guerre che nessuno sapeva fossero scoppiate, è la dimostrazione di quanto immaginato da Zakaria: senza liberalismo la democrazia rischia di diventare un mero formalismo, ridondante, noioso e alla lunga pericoloso.

Antonio De Filippi

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