Tutti gli analisti, tranne il nostro G. Gaiani, paiono non rendersi conto (o non vogliono) che la Russia di Putin non è più l’Urss. A Monaco i leader europei hanno seguitato a parlare del «pericolo dell’imperialismo russo». E non si rendono conto (o non vogliono) che imperialista era il comunismo, così come lo è per sua natura ogni ideologia politica, islamismo compreso. L’ideologia non si ferma finché non ha invaso l’universo mondo, così come sta facendo il c.d. woke (ennesima versione del versipelle giacobinismo-marxismo) con l’Occidente. Lo stesso Stalin dovette proclamare il «socialismo in un solo Paese» quando si scontrò con la dura realtà dei fatti, e far eliminare Trotsky che insisteva con l’esportazione del marx-leninismo, quantunque proprio lui, quand’era capo dell’Armata Rossa, avesse dovuto scontrarsi, alla Vistola nel 1920, con un Occidente che non gradiva. E sempre Stalin, dopo che il suo Paese aveva dovuto affrontare l’invasione napoleonica e poi quella nazista, considerò una grande vittoria il poter dotare i suoi confini europei di una cortina difensiva di Stati comunisti e perciò satelliti. Si chiama Realpolitik, nella quale comanda la geografia, non l’ideologia. Dicevamo che la Federazione Russa odierna non è più L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Infatti, quando quest’ultima venne attaccata dalla Wehrmacht, fu a causa della sua ideologia che si ritrovò coi calzoni calati, perché nelle famose Purghe staliniane del 1936-38 il baffuto georgiano ex seminarista aveva completamente decapitato gli alti gradi del suo esercito, cosa che lo costrinse ad affrontare lo scafatissimo nemico con comandanti inesperti o inadatti o armati solo di provata fede comunista. Contro un nemico forte di una sperimentatissima esperienza bellica prussiana e di tecnologie che l’arretrata Armata Rossa manco si sognava. Un esercito, quello Rosso, in cui si faceva carriera per vicinanza a Stalin, e si aveva più paura di finire alla Lubianka per qualsivoglia motivo che dei nazisti. Soldati che dovevano combattere con una pistola puntata alla nuca, quella del Commissario Politico. E popoli, nella parte più occidentale, che non di rado non esitavano ad accogliere i tedeschi come liberatori, quando non, addirittura, come alleati bellici. Risultato, oltre trenta milioni di morti, assorbiti quasi senza fare una piega da un regime, quello comunista, che della vita umana non ha mai avuto alcun rispetto. Malgrado la spaventosamente schiacciante superiorità in risorse umane, senza i rifornimenti continui (di tutto, cibo compreso) da parte degli Usa (gli Alleati temevano come la morte una resa sovietica, che avrebbe riversato contro di loro tutta la potenza tedesca) Stalin non avrebbe vinto. Ebbene, tutto ciò lo sanno tutti, e figurarsi se non lo sa Putin. Per questo il suo esercito non è più l’Armata Rossa, e le sue attuali strategie hanno, ormai, fatto tesoro delle guerre pregresse. Lo si vede chiarissimamente -per chi lo vuol vedere- nella conduzione della guerra ucraina: colpire capillarmente infrastrutture e logistica, risparmiando il più possibile vite umane. Sia le proprie (perché ogni soldato che torna nella bara deve fare i conti, oggi, con l’opinione pubblica), sia le nemiche (la cui arma principale, se non unica, è la propaganda). Quante volte sentiamo i nostri tiggì parlare di «pioggia di missili e droni» russi, che -guarda un po’- producono due o tre morti, quando non uno solo? E sarebbe «pioggia»? Ora, a Monaco le teste d’uovo europee hanno dichiarato Apertis Verbis che il loro scopo è una guerra ucraina senza fine, per «logorare» la Russia. Ebbene, ho scritto altrove che i casi sono due: o sono proprio ottusi o c’è qualcosa dietro. E ho avanzato l’ipotesi di un riarmo tedesco a imitazione, in qualche modo, di quello che i germanici effettuarono in sordina alla fine della Grande Guerra proprio con la complicità dei russi. Insomma, o sono ciechi o sono troppo furbi. Scegliete voi.
Rino Cammilleri


