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Minneapolis, Trump e la grande bugia sulla polizia Usa

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
26 de enero de 2026
in Editorial
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Minneapolis, Trump e la grande bugia sulla polizia Usa
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Partiamo da Minneapolis. Negli ultimi giorni la città del Minnesota è di nuovo al centro di un conflitto sociale feroce, non per una semplice protesta ma perché agenti federali – parte dell’ICE e di unità operative contro l’immigrazione irregolare volute dall’Amministrazione Trump – hanno ucciso un uomo di 37 anni durante una retata, colpendolo al petto a distanza ravvicinata. È la seconda persona uccisa in circostanze analoghe in poche settimane e arriva dopo un episodio in cui un altro cittadino era rimasto ferito dai colpi dei federali. Il fatto ha scatenato una manifestazione enorme venerdì, con cortei per le strade e uno sciopero generale, mentre l’ennesimo arresto di un bambino di due anni – sottratto ai genitori e trasferito in un centro di detenzione in Texas – ha fatto esplodere l’indignazione pubblica. I video che circolano sui social mostrano agenti in tenuta tattica impegnati in una colluttazione prima che si sentano almeno cinque spari, mentre il Dipartimento per la Sicurezza Interna invoca la «legittima difesa» sostenendo che l’uomo fosse armato con una Sig Sauer semiautomatica, pur senza che ciò sia documentato in modo chiaro nei filmati. Donald Trump ha rilanciato la versione ufficiale con accuse al sindaco e al governatore di Minneapolis di «incitare all’insurrezione» e di ostacolare le forze federali, mentre la polizia locale – pur senza fornire dettagli ufficiali – chiede calma. I manifestanti gridano insulti contro i federali e la protesta si estende anche a New York, con appelli locali a far allontanare l’ICE dalla città. Il governatore e il sindaco di Minneapolis hanno scritto direttamente alla Casa Bianca chiedendo il ritiro degli agenti. È difficile immaginare un’atmosfera più tesa. Ma se leggiamo i giornali italiani e americani sembra quasi che la polizia americana o gli agenti federali sparino e uccidano solo sotto Donald Trump. È una narrazione potente, emotivamente carica, però i numeri dicono qualcos’altro e non rinforzano questa lettura semplificata della storia. I dati più affidabili disponibili su questo fenomeno provengono da Mapping Police Violence, un progetto di ricerca indipendente che traccia ogni anno migliaia di omicidi da parte delle forze dell’ordine negli Stati Uniti dal 2013 a oggi. Secondo il loro ultimo aggiornamento, oltre 1.300 persone sono state uccise dalla polizia nel solo 2025, un livello sostanzialmente simile rispetto agli anni precedenti, e la media annuale dal 2013 al 2025 è attorno a mille vittime all’anno. Non è un’impennata improvvisa del secondo mandato di Trump: la tendenza generale è di un numero alto e relativamente stabile di uccisioni da parte di polizia e forze federali, con variazioni di anno in anno, ma senza alcun crollo radicale sotto una presidenza piuttosto che l’altra. Per fare un confronto, i database come quello del Washington Post registrano oltre 1.000 casi di fatal police shootings anche negli anni prima della pandemia, con oltre 5.000 morti dal 2015 fino all’inizio del 2024. Questi dati ci dicono due cose: la prima è che il problema non nasce con Trump e non finirà automaticamente quando se ne andrà. È un fenomeno radicato nel modo in cui il sistema di giustizia e polizia americano opera – con standard di uso della forza molto più permissivi di quelli europei e con limiti profondi alla responsabilità civile e penale degli agenti. Meno dell’1% dei casi di uccisione da parte della polizia sfocia in una incriminazione, e ancor meno in condanne (anche in casi iconici come quello di George Floyd, Derek Chauvin è stato l’eccezione, non la regola). La seconda cosa è che la narrativa politicizzata («colpa di Trump» vs «colpa dei progressisti») rischia di oscurare un fatto più ampio e doloroso: la polizia statunitense uccide persone a un ritmo che è semplicemente fuori scala rispetto alle democrazie comparabili. Anche inserendo il fenomeno in un quadro più ampio di declino della violenza criminale in molte città USA, con omicidi e altri reati in forte calo negli ultimi anni, quella che riguarda l’uso letale della forza da parte delle forze dell’ordine resta stabile e resistente alla variazione di amministrazioni presidenziali. È importante slegare l’analisi dai soli fatti di cronaca di Minneapolis perché la narrazione facile – «polizia violenta solo con Trump» – serve a dividere l’opinione pubblica più di quanto spieghi la dinamica reale. La situazione sul campo è complessa e stratificata: coinvolge migliaia di dipartimenti locali, leggi statali differenti, una cultura giuridica che protegge ampiamente l’uso della forza e un sistema di responsabilità quasi inesistente. I numeri ci dicono che non siamo davanti a un picco eccezionale attribuibile a un singolo presidente, ma a un problema strutturale che attraversa diverse amministrazioni e più di un decennio di storia recente. In altre parole, se Minneapolis esplode oggi non è – solo – perché c’è Trump alla Casa Bianca, anzi.

Franco Lodige

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