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I 21 dischi più belli del 2025 (almeno per noi)

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
5 de enero de 2026
in Cultura
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I 21 dischi più belli del 2025 (almeno per noi)
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Ventuno dischi. Non c’è un motivo particolare per il numero, ma la scelta degli album, invece che delle canzoni, è voluta. Perché è meraviglioso usare il telefono per sintonizzarsi con ogni angolo del mondo e surfare tra generi e lingue diverse, anni e cataloghi. Ma è anche un caos pazzesco: suoni e rumori globali, resi accessibili ovunque e immediatamente, volano via troppo spesso, lasciando talvolta un senso di smarrimento per nulla appagante. Un disco, invece, richiede tempo e attenzione. Per chi lo ascolta e per chi lo incide, convinto che sia ancora oggi un mezzo di espressione artistica, necessario e coerente. Ecco allora, senza alcun ordine particolare, un «elenco» di fine anno con alcune delle cose più belle ascoltate in questo 2025: Corea, Libano, Stati Uniti, Spagna, Italia, Inghilterra, Ucraina… Buon ascolto.

Dijon

BABY

Il soul del terzo millennio ha la vitalità di Prince, la fragilità di Frank Ocean e la sperimentazione di Bon Iver. Da questo vortice di creatività ne esce Dijon Duenas col suo meraviglioso garage sonoro, frammentato e sorprendente. È il disco da mettere sotto al cuscino, quando si allunga una mano e per 37 minuti si scalda il cuore.

Park Jiha

ALL LIVING THINGS

Il respiro rallenta col primo accordo. Inspira, butta fuori. Pazienza e rispetto per questa musica elegante suonata con strumenti della tradizione coreana, dai nomi esotici: piri, saenghwang, yanggeum. Quel poco di elettronica è dosata con maestria. Melodie circolari producono un effetto calmante, meditativo, sognante. Per chi cerca la bellezza, qui ce n’è tanta.

Blood Orange

ESSEX HONEY

In un mondo di Jeffrey Epstein, la musica di Dev Hynes è cura e sollievo. Intima, dolce e sexy: il maschio di cui c’è bisogno. Melodie da cantautore, con alle spalle Marvin Gaye e Al Green. Il disco è triste e consolatorio allo stesso tempo, ispirato dalla morte della mamma. Malinconia british, elegante e balsamica.

Andrea Laszlo De Simone

UNA LUNGHISSIMA OMBRA

Il meglio della musica italiana, in un’ora abbondante. All’ombra di Battisti, Gaetano, De Andrè, fino a Iosonouncane. Un suono senza tempo, come si addice ai classici. Attualissimo nel cogliere l’ansia e le ombre di questi tempi. In un mondo perfetto «Aspetterò» vincerebbe il festival di Sanremo.

Heartworms

GLUTTON FOR PUNISHMENTS

Post-punk gotico e accattivante. Heartworms è Jojo Orms, londinese di 27 anni. Canta alla grande, accogliente e scostante allo stesso tempo. Fa venire in mente Depeche Mode, Patti Smith, Kate Bush. Nove pezzi per 39 minuti di musica, l’indie inglese al suo meglio. Ha tutte le carte per diventare un classico.

L’Antidote

L’ANTIDOTE

Tre sponde del Mediterraneo unite dall’esordio di questo trio. Albania, Libano e Francia (via Iran). Una mescolanza riuscita, tra cedri, deserti e ombre sui muri. Ci sono momenti di grande calma e altri di una calibratissima tensione che fa tornare in mente il mai troppo compianto l’Esbjorn Svensson Trio. Potrebbero venirne grandi cose. 

Benjamin Booker

LOWER

Senzatetto, sparatorie nelle scuole, alcolizzati, poliziotti violenti, senatrici razziste che si masturbano sognando di far sesso con lo schiavo nero. Lo stato dell’Unione secondo Benjamin Booker, sprofondata «into madness, into darkness». Rock sporco, quello di Tom Waits. «Lower» fa quello che fece «Nebraska» ventitré anni fa, il disco con cui Bruce Springsteen mostrò la faccia sporca e sanguinante del sogno americano.

Faccianuvola

IL DOLCE RICORDO DELLA NOSTRA DISPERATA GIOVENTU’

Impossibile resistere. Spalancate le finestre e fate entrare l’aria. Dieci canzoni (tre sono intermezzi) dalla collezione primavera-estate di questo 23enne al disco d’esordio. Si balla dall’inizio alla fine sulla spiaggia non più solitaria di Franco Battiato, tra i sassi e la battigia, il cielo sgombro e i vestiti leggeri. Faccianuvola merita il successo e il seguito che inizia ad avere.

Sudan Archives

THE BPM

I Bpm in musica («beats per minute») indicano la velocità di un brano: lento o veloce. E Sudan Archives, cantante e violinista, corre. Quindici canzoni, 52 minuti di dance senza pausa. Euforico e spavaldo, è un disco da ballare col corpo e col cervello. E poi ripetere da capo, per smaltire fino all’ultima tossina.

Yasmine Hamdan

I REMEMBER I FORGET

Hamdan, libanese trapiantata a Parigi, si muove tra elettronica e trip-hop. Musica araba alternativa e indie, tesa e coinvolgente. Tra personale e politico:«Uccidere è normale» canta nella canzone che dà il titolo all’album. Un pezzo che chiede di alzare il volume al massimo.

Geese

GETTING KILLED

I Geese arrivano da New York, come Zhoran Mamdani. E anche Donald Trump, certo. Il caos dell’ombelico del mondo, quello occidentale. Qui ci sono idee fresche, sfacciate, a tratti confuse, ma sempre eccitanti. Uno dei migliori pezzi parla di quanto sia odioso pagare le tasse, capito?

Rosalía

LUX

L’immaginazione di Rosalía, 33 anni, fugge qualsiasi convenzione. Sublime, sfacciata, elegantissima e potente. Un disco da studiare per provare a capire quanto la cantante spagnola sia avanti. Immergersi in questi 50 minuti di musica è un’esperienza travolgente. «Berghain» è il pezzo dell’anno, manifesto di un pop globale.

Little Simz

LOTUS

Nessuna in giro come lei. Rappa e pensa dritto per dritto. Potente e poetica come sempre, stavolta suona più rock e jazz, a suo agio in un sound che si espande grazie anche a belle collaborazioni e una produzione da leccarsi i baffi. Intima e bombastica, un’artista consapevole della sua grandezza.

Emma

ERA L’INIZIO

No, non è la cantante. Ma Alessandro Muscogiuri, in arte Emma. La sua è una musica tanto artificiale quanto umana. Hyperpop aggressivo, metallico, martellante. Eppure intimo, fragile e molto fisico. Un sound oscuro lacerato dai raggi di luce gridati o talvolta sussurrati. I suoi concerti sono una bomba: se vi capita, non perdetelo.

Djrum

UNDER TANGLED SILENCE

Pianoforte, archi e drum machine. Trance, drum’n’bass e dita pigiate su tasti bianchi e neri: per un’elettronica del genere la linea tra improvvisazione e programmazione è sfumatissima. Virtuosa e paracula. Il risultato è un suono scintillante, fluido e delicato. Un gioiello.

Kelela

IN THE BLUE LIGHT

Cari vecchi «live», dischi in via d’estinzione. Kelela spoglia e reinterpreta la sua musica in una formidabile registrazione allo storico Blue Note di New York. Canzoni nude e lussureggianti, mica roba da tutte. Sembra di star lì, soli con lei, un concerto intimo e potente. Con questa voce dimostra di poter cantare qualsiasi cosa.

Zar Electrik

KOYO

Trio marsigliese insaporito da due musicisti migrati da Guinea e Marocco. Guembri, kora, oud: strumenti acustici delle tradizioni e parecchia elettronica. Un esordio meticcio, come il Mediterraneo di Jean-Claude Izzo: umano, caotico, pieno di vita.

Annahstasia

TETHER

Una voce da brividi, piena di sfumature e vibrazioni. Pop e folk d’autore. Con canzoni che stanno tra Joni Mitchell e Tracy Chapmani: il meglio del meglio, insomma. Un esordio che promette grandi cose.

Mark Ernestus’ Ndagga Rhythm Force

KHADIM

Il progetto che unisce mbalax senegalese e techno berlinese è al secondo capitolo in dieci anni. Senza le chitarre del primo album a guadagnare spazio e sfumature sono le ritmiche intricate e raffinate. Un lungo groove, con la voce di Mbene Diatta Seck più ipnotica che mai.

Annie and the Caldwells

CAN’T LOSE MY (SOUL)

Gospel matriarcale cucinato in casa dalla famiglia Caldwells. Vengono dal Mississippi e son tutti imparentati. Un disco caldo ed energico. Buono anche per chi non ama il genere: non è roba da «Oh happy day», ma preghiere funky da far invidia a Sly Stone.

Heinali & Andriana-Yaroslava Saienko

HILDEGARD

Due brani da 19 minuti. Due musicisti ucraini alle prese con la musica di Hildegard von Bingen, la mistica tedesca vissuta nove secoli fa. Invece delle tipiche interpretazioni contemplative o new age, qui il canto è umano, fiero e feroce. Nella tempesta di sintetizzatori risuonano bombe e disperazione. La colonna sonora di una guerra.

Antonio Bravetti

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