Jannik Sinner fa benissimo a non pagare le tasse in Italia. Chiunque potesse permetterselo farebbe lo stesso. E questo, più che un merito di Sinner, è la condanna definitiva, lampante di un sistema fiscale punitivo, predatorio, respingente. La premier Meloni e l’intero arco politico parlamentare si affannano a celebrare il nostro Maestro dopo la vittoria straordinaria alle Nitto ATP Finals. Ed è comprensibile: Sinner è un talento assoluto, un orgoglio nazionale. Ma c’è un dettaglio che trasforma la scena in una farsa: il governo si dice «orgoglioso» di un campione che – proprio a causa del fisco italiano che loro mantengono immutato – ha dovuto trasferirsi all’estero. Non perché sia un evasore, ma perché è razionale difendersi da uno Stato che considera i redditi dei migliori un banchetto da spolpare. L’imbarazzo dovrebbe essere tutto della politica, non certo di Sinner. Lui non è «il problema»: è la prova vivente del problema.Se l’Italia avesse una pressione fiscale civile, equa, sostenibile, nessuno avrebbe interesse a fuggire a Montecarlo o altrove. Si rimarrebbe volentieri in patria. Ma invece lo Stato italiano continua a comportarsi come un pappone fiscale che pretende sempre di più e restituisce sempre meno. Per questo la fuga fiscale dei talenti continua. E ogni volta che un campione scappa, il governo festeggia le sue vittorie sportive. È l’unico settore in cui non riescono (ancora) a mettere nuove tasse, infatti il loro obiettivo è l’armonizzazione fiscale, cioè la tosatura totale dei contribuenti a livello europeo e planetario.
Andrea Bernaudo



