Nelle ultime settimane, alla luce della sempre più marcata ed evidente volontà da parte degli Stati Uniti di tirarsi fuori dal conflitto russo ucraino e di voler trovare una pace per esso (anche se quest’ultima dovesse essere dolorosa per Kiev), l’Europa e i suoi leader si sono lanciati in delle spregiudicate dichiarazioni, atte a dimostrare la volontà di tenere il punto contro Putin anche a costo di rimanere orfani dello scudo difensivo garantito dagli alleati d’oltreoceano.
«L’Europa non abbandonerà l’Ucraina», «In Ucraina non si gioca solo il futuro di un popolo, ma quello di tutti noi», «Se perde l’Ucraina muore l’UE» e tante altre massime di questo tenore sono ormai frasi che molti Capi di Stato europei rilasciano alla stampa quotidianamente, quasi come fosse un mantra con la finalità di convincere i loro cittadini e forse anche loro stessi. E persino Ursula Von Der Leyen, con un tasso di approvazione certamente non alto fra gli abitanti dell’Unione, sembra pronta ad indossare l’elmetto (o più a farlo indossare) sostenendo che «L’Europa deve prepararsi alla guerra».
Poi c’è il macchiettistico: per alcuni politici la guerra diventa addirittura una divertente operazione mediatica, vedasi un deputato tedesco della CDU che condivide un video sui social mentre spacchetta un calendario dell’avvento a forma di carro armato Rheinmetall.
Addirittura si è arrivati a ventilare degli attacchi ibridi preventivi alla Russia, stando alle parole del generale Nato Cavo Dragone. Una mossa pirandelliana e assurda: non serve essere finissimi esperti di guerra per intuire che l’attacco preventivo non si ventila, o si fa senza dirlo o non si fa. Dirlo è inutile perché alza la tensione e prepara il nemico.
Questo continuo alzare la posta solo a parole rende l’establishment dell’Unione Europea poco affidabile agli occhi dei partner e tremendamente fragile agli occhi dei nemici. Sia chiaro, a scanso di equivoci, vista l’enorme polarizzazione mediatica in atto (oggi chi pone delle riflessioni sul conflitto russo-ucraino e sui suoi protagonisti viene tacciato di avere affreschi ritraenti Putin in salotto): qui non si sta giustificando l’efferato, indecente e criminale attacco della Russia all’Ucraina; qui si sta discutendo della reazione europea, un continente che dovrebbe essere l’ago della bilancia ma che al momento non è né ponte di dialogo né minaccia concreta e fonte di preoccupazione per l’invasore.
La linea intransigente e guerrafondaia di una parte dei Governi UE si scontra quotidianamente con la realtà degli eventi: giusto poche ore fa a Bruxelles si è votato per l’utilizzo dei fondi russi congelati in Europa (circa 210 miliardi di euro). Piano bocciato, i soldi russi rimangono congelati dove sono. Al loro posto un prestito, molto più saggio, di 90 miliardi. E allora è facile intuire come la retorica del prepararsi alla guerra è una immane sciocchezza: come possiamo credere davvero che moriremo in battaglia contro la Russia, se ad ora temiamo di utilizzare i loro capitali bloccati nei nostri paesi. Semplicemente ridicolo (per fortuna).
Ciliegina sulla torta, nelle ultime ore Emmanuel Macron ha dichiarato di voler riaprire il dialogo con Putin. Il novello Napoleone ha fiutato l’aria che tira da Washington e scaltramente vuole fare da first mover nelle trattative tra Ue e Russia. Certamente la sua posizione non è delle migliori, vista la sua intransigenza alla diplomazia sino ad oggi. Difatti, nelle ultime ore, «monsieur le president» con una percentuale di gradimento popolare pari a quella dei grassi in uno yogurt magro ha chiesto aiuto persino a Xi Jinping (farebbe ridere se non fosse vero). E cosi molti tra i leader europei continuano ad abbaiare, guardandosi bene dal mordere. Sarà perché devono distrarre i loro cittadini dai molti problemi interni?
Alessandro Bonelli



