Da parte della maggioranza di governo l’Italia non solo regge ma avanza a grandi passi verso nuovi successi. In ogni campo, e si tirano fuori i giudizi di questa o quella agenzia di rating, dell’occupazione ai massimi e così via. Poi dall’altra parte c’è sempre un dato che sconfessa quello del governo, una spiegazione che riduce quel successo al mero galleggiamento. Alla fine arrivano i dati pesanti (e pensanti), questa volta quelli del 59^ Rapporto Censis, e uno dice: siamo messi male. A partire dalle famiglie che risultano sempre più povere. Tra il 2011 e il 2025, infatti, la ricchezza familiare è diminuita dell’8,5 per cento. Il ceto medio, ben il 66,1 per cento degli italiani dichiara di appartenere a questa categoria (il 28 per cento si definisce popolare, il 5,7 per cento benestante), è il più bastonato: il 46,4 per cento ha dichiarato un peggioramento delle proprie capacità di risparmiare. Tradotto, significa che più della maggioranza deve fare i conti con entrate che restano inchiodate ai valori del passato e non aggiornati. Ricordando il rapporto Istat del 2024, 2,2 milioni di famiglie (pari a 5,7 milioni di individui) si trovano in condizioni di povertà assoluta, e il numero, con questi numeri, è destinato a crescere. Come si traduce nel quotidiano? Avendo perso una parte significativa del proprio patrimonio, il ‘corpaccione’ sociale del ceto medio si ritrova preda dell’insicurezza. Così il futuro (migliore) scompare e quello che c’è, il welfare, i servizi pubblici, sanitari e altri, mostrano solo gravi mancanze, non più giustificabili con tutte le tasse che si pagano. A cascata, questa insicurezza si trasforma in sfiducia quasi totale nelle istituzioni e nella politica. Ormai la stragrande maggioranza degli italiani le considera più un problema che utili e necessari per risolvere i gravi problemi che abbiamo. Ci sono altri numeri che fanno riflettere: in 10 anni, dal 2014 al 2024, il nostro Paese si ritrova con 1,4 milioni di residenti in meno (più morti che vivi, più fughe che arrivi). Un 30 per cento degli italiani guarda con simpatia alle ‘autocrazie’? Più preoccupante se ci soffermiamo sull’universo dei giovani italiani, su cosa pensano quelli tra 16-26 anni: stando allo studio YouGov (edizione 2025 nell’ambito dello studio europeo Junges Europe) ben il 24 per cento di questi si è detto ‘favorevole a un governo autoritario’ anche se aggiunge ‘a certe condizioni’. Solo il 57 per cento di loro considera la democrazia ‘la miglior forma di governo’, l’altra quota pensa di no. E preoccupa se questa ‘crisi di fiducia’ è della parte che rappresenta il futuro del Paese. Più in generale, possiamo dire che la nostra società è in difficoltà anche perché in questi ultimi decenni sono venute meno quelle diverse forme associative (politiche, sindacali, ricreative ecc.) che comunque tenevano insieme, ti facevano sentire ‘insieme a…’ e non da solo. Perché oggi se pure connessi con tutto il mondo in tempo reale, alla fine siamo lì da soli a scrollare col pollice il nostro cellulare. Vediamo e chattiamo con una moltitudine di persone, che il più delle volte si mostrano e fanno credere di essere altro (rispetto a quello che poi magari si palesa se arriva il faccia a faccia), siamo in tanti ma alla fine soli. Una solitudine diversa dal passato, quella che ti spingeva a riempire quel tempo vuoto con il pensiero, cercare soluzioni per migliorare. No, la solitudine oggi è comunque immersa nel caos di comunicazione e di informazione, in un flusso continuo di ‘io, io, io’ che non lascia scampo al pensare. Un ‘io’ che ormai si è trasformato in dio. Non un dio che mette ordine, ma che fomenta e punta sul caos, la confusione e la messa in discussione di qualsiasi punto di riferimento. Già il sommo Shakespeare aveva individuato quello che sarebbe successo*, proprio quello che sta accadendo oggi: «…forza e giustizia sarà una cosa sola, anzi, il giusto e il torto, il cui eterno litigio è controllato dalla giustizia, perderanno i nomi, e la giustizia il suo. Tutto avrà nome ‘potere’, e il potere volontà, e la volontà desiderio, e il desiderio, lupo universale, assecondato doppiamente dalla volontà e dal potere farà dell’intero universo la sua preda per poi, alla fine, divorar sè stesso». Siamo senza scampo?
Nico Perrone



