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Dal fondo di Lula al monito dell’Africa, al via la Cop30

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
11 de noviembre de 2025
in Ambiente, Ecología
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Dal fondo di Lula al monito dell’Africa, al via la Cop30
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Si apre oggi la trentesima Conferenza delle parti sul clima (Cop30) a Bélem, nello stato brasiliano di Parà, ai margini dell’Amazzonia. L’appuntamento, che proseguirà fino al 21 novembre, parte da una buona notizia: 50 Paesi hanno già aderito al ‘Tropical Forest Forever Facility (Tfff)’, un Fondo da 5 miliardi per la conservazione delle foreste tropicali, promosso dal presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva proprio per sottolineare la necessità di preservare le foreste nonché le comunità native che le popolano. A collegare giustizia climatica e giustizia sociale sono stati anche i leader africani, intervenuti nel corso del vertice dei capi di Stato e di governo che si è tenuto da venerdì a sabato scorsi. L’Africa infatti è il continente che contribuisce meno alle emissioni di Co2 nell’ambiente – appena il 4% del totale a livello globale – eppure paga il prezzo di eventi meteo sempre più frequenti e dannosi, con perdite sul Pil dei Paesi che variano dal 3 al 5%. «I nostri cittadini soffrono a causa di inondazioni, siccità estreme, erosione e insicurezza alimentare», ha denunciato il presidente della Repubblica democratica del Congo, Felix Tshisekedi, «mentre i finanziamenti rimangono insufficienti, frammentati e troppo spesso mal indirizzati».

Nella precedente edizione della Cop, che si è svolta a Baku, in Azerbaigian, sono stati stanziati 300 miliardi di dollari per il sostegno ai Paesi più esposti ai cambiamenti climatici, ma la dotazione chiesta ammontava a 1,3 trilioni. Sul tema è tornato il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sasso Nguesso: «Esorto le nazioni ricche a fornire sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo nelle loro missioni di mitigazione, adattamento e prevenzione». Questa trentesima edizione segna il decennale dagli Accordi sul clima di Parigi, che chiedevano di mantenere entro 1,5°C l’aumento generalizzato delle temperature. Sul punto, il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, si è detto pessimista: «Abbiamo fallito quegli obiettivi». Tra i nodi centrali, c’è infatti la resistenza dei «grandi inquinatori» a rinunciare ai combustibili fossili, tra cui Stati Uniti, Unione europea, Cina, Russia India. Pechino punta a tagliare le emissioni del 10% entro il 2035, per raggiungere le «emissioni zero» entro il 2060, così come la Russia – dieci anni dopo l’obiettivo fissato internazionalmente al 2050. L’India, che promette la riduzione del 50% entro il 2030 – addirittura posticipa il «net zero» al 2070. I 27 Paesi Ue ribadiscono gli sforzi per tagliare del 90% entro il 2040. Sembrano invece decisi a restare fuori dalla corsa gli Stati Uniti: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, definendo la crisi climatica «una fake news», ha deciso di non inviare alla Cop30 funzionari di alto livello, ribadendo la volontà di «condurre discussioni bilaterali» sui temi energetici coi Paesi.

«In qualche modo, il calo di entusiasmo dei Paesi del Nord globale dimostra che il Sud del mondo si sta muovendo», ha tuttavia detto ai giornalisti l’ambasciatore brasiliano André Corrêa do Lago, esortando a seguire l’esempio della Cina, che starebbe facendo passi da gigante nelle rinnovabili: «La Cina sta proponendo soluzioni per tutti, non solo per sé stessa», ha detto il diplomatico, citando l’esempio dei «pannelli solari, più economici e così competitivi» rispetto all’energia da combustibili fossili «che ormai sono ovunque». Il nuovo meccanismo introdotto da Lula intanto è stato accolto in modo favorevole dai Paesi africani: come ricorda la Banca africana di sviluppo, le regioni subsahariane «vantano il 95% dell’agricoltura pluviale a livello mondiale». Sette dei dieci Paesi più esposti si trova in Africa, dove dall’aumento delle temperature sopra il grado e mezzo dipendono «danni collaterali esponenziali, che pongono rischi sistemici alle economie, agli investimenti infrastrutturali, ai sistemi idrici e alimentari, alla salute pubblica, all’agricoltura e ai mezzi di sussistenza, minacciando di vanificare i modesti progressi» compiti dai Paesi «in termini di sviluppo e di scivolare verso livelli più elevati di povertà estrema».

I GRANDI ASSENTI DELLA COP30

Tra le grandi assenze ai lavori di Belem, pesano quelle dei leader dei Paesi che inquinano di più al mondo: ossia America, Cina e India. Una simile situazione era avvenuta anche lo scorso anno a Baku, quando a saltare l’appello furono diversi leader come Joe Biden, Von der Leyen, Macron, Scholz e Schoof.

Alessandra Fabbretti e Sausan Khalil

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