Piantare una bandiera per rivendicare il controllo di minuscoli banchi di sabbia. È questo lo stratagemma che ha adottato la Cina per affermare la sua sovranità su Sandy Cay, un atollo disabitato a cui i cinesi si riferiscono come Tiexian Jiao e che si trova nell’arcipelago delle Spratly, una delle principali aree contese del Mar cinese meridionale rivendicato anche da Filippine, Taiwan e Vietnam. Le Filippine hanno denunciato un cambiamento dello status quo e atti «molesti» da parte delle autorità cinesi, in un’area strategica che dista poco più di tre chilometri dall’isola di Thitu (nota come Pag-asa a Manila) e che ospita infrastrutture militari filippine. Secondo i media statali cinesi, agenti della Guardia costiera sono sbarcati sull’isolotto a metà aprile per «condurre ispezioni» e «stabilire il controllo marittimo», rivendicando il diritto a una zona territoriale di 12 miglia nautiche (circa 22 chilometri), che si sovrapporrebbe a quella dell’isola di Thitu. Tuttavia, funzionari filippini riferiscono che le forze cinesi hanno abbandonato l’area poco dopo aver issato la bandiera. Manila ha accusato Pechino di «bullismo» e ha schierato la Guardia costiera per proteggere la zona ritenuta strategica. Replicando la scena già documentata dai rivali cinesi, gli agenti della Guardia costiera filippina hanno pubblicato anche loro una foto che li ritrae mentre sventolano la bandiera nazionale sullo stesso isolotto conteso. Le rivendicazioni su Sandy Cay, minuscolo banco sabbioso di circa 200 metri di diametro, potrebbero rafforzare la posizione cinese su Subi Reef, una struttura militare creata tramite bonifica di banchi di sabbia che ospita missili, un porto in acque profonde, hangar per aerei e una pista di atterraggio lunga 3 mila metri. Prima dei lavori, Subi Reef era sommersa dall’alta marea e, secondo il diritto internazionale, non potrebbe avere una propria zona marittima. La disputa si inserisce nel contesto più ampio delle tensioni nel Mar cinese meridionale, dove Pechino rivendica la quasi totalità delle isole e bassifondi sulla base della controversa «linea dei nove tratti» e su argomentazioni storiche ampiamente contestate dalla comunità internazionale. Tanto che tra il 2013 e il 2016, a sostegno delle proprie rivendicazioni su circa il 90 per cento delle acque – attraverso il quale passa il 60 per cento del traffico marittimo mondiale – Pechino ha realizzato un vasto programma di bonifica e costruzione di basi militari sulle isole contese del Mar cinese meridionale. Ma una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aja, emessa nel 2016, ha stabilito che le pretese cinesi non hanno basi legali, riconoscendo invece i diritti marittimi delle Filippine su parte delle aree in questione. Nonostante la pronuncia sfavorevole, la Cina ha continuato a espandere la propria presenza nell’area, militarizzando scogliere e atolli a centinaia di chilometri dalle sue coste attraverso la costruzione di piste di atterraggio, porti e basi radar. Le pretese cinesi, basate sulla cosiddetta «linea dei nove tratti», si sovrappongono alle zone economiche esclusive di Vietnam, Malesia, Brunei, Indonesia e Filippine. In questo mosaico estremamente frammentato, la contesa su Sandy Cay assume un valore che va oltre le sue dimensioni fisiche: rappresenta un test della determinazione filippina a difendere la propria sovranità contro una pressione militare sempre più muscolare della Cina. Le rivendicazioni cinesi su Sandy Cay si inserisce in un momento delicato a livello internazionale. Per gli Stati Uniti, tradizionale alleato di Manila, la questione potrebbe rappresentare una prova della credibilità del proprio impegno nella regione indo-pacifica. Proprio in questi giorni, fino al 9 maggio, le Filippine partecipano all’operazione Balikatan, un’importante esercitazione militare annuale congiunta con gli Stati Uniti, volta in particolare a mostrare un fronte unito contro la Cina nella regione. Pechino ha denunciato queste manovre, ritenendo che «minino la stabilità regionale», accusando Manila di «collusione con paesi esterni alla regione». L’amministrazione Trump, pur concentrata su altre priorità globali, ha più volte ribadito l’intenzione di contrastare l’espansione cinese nel Pacifico e rafforzare la propria presenza navale nel Mar cinese meridionale. Come reagiranno gli Stati Uniti a una possibile escalation intorno a Sandy Cay sarà osservato con attenzione non solo a Cina e Filippine, ma anche da altri attori regionali come Vietnam, Giappone e Australia, sempre più preoccupati dall’aggressività marittima cinese. Il rischio è che schermaglie tra guardie costiere o blocchi navali possano trasformarsi in crisi più ampie, in una regione che resta una delle più instabili e strategicamente cruciali del mondo.
Serena Console



