Giovanni Cardone
Nell’analizzare la parola democrazia che è condivisa dalla civiltà contemporanea coniuga in se stessa un riferimento empirico, procedurale, e una connotazione normativa, altrimenti detta ideale, due dimensioni inscindibili che qualificano un concetto complesso e dalla portata inestimabile per l’umanità, la cui primissima ed embrionale manifestazione è tracciata nell’Atene del V secolo A.C. Giudicata “l’unica alternativa possibile”, ad enfatizzarne la tensione ideale, la democrazia rappresenta una visione complessiva dell’uomo e del mondo, maturata nei secoli ma ancora lontana dall’essere una realtà concreta in molti paesi, scrive la celebre Organizzazione Non Governativa americana Freedom House, che da tempo conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su tematiche affini a democrazia e diritti umani. La definizione procedurale di democrazia, in parte assimilabile alla dottrina liberale del XIX secolo che per semplicità potremmo riassumere nei concetti di separazione netta tra sfera pubblica e privata, con l’astensione dello Stato da qualsiasi interventismo in ambito economico o politiche redistributive a garanzia di condizioni materiali affini, è efficacemente espressa nei lavori di Schumpeter, secondo il quale “il metodo democratico è quel meccanismo istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una lotta competitiva per conquistare il voto del popolo”. Metodo dunque, scevro da connotazioni sostanziali, al fine di conseguire decisioni politiche indipendentemente dal contenuto delle stesse. Da una prospettiva simile muove anche Dahl, che qualifica come democratici tutti i regimi caratterizzati da un’autentica garanzia della partecipazione politica, ampia e inclusiva, da parte della popolazione adulta, maschile e femminile, e dalla possibilità di dissenso e di opposizione. Limitandoci ad una nozione procedurale o formale di democrazia si perviene ad un interrogativo controverso, ovvero se sia possibile sovvertire l’ordine costituito attenendosi alle procedure qualificate come democratiche. Di qui la necessità di integrare la nozione di democrazia arricchendola della sua imprescindibile componente ideale, o sostanziale, completandola di quel significato che oggigiorno condividiamo: un insieme composito di valori e principi che concorrono alla definizione di regime democratico e in quanto tali non suscettibili di violazione, volti alla salvaguardia dell’ordinamento frutto di compromesso e regole costituzionali accettate dalle parti sociali. L’affermazione di questa seconda componente coincide approssimativamente con la nascita, nel XX secolo, dello stato democratico pluralista successivamente evolutosi in stato democratico sociale che, muovendo dalle tensioni manifestate dalle classi subalterne in ragione della crescente consapevolezza dei loro diritti e delle diseguaglianze esistenti nella società, rivendicavano la piena attuazione del principio democratico, anche attraverso l’interventismo statale. Sulla base del riconoscimento della pari dignità di ogni uomo, si realizzò dunque una progressiva attenuazione della separazione tra sfera pubblica e privata, al fine di garantire un godimento sostanziale dei diritti e delle libertà sancite nei testi costituzionali. E’ possibile individuare altre definizioni di democrazia utili al fine di condurre e sistematizzare le ricerche nell’ambito dei regimi democratici: in particolare, per riprendere le teorie di Dahl, una definizione empirica “minima”, utile per cogliere la complessità della transizione, del consolidamento e delle crisi di regime attraverso l’individuazione di alcune caratteristiche controllabili quali il suffragio universale maschile e femminile, le elezioni libere, competitive, periodiche e corrette, l’esistenza di almeno un partito politico, la presenza di fonti di informazione alternative. Si tratta di elementi e istituti che devono necessariamente coesistere affinché il regime in questione possa definirsi democratico. L’esistenza di una definizione “minima” implica necessariamente desumere l’esistenza di una definizione “massima”, che muova da una prospettiva ideale e consenta un’analisi più approfondita della qualità della democrazia, in altre parole del grado di effettiva democraticità di un paese. Muovendo dai principi che la informano, è infatti possibile coglierne l’evoluzione e direzione di sviluppo consentendo il confronto di paesi già democratici, seppur in misura diversa. La dottrina individua diverse declinazioni di nozione normativa, solo in parte sovrapponibili: tra le più significative ricordiamo la “democrazia liberale o rappresentativa”, caratterizzata dalla responsabilità elettorale ed istituzionale e dalla competizione, integrate dalla libertà concreta come riconoscimento dell’autonomia individuale. La “democrazia responsabile”, che muove dall’esigenza che le politiche varate rispecchino le preferenze ed esigenze dei governati e la prontezza del governo nel recepire e reagire a tali necessità; la “democrazia partecipativa”, che insiste sul requisito della partecipazione dei cittadini ed il loro coinvolgimento attivo nella vita politica, arricchito da un interesse concreto e da presupposti culturali; la “democrazia deliberativa”, basata sulla libera discussione degli individui e sulla capacità di integrare e contemperare i diversi interessi in gioco in un contesto di pluralismo; la “democrazia associativa” che, muovendo dall’istinto naturale dell’uomo all’aggregazione, valorizza l’importanza delle reti sociali informali con la loro capacità di autogestione nel coagulare i consensi e definire i progetti di cambiamento. Per provare a comprendere le dinamiche del subcontinente nella loro contraddizione e complessità non possiamo prescindere dal trascorso di dominazione coloniale che interessò i paesi latini nella loro totalità e le ingerenze rilevanti ancora oggi esercitate. Ricchissimi in materie prime e risorse, circa la metà degli stati sudamericani sono considerati paesi in via di sviluppo, caratterizzati da un modesto tenore di vita, basso reddito e conseguente povertà diffusa, scarso sviluppo industriale e Indice di Sviluppo Umano (HDI, Human Development Index) contenuto. Le origini di tali squilibri si rintracciano nei tre secoli di esperienza coloniale spagnola e portoghese, a partire dal 1492. L’eredità delle tradizioni e delle regole coloniali influenzò drasticamente tanto le relazioni sociali, come le economie, la cultura e la lotta politica dei paesi che ne furono soggetti, con un lascito che ci costringe a guardare al passato per provare ad ipotizzare possibili scenari futuri e traiettorie di sviluppo. Quattro temi rilevano per comprendere la colonizzazione e la sua eredità: la natura dell’economia coloniale, il ruolo dell’ideologia religiosa e razziale, l’imposizione della dominazione di genere ed etnia, l’impatto della resistenza nell’ordine sociale. In riferimento al primo aspetto, il modo di produzione imposto dall’egemonia straniera risultò ibrido tra un sistema premoderno, “feudale”, e una logica moderna, di tipo capitalista, così come si stava affermando nel processo di transizione europeo: alla prima logica corrispondevano l’organizzazione della produzione e le relazioni sociali, con gli Indios ridotti in schiavitù, sfruttati nelle miniere e nelle piantagioni sotto coercizione politica, sociale e culturale; alla seconda si rifacevano invece gli interessi di accumulo di profitti per i dominatori, funzionalmente alle esigenze delle rispettive terre. Le colonie fornivano materie prime e liquidità, premesse per l’espansione delle imprese e l’accumulo di capitali, e gli interessi mercantili e di investimento dei colonizzatori determinavano la ristrutturazione delle economie urbane e regionali, alterando gli equilibri e scontrandosi con le tradizioni radicate nei diversi territori. Tutto questo alimentò i presupposti per il sottosviluppo che ancora oggi affligge la stragrande maggioranza dei paesi sudamericani. Non fu tuttavia solo di carattere economico l’oppressione esercitata dagli europei: l’ideologia cristiana con la sua missione di evangelizzazione e civilizzazione delle civiltà pagane giustificò bestialità di ogni sorta, così come le diffuse teorie razziste di superiorità della razza bianca resero possibili azioni brutali verso le comunità indigene, fino a cancellarne quasi ogni traccia. Non solo, la civilizzazione propugnata dai colonizzatori, in particolare dalla nobiltà spagnola, impose anche i codici di onore patriarcale, alterando così le relazioni domestiche di interi popoli in cui questi erano del tutto sconosciuti. Le vessazioni subite, infine, sfociarono con sempre maggior frequenza in reazioni da parte delle categorie oppresse che, nel tentativo di opporre resistenza, iniziavano ad organizzarsi nella speranza della futura emancipazione, impattando così l’ordine sociale stabilito . L’indipendenza fu conquistata solo all’inizio del 1800, configurandosi come un unico evento storico data la prossimità temporale della maggior parte delle proclamazioni. Fu un effetto domino che travolse gli stati del subcontinente, con esponenti del ceto creolo si pensi a figure come Simón Bolivar e José de San Martín alla guida delle sanguinose guerre contro la madrepatria che coinvolsero la generalità dei paesi, ad esclusione del Brasile, la cui sovranità venne riconosciuta senza particolari opposizioni. Alla base del risveglio dei territori d’oltremare vi era il risentimento diffuso per le imposizioni tributarie e non solo della madrepatria, inaspritesi con le riforme borboniche di Carlo III nel quadro di una più generale modernizzazione del regno, accanto al sentimento patriottico che progressivamente stava infiammando i territori coloniali. Furono le vicende europee a precipitare il corso degli eventi, determinando la fine di tre secoli di dominazione coloniale in America Latina, con territori che per la prima volta dovettero confrontarsi con vuoti di potere, instabilità sociale e sconvolgimenti che nella maggior parte dei casi favorirono la conquista del comando da parte dei ceti militari, gli unici in grado di mantenersi alla guida di paesi e società da ricostruire nelle fondamenta. Ebbe così inizio la storia dell’America Latina, tristemente caratterizzata da corsi e ricorsi di regimi dittatoriali, basti pensare all’ondata che travolse la generalità dei paesi negli anni Cinquanta, con repressioni delle istanze popolari e sospensione delle garanzie costituzionali, assassini politici ed instaurazione di governi filoamericani alla guida della maggior parte degli stati. Solo negli anni Ottanta si assiste ad una generale svolta democratica, con la fine dei regimi autoritari e militari sostituiti da governi più o meno liberamente eletti, ma anche la storia recente da prova della precarietà che contraddistingue le esperienze di questi paesi, in cui il consolidamento della democrazia sembra per molti un vero miraggio. A ben guardare, in realtà, con le fine dei regimi coloniali cambiò soltanto la forma di sfruttamento che si tramutò in dominazione economica e commerciale, secondo il modello definito “neocoloniale” che prevedeva la massiccia esportazione di materie prime nei territori europei e l’importazione di manufatti e tecnologie. Ciò legò profondamente le sorti dei due continenti: le vicissitudini delle Grandi guerre e la crisi economica che travolse i paesi sviluppati bloccarono i flussi commerciali e la penuria di beni indusse i paesi latini ad intraprendere un’industrializzazione “forzata” che tuttavia non riusciva a provvedere alle esigenze delle popolazioni. Non riuscirono infatti a liberarsi dalla dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di capitali e tecnologia, premessa indispensabile allo sviluppo industriale, circostanza resa ancora più grave dal deterioramento dei termini di scambio, che vedeva i prezzi dei manufatti in crescita e il collasso del costo delle materie prime. Nel tentativo di attirare investimenti esteri, i paesi dell’America Latina concessero grandi agevolazioni e benefici alle multinazionali straniere che intendessero investire nei loro territori in condizioni favorevoli e con una disponibilità enorme di forza lavoro a basso costo. Si trattava pur sempre di filiali di imprese estere che ragionavano esclusivamente secondo logiche di profitto, certamente non perseguendo interessi locali, la maggior parte dei proventi delle attività veniva infatti reinvestita nel territorio nazionale di origine, causando consistenti deflussi di capitale ed una condizione di indebitamento crescente ai danni dei paesi latini. Le vicissitudini storiche qui brevemente riportate sono alla base delle difficoltà in cui vertono oggi questi paesi e della condizione di sottosviluppo che affligge la gran parte di essi. Le vicissitudini politiche della Colombia, resasi indipendente dalla Spagna nel 1819, sono intimamente legate ai due partiti politici tradizionali, il partito liberale, sostenitore di istanze riformiste e federaliste, e il partito conservatore, viceversa fautore di uno stato centralizzato con il sostegno imprescindibile della chiesa cattolica, che provocarono una vera e propria rottura sociale durante il XIX secolo e gli inizi del XX tra élite e masse popolari, borghesi e proletari, popolazione urbana e rurale, monopolizzando di fatto la scena politica con concezioni opposte circa il ruolo delle istituzioni statali e della chiesa. Le posizioni inconciliabili delle due formazioni si tradussero in guerre civili che si protrassero per tutta la durata del XIX secolo sei guerre civili dichiarate e una non dichiarata conosciuta come il periodo della “Violencia”, tra il 1948 e il 1957. Ciò nonostante, la Colombia è tra i paesi dell’America Latina che vanta la tradizione democratica più solida e duratura, con una sola breve dittatura militare nel XX secolo del generale Rojas Pinilla, seppur con tutte le difficoltà che la interessano ancora oggi. I due partiti tradizionali hanno contribuito alla polarizzazione del paese nel corso dei secoli, ricorrendo sistematicamente alla violenza reciproca e alternandosi al potere nel tentativo di imporre il proprio modello di stato, introducendo riforme e aggiustamenti costituzionali per consolidare le rispettive ambizioni. Dopo una lunga fase iniziale di predominio da parte del partito conservatore, difficoltà e divisioni interne ne provocarono l’allontanamento temporaneo dalla scena politica all’inizio degli anni Trenta, quando il partito liberale si affermò con l’approvazione di una nuova costituzione e un importante progetto di riforme sociali che interessarono soprattutto lavoratori urbani e rurali ed istituzionali che contribuirono a cambiare il volto del paese: l’estensione del suffragio universale e dei diritti politici, l’elezione popolare del presidente, così come dei senatori, dei rappresentanti del popolo e governatori dei dipartimenti territoriali, oltre all’affermazione del carattere laico dello stato e dell’indipendenza delle istituzioni statali ed ecclesiastiche. Nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta, grazie anche all’azione interventista ed inclusiva dei liberali, assistiamo ad una progressiva apertura del sistema politico a nuove forze sociali ed ideologie che tuttavia contribuiranno ad aggravare la situazione già incandescente tra le due formazioni dominanti, che intrapresero una serie di azioni violente culminate nell’esplosione dell’ira popolare e nella guerra civile seppur non dichiarata del 1948 che provocò la morte di oltre 300mila persone, identificata successivamente come il periodo della “Violencia”. Dopo la breve parentesi della dittatura del generale R. Pinilla dal 1953 al 1957, le coalizioni dominanti percorsero la strada della riconciliazione e pacificazione del paese, nel tentativo di riaffermare la legalità del patto politico, concludendo un accordo per la costituzione del “Frente Nacional”, successivamente consacrato dal plebiscito del 1957, che garantiva alle formazioni di liberali e conservatori l’inclusione alla guida del paese, alterando così le dinamiche democratiche e estromettendo dalla scena politica qualsiasi esponente minoritario estraneo alle ideologie dominanti. L’accordo prevedeva la completa parità di rappresentanza nei tre rami istituzionali e l’alternanza alla presidenza, paralizzando di fatto le attività di governo e le riforme sociali e redistributive essenziali per la normalizzazione del paese. In tali circostanze, unite alle evidenti pratiche clientelari del governo e alla corruzione dilagante, la reazione del popolo, che non si riconosceva più nelle ideologie dei partiti dominanti, non si fece attendere: iniziarono così a strutturarsi movimenti di protesta civica e di guerriglia (inizialmente nelle zone rurali) che dagli anni Sessanta saranno protagonisti delle vicissitudini politiche, come le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) e il Movimento del 19 Aprile (M19). La violenza imperante nel paese, perpetrata tanto dalle istituzioni statali come dai movimenti popolari e di guerriglia, decretò il collasso del “Frente Nacional” nel 1974, lasciando il paese in balia di un sistema politico delegittimato e invischiato con esponenti del narcotraffico, dominato da fenomeni di corruzione e clientelismo. Benché la nuova costituzione del 1991 lasciasse alle spalle l’esperienza del “Frente Nacional” e aprisse a nuove formazioni partitiche, il sistema soffrì a lungo delle pratiche e dei trascorsi politici ormai strutturati, come dimostrarono anche le elezioni presidenziali del 1998, che si svolsero in un clima incandescente sotto la minaccia di guerriglia e paramilitari, tra frodi e finanziamenti illeciti dei narcotrafficanti. Un approfondimento a parte ai fini della comprensione delle dinamiche politiche colombiane merita il fenomeno della guerriglia, anche in ragione della sua attualità. Le formazioni armate più consistenti si identificano in FARC, ELN, EPL che si strutturarono dapprima in regioni remote e rurali del paese, per poi estendersi fino ai centri nevralgici politici e amministrativi e alle zone petrolifere strategiche, cercando legittimazione e consensi nei loro attacchi contro lo stato nelle sue disfunzioni. Si presentano come organizzazioni civili difensive, in opposizione alle contraddizioni politiche, economiche e sociali della società colombiana e contro la condotta omissiva statale, perseguendo ideologie di ispirazione marxista-leninista e bolivarista, ma inseguendo di fatto i loro obiettivi attraverso il ricorso a violenze inaudite e sistematiche violazione dei diritti umani si stimano oltre 35mila omicidi commessi dai gruppi armati nel periodo della loro attività. Si invischiano nelle organizzazioni criminali legate al narcotraffico, acquistando il controllo di gran parte delle attività illecite e conseguendo ingenti profitti per finanziare le loro battaglie, riuscendo nel tempo ad influenzare anche le sfere politiche nell’indifferenza della società colombiana dinanzi a manifestazioni di illegalità “normalizzata”. Soltanto in tempi recenti, nel tentativo di pacificare in modo definitivo il paese, sono state intraprese complesse negoziazioni tra le forze politiche e i gruppi armati, ispirate al riconoscimento reciproco, al compromesso e disponibilità per la ricerca di soluzioni definitive e condivise con la partecipazione e il coinvolgimento di militari, imprese, sindacati e proprietari terrieri come premessa per un risultato durevole nel tempo, che scongiuri l’esplosione di nuovi conflitti armati ad esempio l’accordo di pace e disarmo concluso nel 2016 tra il governo e le FARC e le attuali trattative in corso con l’ELN. La sfida maggiore è rappresentata dall’esigenza di smobilitare, disarmare le organizzazioni e reinserirle nella società a tal proposito significativa, seppur incompleta, è la “ley del la Justicia” n. 975 del 2005 che regola la smobilitazione prevedendo attenuanti di pena per i reati commessi dai guerriglieri, definita non a caso dalle associazioni in difesa dei diritti umani “legge dell’impunità”, oltre che dalla necessità di includere nel negoziato temi complessi come la riforma agraria, la gestione delle risorse energetiche, la rappresentanza politica della società, le politiche sociali e di sicurezza urbana, il ruolo della forza pubblica; per quanto si tratti di materie estremamente delicate, l’impresa di trovare un compromesso tra le forze in campo costituisce un’opportunità fondamentale per ripensare al futuro della nazione . Nonostante le vicissitudini che hanno interessato la Colombia in tempi recenti si discostino dal suo passato violento e la situazione sembri complessivamente normalizzata, nelle zone di confine si continua a combattere con gli ultimi focolai di gruppi di guerriglieri che non hanno accettato di scendere a compromessi con il governo. Restano poi da affrontare i grandi mali che da sempre affliggono il paese, come la lotta alla povertà e al narcotraffico, la corruzione strutturata nella politica e nelle istituzioni, la ricerca di uno sviluppo e di un’indipendenza economica per i quali la strada da percorrere sembra ancora lunga. Mentre il Venezuela si rese effettivamente indipendente dalla dominazione spagnola nel 1821, qualche anno dopo il violento terremoto che lo sconvolse decimandone la popolazione e aggravando la situazione di estrema arretratezza in cui da tempo verteva. Il paese è stato a lungo sottovalutato nel suo potenziale data l’apparente carenza di risorse, finché non vennero scoperti nel 1875 cospicui giacimenti petroliferi che attirarono l’interesse delle grandi imprese locali, associate a compagnie statunitensi come Shell e Standard Oil, alle quali il governo venezuelano dell’epoca offrì vantaggiose concessioni per lo sfruttamento del sottosuolo. I proventi dell’esportazione del petrolio finirono così per beneficiare prevalentemente i paesi importatori, lasciando il territorio in condizioni di completo sottosviluppo e carenza di infrastrutture. Fino alla prima metà del Novecento, il paese si presentava poco popolato ed estremamente arretrato, solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale attraversò una fase di lenta ricostruzione e modernizzazione per effetto dell’aumento del prezzo del petrolio e delle politiche espansive del dittatore M. P. Jimenez, allora alla guida dello Stato. Il Venezuela si mantenne a lungo nell’orbita degli Stati Uniti, prevalentemente in ragione degli interessi petroliferi, ma è soprattutto con l’inizio della Guerra Fredda e la vittoria della Rivoluzione Cubana che la morsa americana si strinse sul paese per scongiurare la minaccia del comunismo. I seguaci di Jimenez vennero perseguitati e i partiti tradizionali di liberali e conservatori si accordarono per assicurarsi un posto alla guida del paese ed evitare future derive autoritarie, stipulando il “Pacto del Punto Fijo” e alternandosi al potere, raggirando di fatto il sistema democratico. Gli interessi personali perseguiti dalle classi dominanti, in linea con il capitalismo statunitense, spinsero il paese ad una crisi bancaria senza precedenti, con l’esplosione del malcontento popolare che culminò in episodi tragici (esempio del Caracazo nel 1989) e ripetuti tentativi di colpi di stato per mano dei militari. Nel 1998 il patto crollò definitivamente e nel 1999, sotto la presidenza di Hugo Chávez, il Venezuela intraprese il cammino rivoluzionario per il ripristino delle istituzioni e dei valori democratici, con l’approvazione di una nuova costituzione e un programma di riforme per conseguire uno sviluppo umano e produttivo effettivo con l’affermazione del paese sullo scenario internazionale. In tale ottica rivoluzionaria e para comunista, Chávez nazionalizzò gran parte delle attività petrolifere suscitando le reazioni di impresari, industriali ed esponenti politici legati agli Stati Uniti che nel 2002 prepararono un colpo di stato per la sua destituzione, facendolo prigioniero. Il piano fallì e in pochi giorni Chávez era di nuovo al potere con il sostegno dalle masse popolari di Caracas e dell’esercito; l’ampio consenso di cui godeva gli valse anche la riconferma al referendum del 2004, consentendogli così intraprendere il suo programma sociale, nell’ottica più ambiziosa dell’instaurazione di un “socialismo del XXI secolo”. Nello stesso anno a L’Avana, in collaborazione con Fidel Castro, nacque ALBA, il progetto di integrazione regionale che nell’intento dei due leader avrebbe dovuto unire i paesi dell’America Latina in un destino comune. I suoi successi si conclusero nel 2013 quando fu stroncato da un cancro e la sua eredità passò al suo vice ed ex Ministro degli Esteri, Nicolás Maduro, che nello stesso anno vinse le elezioni e si impegnò nel mantenere in vita l’esperienza bolivariana, seppur godendo di meno seguito rispetto al suo predecessore. La situazione precipitò per una congiuntura dovuta al crescente contrasto con gli Stati Uniti e alle divisioni interne alla stessa maggioranza di governo, unita al crollo del prezzo del greggio e al conseguente collasso della situazione finanziaria del paese, la cui inflazione raggiunse livelli apicali. La crisi alimentare, la penuria di medicinali e generi di prima necessità sfociarono in proteste di piazza che Maduro riuscì a contenere, fronteggiando discretamente l’iperinflazione e il quadro finanziario disastroso. Così, nel maggio del 2018 le elezioni anticipate lo riconfermarono alla presidenza, seppur con un’astensione del 50% alle votazioni e il collasso della popolarità del suo partito beneficiò di fatto dell’appoggio delle classi subalterne in quanto successore designato da Chávez. Le opposizioni alimentarono forti e plausibili dubbi sulla regolarità delle procedure di voto, oltre che sull’imparzialità della campagna elettorale condotta; nel frattempo il Partito Socialista di Venezuela (PSUV) di Maduro continuava a perdere consensi, consegnando all’opposizione il controllo dell’Assemblea Nazionale. Ciò paralizzò il piano di riforme del Presidente, che nel tentativo di neutralizzare i dissidenti esautorò il Parlamento nominando un’Assemblea Costituente, mai di fatto avvallata da nessuna forza politica. Nel tentativo di sfruttare il momento più delicato per destituire Maduro, un giovane esponente dell’opposizione eletto Presidente dell’Assemblea Nazionale il Parlamento Venezuelano contemporaneamente esautorato dalla Corte Suprema, Juan Guaidó, contestò le legittimità dell’elezione con il supporto della maggioranza parlamentare che dichiarò vacante la carica presidenziale, e giurò come Presidente interino, appellandosi all’art. 233 della Costituzione Venezuelana, con l’intento di guidare il Paese fuori dalla crisi politica ed economica che da tempo lo opprimeva. Sostenendo la legittimità del suo incarico in quanto vincitore alle elezioni, Maduro si mantenne saldamente al potere dividendo l’opinione della comunità internazionale e il popolo venezuelano. Oggi il paese si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, dipendendo per oltre il 90% dei beni di consumo dalle importazioni e avendo come unica fonte gli introiti derivanti dall’esportazione di petrolio, su cui oltretutto pesano le sanzioni imposte dagli Stati Uniti che si oppongono alla presidenza di Maduro, così come la maggior parte dei leader mondiali tra cui Regno Unito, Canada, Colombia, Ecuador, Cile, Guatemala, Costa Rica, Perù, Argentina. Nel marzo del 2019, il governo del Presidente Maduro revocò Guaidó dall’incarico di Presidente dell’Assemblea Nazionale, inabilitandolo per 15 anni all’esercizio di funzioni pubbliche. La decisione fu tuttavia respinta, giudicata illegittima e incostituzionale, così, nonostante il blocco delle forze di polizia, Juan Guaidó è riuscito ad accedere all’edificio dell’Assemblea Nazionale per prestare giuramento come Presidente riconfermato, nel gennaio del 2020. Sembra che l’unica possibilità per il riscatto del paese sia la destituzione dell’attuale Presidente, accusato anche dalle Nazioni Unite di violazione dei diritti umani, violenze e torture emblematico il blocco di tonnellate di aiuti umanitari statunitensi al confine con la Colombia, oltre che di cattiva gestione politica ed economica: i dati parlano di un crollo del 70% dell’economia nazionale dal 2013 e del 12% della popolazione venezuelana emigrata dal 2014. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare in Venezuela finalizzata alla cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie, trasferiti successivamente negli USA con l’accusa di narcotraffico. Secondo un’analisi di Chatham Hause , uno dei principali think tank di politica internazionale, l’operazione ha scatenato un’intensa reazione internazionale, che ha messo in discussione i limiti del diritto internazionale, la sovranità statale e l’equilibrio geopolitico della regione. Tra le reazioni più critiche emergono quelle di Russia e Cina, due partner storici del Venezuela. Come riportato dall’agenzia di stampa britannica Reuters , Mosca ha definito la cattura di Maduro un “atto di aggressione armata” e una grave violazione della sovranità venezuelana, sollecitando un’opposizione da parte della comunità internazionale a un episodio che potrebbe divenire un precedente per altri. Allo stesso modo, la Cina ha denunciato e condannato l’uso della forza contro uno Stato sovrano e ha ribadito la necessità di rispettare il diritto internazionale. La reazione in America Latina è stata in larga misura sfavorevole: il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva hanno definito l’intervento un assalto alla sovranità del Paese, capace di destabilizzare l’intero continente, come confermato da Arab News. Anche il Messico ha fortemente condannato l’intervento militare statunitense, manifestando una notevole preoccupazione per la stabilità regionale. Contrariamente, altri paesi come Argentina, Ecuador e Perù hanno espresso il loro sostegno, ribadendo la necessità di un governo alternativo a quello di Maduro e, di conseguenza, di una transizione democratica in Venezuela. L’Unione europea ha avuto una reazione più articolata: più volte ha sollecitato il rispetto del diritto internazionale, individuando il rispetto della sovranità del Paese e della legalità internazionale come requisiti fondamentali per una qualsiasi risoluzione della crisi venezuelana. Se da un lato alcuni paesi membri, come Spagna e Francia, hanno criticato apertamente l’uso della violenza e della forza da parte degli Stati Uniti e sottolineato la necessità di una soluzione che abbia il pieno consenso del popolo venezuelano, dall’altro, diversi governi europei hanno espresso sostegno all’idea di una transizione democratica nel Paese. Ciò ha evidenziato fratture profonde tra i paesi membri dell’UE nella gestione della crisi. La cattura di Maduro ha evidenziato forti tensioni geopolitiche: mentre gli Stati Uniti sostengono di aver agito per combattere il narcotraffico e ristabilire la democrazia in Venezuela, altri stati definiscono l’operazione un precedente che potrebbe legittimare in futuro altre violazioni della sovranità nazionale di un Paese. La comunità internazionale resta frammentata. In seguito Maduro è stato sostituto ad interim da Delcy Rodríguez, più volte ministra sotto la presidenza Maduro tutto questo voluto dagli Stati Uniti per ben governare il Venezuela e il Sud America. Infine posso dire che in Brasile dagli inizi degli anni 2000, dopo essersi candidato alle elezioni presidenziali brasiliane per ben tre volte senza successo, e dopo un lungo governo a guida di Fernando Henrique Cardoso, Presidente del Brasile dal 1994 fino al 2002, il candidato perenne del Partido dos Trabalhadores (PT), Luiz Inácio da Silva, detto “Lula”, risultò in testa ai sondaggi per le prossime elezioni che avrebbero deciso il nuovo leader del Paese. Ciò che lo contraddistingueva dagli altri candidati, oltre alla sua appartenenza alla classe operaia e alle sue origini del nord-est del paese notoriamente la parte più povera e disagiata del Brasile, era il suo schieramento dalla parte dei lavoratori e la sua volontà di contrastare tutti i governi che, fino a quel momento, avevano portato avanti gli interessi del solo ceto borghese ed imprenditoriale. Lula, per risultare competitivo alle elezioni del 2002, e viste le numerose sconfitte degli anni precedenti, attuò un cambio di strategia all’interno del suo partito, cambio che portò il PT, storicamente di sinistra, ad uno spostamento verso il centro. Tale spostamento, in particolare, avvenne a seguito di tre decisioni prese prima e durante la campagna elettorale. In primo luogo, il partito di Lula concluse un’alleanza con il Partido Liberal (PL), di tradizione più conservatrice, il quale scelse come guida il senatore José Alencar. In secondo luogo, il PT contattò i maggiori leader delle imprese progressiste per il sostegno finanziario e politico. In terzo luogo, il partito redasse una lettera ai brasiliani spiegando i suoi obiettivi politici per il periodo 2003-2006 in una proposta realistica e moderata, molto diversa dalle precedenti proposte del PT. Così, al primo turno delle elezioni presidenziali, il 6 ottobre 2002, Lula si avvicinò ad una vittoria assoluta con il 46,4% dei voti validi. Tre settimane dopo, il 27 ottobre, Lula ottenne una clamorosa vittoria al ballottaggio, con il 61,2% dei voti, corrispondente a 52.793.364 voti, che lo portarono, il 1° gennaio 2003, a diventare il trentacinquesimo presidente della Repubblica Federale del Brasile. Nei quattro anni del suo primo mandato, la popolarità di Luiz Inácio da Silva continuò a crescere grazie alla vicinanza che egli mostrò al ceto più povero e alle numerose politiche sociali ed economiche che concretamente fecero crescere il paese. Tuttavia, alla fine del suo primo mandato, nel 2005, il governo a guida PT fu fortemente scosso dallo scandalo Mensalão, che portò all’ennesima crisi politica del paese. I dirigenti del Partido dos Trabalhadores furono infatti accusati di aver pagato delle tangenti ai parlamentari per ottenere in cambio il loro sostegno nei voti del Congresso. Le accuse rovesciarono molti componenti dei vertici del partito, ed, in particolare, il Primo Ministro di Lula José Dirceu, il quale fu poi arrestato nel 2016 e condannato a 23 anni di carcere con le accuse di corruzione, cospirazione e riciclaggio di denaro. Nonostante ciò, alle elezioni presidenziali del 2006, Lula decise di ricandidarsi e ottenne il 48,61% dei voti validi al primo turno e il 60,83% al secondo turno, dati che lo riconfermarono presidente anche per il prossimo mandato, che finirà nel 2010. Da notare, tuttavia, è la diversa composizione sociale dei sostenitori di Lula tra le elezioni del 2002 e quelle del 2006. Infatti, gran parte dell’elettorato della classe media che si era radunato intorno a Lula nel 2002 lo abbandonò, avendo perso la fiducia in lui per lo scandalo che lo aveva coinvolto insieme al suo partito; mentre i poveri e gli anziani votarono per lui in numero maggiore rispetto alle elezioni precedenti. Anche la sua seconda campagna elettorale si dimostrò molto diversa dalla prima. Quattro anni prima, quando il suo obiettivo era stato quello di rassicurare gli elettori dubbiosi, i suoi dirigenti lo avevano commercializzato come il portatore di «Amore e Pace nel Paese». Nel 2006 il tono era, invece, decisamente più forte. Sostenuto dal successo socioeconomico e da una vittoria politica più incisiva, il secondo mandato di Lula è stato molto più marcato del primo. Nel secondo mandato, infatti, Lula risulta non solo il maestro indiscusso dell’affetto popolare, in quanto primo presidente a portare un benessere modesto a così tante persone, ma anche in completo controllo della propria amministrazione. All’indomani della sua elezione, il presidente si concentrò subito sull’attuazione di politiche economiche e sociali volte ad innalzare il livello di benessere medio dei cittadini e soprattutto ad abbassare la diseguaglianza sociale dilagante nel paese. Tale risultato fu ottenuto grazie a politiche mirate e trasferimento di incentivi a determinate fasce della popolazione. In particolare, Lula ha stabilito come prioritaria la lotta contro la fame, piaga che colpiva nel 2002 milioni di brasiliani, lanciando il progetto “Fome Zero” (Fame zero) che inizialmente stanziava per il raggiungimento dell’obiettivo 500 milioni di dollari. Con questa nuova politica, il neoeletto presidente conferma la sua controtendenza rispetto ai governi precedenti, i quali avevano dato sempre poca importanza alla fame nei loro programmi, per accrescere la reputazione del Pese sul piano internazionale. Lo stesso presidente ha definito tale progetto “un programma ombrello” che comprende l’attuazione di diverse riforme in più ambiti della nazione, come occupazione, sanità, welfare, istruzione e promozione dell’agricoltura familiare. Nel contesto di “Fome Zero”, l’azione più significativa in termini di risorse e risultati è stato sicuramente il programma “Bolsa Familia” (Borsa di famiglia), ovvero un programma di trasferimento diretto del reddito, spendibile esclusivamente in cibo, rivolto alle famiglie in condizione di povertà e povertà estrema in tutto il paese, con l’obiettivo di garantire ai beneficiari il diritto al cibo e l’accesso all’istruzione e alla salute. Per poter usufruire dei 32 reais al mese per ogni figlio, le famiglie in questione dovevano rispettare delle condizioni: mandare i minori a scuola fino ai quindici anni, l’obbligo, per gli adulti, di seguire dei corsi professionali e sottoporre l’intera famiglia a visite mediche obbligatorie, con l’aggiornamento delle vaccinazioni, tutto questo per interrompere il ciclo intergenerazionale della riproduzione della povertà. Bolsa Familia, nonostante sia stata una misura aspramente criticata dal ceto più ricco della popolazione, il quale accusava il presidente di aver dato vita ad una cultura assistenzialista che, invece di spronare le classi più povere a guadagnare denaro, si sarebbero ripiegate sui sussidi statali, è stata in realtà il più grande successo del governo Lula. Grazie al programma in questione, infatti, si sono osservati effetti esponenziali sulla crescita economica e soprattutto sulla diminuzione drastica del tasso di disuguaglianza sociale del paese. In particolare, in Brasile, si creò una classe che fino a quel momento non esisteva: la classe media. Basti pensare che, secondo i dati della FAO, la povertà estrema è stata ridotta del 75% in Brasile tra il 2001 e il 2014. All’interno delle politiche sociali messe in atto da Lula durante i suoi due mandati, un grande ruolo è ricoperto dal programma Minha casa, Minha Vida (Mia casa, Mia vita), lanciato nel 2009. Con questo programma il presidente si prefigge l’obiettivo di smantellare un’altra grande piaga sociale del paese: le favelas. Le baraccopoli abusive, uno dei tanti simboli del Brasile, sono infatti luogo di violenza nelle quali si crea un circolo vizioso tra criminalità, analfabetismo, povertà e degrado e nelle quali vivono persone in situazione di estrema povertà costrette ad uno stile di vita malsano, quasi impossibile da migliorare. Il programma si propone, quindi, di fornire una dimora sicura per tutti coloro che appartenevano alla “Fascia 1” della popolazione, ovvero quelle famiglie con un reddito annuale inferiore a R$1.80015. Dopo un anno dalla sua messa in atto, Minha casa, Minha Vida contava 463.600 unità abitative vendute, fino ad arrivare, nel 2018 a raggiungere 14,7 milioni di beneficiari il 7% della popolazione intera comprò una casa finanziata dal programma stesso. Anche per quanto riguarda l’istruzione, il governo di Lula ha preparato un piano che ha cercato di democratizzare l’accesso alla scuola a tutti i livelli e su tutto il territorio nazionale. A questo scopo è stato creato Fundeb (2007) per aiutare a finanziare ed espandere l’istruzione di base. Nell’istruzione superiore, ha promosso l’ampliamento delle borse di studio per master e dottorati, con l’obiettivo di aumentare del 5% il numero di professori qualificati nelle università. Tuttavia, allo stesso tempo, ha consentito alle università private di crescere grazie a programmi di finanziamento di borse di studio pubbliche presso università private attraverso il Prouni (programma Università per tutti) creato nel 2005. Così, dal 2005 la spesa pubblica per l’istruzione è triplicata e il numero di studenti universitari è raddoppiato. Queste, unite ad altre politiche sociali messe in atto durante i due mandati di Lula, hanno contribuito sicuramente a migliorare le condizioni generali di tutto il paese e in particolare delle fasce di popolazioni meno abbienti e con minori prospettive di vita, facendo aumentare l’indice di sviluppo umano dal 2002 al 2011 dell’8,84%, inoltre, osservando l’andamento del coefficiente di Gini negli anni della presidenza Lula, la diseguaglianza in Brasile è passata da un punteggio di 58.1 del 2002 ad uno di 53.7 del 2010. Tali risultati furono ottenuti anche grazie a politiche economiche mirate, che permisero al paese di crescere e soprattutto che portarono ad una riduzione della povertà mai vista prima in Brasile. Per arrivare a questi risultati, il presidente, insieme al neonominato ministro delle Finanze Antonio Palocci, decise di mantenere il filone della politica economica neoliberista adottata dal governo di Cardoso, che già nel 2002 aveva raggiunto grandi risultati. In questo senso, uno dei più grandi meriti economici del governo fu il mantenimento del Plano Real, un programma di riforme economiche creato nel 1994 sotto il governo di Itamar Augusto Cautiero Franco. Alla sua fondazione, l’obiettivo del programma, oltre al cambio di conio, era quello di battere definitivamente l’iperinflazione che colpiva il paese, arrivata nel 1994 al 46,58%, obiettivo che il governo riuscì a raggiungere dal primo anno dopo la sua attuazione, riuscendo a mantenere il tasso di inflazione ad un livello stabile tra il 2 e il 3% negli anni successivi. Il grande successo in campo economico di Lula si può riscontrare anche analizzando l’andamento del PIL in entrambi i suoi mandati. Il tasso di crescita del PIL registrato tra il 2003 e il 2010 si aggira, in media, intorno al 4% annuo. Anche dopo la caduta della borsa di Wall Street nel 2008, Lula e il suo governo hanno dimostrato la loro competenza in ambito economico. Dopo aver definito lo scoppio della bolla speculativa una “marolinha” (un’onda molto piccola), il presidente ha preso subito provvedimenti, rivelatisi poi molto efficaci. Nonostante il calo delle entrate fiscali, i trasferimenti sociali sono stati aumentati, gli obblighi di riserva sono stati ridotti, gli investimenti pubblici sono cresciuti e il consumo privato è stato sostenuto. Nel superare la crisi, le pratiche bancarie locali hanno aiutato, ma fu una politica statale concordata e vigorosa che fece girare l’economia. Il presidente, inoltre, fece del suo ottimismo un vero e proprio provvedimento per arginare la crisi, che permise ai brasiliani di continuare a consumare e di mantenere così la domanda in equilibrio. Entro il secondo trimestre del 2009, il capitale straniero iniziò di nuovo a scorrere nel paese e alla fine dell’anno la crisi era finita. Il grande successo nell’affrontare la crisi è sicuramente da attribuirsi anche al Programa de Aceleração do Crecimento (Programma di accelerazione della crescita), meglio conosciuto come PAC. Creato nel 2007, il PAC ha promosso la ripresa della pianificazione e della realizzazione delle principali opere di infrastrutture sociali, urbane, logistiche ed energetiche nel Paese, contribuendo al suo sviluppo accelerato e sostenibile. PAC è un programma per incoraggiare lo sviluppo istituito per promuovere la crescita economica, la creazione di posti di lavoro e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Brasiliano. Cercando di costruire le basi per un ambiente favorevole alla crescita e allo sviluppo economico, PAC organizza le attività del governo e incoraggia l’azione del settore privato su un orizzonte di quattro anni, con investimenti pianificati per il 2007-2010. Nella sua fase iniziale, il programma, con lo stanziamento di R$ 657,4 miliardi, si è concentrato sullo sviluppo e la promozione di cinque blocchi: misure di investimento in infrastrutture, oltre a determinati programmi idrici ed elettrici, come Luz para Todos (Luce per tutti), che migliorano direttamente la qualità della vita della popolazione a basso reddito; misure per stimolare il credito e il finanziamento; misure di sviluppo istituzionale; misure di soccorso e amministrazione fiscale; e misure fiscali a lungo termine. Alla fine del 2010, il PAC vantava il primato di aver creato 8,2 milioni di posti di lavoro e di aver completato l’82% del totale dei progetti infrastrutturali. Inoltre, il PIL brasiliano nel 2008 ha raggiunto i 2,9 trilioni di dollari, mostrando una crescita del 5,1%, con il tasso di investimento che ha raggiunto il 19,0%, il più alto della serie iniziato nel 2000. Complessivamente possiamo quindi affermare che, anche dal punto di vista economico, il governo ha attuato provvedimenti che hanno avuto un grande impatto sulla crescita del paese, riportando il Brasile al boom economico che non viveva da ormai 30 anni. Ai successi nazionali fin qui riportati, se ne potrebbero aggiungere altrettanti sullo scenario internazionale. Se, infatti, il predecessore di Lula, Henrique Cardoso, aveva adottato una linea diplomatica che si risolveva di fatto in una fedeltà agli Stati Uniti, egli decise di cambiare completamente il corso della politica estera. Così, il ministro degli Esteri Celso Amorim, si è ritrovato presto alla guida di un fronte di stati più poveri per contrastare i tentativi euro-americani di creare accordi di più «libero mercato» – libero per gli Stati Uniti e l’UE – attraverso l’OMC a Cancún. Come ha cortesemente espresso: «Cancún sarà ricordato come la conferenza che ha segnalato l’emergere di un sistema commerciale multilaterale meno autocratico”. Se, infatti, Washington e Bruxelles non sono ancora riusciti, otto anni dopo, a imporre la loro volontà sul mondo meno sviluppato nel fallito Doha Round, il merito deve prima di tutto andare in Brasile. La consacrazione di della nuova posizione che il Brasile aveva conquistato è arrivata con la formazione delle potenze del quartetto BRIC 2009, che ha riunito Brasile, Russia, India e Cina con l’intento di esaltare il loro valore nelle relazioni internazionali. Da sottolineare è il fatto che all’interno delle quattro potenze, il Brasile è l’unico paese ad aver sfidato la volontà degli Stati Uniti su questioni di importanza strategica. Lula, infatti, non solo riconobbe la Palestina come stato, ma si discostò da Washington anche per la questione dell’Iran, arrivando al momento più controverso della sua politica estera, invitando Mahmoud Ahmadinejad a Brasilia. Per il Brasile fare ciò fu una dichiarazione di indipendenza diplomatica. In questi anni, il Brasile ha fatto delle relazioni con l’Africa un caposaldo della sua politica estera, come attestano le 19 ambasciate aperte in questo continente, seguite da un aumento degli scambi commerciali. Nel 2002, lo scambio del Brasile con il continente è stato di 5 miliardi di dollari, fino ad arrivare, nel 2008, a 26 miliardi. Lula ha anche eliminato il debito estero di diversi paesi africani, compresa la Nigeria, al fine di promuovere la cooperazione sud-sud. Tutte queste misure erano portate aventi con l’obiettivo di raggiungere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, tuttavia, nonostante gli sforzi, il Brasile non ha ottenuto la posizione desiderata, ma, in compenso, ha visto un aumento degli scambi con quasi tutti i paesi con cui ha mantenuto le relazioni. Sotto il governo di Lula, il Brasile è emerso anche come potenza globale, dimostrando, non solo un miglioramento materiale senza precedenti, ma anche un forte orgoglio collettivo nel paese. Lula in sei anni di presidenza è riuscito, se non ad eliminare, a ridurre le maggiori piaghe che affiggevano il paese da secoli. Per questo, durante i suoi mandati e successivamente, nello scenario politico nazionale ed internazionale si iniziò a dibattere sulle motivazioni del suo grande successo e sulla valenza storica della sua presidenza. In particolare, le principali interpretazioni storiche del governo Lula vengono fornite da Fernando Henrique Cardoso, presidente del Brasile prima di Lula, da André Singer, scienziato politico e portavoce di Lula durante il suo primo mandato e, per concludere, da Francisco de Oliveira, noto sociologo brasiliano Cardoso descrive il governo del suo successore come un’incarnazione delle tradizioni più arretrate del continente, come una rinascita di un populismo portato avanti da un leader carismatico che ha il solo obiettivo di accreditarsi il consenso delle masse con atti di carità e adulazione. Cardoso compara il governo Lula a quello del dittatore Vargas in Brasile e di Perón in Argentina, fino ad arrivare a definire il lulismo un Sub-Peronismo. Tuttavia, secondo un’analisi più imparziale, l’esercizio del potere di Lula non comportava nulla di assimilabile a queste due figure. La sua ascesa, infatti, si basava su un movimento sindacale e un partito politico molto più moderno e democratico, non comparabile all’ascesa di Vargas o Perón. Inoltre, non sono state riprodotte neanche le forme di clientelismo del populismo classico nelle politiche sociali, come è possibile osservare dalla messa in atto del programma Bolsa Família, amministrata del tutto in modo impersonale. La seconda interpretazione, proposta da Singer, è un’analisi del lulismo basata sulla psicologia dei poveri brasiliani. Secondo Singer, infatti, il successo di Lula arrivò proprio quando egli si rese conto di dover diventare fonte di rassicurazione per le classi meno abbienti, le quali erano guidate da due emozioni principali: la speranza che lo stato potesse moderare la disuguaglianza e la paura che i movimenti sociali potessero generare ulteriore disordine. Singer, nella sua analisi, compara le vittorie di Lula nel 2002 e nel 2006 alle vittorie di Roosevelt nel 1932 e nel 1936, per quanto riguarda il bacino di sostenitori e la loro classe di appartenenza. La terza e ultima interpretazione dei governi Lula è proposta da Francisco de Oliveira, che ha sviluppato una visione completamente antitetica rispetto a quella di Singer. Il sociologo, infatti, individua un certo lato oscuro del Lulismo che non era mai stato evidenziato prima, ovvero il fatto che con le politiche attuate dal presidente, si era ottenuta una sorta di “egemonia inversa”. Al contrario dell’egemonia di Gramsci, nel Lulismo, i dominati ottengono il consenso dei dominanti per la loro leadership della società, solo per ratificare le strutture del proprio sfruttamento. In questo senso, l’analogia più vicina sarebbe il Sudafrica di Mandela. Secondo de Oliveira il destino dei poveri in Brasile era stato una specie di apartheid, finita grazie a Lula, il quale sì, si aggiudica questo merito, ma non quello di aver promosso progressi equi e inclusivi. Quattro mesi prima dello scadere del suo secondo mandato, Lula, non potendosi più ricandidare alle prossime elezioni di ottobre 2010, decise, insieme al Partido dos Trabalhadores, di candidare la politica Dilma Rousseff, conosciuta al popolo brasiliano come semplicemente “Dilma” per la carica di presidente. Dilma, nonostante la sua carriera politica decennale che la portò ad essere nominata Ministro delle Miniere e dell’Energia durante il primo mandato di Lula e Ministro della Casa Civile durante il secondo, era scarsamente conosciuta dai più. La sua campagna elettorale, portata avanti in ogni dettaglio con il fedele “maestro” Lula, si basò sulla continuità con il precedente governo, tanto che molti parleranno della sua vittoria come l’ennesima vittoria elettorale di Lula. Così, Dilma Rousseff ottenne il 56% dei voti al secondo turno e divenne, il 1° gennaio 2011, la trentaseiesima presidente della Repubblica Federale del Brasile, aggiudicandosi il primato di prima presidente donna. Nonostante l’avvento di una durissima crisi economica durante il suo primo mandato, il dilagarsi di numerose proteste contro la sua persona e il suo governo e il PIL che continuava a contrarsi, la presidente brasiliana vinse anche alle successive elezioni del 2014, iniziando il suo secondo mandato a gennaio 2015. Tuttavia, non riuscì a terminarlo. Nel 2016, infatti, fu accusata di impeachment dal Senato della Repubblica Brasiliana, a seguito dell’indagine Lava Jato, in cui verrà ritenuta colpevole. Quando Dilma assunse la presidenza, ci fu una forte recessione economica globale, che influenzò anche l’economia nazionale. Nel primo anno dell’amministrazione Dilma, l’economia mostrò già segni di decelerazione, dopo che il PIL brasiliano crebbe del 7,5% nel 2010, il più grande progresso dal 1986. Nel 2011, il PIL crebbe del 2,7%, molto meno del 5,5% previsto. Il punto positivo fu dovuto all’occupazione formale, che rimase elevata: solo il 5% della popolazione economicamente attiva era disoccupata. Tuttavia, con il progredire del primo mandato l’economia mostrò risultati più preoccupanti. Nel 2012 il Prodotto interno Lordo crebbe dello 0,9%, la peggiore performance dal 2009, mentre l’anno successivo, trainato dall’aumento degli investimenti, l’aumento del PIL fu del 2,3%. Per far fronte al rallentamento, il governo fece appello per misure di soccorso, sia per il settore produttivo che per i consumatori. Furono inoltre lanciati pacchetti di incentivi fiscali e finanziari contro i colli di bottiglia delle infrastrutture, come ad esempio ingressi e porti. La riduzione fiscale, iniziata durante il governo di Lula, come modo per stimolare la crescita del paese, divenne più intensa quando Dilma fu eletta e avanzò fortemente nel primo anno. Le esenzioni aumentarono però il debito lordo del paese. Nel 2014, il settore pubblico spese 32,5 miliardi di dollari in più rispetto a quanto raccolto con le tasse, pari allo 0,63% del prodotto interno lordo, il primo deficit dal 2002. Nel tentativo di invertire questa crisi, gli investimenti nelle infrastrutture del paese aumentarono attraverso l’istituzione del secondo termine del Programa de Aceleração do Crescimento (PAC 2), nel 2011. Il programma si occupava dello sviluppo di molteplici settori, che furono raggruppati in sottocategorie. Nello specifico il PAC 2 comprendeva i programmi: Cidade Melhor, volto a migliorare la qualità della vita degli abitanti dei grandi centri urbani brasiliani; Comunidade Citadã, che si prefiggeva di garantire la presenza dello Stato nei quartieri popolari; Minha Casa, Minha Vida, un continuum a tutti gli effetti di quello proposto da Lula; Água e Luz para Todos, che aveva l’obiettivo di universalizzare l’accesso a fonti di acqua e di energia; Trasportes, per ampliare la rete dei trasporti pubblici all’interno dei paese e, per finire, Energia che si propone di espandere l’offerta di energia elettrica attraverso la costruzione di progetti con fonti rinnovabili e di basse emissioni di carbonio. È grazie a quest’ultima componente del programma che furono indirizzati gran parte dei fondi all’azienda PetroBras per la ricerca di nuove riserve di petrolio in territorio nazionale. Tuttavia, secondo l’Instituto Trata Brasil, alla fine del 2013, solo 10,31 miliardi di reais furono investiti in opere che univano i due PAC, meno della metà dei 34 miliardi promessi. Nonostante queste e altre misure di politica economica adottate dal governo Rousseff, come ad esempio la riduzione dei tassi di interesse, per agevolare il credito per aziende e privati, il Brasile dovette affrontare in quegli anni una durissima crisi economica. Oltre alla crisi economica, Dilma Rousseff dovette affrontare anche la profonda crisi sociale che non aveva mai smesso di colpire il paese. Infatti, nonostante i grandi risultati ottenuti da Lula in questo ambito, la piaga della povertà era tutt’altro che sradicata dal Brasile. La presidente decise di far fronte al problema, seguendo una linea di continuità con il governo precedente. Così, a giugno 2011 venne lanciato il programma “Brasil sem Misèria” (Brasile senza povertà), che costituisce una raccolta di programmi e azioni, perlopiù già esistenti prima del 2011, con pochissime novità, tanto che il programma Bolsa Familia si inserì come protagonista del piano. Il Brasil sem Miséria è stato creato per superare l’estrema povertà nel paese, tenendo sempre presente che la povertà non è solo una questione di reddito. Le priorità del piano furono quindi la sicurezza alimentare e nutrizionale, l’istruzione, la salute, l’accesso all’acqua e all’elettricità, l’alloggio, la qualificazione professionale e il migliore inserimento nel mondo del lavoro. Per far fronte a così tante sfide, il programma fu organizzato su tre assi: la garanzia di reddito, per un immediato sollievo dalla situazione di povertà; un più ampio accesso ai servizi pubblici, per migliorare le condizioni di istruzione, salute e cittadinanza delle famiglie; una maggiore inclusione produttiva, per aumentare le capacità e le opportunità di lavoro e la generazione di reddito tra le famiglie più povere delle campagne e della città. Tra le poche innovazioni del programma, troviamo l’istituzione di un reddito minimo garantito alle madri di famiglia, viste come fulcro del nucleo familiare. Tutti gli obiettivi inizialmente fissati dal piano sono stati raggiunti, durante i due mandati della presidente, portando il paese a un nuovo livello in termini di protezione sociale. Grazie a Brasil sem Miséria, 22 milioni di persone furono sollevate dalla povertà. Più di 1,75 milioni di persone a basso reddito si iscrissero ai corsi di qualificazione professionale, migliorando il loro lavoro e le prospettive di reddito. Più di 960 mila cisterne, comprese le cisterne di consumo e produzione, furono costruite e consegnate sin dall’inizio. Inoltre, i trasferimenti del programma Brasil Carinhoso ai comuni contribuirono ad aumentare del 33% tra il 2011 e il 2014 il numero dei bambini iscritti a centri di assistenza all’infanzia. In questo ambito, nel giugno 2014, la presidente firmò anche il Plano Nacional de Educação – PNE -Piano nazionale di istruzione, senza veti del Congresso, che stabilì 20 obiettivi e strategie per il settore dell’istruzione per la durata di 10 anni. Tra le misure principali vi furono l’investimento del 10% del PIL nell’istruzione, l’eradicazione dell’analfabetismo e l’universalizzazione dell’istruzione della prima infanzia e dell’istruzione primaria e secondaria. Dei 20 obiettivi a breve termine, solo uno fu raggiunto da Dilma: la creazione di un forum per monitorare l’evoluzione salariale degli insegnanti. La presidente affrontò anche polemiche su un progetto di distribuzione di kit contro l’omofobia nelle scuole, oggetto di gravi critiche, che portarono Dilma ad arretrare e cancellare il progetto. All’epoca, uno dei maggiori critici del kit fu il vice federale Jair Bolsonaro. Nonostante le numerose politiche sociali messe in pratica, tra il primo e il secondo mandato Dilma dovette affrontare una battuta d’arresto per quanto riguarda l’indice di approvazione della sua presidenza. Secondo l’Instituto MDA se a febbraio 2014, l’indice di approvazione era del 55%, è passato al 47,9% a metà dell’anno. Inoltre, il 46,1% disapprovava la presidente, con un 14,3% degli intervistati che consideravano il suo governo un “cattivo governo” e il 16,3% che lo considerava “terribile”. Molti attribuirono questa perdita di consensi agli eventi avvenuti per la preparazione della Coppa del Mondo del 2014, svolti per l’appunto in Brasile. I mondiali del 2014, infatti, furono ufficialmente i mondiali più costosi nella storia della Coppa del mondo, costando, alla fine, tre volte di più di quello che era stato stipulato nel 2007, anno in cui la FIFA decise di svolgere i Mondiali in Brasile. Inoltre, nel 2007, l’allora presidente Lula aveva promesso ai brasiliani che i fondi pubblici sarebbero stati utilizzati solo per la costruzione di infrastrutture, utili anche dopo i mondiali, mentre gli sponsor privati si sarebbero occupati degli altri aspetti ludici e sportivi. In realtà non andò così. I costi della Coppa del mondo ammontarono a R$ 25,8 miliardi, cifra esorbitante, se si pensa che corrispondeva al 9% della spesa pubblica annuale per l’istruzione e, come se non bastasse il governo pagò circa il 90% dell’ammontare, dati nascosti dai media brasiliani. Tutto ciò provocò un’ondata di grandi proteste in tutto il paese che coinvolse centinaia di migliaia di manifestanti in tutte le principali città brasiliane. I partecipanti chiedevano maggiori investimenti dedicati a sanità, istruzione, miglioramento dello stile di vita. Tutti guardavano ai soldi investiti per i mondiali come ad un grosso spreco, considerando che milioni di brasiliani vivevano in condizioni di estrema povertà. Lo scarso successo riscontrato sul piano nazionale dalla presidente, si rispecchia anche sul piano internazionale. Se infatti, il governo Rousseff, anche per quanto riguarda la politica estera, decise di seguire una linea di continuità con il governo precedente, l’imprenditorialità di Lula e Amorim perse terreno. Le iniziative del Brasile furono, infatti, con Dilma più «reattive» che «attive», più focalizzate sulla portata delle idee che sull’azione pratica. Concentrando l’analisi sui punti di discontinuità in questo ambito, un dato importante da menzionare è la differenza dei posti vacanti per le sedi diplomatiche. Durante il governo Rousseff furono offerti 110 posti vacanti, riducendo l’offerta del 47% rispetto al periodo 2003 2006 e del 74% rispetto al periodo 2007-2010, dati che riflettono meno assertività nella politica estera brasiliana. La diplomazia mostrò segni di regressione in generale, anche per quanto riguarda i viaggi ufficiali svolti dalla presidente durante i suoi mandati, di numero molto inferiori rispetto al suo predecessore. Per quanto riguarda le regioni visitate, permase l’attenzione tipica del governo Lula sulla definizione delle priorità per il Sud America e dell’Africa ed emerse un elemento di discontinuità per quanto riguarda le relazioni con il mondo arabo, in cui fu intensificata la presenza della presidente ad esempio in Tunisia. Differirono anche le relazioni intessute con l’Iran. Durante il governo Rousseff, infatti decise di non dare seguito alle politiche intraprese da Lula nei confronti di questo paese. Con Dilma il Brasile passò quindi dalla crescita più grande e sostenuta tra i paesi emergenti alla peggiore crisi dagli anni Trenta. Da una stabilità politica inedita, con un partito di sinistra al potere per più di dieci anni, all’ingovernabilità. Come sappiamo Lula fu coinvolto per la prima volta nelle indagini della Lava Jato il 3 marzo 2016, giorno in cui fu emanato un mandato di condotta coercitiva per interrogarlo sul suo possibile rapporto con il Clube e il sistema di tangenti innescato intorno a Petrobras. Cinque giorni dopo l’accaduto, il Ministero Pubblico Federale lo accusò di aver ricevuto tangenti dal contraente OAS per un importo di 3,7 milioni di reais, derivati da un conto di corruzione destinato al PT in cambio della promozione della società nei contratti con Petrobras. Sempre secondo il Ministero, la tangente fu pagata sotto forma di acquisto e ristrutturazione di un appartamento triplex a Guarujá, la cui proprietà sarebbe stata nascosta alle autorità. L’accusa arrivò dopo la testimonianza dell’ex presidente dell’OAS, Léo Pinheiro, anch’egli condannato nel processo, di altri testimoni che affermarono di aver visto Lula e sua moglie, Marisa Letícia, nel triplex, e di alcuni funzionari dell’OAS che dichiararono di essere a conoscenza dell’acquisto dell’appartamento per l’ex presidente. Secondo i giudici, sebbene non vi fosse alcun trasferimento formale a Lula, la proprietà era riservata a lui, il che rappresentò un tentativo di nascondere i beni. L’ex presidente fu accusato dal Ministero Pubblico Federale di riciclaggio di denaro e corruzione passiva. Così, il 20 settembre 2016 Sérgio Moro decise di accettare la denuncia del MPF contro Lula nel «Caso triplex». Lula testimoniò per la prima volta in tribunale il 10 maggio 2017. La sua difesa si basò sul fatto che l’accusa nei suoi confronti era completamente fondata su una testimonianza, fatto che la rendeva, secondo lui, inattendibile. Nonostante ciò, dopo 10 mesi di procedimenti giudiziari, il 12 luglio 2017, Moro condannò Lula a nove anni e sei mesi di carcere. La decisione di primo grado fu poi confermata dal Tribunale Regionale Federale della Quarta Regione il 24 gennaio 2018, in un processo durato più di otto ore, che attirò l’attenzione internazionale. In questa fase del processo fu inoltre ampliata la portata della pena: da nove anni e sei mesi a dodici anni e undici mesi di carcere. Così, il 7 aprile 2018, il trentacinquesimo presidente della Repubblica Federale del Brasile, fu definitivamente arrestato ed entrò in prigione. Tuttavia, dopo 580 giorni nel carcere della Polizia federale di Curitiba, Lula fu rilasciato l’8 novembre 2019, un giorno dopo che la Corte Suprema Federale dichiarò il carcere incostituzionale. Infatti, l’organo di giustizia stabilì che l’imputato non aveva utilizzato tutti i rimedi a sua disposizione prima della sua incarcerazione. Il periodo tra il 1994, anno in cui è stato lanciato il Plano Real, e il 2014, anno dell’improvviso declino della popolarità della presidente Rousseff, il Brasile riuscì a combinare, per la prima volta nella sua storia, cinque elementi: un regime politico democratico, una stabilità politica relativa, una crescita economica, una notevole riduzione della povertà e disuguaglianza sociale e un grande prestigio internazionale. Tuttavia, questo precario equilibrio si ruppe proprio nell’anno dell’inizio dell’Operazione Lava Jato e scoppiò del tutto a seguito dell’impeachment contro la presidente brasiliana, dando origine ad una crisi politica ancora irrisolta. Se per molti analisti l’indagine condotta dalla Polizia Federale rappresentò, nello scenario della crisi creatasi, solamente una condizione sufficiente, e quindi non necessaria, tutti concordano pienamente sul fatto che costituisca l’ultimo fattore scatenate di essa. In particolare, l’Operazione Lava Jato mise in luce due elementi del sistema politico istituzionale brasiliano. In primo luogo, dimostrò che i meccanismi di controllo sugli attori politici funzionarono in modo soddisfacente. L’intervento punitivo dello Stato si intensificò, attraverso un processo che volle dimostrarsi simbolo della lotta alla corruzione, anche se il prezzo da pagare fu il sacrificio dei diritti individuali, visti come meri ostacoli all’efficacia criminale. In secondo luogo, le indagini misero anche in luce le viscere del sistema politico rivelando il modello dominante nei rapporti tra uomini d’affari, politici e partiti nel paese. In questo senso, istituzioni di responsabilità orizzontale rivelatesi più forti paradossalmente erosero i legami di responsabilità verticale e generarono richieste di rappresentanza politica che il sistema partitico esistente non fu in grado di soddisfare. Il governo Temer, formatosi l’indomani della destituzione della presidente Rousseff, vantava infatti una maggioranza dei tre quinti del Congresso, composta dai principali partiti presenti nella scena politica, escluso l’ormai devastato PT. In particolare, il nuovo governo di coalizione era formato dal Partido do Movimento Democrático Brasileiro (PMDB), dal Partido Progressista (PP), dal Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB), oltre che una serie eterogenea di altri partiti minori. Subito dopo l’insediamento del nuovo governo, le aspettative politiche su di esso erano molto alte: con tale maggioranza a suo favore, Temer avrebbe potuto far approvare leggi, come non aveva potuto fare Dilma; inoltre, anche le imprese riponevano molta fiducia in lui, dopo le promesse del neopresidente di voler migliorare gli indicatori economici, soprattutto all’interno dei mercati finanziari. Tuttavia, già durante i primi giorni del nuovo governo le critiche furono molte e il consenso ricevuto dalla popolazione fu da subito molto basso. Secondo la prima valutazione effettuata da Datafolha a due mesi dal suo insediamento, infatti, solo il 14% dei brasiliani considerava ottima o buona la gestione del socialista, mentre il 31% lo considerava cattivo o terribile. Le prime critiche arrivarono il giorno in cui assunse temporaneamente la presidenza a seguito dell’impeachment, a causa dei profili dei nuovi ministri scelti per il suo governo, che non comprendeva né donne né persone di colore, fatto che scatenò queste fasce della popolazione che, non sentendosi rappresentate, diedero vita a proteste sui social networks e in strada. La vera crisi che coinvolse il governo Temer, tuttavia, iniziò dopo poche settimane dal suo insediamento, quando il popolo brasiliano si rese conto di non poter contare su esso per avere un governo più onesto del precedente e privo di corruzione. Già pochi giorni dopo l’inizio dei lavori del governo, il ministro della Pianificazione, Romero Jucá fu costretto a dimettersi dal suo incarico, a seguito della pubblicazione sul quotidiano “Folha de São Paulo” di un video rappresentante una conversazione tra lui e l’ex direttore della Transpetro, Sérgio Machado, in cui Jucá avrebbe suggerito un «Patto» per bloccare l’operazione Lava Jato. Egli fu il primo di una dozzina di ministri e consiglieri di Temer coinvolti direttamente o indirettamente nell’Operazione. In seguito, anche il ministro della Trasparenza, Ispezione e Controllo Silveira, capo di un portafoglio strategico di misure per combattere la corruzione nel paese relative all’Operazione Lava Jato, fu costretto alle dimissioni. Il 29 maggio 2016, infatti, venne pubblicata una conversazione avvenuta mesi prima, quando Silveira era ancora un membro del Consiglio Nazionale di Giustizia, registrata dall’ex presidente della Transpetro (azienda statale sotto il controllo di Petrobras) Sérgio Machado, in cui il nuovo ministro dispensò consigli al presidente del Senato, Renan Calheiros, su come avrebbe dovuto agire in relazione alle indagini della Lava Jato in cui era stato coinvolto. Dopo la pubblicazione, il presidente Michel Temer e il procuratore generale si rifiutarono di commentare le registrazioni. Il 15 giugno, durante una confessione pluripremiata, inoltre, venne nominato lo stesso Temer. Sérgio Machado confessò agli agenti della Polizia Federale di aver trasmesso, dal 2003 al 2014, tangenti, tramite donazioni elettorali ufficiali, a più di 20 politici di 6 partiti. In particolare, il presidente della Transpetro, confessò che Temer gli chiese personalmente risorse, per un ammontare di R$ 1,5 milioni, dal programma di tangenti di Petrobras, per finanziare la campagna di un deputato federale nella città di San Paolo nel 2012. Nella stessa occasione furono nominati la maggior parte degli esponenti del partito al governo, il PMDB, tra cui ministri, senatori e consiglieri, che, secondo la confessione di Machado avrebbero intascato un totale di più di 100 milioni di reais. Anche ad ottobre, il governo Temer fu messo a dura prova. La Polizia Federale, infatti, il 19 ottobre 2016 arrestò l’ex presidente della Camera dei deputati Eduardo Cunha, membro dello stesso partito del governo, nell’ambito dell’Operazione Lava Jato. Insieme, le condanne del politico raggiunsero quasi i 40 anni. Fu condannato due volte, con una sentenza confermata in secondo grado. Nella sua prima condanna, Cunha fu accusato di aver ricevuto una tangente di $ 1,5 milioni in un affare Petrobras in Benin, in Africa; così fu condannato a 15 anni e quattro mesi di reclusione dal giudice Sérgio Moro nel marzo 2017, ma la sua pena fu ridotta a 14 anni e sei mesi nel novembre dello stesso anno dal Tribunale regionale federale della 4a regione. Il secondo anno di governo proseguì come era finito il primo. Il giudice Moro continuò ad investigare sul PMDB e le sorti del nuovo partito di governo si avvicinavano sempre di più a quelle del precedente PT. Ad aprile, in particolare, il procuratore generale aprì le indagini su quasi la metà dei ministri, ventinove senatori, quaranta deputati e tre governatori, tutti indagati per corruzione attiva e passiva e riciclaggio di denaro; a maggio, il presidente venne coinvolto nuovamente personalmente nelle indagini con le stesse accuse. Ad un anno dal suo insediamento il governo stava per crollare. Se le accuse contro il presidente fossero state confermate, il governo sarebbe finito. Temer, tuttavia, annunciò pubblicamente che non si sarebbe mai dimesso, nonostante avesse solo il 4% di consensi, e le proteste dilagassero nel paese: si pensi che secondo il quotidiano «O Globo», durante il mese di giugni, si tennero proteste popolari in 133 città in tutto il paese, che coinvolsero 193,4 mila persone. Il Brasile si presentava così alle seguenti elezioni del 2018: con il clima di sfiducia che i brasiliani non avevano mai abbandonato dall’inizio della Lava Jato. Il governo Temer secondo molti fallì sin dal primo giorno, quando il presidente scelse i suoi ministri, molti dei quali erano già indagati dalla Polizia Federale. Temer credette, infatti, che riunendo una squadra di politici esperti, anche se corrotti, avrebbe potuto risollevare l’economia e approvare leggi innovative per il paese e che questo avrebbe fatto sparire la rabbia pubblica per la corruzione. Gli scandali che coinvolsero il governo Temer, insieme al precedente impeachment della presidente Rousseff e tutte le indagini dell’Operazione Lava Jato condussero il paese in una profonda crisi politica che toccò tre aspetti fondamentali della vita politico-istituzionale del paese: il rapporto tra l’esecutivo e il legislativo, il presidenzialismo stesso e, infine, i partiti. In primo luogo, si verificò una crisi del modello di coalizione all’interno del Congresso. Si notò che i parlamentari eletti, soprattutto nei partiti della coalizione governativa, erano caratterizzati da un’ampia distanza ideologica dalle preferenze politiche dichiarate dal governo. Il Congresso, pur essendo negli anni della presidenza del PMDB altamente polarizzato, si trovò quasi unanime a dare il proprio appoggio al neopresidente, dimostrando come la distribuzione di privilegi fosse più importante di qualsiasi bandiera politica e rivelando il modello di clientelismo alla base dei rapporti tra esecutivo e legislativo. In secondo luogo, l’esecutivo fu anche caratterizzato da una crisi, sin dal primo mandato della presidente Dilma, che istituì un modello di gestione basato sull’isolamento burocratico. Questo isolamento fu la principale forma di intermediazione con la società, che si rivelò tuttavia inefficace. Essendo infatti più distante dalla popolazione e più tecnica e unendo al suo modus operandi già distaccato gli scandali di corruzione avvenuti, questa intermediazione non funzionò più dal 2014, risolvendosi in un grave problema di governance. Infine, ci fu una profonda crisi nel sistema partitico. In particolare, i partiti fallirono nel mettere in pratica la loro funzione di rappresentanza, dimostrandosi, soprattutto nel caso del PT e del PMDB, sempre più dipendenti dal governo. In altre parole, per ottenere il successo, i partiti abbandonarono i loro legami psicologici con gli elettori, fintanto da occupare posti di governo. Dall’inizio della Lava Jato i maggiori partiti del paese adempierono più la funzione governativa, rappresentando la burocrazia statale, che quella di rappresentanza degli interessi dei gruppi politici brasiliani. Così, essi non riuscirono a rinnovarsi, a reclutare nuovi leader e di conseguenza ad ottenere il consenso della cittadinanza. Si pensi che secondo i sondaggi di DataFolha, nel 2017 la percentuale di elettori che sostennero qualsiasi partito raggiunse il livello più basso dal 1989. L’impatto di queste rivelazioni sulla corruzione su un elettorato che ha sempre diffidato dei politici, dei partiti e della politica si è dimostrato significativo, aprendo spazi alla criminalizzazione della politica e all’emergere e al successo di candidati che affermano di non essere politici, e anche, seppure in misura minore, a manifestazioni esplicite di sostegno al ritorno alla dittatura militare. Con la rabbia dell’opinione pubblica in aumento e l’economia ancora stagnante, la democrazia brasiliana fu in quegli anni al suo punto più vulnerabile dal ritorno del governo civile tre decenni fa, e rischiò di cadere in una disfunzione a lungo termine. Le lotte di Rousseff e Temer, come quelle dei loro predecessori, illustrarono perché fu un momento propizio per l’adozione da parte del Brasile di un approccio radicalmente nuovo per prevenire la corruzione. Fu in questo panorama che si inserì l’ascesa di Jair Bolsonaro. La campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2018 iniziò ufficialmente il 16 agosto. Durante il primo periodo i candidati favoriti tra i tredici in gara erano l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva e il deputato federale Jair Bolsonaro, ex capitano dell’esercito e rappresentante del conservatorismo e della destra brasiliana, i quali, in termini di proposte politiche, si collocarono su parti opposte nella disputa elettorale. La campagna elettorale di Lula fu portata avanti dai suoi fedeli collaboratori, in quanto egli si trovava già nel carcere di Curitiba a seguito delle accuse ricevute nell’ambito dell’operazione Lava Jato. Vennero divulgati video e discorsi dell’ex presidente antecedenti al momento dell’incarcerazione, in cui l’ex presidente predicò contro i politici “che parlano solo in tribunale e tagliano solo i più poveri”, definendo la sua condanna ingiusta. Nello stesso video Lula spiega brevemente il suo programma, ponendo l’attenzione sui poveri, sui lavoratori e sui giovani e ricordando i “tempi gloriosi” in cui era alla presidenza e in cui le pensioni, i salari minimi, l’educazione e i posti di lavoro erano difesi. Concluse poi affermando che solo con lui alla guida del paese, il Brasile si potrà ricostruire sia politicamente che economicamente. La campagna elettorale di Lula fu quindi interamente costruita sulle sue vittorie passate, sull’ingiustizia della sua condanna e sulla sua capacità di rendere di nuovo il Brasile una potenza mondiale. Già dopo due settimane dall’inizio della gara elettorale si riscontrò il primo problema: il Tribunal Superior Eleitoral negò la richiesta di registrazione della candidatura presidenziale dell’ex presidente Lula per le condanne a suo carico. Così, il PT, a poco più di un mese dalle elezioni, l’11 settembre propose un nuovo nome, Fernando Haddad, che aveva fino a quel momento rappresentato Lula nei dibattiti e negli eventi per la campagna presidenziale. Haddad, insieme al PT, decise di seguire interamente le linee guida tracciate dall’ex presidente e portò avanti la sua campagna elettorale con lo slogan “Haddad è Lula”, certo che la popolarità di cui Lula godeva ancora all’interno del paese lo avrebbero poratto ad essere il prossimo presidente. Anche la campagna di Jair Bolsonaro fu sui generis e non priva di scandali. Il candidato del Partido Social Liberal era già famoso ai più per la su carriera militare e per essere considerato la voce più dura all’interno del Congresso brasiliano. Bolsonaro presentò il suo programma elettorale, fondato su alcuni punti principali. Uno dei capisaldi era rappresentato dalla sicurezza pubblica e dalla lotta alla criminalità. Per raggiungere i suoi obiettivi in questo ambito, il candidato di estrema destra propose l’inasprimento delle leggi penali, un rafforzamento dell’esercito e della polizia e il diritto al possesso di armi da fuoco da parte di tutti i cittadini. In questo ambito, destarono molto scalpore alcune delle frasi da lui pronunciati durante comizi pubblici, in cui, per esempio, affermò che se un poliziotto avesse ucciso venti criminali, non lo avrebbe punito ma gli avrebbe dato una medaglia. Altro principio cardine nei suoi discorsi in campagna elettorale fu la lotta alla corruzione, tema ovviamente molto caro ai brasiliani in quel momento. Bolsonaro propose di sottoporre all’approvazione del Congresso «Le dieci misure contro la corruzione», proposte dal Ministero Pubblico Federale, di tagliare i ministri e nominare almeno cinque generali al loro posto, per garantire onestà e correttezza e, infine, suggerì un meccanismo per usufruire dei fondi pubblici, che non prevedesse intermediari, per evitare la dispersione delle casse statali in favoritismi e mazzette. Per quanto riguarda le proposte economiche Bolsonaro si focalizzò nello stilare un piano di privatizzazioni delle aziende statali e parlò anche di salari minimi di un importo superiori a quelli previsti dal Bolsa Família. La campagna elettorale di Bolsonaro fu stravolta da un evento senza precedenti. Il 6 settembre, infatti, fu vittima di un attentato nella città di Juiz de Fora, dove fu colpito all’addome da un uomo armato con un machete, fatto che lo costrinse a ricoverarsi e a sospendere la sua campagna elettorale. Tuttavia, dopo l’aggressione i consensi per il leader di destra non smisero mai di crescere. Se, infatti, prima del 6 settembre vantava un consenso del 22%, subito dopo questa data, le statistiche gli attribuivano dal 26% al 30% di consensi. Questo dato, secondo molti, è da attribuire al fatto che da dopo l’aggressione Bolsonaro non abbia più partecipato ad alcun comizio pubblico o confronto diretto con gli avversari, spostando la sua campagna elettorale sui social media, in modo da poter essere più capillare e facilmente accessibile. È proprio dai social che arrivò infatti un vastissimo consenso, tanto da essere considerato come il candidato più popolare su internet da Arko Advice con un totale di 8,5 milioni di follower. Così, arrivati alle elezioni presidenziali, Bolsonaro vinse al primo turno con il 46,03% dei voti contro Haddad che ottenne il 29,28%. Il 28 ottobre 2018 arrivò la vittoria definitiva al secondo turno con il 55,13% dei voti totali. Affermare che la vittoria politica di Bolsonaro sia nella sua interezza una conseguenza dell’Operazione Lava Jato sarebbe riduttivo. Indubbiamente, la profonda crisi economica in cui il Brasile si trovava al momento delle elezioni, il clima di insicurezza generale del paese e il panorama internazionale in cui continuavano a spiccare figure di destra sono state cause necessarie allo sviluppo del fenomeno; tuttavia, le investigazioni che andavano avanti da quattro anni e che avevano fatto arrestare la maggior parte della vecchia classe dirigente unite al clima di intolleranza alla corruzione, di povertà e di spreco di soldi pubblici hanno permesso a Bolsonaro di cavalcare il momento. Secondo Maurício Moura e Juliano Corbellini, rispettivamente specialisti in psicologia politica e marketing elettorale, autori del libro A Eleição Disruptiva – Por que Bolsonaro Venceu, l’aspetto strutturale che caratterizzò l’ascesa del leader di destra è proprio la formazione di quello che loro hanno soprannominato il “Partito Lava Jato”. L’Operazione Lava Jato soprattutto con la detenzione dell’ex presidente Luís Inácio Lula da Silva lasciò dietro di sé un forte sentimento antipolitico e anti-petista in Brasile, creando una sorta di terreno bruciato nella politica tradizionale. Ciò portò ad un cambio di paradigma nel processo elettorale brasiliano, con la sostituzione della tradizionale polarizzazione tra PT e PSDB, che segnò tutte le elezioni presidenziali dal 1994 in poi, con due nuovi poli dinamici: il Lulismo e il “Partito Lava Jato”. Chi ha beneficiato di tale situazione fu appunto Bolsonaro che, con una dialettica politicamente scorretta e intollerante, ha saputo dare le risposte dure che la massa si aspettava e di cui aveva bisogno. I brasiliani, nel 2018 si trovarono a scegliere tra il rafforzamento della corruzione endemica che aveva distrutto il paese e una figura autoritaria che probabilmente avrebbe sacrificato alcuni dei diritti civili conquistati con il lulismo. Prezzo che il popolo si dimostrò disposto a pagare. Come sappiamo nelle ultime elezioni tra Flavio Bolsonaro e Lula, Flavio Bolsonaro chiude in testa il primo turno delle presidenziali brasiliane con il 47,03% dei voti, pari a oltre 56 milioni di preferenze. Luiz Inácio Lula da Silva si ferma al 45,16%, con quasi 54 milioni di voti. Tra i due candidati ci sono poco più di 2 milioni di schede di differenza. Nessuno dei due ha raggiunto la maggioranza assoluta e sarà quindi il ballottaggio del 25 ottobre a decidere chi diventerà il quarantesimo presidente del Brasile. Tutti gli altri candidati sono rimasti sotto il 3%, raccogliendo complessivamente circa il 12% dei consensi. Le schede nulle sono state il 2,93%, quelle bianche l’1,84%, mentre l’affluenza ha sfiorato il 79%. Il risultato segna un vantaggio per Bolsonaro in un Paese profondamente polarizzato e arriva insieme a una serie di affermazioni della destra nelle elezioni parlamentari. Un eventuale successo al secondo turno rafforzerebbe la svolta conservatrice che ha interessato negli ultimi tempi diversi Paesi dell’America Latina, sostenuta fortemente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Per Lula, quasi 81 anni e alla ricerca di un quarto mandato, il voto rappresenta un passaggio decisivo per il futuro della sua eredità politica. Il leader della sinistra ha descritto la sfida elettorale come uno scontro tra democrazia e ‘barbarie’, sostenendo che anche la sovranità nazionale sia in gioco a fronte delle pressioni statunitensi. Flavio Bolsonaro, fino a pochi mesi fa senatore relativamente poco conosciuto, è stato indicato dal padre come suo erede politico. L’ex presidente non può infatti candidarsi direttamente, dopo la condanna a 27 anni per il tentativo di colpo di Stato seguito alla sconfitta elettorale del 2022. Il cognome Bolsonaro ha consentito al candidato di raccogliere il consenso dell’elettorato conservatore, portandolo davanti a Lula nonostante una campagna caratterizzata da scandali e accuse reciproche. Dopo la diffusione dei risultati, Flavio Bolsonaro si è detto soddisfatto del risultato, parlando di una possibilità «molto concreta» di conquistare la presidenza al secondo turno. Lula ha invece riconosciuto che avrebbe preferito chiudere la partita già al primo turno, ricordando però le numerose precedenti occasioni in cui aveva affrontato il secondo turno. Il candidato della sinistra ha invitato i propri sostenitori a considerare il ballottaggio come l’occasione per mostrare ‘il vero volto del Brasile di oggi’ e indicare quale direzione il Paese intenda prendere. Infine possiamo dire che gli Stati Uniti hanno bisogno di sottomettere il Sud America per stare alla pari politicamente ed economicamente con Russia e Cina, e nel contempo combattono fortemente il BRIC e Lula che dal 2009 ha avuto incontri con Russia, Cina ed India.
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