Riorganizzare e migliorare l’assistenza sanitaria alle donne durante il travaglio ha permesso di ridurre del 22% le morti neonatali avvenute nelle prime 24 ore dopo il parto, e di diminuire la percentuale di neonati venuti al mondo con complicanze legate alla carenza di ossigeno. I risultati di un importante progetto di riorganizzazione e potenziamento delle strutture che ruotano attorno ai reparti maternità in quattro Stati dell’Africa subsahariana mostrano quanto margine di miglioramento esista, per ridurre la mortalità neonatale precoce nei Paesi in via di sviluppo. Le conclusioni dello studio, coordinato dal Karolinska Institutet (Svezia) sono state pubblicate su Nature Medicine.
Il progetto
Anche se le morti neonatali sono calate del 44% dal 2000, nel 2022, ultimo anno per il quale vi sono stime ufficiali disponibili, quasi la metà del totale dei decessi dei bambini sotto i 5 anni si è verificata poco dopo la nascita (dati OMS), cioè nei primi 28 giorni di vita, la finestra di tempo in cui un bambino è più vulnerabile. L’Africa sub-sahariana detiene il triste primato di percentuale più elevata di mortalità neonatale al mondo, con 27 decessi ogni 1000 nati vivi. In questa regione del mondo, il rischio che un bambino muoia durante il parto è circa 40 volte superiore rispetto all’Europa. Il progetto ALERT (Action Leveraging Evidence to reduce perinatal Mortality and Morbidity) si propone di affrontare il problema lavorando sulle strutture sanitarie, migliorando formazione e tutoraggio del personale, la qualità del servizio offerto, la comunicazione e la risoluzione dei problemi. «I nostri risultati dimostrano che è possibile ridurre la mortalità e la morbilità neonatale migliorando la qualità dell’assistenza alla maternità, ottimizzando le pratiche lavorative e rafforzando le équipe assistenziali e la leadership, anche in contesti in cui le risorse sono limitate e le ostetriche lavorano sotto forte pressione» spiega Claudia Hanson, professoressa presso il Dipartimento di Salute Pubblica Globale del Karolinska Institutet e responsabile principale dello studio.
Che cosa è stato fatto
Il progetto ha interessato 16 reparti di maternità in Benin, Malawi, Tanzania e Uganda, e incluso complessivamente 134.630 donne e 139.300 neonati. I ricercatori hanno coinvolto le pazienti, le loro famiglie e il personale sanitario in un lavoro di co-progettazione, in cui sono stati individuati i bisogni assistenziali e gli ostacoli per soddisfarli. Sulla base di queste prime segnalazioni, sono stati poi sviluppati programmi di formazione per figure sanitarie come le ostetriche, programmi di tutoraggio per i responsabili dei reparti maternità, e sistemi di supporto per gli ospedali, così che potessero migliorare la qualità dei servizi offerti. Infine è stato istituito un registro perinatale digitale che è stato anche usato per dare feedback al personale sanitario.
Complicanze individuate prima
Dall’introduzione del programma, la probabilità che i bambini partoriti da meno di 24 ore morissero è diminuita del 22%, e quella di complicanze legate alla privazione di ossigeno nei neonati è scesa del 19%. L’idea dei ricercatori è che tutto il lavoro condotto sulla struttura che ruota attorno all’assistenza al parto abbia permesso di individuare le complicanze prima e di intervenire tempestivamente. Non a caso, durante lo studio è migliorato il monitoraggio della frequenza cardiaca fetale, e la percentuale di parti cesarei (che erano stati concordati cioè in via precauzionale) è leggermente aumentata. «Riteniamo che un migliore supporto nell’interpretazione dei segni di sofferenza fetale durante il travaglio possa contribuire a ridurre ulteriormente l’elevato tasso di mortalità» conclude Hanson.
Elisabetta Intini
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