Giovanni Cardone
In questa mia analisi cerco di dare una visione geopolitica tra il mondo asiatico e gli Stati Uniti d’America: “Il nuovo missile balistico intercontinentale Hawsong-15 è stato lanciato con successo”: con queste parole l’ormai celebre anchorwoman della Korean Central Television (KCTV) annunciava il nuovo traguardo raggiunto da Kim Jong-un. La mattina del 28 novembre 2017 il missile cadeva in acque giapponesi dando inizio a una nuova fase di tensione internazionale in cui la strategia nordcoreana della provocazione e del ricatto nucleare, necessaria per perseguire obiettivi di politica estera e interna, preoccupa non solo i paesi vicini presenti nella regione asiatica, ma l’intera comunità internazionale. Fin dal suo insediamento alla guida del Chosón (Paese del calmo mattino, nome ufficiale della Corea del Nord) nel 2011, parte dell’opinione pubblica ha abbracciato la tesi secondo cui l’ultimo dei Kim sia un attore completamente irrazionale, che agirebbe maggiormente secondo il proprio sentimento piuttosto che in modo calcolato e programmato. In questa sede si rigetterà tale ipotesi a favore di quella, ormai prevalente, della razionalità del leader della Corea del Nord. Intendendo come razionale chi è in grado di ordinare il sistema delle proprie preferenze seguendo la logica dell’utile, si cercherà di indagare su quali siano gli obiettivi strategici della politica economica, sociale e militare nordcoreana. Tuttavia, se si considera l’aria di segretezza che ha sempre circondato Pyongyang e le poche informazioni che trapelano dai suoi confini, la ricerca di risposte corrette e puntuali risulta essere ardua e complicata. Per poter, quindi, comprendere la Repubblica Democratica Popolare di Corea è necessario ripercorrere le tappe fondamentali della sua storia, ponendo l’accento sui fattori internazionali e interni che hanno contribuito a plasmare la visione del mondo dell’attuale leader nordcoreano. Il presente capitolo analizzerà la storia moderna della penisola coreana: primariamente saranno indagati i momenti chiave e i meccanismi di causa ed effetto che hanno consacrato l’affermazione sullo scenario internazionale della questione coreana all’indomani del secondo conflitto mondiale; in secondo luogo, l’attenzione del lettore sarà indirizzata sulla Guerra di Corea, una delle fasi più acute della Guerra Fredda. La bomba atomica lanciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 segnò la crisi finale della potenza giapponese. L’8 agosto seguì la dichiarazione di guerra al Giappone da parte dell’Unione Sovietica, interessata a un’espansione della propria area d’influenza nel vuoto politico che si stava delineando nell’area asiatica nord-orientale. Dall’altra parte, la dimostrazione di forza manifestata con la detonazione del secondo ordigno nucleare il 9 agosto spinse gli Stati Uniti a proporre alla controparte sovietica, già mobilitatasi a invadere Manciuria e Corea, un piano di spartizione in zone di occupazione della penisola, la quale sarebbe stata divisa in due aree seguendo il 38° parallelo come linea separatoria temporanea tra le forze di occupazione russe e americane. Nella giornata del 15 agosto la firma della resa da parte dell’Imperatore Hirohito marcò non solo la definitiva capitolazione dell’Impero del Sol Levante e l’indipendenza della penisola coreana dalla dominazione nipponica ,ma anche l’accettazione da parte di Stalin della proposta statunitense. La rassegna delle principali date che segnarono l’agosto del 1945 aiuta a comprendere la rapidità con cui la questione coreana si affermò tra i temi più critici caratterizzanti lo scenario geopolitico internazionale nel secondo dopoguerra. La divisione del territorio coreano avvenne in un momento delicato nella storia delle relazioni internazionali. Le potenze dell’Asse Berlino-RomaTokyo, dopo aver gettato nel caos il mondo intero, erano state infine sconfitte dalle superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica, che ora cominciavano a gettare le basi per quello che sarà lo scontro ideologico caratterizzante la Guerra Fredda. Ciononostante, i primi anni della Corea post-Seconda guerra mondiale furono caratterizzati dalla ricerca di una sistemazione della penisola basata sul dialogo e la “fiducia” reciproca (almeno fino al 1947, anno in cui il Presidente Truman varò la politica del contenimento). Nel dicembre 1945 i ministri degli Esteri di Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti s’incontrarono a Mosca e si accordarono circa l’istituzione di una commissione mista sovietico-americana. Le autorità di occupazione del nord e del sud componenti tale commissione furono incaricate di intavolare un dialogo con i partiti e le organizzazioni sociali coreane con l’obiettivo di giungere alla costituzione di un governo provvisorio coreano. Quest’ultimo avrebbe successivamente negoziato con la commissione e i rispettivi governi il regime di amministrazione fiduciaria al termine del quale (quattro anni) la Corea avrebbe conquistato l’indipendenza. Da parte americana, un siffatto regime poteva fare in modo che la penisola coreana sperimentasse i principi tipici dell’economia di mercato e, di conseguenza, potesse rientrare nell’area di influenza statunitense. La stessa opportunità era stata individuata da Mosca, la quale vedeva nella Corea un’opportunità per portare a compimento la transizione ad uno Stato di stampo comunista. Nonostante i buoni intenti circa l’obiettivo primario dichiarato di perseguire l’indipendenza coreana e vigilare sul disarmo nipponico, l’operatività della commissione fu minata fin dai suoi esordi dalla politica nascosta delle superpotenze, dal momento che entrambe cominciarono subito a perseguire i propri interessi strategici nell’area, intensificando gli sforzi per sostenere i gruppi politici locali comunisti o anticomunisti. Saranno proprio i cambiamenti legati alla politica interna, quali l’arrivo e il successo politico di personalità capaci di catalizzare il consenso delle componenti della società civile della destra conservatrice o, viceversa, della sinistra rivoluzionaria, che determineranno la presa di posizione di Washington e Mosca. Lo sguardo di Stalin ricadde su Kim Il-sung, che era giunto nella zona di occupazione sovietica il 19 settembre del 1945. Forte del suo passato di combattente anti-nipponico, conseguì presto un rapido successo politico tra i comunisti coreani. Già nel febbraio del 1946, i sovietici avevano preso la decisione di costituire un’amministrazione settentrionale controllata e gestita da un Consiglio popolare provvisorio sotto la guida di Kim Il-sung. Forte dell’appoggio dei quadri di comando russi, Kim poté fin da subito attivare un programma d’indottrinamento in stile sovietico della popolazione del Nord. Lo strumento individuato per perseguire in tempi rapidi la conversione totale ai principi comunisti fu, primariamente, l’utilizzo della polizia. Tramite essa, soggetti legati ad ambienti conservatori e anti-comunisti furono estromessi dalle posizioni di comando; inoltre, i giornali passarono sotto il controllo dei comunisti mentre “l’opposizione politica moderata e di destra veniva ridotta al silenzio”. A sud del 38º parallelo, il desiderio del Governo militare americano (Amg) di mantenere un controllo diretto sulle questioni di politica interna dovette presto scontrarsi con le istanze provenienti dal movimento conservatore. Quest’ultimo trovò la sua guida in Syngman Rhee, già all’estero icona del nazionalismo coreano e rientrato in Corea nell’ottobre del 1945 . Egli rigettava, scontrandosi così con il governo americano, il progetto di amministrazione fiduciaria auspicando, invece, l’immediata indipendenza della penisola. Posto alla guida di un Consiglio democratico parlamentare composto da esponenti della destra, avrebbe dovuto sostenere la posizione americana nella commissione mista con i sovietici, ma, davanti allo stallo della commissione stessa e al profilarsi della guerra civile in Cina, Rhee incitò gli americani a distruggere il potere comunista in Corea prima che una guerra civile coreana potesse esplodere nella penisola. La richiesta di un regime meridionale non poteva essere sostenuta pubblicamente dagli americani, i quali si battevano per un accordo con i sovietici. Tuttavia, nel 1946 lo scoppio di una rivolta contadina nelle regioni meridionali costrinse l’Amg a indire nuove elezioni che sentenziarono una schiacciante vittoria conservatrice e indussero il governo americano ad assecondarne le richieste. Nel 1947 si fecero i passi necessari per consolidare il governo del sud e, come per il nord, lo strumento utilizzato fu la repressione dei comunisti tramite l’utilizzo della polizia coreana e dei militari. La decisione della Casa Bianca e del Cremlino di dare sostegno alle rispettive fazioni coreane è un riflesso dell’andamento della politica internazionale. Il 1947 diventerà il turning point non solo della questione coreana, ma anche della politica mondiale. Con il discorso al Congresso del 12 marzo 1947 il presidente Truman lanciò ufficialmente la sfida all’Unione Sovietica: “Io credo che debba essere politica degli Stati Uniti sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di soggiogamento effettuati da minoranze armate o mediante pressioni esterne. Credo che noi dobbiamo aiutare i popoli liberi a costruire il loro destino alla loro propria maniera”. Gli aiuti economici stanziati nella Germania Ovest e concessi ai paesi europei tramite lo European Recovery Plan (più conosciuto come “Piano Marshall”) e i finanziamenti indirizzati a Grecia e Turchia furono spia della chiara intenzione degli americani di rispondere all’avanzata del comunismo in ogni parte del globo. Quanto al settore asiatico, il prefigurarsi della vittoria dei comunisti cinesi condurrà l’amministrazione americana a rivedere i rapporti con il Giappone e con la Corea di Rhee. Nella visione del segretario di Stato Dean Acheson il Giappone sarebbe diventato il primo baluardo anticomunista dell’area asiatica (la presenza americana permetterà non solo il conseguimento della stabilità politica ma soprattutto consentirà una rapida ricostruzione del tessuto industriale distrutto durante il secondo conflitto mondiale) mentre la Corea avrebbe costituito lo sbocco principale del capitalismo giapponese. Per realizzare tale progetto il regime di occupazione statunitense avrebbe dovuto cedere il passo alla creazione di un governo autonomo, indipendente e anti-comunista. Bisognava, dunque, andare incontro alle richieste di Rhee. D’altronde, gli avvenimenti del 1947 avevano completamente svuotato la commissione mista sovietica-americana del suo significato, da simbolo della buona volontà delle parti di cercare una soluzione concertata alla questione coreana era diventata un semplice apparato burocratico privo di reali poteri. In alternativa alla commissione, la possibilità di ufficializzare la divisione della penisola e, di conseguenza, di creare uno Stato nel sud della Corea fu sottoposta all’esame dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il 14 novembre 1947 l’Assemblea approvò l’istituzione di una Commissione temporanea delle Nazioni Unite per la Corea (UNTOCOK) , incaricata di sorvegliare sul corretto svolgimento delle elezioni in entrambe le Coree. Tuttavia, dovendosi scontrare con la decisione dei comunisti di non far entrare i membri della Commissione nel nord del paese, il suo compito fu ridimensionato e limitato al controllo delle elezioni nel solo sud della penisola. Le elezioni del maggio 1948 condussero alla vittoria la destra coreana in seno all’Assemblea nazionale; il 15 luglio Rhee divenne Presidente della Repubblica di Corea (Hanguk, derivante dai popoli preistorici che abitavano il sud della penisola), ufficialmente nata il 15 agosto successivo. La neo-democrazia coreana nasceva, così, sotto l’ombrello a stelle e strisce ma con il pesante fardello di proteggere il prestigio americano nell’Asia nord-orientale. Il costante appoggio dei sovietici permise a Kim di affermarsi rapidamente quale principale figura di riferimento a nord del 38° parallelo. L’eliminazione fisica degli avversari e dei potenziali concorrenti tramite la polizia e l’Esercito popolare coreano (formalmente istituito nel 1948) consentirono l’affermazione di un forte regime autoritario, in cui la dura repressione del dissenso e delle opposizioni politiche interne non-comuniste e la politica d’inquadramento furono strumentali a “cementare l’unione nazionale dietro il Capo vittorioso, impegnato a battersi per l’indipendenza e la grandezza del paese” . In risposta al processo di indipedenza intrapreso dai fratelli del Sud, le elezioni che si svolsero il 25 agosto 1948 nel territorio settentrionale condussero alla nascita della Repubblica Democratica Popolare di Corea il 9 settembre sotto la guida del Primo Ministro Kim Ilsung. All’indomani delle elezioni del 1948 l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti cominciarono a smobilitare le proprie forze di occupazione in quanto l’obiettivo di creare due Stati che rispecchiavano le loro politiche e ideologie era stato raggiunto e potevano ora concentrare la propria attenzione sul fronte occidentale. Il generale Douglas MacArthur, posto a capo delle forze USA nell’area del Pacifico, dichiarò, nel marzo del 1949, che la Corea era al di fuori della cintura di sicurezza statunitense: “la nostra linea di difesa si estende lungo la catena di isole che costeggiano l’Asia. Parte dalle Filippine, continua lungo l’arcipelago delle Ryukyu che comprende il bastione principale di Okinawa – e piega verso l’Alaska attraverso il Giappone e le Isole Aleutine” . Sulla stessa riga si era schierato anche il segretario di Stato Acheson il quale sostenne che “per quanto riguarda le altre aree del Pacifico dev’essere chiaro che nessuno può garantire che non vengano attaccate militarmente, ma dev’essere altrettanto chiaro che una simile garanzia non è opportuna o necessaria nell’ambito dei rapporti pratici”. Gli Stati Uniti, dunque, non si sarebbero impegnati formalmente a dare garanzie per la sicurezza dei paesi del continente asiatico. Considerata tale presa di posizione, la classe dirigente sovietica cominciò a intravedere la possibilità di un rafforzamento della presenza comunista nella penisola. Furono spinti in questa direzione anche dal mancato intervento da parte degli americani a sostegno di Chang Kai-shek in Cina la cui caduta era considerata obiettivo primario dell’espansionismo comunista. I fattori che, tuttavia, determineranno il definitivo coinvolgimento delle superpotenze in quello che può essere definito il “pantano” politico e diplomatico coreano saranno strettamente legati alle richieste e alle politiche intraprese dai leader Kim Il-sung e Syngman Rhee. Il desiderio di una riunificazione dell’intera penisola era condiviso da entrambi, bisognava solo stabilire le modalità per perseguire tale progetto. La prima scelta da parte di Kim fu quella di mantenere la Repubblica popolare in uno stato di perenne tensione. Diede così ordine alle forze comuniste ancora presenti nel sud di intraprendere una intensa attività di guerriglia. Disordini e scontri armati si verificarono nell’isola di Cheju Do, nella zona montuosa meridionale del Chiri e nella città di Yosu, ma le forze rivoluzionarie furono prontamente e sanguinosamente represse dalle truppe governative sudcoreane. La consapevolezza che da solo Rhee non avrebbe potuto procedere a una riunificazione della penisola e, contemporaneamente, mantenere l’ordine interno, lo condusse a richiedere un sostegno agli americani, tuttavia dovette scontarsi con i nuovi orientamenti dell’amministrazione statunitense. Le direttive di politica estera adottate da Seul e da Pyongyang contribuirono a creare quel clima di disordine e instabilità che era necessario allo scoppio di un conflitto. Esse contribuirono in gran parte a determinare il passaggio ufficiale della questione coreana dalla sua dimensione locale a quella internazionale. L’opera di pressione e incitamento per sostenere la causa nord-coreana da parte di Kim Il Sung nei confronti dei grandi paesi comunisti, Unione Sovietica e Cina, sarà un tassello fondamentale nel processo d’internazionalizzazione del conflitto. Creando un sistema di forte interdipendenza tra istanze locali e internazionali, le decisioni prese da Kim, Stalin e Mao Tsetung permetteranno di porre il conflitto coreano come questione cruciale per la determinazione dello scacchiere dell’intero agone delle relazioni internazionali. Oltre a stimolare la guerriglia nella Repubblica di Corea, Kim si adoperò per elaborare un efficiente “Blitzkrieg” che gli avrebbe permesso di occupare il sud nell’arco di poche settimane. Il punto ideale individuato per lanciare l’offensiva fu la penisola di Ongjin, attraverso cui le truppe nordcoreane avrebbero potuto aprirsi un varco verso Seul e, in seguito, dilagare nelle aree meridionali. Se, da un lato, fu semplice ottenere l’appoggio di Mao, il quale non solo garantì soldati cinesi ma acconsentì all’invio di divisioni composte da soldati di etnia coreana, molto più arduo si dimostrò convincere Stalin. Quest’ultimo era consapevole che nonostante la smobilitazione delle truppe americane, la Casa Bianca non avrebbe acconsentito alla distruzione di uno Stato ormai entrato nella propria area d’influenza. Conseguenza fu che per tutta la prima metà del 1949, i sovietici rifiutarono l’appoggio al piano di Kim. Ben presto, però, gli eventi che occorsero nella seconda metà dell’anno indussero Stalin a rivedere la propria posizione riguardo alla riunificazione coreana. Il cambio di rotta sovietico fu dovuto anzitutto alla detonazione della prima atomica sovietica nell’agosto del 1949 e al definitivo successo della rivoluzione di Mao nell’ottobre dello stesso anno. Con tali premesse “il centro del mondo rivoluzionario si sarebbe trasferito alla Cina e all’Asia orientale”. A questo punto, nel quadro strategico sovietico un successo da parte della Corea del Nord avrebbe notevolmente contribuito ad aumentare il proprio potere contrattuale per influenzare le principali scelte della politica mondiale. Agli albori del 1950, le basi per la creazione di un asse Mosca-Pechino-Pyongyang erano pronte, mancava solo la formalizzazione dell’alleanza. Ma, ancora una volta, le aspettative di Kim su un completo intervento da parte dell’Unione Sovietica furono deluse. Il calcolatore Stalin sottolineò come la questione coreana non fosse rilevane come il fronte Occidentale e, di conseguenza, un diretto coinvolgimento russo in Corea avrebbe avuto effetti negativi in Europa. In linea con questo ragionamento, pose come condizione la non entrata in guerra sovietica in caso d’intervento statunitense. Pur appoggiando i piani di Kim, il Cremlino si limitava a dare un appoggio morale e materiale (in particolare mezzi militari) all’iniziativa del Chosón. Comunque forte del sostegno di Mao, il 25 giugno 1950 Kim ordinò alle proprie divisioni di oltrepassare il 38º parallelo. In breve tempo le forze nordcoreane occuparono Seul e costrinsero i fratelli sudcoreani a trincerarsi lungo la linea difensiva di Pusan, città localizzata nel sud-est della penisola. Il successo dell’invasione dovette però presto scontrarsi con la reazione americana. L’errore strategico non calcolato da parte di Kim e Mao si consacrava nel aver dato per scontata la totale passività statunitense davanti all’aggressione. Ciò che avevano sottovaluto era il discorso del segretario Acheson nel gennaio 1950, in cui avvertì che un attacco a Ovest del Giappone avrebbe comportato un primo intervento da parte delle forze locali e, secondariamente, da parte “dell’intero mondo civilizzato sotto l’egida delle Nazioni Unite, a sostegno di popoli determinati a proteggere la loro indipendenza contro l’aggressione esterna”. Quindi, lo stesso giorno dell’attacco, il Consiglio di Sicurezza adottò la Risoluzione n. 82 con cui si chiedeva l’immediata cessazione delle ostilità e, due giorni dopo e conseguentemente al rifiuto nordcoreano, approvò la Risoluzione n. 83 dove si raccomandava ai membri delle Nazioni Unite di offrire la necessaria assistenza alla Repubblica popolare di Corea per respingere l’attacco armato e ristabilire la pace e la sicurezza internazionali in quell’area. Se inizialmente la Corea non rientrava nell’elenco delle questioni nevralgiche della politica estera della Casa Bianca, ora la vittoria finale avrebbe rappresentato un importante freno all’espansionismo globale dell’ideologia comunista. L’amministrazione Truman si ergeva così a paladina non solo degli interessi americani, ma degli interessi dell’intero mondo libero e civilizzato. La guida dell’United Nations Command (Unc) fu rimessa al generale Douglas MacArthur. Egli condusse la controffensiva lanciata contro la città portuale di Inchon e permise all’esercito alleato di riconquistare Seul già il 28 settembre. Nonostante l’obiettivo primario fosse quello di ristabilire lo status quo ante bellum, ossia respingere i nordcoreani oltre il 38° parallelo, le nuove ambizioni dettate dall’andamento della guerra porteranno alla decisione di ampliare i fini della campagna provocando una catastrofica escalation del conflitto. I comunisti cinesi, russi e nordcoreani avevano sottostimato la reazione yankee. Lo scoppio della guerra di Corea diede l’opportunità ai sostenitori della corsa agli armamenti, ossia i “falchi” tra i quali figura anche il Segretario di Stato Acheson, di riattivare a pieni motori la macchina bellica statunitense. Il 12 aprile 1950 Truman aveva approvato informalmente l’NSC-68, il documento elaborato dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale in cui erano stabiliti i capitoli di spesa destinati al settore militare. Tale testo scaturì dalla necessità di rafforzare l’alleanza militare contro l’avanzata nel comunismo non solo in Asia ma anche in Medio Oriente e in Europa, che era il vero punto nevralgico per l’attuazione della politica del contenimento. La militarizzazione degli anni ‘50 permetterà agli Stati Uniti di estendere e proiettare la propria supremazia sull’Occidente. La rinnovata economia di guerra sarà uno dei fattori che spingerà le forze americane a travalicare gli obiettivi prefissati dall’Onu. All’interno della coalizione “sudista” i sudcoreani furono coloro che sostennero maggiormente la necessità di procedere alla riunificazione della penisola con la condizione che, questa volta, il Nord non sarebbe stato soggetto all’occupazione e sottoposto a un regime di amministrazione da parte di una potenza straniera. Come osserva Lee “gli Stati Uniti oltrepassarono il 38º parallelo non per ordine dei sudcoreani ma perché le pressioni di questi ultimi legittimarono l’obiettivo degli occidentali di riunificare il paese attraverso un’azione di forza”. Secondo i piani d’azione americani, solo le forze della Repubblica di Corea sarebbero state impiegate presso i confini sovietici e cinesi della Corea del Nord. Nell’eventualità di un intervento sovietico, il generale MacArthur avrebbe dovuto attestarsi lungo una linea difensiva, mentre nel caso di una discesa delle truppe di Mao era autorizzato a proseguire l’offensiva dell’UNC solo se vi fossero state le condizioni per una vittoria certa. Il 1° ottobre l’esercito sudcoreano valicò il 38º parallelo per la prima volta. Grazie una manovra a tenaglia che prevedeva un’avanzata dal sud dei coreani, una da est degli americani (dopo lo sbarco nella città di Wonsan) e le restanti forze dell’UNC da ovest, Pyongyang cadde in mano alleata il 20 ottobre 1950. La disfatta dell’esercito nordcoreano indusse MacArthur a ordinare alle truppe ONU di procedere nell’avanzata fino al fiume Yalu, al confine con la Manciuria, in chiara violazione degli ordini impartiti da Washington. Tuttavia, la casta militare statunitense legittimò l’azione partendo dal presupposto che la guerra si sarebbe conclusa già alla fine del 1950 con una vittoria incondizionata. Il prefigurarsi della possibilità di cancellare la Repubblica Democratica Popolare di Corea e, quindi, sconfiggere ed eliminare uno Stato che ricadeva nell’orbita d’influenza dell’Unione Sovietica, assestando così un duro colpo al comunismo, offuscò la visione strategica dei comandi politici e militari circa gli effetti che una tale azione avrebbe provocato. A questo punto, è importante sottolineare il rapporto che intercorre tra l’agone della politica e quello della strategia militare nella visione generale delle leadership americane. Esse sono valutate come due entità distinte. La politica interverrebbe solo nel momento in cui i militari hanno raggiunto il risultato senza che, tuttavia, vi sia preventivamente un accordo sul come conseguire gli obiettivi. Se in un contesto di guerra limitata – come il caso coreano – non vi è una sincronizzazione tra fini politici e militari fin da principio, il rischio di eccedere o, contrariamente, di limitarsi troppo aumenta. Eccedere e permettere ai militari di avere la preminenza nel dettare gli obiettivi va a erodere la sottile linea che separa la guerra limitata da una guerra generale ed esorta il nemico a calcare la mano; limitarsi troppo e lasciare la predominanza alla politica rende meno chiari i fini della guerra favorendo le strategie negoziali e una maggiore propensione al raggiungimento di accordi per situazioni di stallo. Nella Guerra di Corea gli Stati Uniti finirono in entrambe le situazioni. L’invasione della Corea del Nord fece scattare i meccanismi dell’alleanza tra Pyongyang e Pechino. Stalin avrebbe fornito i mezzi militari (in particolare aeronautici), mentre Mao le truppe terrestri. L’appoggio materiale ricercato da Kim presso i “compagni” dava ora i suoi frutti. In prossimità del fiume Yalu, le forze alleate dovettero cedere davanti alla controffensiva di 300.000 volontari cinesi, ai quali fu ordinato di proseguire l’offensiva fino alla riconquista di Pyongyang e, successivamente, all’occupazione di Seul (4 gennaio 1951). Prendeva coì forma una guerra a fisarmonica, caratterizzata da avanzate e ritirate da entrambe le parti e contrassegnata da un esito sempre più incerto. Davanti all’avanzata rossa, Truman sostenne la possibilità che gli Stati Uniti sarebbero stati pronti a utilizzare qualsiasi arma, compresa la bomba atomica, pur di archiviare con successo il fascicolo coreano. Sul finire del 1950, MacArthur aveva già predisposto un piano che avrebbe previsto l’utilizzo di 26 ordigni atomici con cui distruggere obiettivi (soprattutto zone industriali e basi militari) in Cina e Corea. Si giungeva così a una rapida escalation del conflitto. Contagiati dal militarismo americano, la politica atomica fu sostenuta anche dagli alti comandi sudcoreani di Rhee, ormai disposto a tutto per ottenere la vittoria finale. Saranno i timori degli alleati occidentali, legati a un conflitto atomico mondiale, che indurranno la Casa Bianca a porre un freno all’intransigenza di MacArthur. Dopo la riconquista di Seul, il 7 marzo, Truman si dimostrò disposto a intraprendere la via dei negoziati per una raggiungere una tregua. La decisione del Presidente fu accolta da MacArthur con un’azione unilaterale. Il 24 marzo pose un ultimatum alla Cina in cui minacciava l’estensione del conflitto alle aree della Manciuria. La violazione della direttiva presidenziale circa il vincolo del generale a consultarsi con Washington nel caso di pubbliche dichiarazioni non passò inosservata. Con la sua azione personale, MacArthur aveva non solo sabotato la possibilità di un dialogo con il nemico, ma aveva provocato anche l’inizio di una nuova controffensiva da parte sua. Con il sostegno del Segretario alla Difesa, George Marshall, Truman rimosse il generale dal comando. Se con il suo provvedimento ottenne l’appoggio degli occidentali, andò però incontro alla delusione del presidente sudcoreano, grande sostenitore del battagliero MacArthur. L’offensiva cinese e nordcoreana lanciata nella primavera del 1951 non condusse ai risultati sperati. A fronte di questo fallimento e davanti a una situazione di stallo militare, tutte le parti coinvolte nel conflitto presero a valutare la possibilità di interrompere le ostilità per avviare una discussione congiunta per la soluzione della questione coreana. Da una parte, l’amministrazione statunitense, dovendo rispondere anche a un’opinione pubblica sempre più insofferente nei confronti di un così ingente impegno oltreoceano, cominciò a mostrarsi restia ad aumentare i costi, in termini di risorse umane e materiali, per portare a compimento l’unificazione della penisola. Sull’altra sponda, la stesse perplessità erano emerse in seno alla Repubblica Democratica Popolare di Corea la quale per prima si mostrò disponibile a dialogare per un armistizio. Nel giugno 1951 il Cremlino si dichiarò disposto a negoziare. Dal punto di vista di una semplificazione delle trattative, la proposta sovietica escludeva dalle discussioni questioni come il riconoscimento del seggio della Repubblica Popolare Cinese in seno al Consiglio di Sicurezza e l’evacuazione delle forze straniere dalla Corea. Secondo le direttive di Stalin, i termini sarebbero stati discussi dai rappresentanti di Cina e Corea del Nord, mentre, da dietro le quinte, Mosca avrebbe dettato gli indirizzi della politica comunista generale. Constatato che l’attuale linea dei combattimenti era in pieno territorio nordcoreano (linea Kansas-Wyoming per gli americani), la strategia comune di Mao e Kim, come suggerito dal rappresentante sovietico Jakob Malik, mirerà a ottenere nuovamente il 38° parallelo come confine tra le due Coree. Non disponibile a trattare fu il presidente sudcoreano Rhee, secondo cui un dialogo con i comunisti sarebbe equivalso a una cocente sconfitta. Ai suoi occhi, la politica dell’Unc e degli americani ricordava la diplomazia delle grandi potenze attuata nel biennio 1945-46. Pur insistendo per un’intensificazione del conflitto che portasse alla capitolazione avversaria, visione condivisa dai militaristi americani, dovette adeguarsi alle direttive degli alleati. Quando il neo-generale delle forze Onu Matthew Ridgway fissò come data per l’inizio delle negoziazioni il 10 luglio, incontrò l’assenso cinese e nord-coreano. Nella località di Kaesong si discussero diverse questioni, che concernevano la definizione di una linea di demarcazione militare e di una zona smilitarizzata, il regime di cessate il fuoco e gli accordi per le ispezioni sulla sua attuazione e la gestione dei prigionieri di guerra. Dopo una fase di stallo e di ripresa delle ostilità, i negoziati ripresero il 25 ottobre a Panmunjon, dove si ottennero diversi risultati che fecero sperare in una soluzione completa del conflitto. Infine, i comunisti accettarono la linea più a nord, ossia quella dove si stava combattendo, e concordarono sullo stabilire una zona demilitarizzata di 4 chilometri. Nel 1952, a febbraio, vi fu il reciproco assenso a indire una conferenza entro 90 giorni dalla firma dell’armistizio, affinché si discutesse il ritiro delle forze straniere e i modi per dare una soluzione pacifica della questione coreana. Nel maggio seguente si stabilì che Svezia, Polonia, Cecoslovacchia e Svizzera avrebbero costituito la Commissione di vigilanza delle nazioni neutrali incaricata di dare attuazione all’accordo. E’ necessario notare come questo dialogo fosse solo in apparenza un momento di distensione dei rapporti. Ancora una volta la politica e gli interessi particolari minavano i disegni di una pace immediata. A fronte del desiderio di Kim Il-sung e dei nordcoreani di interrompere le ostilità, Mao aveva intravisto la possibilità che un dilatamento dei tempi del conflitto avrebbe potuto aumentare il proprio potere negoziale. In un telegramma diretto a Stalin del 14 novembre 1951 si dichiarò disposto a porre fine alle operazioni entro il 1952, tuttavia fece notare come non fosse spaventato da un allungamento dei negoziati in quanto i cinesi erano altresì pronti ad affrontare una guerra di lunga durata. La vittoria e l’aumento del potere contrattuale sarebbero stati ottenuti solo se prima fossero state inflitte pesanti perdite al nemico e funzionale a questo scopo era un rallentamento delle negoziazioni. Da parte statunitense, il nuovo documento NSC-48/5, approvato nel maggio 1951, rispecchiava la visione della controparte cinese. I tempi morti delle trattative offrivano l’opportunità di indebolire la forza e il prestigio dei comunisti. La questione che, tuttavia, determinò un importante rallentamento dei negoziati era quella concernente il rimpatrio dei prigionieri di guerra. L’iniziale proposta americana di uno scambio “uno-a-uno” fu rapidamente sostituita dall’opzione del rimpatrio “non forzato” dei prigionieri. Quest’ultima politica aveva le sue fondamenta nella circostanza che non tutti i prigionieri cinesi e nordcoreani erano disposti a rientrare nei rispettivi Stati. Se si fosse saputo, ciò avrebbe costituito un significativo alimento per la campagna propagandistica anticomunista. Forti dell’appoggio degli alleati e dell’opinione pubblica, gli Stati Uniti e l’UNC non accettarono compromessi su questo punto. La condivisone del piano da parte della Cina aveva fatto presagire che la conclusione di un accordo fosse ormai prossima, ma le richieste di un ricalcolo circa i numeri effettivi dei prigionieri desiderosi o meno di ritornare ai paesi di origine portò alla stasi dei negoziati che si interruppero per un altro anno. Davanti a questa nuova situazione di stallo e con l’obiettivo di costringere i nordcoreani ad accettare la proposta Unc, nell’estate del 1952 gli americani diedero maggiore impulso ai bombardamenti sul territorio nordcoreano, operazione che ebbe il solo effetto di alimentare la propensione al proseguimento dei combattimenti da parte di Cina, Urss e Corea del Nord. Il 1953 iniziò con una rinnovata intransigenza americana sulle condizioni poste per negoziare una risistemazione della Corea. La nuova amministrazione Eisenhower, insediatasi alla Casa Bianca il 20 gennaio, non aveva solo ereditato il rompicapo coreano, ma anche lo spirito bellicista dell’amministrazione precedente. L’opportunità di utilizzare l’arsenale atomico sia in Corea sia che Cina tornò a essere considerata il mezzo necessario per superare l’impasse diplomaticamente e strategicamente. A smuovere la situazione contribuì però la morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo 1953, la quale privò il fronte comunista asiatico di uno dei suoi registi. Il mutamento in seno alla classe dirigente comportò il cambio delle stesse direttive nei confronti della questione coreana. “Il 16 marzo Malenkov annunciò che l’Unione Sovietica non aveva questioni aperte con gli Stati Uniti che non potevano essere risolte pacificamente”. D’accordo con il ministro degli Esteri cinese Zhou Enlai, il politburo elaborò gli indirizzi da adottare per porre fine ai combattimenti. Il primo spiraglio in tale direzione fu lo scambio reciproco di prigionieri di guerra malati e feriti (ciò avvenne tramite l’operazione “Little Switch” tra l’aprile e il maggio 1953), inoltre Enlai concesse che i prigionieri non desiderosi di essere rimpatriati potevano essere consegnati a uno Stato neutrale il quale avrebbe, in seguito, preso la decisione sul loro destino. L’ultimo ostacolo per la conclusione dell’armistizio arrivava dall’intransigenza a trattare, già manifestata in precedenza, da parte del presidente sudcoreano Rhee. Con l’appoggio dell’Assemblea nazionale coreana, Rhee era contrario a qualsiasi spartizione della Corea e all’idea che un paese neutrale estraneo potesse disporre dei soldati prigionieri. La decisione degli Stati Uniti di stipulare un trattato di difesa reciproca con la Corea del Sud permetterà di giungere alla firma (congiunta con comunisti e Nazioni Unite) dell’armistizio il 27 giugno 1953. In agosto fu avviata l’operazione “Big Switch” con cui si effettuò il trasferimento dei prigionieri di guerra. Secondo quanto stabilito dall’Art. 4 dell’armistizio, entro tre mesi dalla sua firma si sarebbe dovuta tenere una conferenza internazionale incaricata di agevolare una soluzione pacifica della questione coreana. Le trattative per la ratifica del trattato di difesa tra Stati Uniti e la Repubblica di Corea e l’inasprimento degli scontri nell’Indocina francese fecero slittare i lavori per l’inaugurazione della conferenza di pace. In questo contesto, le discussioni in seno alla Conferenza di Ginevra, aperta solo il 26 aprile 1954, avrebbero riguardato non solo la sistemazione della penisola coreana, ma anche la ricerca di un modus vivendi permanente di tutta l’area asiatica orientale. Si presentava, quindi, come opportunità per arginare, in un sol colpo, i conflitti internazionali con i comunisti. I dubbi sul successo di Ginevra derivavano proprio dal timore che i comunisti cinesi, nordcoreani e sovietici non avrebbero accolto le proposte avversarie. Queste paure furono presto smentite dalla campagna di pacifismo internazionale che la classe dirigente sovietica lanciò all’indomani della morte di Stalin. Tanto la Cina quanto l’Unione Sovietica volevano archiviare la pratica coreana per potersi concentrare allo sviluppo interno. Anche la Corea del Nord, che stava sperimentando il suo primo piano quinquennale, accettò la Conferenza, ribadendo come il blocco comunista si stesse impegnando seriamente nella ricerca di una soluzione negoziata ai problemi asiatici e globali. Tuttavia, la proposta statunitense di indire elezioni nazionali su tutto il territorio della penisola sotto la supervisione delle Nazioni Unite andò incontro a una generale disapprovazione. Le risposte negative giunsero non solo dalle controparti sovietiche, ma anche dalla propria coalizione. I paesi europei, consci dell’operato passato dell’Onu, temevano il ripetersi del conflitto ed erano ormai più concentrati sulle questioni di politica interna, mentre il presidente Rhee, in linea con la politica propugnata durante tutta la guerra, paventava il rischio che delle eventuali elezioni popolari potessero incidere negativamente sulla sua leadership. Le indecisioni e i timori reciproci incisero sull’andamento della Conferenza da cui uscì, come unico risultato, il ristabilimento del 38º parallelo come linea di separazione tra le due Coree. Il fallimento di Ginevra si consacrava non tanto nella mancata riunificazione pacifica della penisola quanto nell’incapacità e impossibilità di ristabilire relazioni politiche ed economiche virtuose, consegnando la penisola allo stato d’instabilità ancora oggi visibile. Il successore di Clinton, George W. Bush, proclamato presidente il 20 gennaio 2001, esternò subito il suo scettiscismo alla politica di avvicinamento del predecessore, culminata nella stipulazione degli Accordi Quadro e negli incontri di fine secolo. Secondo il nuovo presidente, bisognava negoziare con i nordcoreani tramite un approccio di tipo multilaterale piuttosto che bilaterale dato che il primo avrebbe permesso, tramite una coalizione di paesi più ampia, di ridurre il peso negoziale di Pyongyang. Nonostante ciò, i primi passi della nuova presidenza mossero verso la ricerca di una continuazione del dialogo con il regime nordcoreano e, per favorirlo, furono destinati alla Corea del Nord partite maggiori di petrolio combustibile e di aiuti umanitari; contestualmente, si impegnò a portare avanti i punti stabiliti dall’Accordo Quadro. Se Kim Jong-il avesse mantenuto i propri impegni – in particolare la sospensione dell’aggressivo programma missilistico – gli Stati Uniti avrebbero intensificato il proprio sforzo, offrendo aiuti più concreti al popolo nordcoreano. L’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 ebbe però ripercussioni anche sul rapporto statunitense-nordcoreano, poiché cambiò la politica generale degli Stati Uniti nei confronti di tutti gli “Stati canaglia”: la Corea era etichettata come uno di questi e, quindi, rientrò in qualche modo nella più ampia guerra al terrorismo lanciata dall’allora amministrazione statunitense. Questo nuovo atteggiamento fu solennizzato nella dichiarazione del vicepresidente Richard Cheney “non negoziamo col male, lo sconfiggiamo” e dallo stesso Presidente il quale fece la promessa di “non consentire ai regimi più pericolosi del mondo di minacciarci con le armi più pericolose del mondo”. La lettura delle parole pronunciate dai vertici americani fece nuovamente maturare l’idea nella leadership nordcoreana che l’inclusione della Corea del Nord nella lista dei paesi da sconfiggere fosse sintomatica della chiara volontà americana di porre fine al regime del Caro Leader. Tuttavia, nonostante il prefigurarsi di questo nuovo approccio americano, a Pyongyang era ancora viva la speranza di portare avanti la relazione instaurata dall’amministrazione Clinton. Gli incontri dell’ottobre 2002 furono una prima occasione di confronto con il regime nordcoreano. Essi, però, furono inficiati dalla scoperta da parte dell’intelligence americana della costruzione di un impianto per l’arricchimento dell’uranio (la sua esistenza fu sempre negata dai nordcoreani) che avrebbe potuto anche portare alla produzione di due ordigni all’anno. Quest’operazione era in evidente contrasto con la fiducia reciproca che aveva condotto alla risoluzione della prima crisi nucleare tramite l’Accordo Quadro. Durante l’incontro, la controparte americana sollevò la questione e ottenne l’ammissione, per vie non ufficiali, che i nordcoreani erano ormai prossimi a dotarsi di ordigni nucleari. L’ambasciatore nordcoreano presso le Nazioni Unite fece comunque sapere che la sicurezza statunitense non sarebbe stata minacciata e diede la possibilità di trattare la realizzazione di un regime d’ispezioni. Nonostante ciò, dalla capitale nordcoreana arrivarono accuse sul mancato rispetto dell’Accordo Quadro anche da parte statunitense, in merito all’impegno a fornire i reattori ad acqua leggera; inoltre, i nordcoreani fecero notare come mancassero rassicurazioni americane sul non-utilizzo di armi nucleari nei confronti della Corea del Nord. La risposta statunitense si sostanziò nella cessazione del rifornimento di olio combustibile da parte della Kedo. Secondo la Casa Bianca, Pyongyang non era in grado di rispondere con i muscoli a tale sospensione, inoltre riteneva che il rischio di sanzioni da parte della comunità internazionale l’avrebbe indotta allo smantellamento dei propri programmi. Tali valutazioni si rivelarono errate, provocando una reazione diametralmente opposta. Secondo la visione del Caro Leader, infatti, il sistema internazionale sarebbe stato caratterizzato da un’ostilità nei confronti del proprio regime e, di conseguenza, un atteggiamento intransigente avrebbe consentito di superare i momenti di antagonismo in attesa di momenti più favorevoli per avanzare le proprie richieste. Inoltre, il conflitto iracheno era una chiara dimostrazione di come gli Stati Uniti non tenessero conto di principi internazionalmente riconosciuti come la sovranità nazionale e la non interferenza negli affari interni, dando più forza all’idea secondo cui la deterrenza nucleare fosse l’unico vero scudo contro le ingerenze esterne. Sulla base di queste considerazioni, alla fine del 2002 Pyongyang riattivò i propri reattori – quello da 5 megawatt, in particolare, mentre furono ripresi i lavori per la costruzione di quelli da cinquanta e duecento – e incolpò l’amministrazione americana di aver seppellito l’Accordo del 1994. L’inizio della seconda crisi nucleare nordcoreana era proclamato ufficialmente. Contestualmente alla diatriba con gli Stati Uniti, Pyongyang intrattenne relazioni con altri attori asiatici. Nel settembre del 2002 ebbe luogo l’incontro tra Kim Jong-il e il primo ministro nipponico Jun’ichirŏ Koizumi, occasione in cui il Caro Leader, con l’obiettivo di favorire un riavvicinamento, ammise i sequestri di cittadini giapponesi avvenuti nel corso degli anni ’70 e ’80. Questa controversia andò, ovviamente, a inquinare i rapporti con Tokyo ma ebbe l’effetto di distogliere la sua attenzione dalle questioni attinenti i processi di denuclearizzazione nordcoreani. La Dichiarazione di scuse da parte di Pyongyang che ne seguì, gettò il ponte per una normalizzazione dei rapporti – scontentando però gli Stati Uniti che invece premevano per una maggiore prudenza – che si manifestò primariamente in ambito economico. Inoltre, i nordcoreani promisero il congelamento del programma nucleare e dei test missilistici. Tuttavia, la scoperta contestuale americana dei processi di arricchimento di uranio e le complicazioni sullo scambio dei cittadini sotto sequestro rallentarono il processo di normalizzazione dei rapporti. I meeting successivi saranno caratterizzati da un clima crescente di diffidenza reciproca, che condurrà a una situazione di aperta ostilità, provocando una stasi nel dialogo bilaterale. In Russia, la presidenza di Vladimir Putin perseguì il miglioramento dei rapporti con il regime di Kim Jong-il. Nel 2000 tale propensione si espresse nella ratifica un Trattato di amicizia, buon vicinato, cooperazione e reciproca assistenza cui seguì la visita a Pyongyang del presidente russo. Obiettivo di quest’ultimo era quello di inserirsi nei rapporti tra Nord e Sud in qualità di mediatore. Nel 2001 le interazioni e le visite reciproche s’intensificarono e portarono all’emanazione di una Dichiarazione congiunta in cui venivano esplicati i punti di accordo tra i due leader: in ambito politico, si proclamava l’intento di rimodellare l’ordine mondiale a favore di uno più equo, veniva ribadita l’idea che la riunificazione della penisola dovesse avvenire senza ingerenze esterne e affermava nuovamente la necessità che gli Stati Uniti evacuassero la Repubblica di Corea; in ambito economico, si fecero promotori di una maggiore e più intensa cooperazione economica che si sarebbe concretizzata in grandi progetti infrastrutturali congiunti. A sancire la volontà di perseguire un tale riavvicinamento, durante l’incontro di Vladivostok del 2002 Putin biasimò la politica statunitense applicata nei confronti della Repubblica Democratica Popolare di Corea. In particolare, si dissociò dalle affermazioni americane circa l’etichettatura della Corea del Nord come “Stato malvagio” e dichiarò di non essere in linea con la politica d’isolamento praticata da Washington. Quanto alla Repubblica di Corea, il programma politico del neo-presidente No Muhyoŏn, eletto il 19 dicembre 2002, mirava a dare continuità alla Sunshine Policy, cercando di instaurare con il Nord un rapporto collaborativo, cooperativo, pacifico e prospero. Solo una tale politica avrebbe permesso di creare quelle basi necessarie ad una conciliazione con Pyongyang e un abbassamento della tensione peninsulare. Nonostante la crisi nucleare fosse ormai conclamata, il governo sudcoreano intendeva rafforzare gli aiuti umanitari e stabilire forme di cooperazione economica più stingenti. Da parte nordcoreana, tuttavia, si continuava a praticare la politica del brinkmanship (politica della provocazione o del rischio calcolato) e questo fu un atteggiamento fondamentale nell’indurre una nuova escalation di tensione nella regione dell’Asia estremo-orientale. Poco dopo l’elezione di No, la leadership nordcoreana impose all’Aiea di rimuovere i sistemi di controllo sui propri impianti, di riaprire il reattore di Nyŏngbyŏn e ordinò l’espulsione degli ispettori. Contestualmente fu annunciato che i processi di ritrattamento sarebbero stati ripresi a pieni motori. Considerati i contatti che Kim Jong-il intrattenne con Russia, Corea del Sud e Giappone la presidenza Bush insistette affinché si svolgessero incontri multilaterali, in particolare era intenzionata a coinvolgere i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, l’Unione Europea e altri attori regionali quali Corea del Sud, Giappone e Australia. Ciò fu dovuto alla consapevolezza dell’amministrazione americana che da soli gli Stati Uniti non possedevano quel peso necessario affinché i nordcoreani assecondassero le proprie richieste sulla non proliferazione. Nella strategia americana vi erano comunque delle problematicità: anzitutto gli americani non erano sicuri del fatto che i tutti i paesi interpellati fossero disposti a intraprendere un’azione di pressione costante nei confronti di Pyongyang; inoltre, era necessario comprendere quali fossero gli obiettivi e le prospettive della Sunshine Policy sudcoreana. Se gli Stati Uniti con il loro multilateralismo avevano cercato di porre i nordcoreani in una situazione d’isolamento e, di conseguenza, a provocare l’implosione del regime, la Repubblica di Corea cercava invece di coinvolgere il Nord all’interno della vita della comunità internazionale. E’ indiscutibile che questa politica della fiducia avrebbe permesso un abbassamento della tensione nella penisola, tuttavia avrebbe anche consacrato lo stabilimento di una situazione estremamente precaria, soprattutto se si considera l’importanza che occupa il finanziamento del settore militare nella vita del regime nordcoreano. Un’altra questione nodale era individuare il ruolo che la Cina avrebbe dovuto ricoprire. Pechino, infatti, essendo la principale partner economico del Caro Leader avrebbe dovuto essere la prima a esercitare la pressione richiesta, tuttavia pur essendo contraria alla nuclearizzazione nordcoreana, la Corea del Nord rappresentava comunque una barriera tra se stessa e le forze americane, e per questo motivo era desiderosa che il sistema nordcoreano non collassasse. Il suo obiettivo era quello di spingere la leadership nordcoreana ad avviare le riforme economiche che la Repubblica Popolare Cinese aveva applicato nel corso degli anni ’80. A livello diplomatico, si apriva l’opportunità per i cinesi di acquisire una maggior influenza nel dettare le modalità per una soluzione della questione coreana; d’altronde, il rigetto del bilateralismo statunitense con la controparte nordcoreana aveva permesso che la Cina assumesse una posizione centrale nell’avvio delle stesse politiche multilaterali, in quanto fidata interlocutrice di Pyongyang. Pechino poteva assurgere nuovamente a grande mediatrice e poteva, contestualmente, avanzare richieste circa un ulteriore isolamento di Taiwan. La Cina mostrò di essere intenzionata a seguire questa strada nel gennaio 2003, quando promosse la convocazione di colloqui trilaterali con Stati Uniti e Corea del Nord. La necessità di trovare velocemente un coordinamento tra le visioni strategiche sinoamericane si fece necessaria quando nel febbraio del 2013 la Corea del Nord ultimò la riattivazione del sito di Nyŏngbyŏn. Immediatamente, l’Aiea accusò il regime di Kim di avere violato gli accordi di salvaguardia e rimise la questione al Consiglio al di Sicurezza. Inoltre, ad un nuovo test missilistico del marzo 2003, gli Stati Uniti risposero con l’invio di nuovi armamenti in corea del Sud. In aprile, Russia e Cina sventarono un’escalation della crisi impendendo che il Consiglio di Sicurezza condannasse l’uscita della Corea del Nord dal Ntp o potesse dar luogo ad azioni coercitive contro Pyongyang rispondendo così alle richieste dell’Aiea. Il 10 aprile 2003 la Corea del Nord completò il processo di uscita dal Ntp. I colloqui a tre tenutisi a Pechino il 23 aprile 2003 furono affrontati con diversi approcci: gli Stati Uniti non volevano parlare direttamente con i nordcoreani, mentre Cina e Corea del Nord avevano intravisto la possibilità di poter stabilire un dialogo diretto tra Pyongyang e Washington. Gli americani volevano che la Corea del Nord rientrasse nel Trattato di non-proliferazione e, tramite la cooperazione con la comunità internazionale, costringerla a procedere allo smantellamento dei propri programmi nucleari. Pechino non voleva il ripetersi di una Guerra di Corea cercando, da un lato, di ridimensionare le possibilità che gli americani potessero intervenire militarmente e, dall’altro, spingendo i nordcoreani a collaborare tramite la promessa aiuti economici; inoltre, si era impegnata affinché il suo recesso dal Trattato non fosse sottoposto all’esame di possibili coercizioni da parte del Consiglio di Sicurezza. La Corea del Nord propose un accurato piano di coordinamento con gli americani, che avrebbe permesso lo smantellamento graduale del programma. Il rigetto statunitense fu dovuto all’intransigenza della Casa Bianca sul fatto che il processo fosse immediato e irreversibile. Solo l’azione dei cinesi permise che le delegazioni nordcoreana e americana si incontrassero face to face, seppur non in modo formale; tuttavia, tale incontro fu un clamoroso insuccesso. Forse per aumentare la pressione sugli Stati Uniti, la delegazione nordcoreana rese noto alla controparte che il proprio governo si era già dotato di un ordigno nucleare e stava avviando a nuove procedure di ritrattamento del nucleare. A seguito degli incontri, gli Stati Uniti divennero ancora più intransigenti nei confronti dei nordcoreani e lanciarono una campagna internazionale volta a colpire il loro paese la Cina non era riuscita a perseguire il proprio interesse particolare circa un abbassamento della tensione presso i propri confini meridionali; nei mesi successivi, i toni della campagna antistatunitense nordcoreana si fecero più intensi e furono seguiti dalla comunicazione ufficiale, nel luglio 2003, del completamento del processo di ritrattamento nucleare – confermato dalla intelligence americana. Unico effetto positivo dei colloqui trilaterali fu che la questione del nucleare potesse essere comunque discussa. Dopo la comunicazione di Pyongyang, Russia e Cina intervennero nuovamente per evitare che il Consiglio di Sicurezza adottasse risoluzioni coercitive. Questo impegno fu in qualche modo premiato dai nordcoreani: a fronte della richiesta di ulteriori aiuti alimentari e umanitari, si rese disponibile a intavolare colloqui con una partecipazione più ampia comprensiva di Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia e Stati Uniti, assecondandone dunque le precedenti richieste. All’inaugurazione del primo round negoziale a sei (Six-Party Talks) del 27 agosto 2003 tutti i partecipanti si dimostrarono abbastanza coesi sugli obiettivi generali da conseguire: il processo di denuclearizzazione della penisola coreana era prioritario. Ovviamente le problematiche attenevano le modalità pratiche per attuarlo. Gli occhi erano puntati sull’asse americano-nordcoreano: la Corea del Nord proponeva un nuovo pacchetto negoziale in cui si chiedeva che gli Stati Uniti ponessero fine alla loro ostilità e che ostacolassero la cooperazione economica tra i nordcoreani e gli altri vicini asiatici. Il tutto sarebbe stato sancito da una normalizzazione dei rapporti e dalla ratifica di un trattato di non-aggressione volto ad assicurare la sicurezza del regime da eventuali attacchi esterni. In cambio, sarebbe stato abolito il programma nucleare. Pur rassicurando i nordcoreani che non era nella volontà degli Stati Uniti attaccare e invadere il territorio a nord del 38° parallelo e imporre, a quel punto, un cambiamento di regime, essi restavano fermi sulla propria posizione circa lo smantellamento immediato e completo del programma. Questo primo round si chiuse senza che le parti fossero riuscite a raggiungere qualche punto comune. Prima di procedere a un secondo giro d’incontri, la Cina cercò di assicurarsi dell’eventualità che le parti potessero nuovamente adottare azioni volte ad aumentare la tensione e alzare la posta in gioco. Per i cinesi la preoccupazione maggiore era che nel lasso di tempo tra i round la politica di brinkmanship nordcoreana inducesse Pyongyang a effettuare nuovi test missilistici e, forse, un test nucleare provocando così una sicura reazione militare americana (a tutt’oggi mai materializzatasi). L’azione strategica di Pechino si rivolse sia verso Washington che verso Pyongyang: tra l’ottobre e il dicembre 2003 i cinesi diedero luogo a incontri bilaterali con entrambe le leadership con l’obiettivo di favorire un dialogo virtuoso in seno al secondo round negoziale. In tal senso, per convincere i nordcoreani la Cina si offrì di dare assistenza gratuita alla costruzione di alcune infrastrutture industriali; sul fronte opposto, si chiese agli americani di valutare l’opzione del congelamento del programma, piuttosto che quella più intransigente dello smantellamento completo. Anche se più conciliatoria, una tale scelta rappresentava una politica al ribasso per gli Stati Uniti e, accettandola, avrebbero sicuramente aumentato il potere contrattuale dei nordcoreani. Di conseguenza, fu rigettata dall’amministrazione statunitense. Il secondo giro negoziale del 25 febbraio 2004 condusse a risultati migliori. In quest’occasione, la delegazione nordcoreana presentò un proprio progetto graduale che avrebbe condotto a un congelamento del programma nucleare. In cambio, furono avanzate le stesse richieste presentate al round precedente. Nel proprio pacchetto, gli americani inserirono degli incentivi affinché la controparte accettasse lo smantellamento irreversibile e completo del programma. Insieme all’offerta di fornire olio combustibile, la normalizzazione dei rapporti avrebbe dovuto essere accompagnata non solo dallo smantellamento nucleare, ma anche da concessioni relative al programma missilistico. La questione non fu risolta, tuttavia il secondo round negoziale rappresenta un trionfo per il multilateralismo culminato nella Dichiarazione della Presidenza in cui tutte le parti proclamavano la volontà di liberare la penisola dalle armi nucleari tramite una soluzione pacifica. Tale volontà si può notare nelle proposte più strutturate che le parti avanzarono nel corso del terzo round che si svolse il 23 giugno 2004. Nella proposta americana si può riscontrare un approccio mediano tra l’intransigenza dello smantellamento totale e immediato e un processo più graduale. Il primo passo stabiliva l’emanazione di una dichiarazione ufficiale di Pyongyang circa l’intenzione di procedere allo smantellamento sia del programma sia dell’arsenale. Il processo di denuclearizzazione della penisola sarebbe stato accompagnato dalla fornitura di olio combustibile da parte dei paesi interessati alla questione – esclusi gli Stati Uniti. Dopo la verifica dell’avvio del processo di smantellamento, sarebbe stato permesso di non intraprendere azioni militari unilaterali e multilaterali aggressivi nei confronti della Corea del Nord. La controproposta nordcoreana del 25 giugno contava diversi punti: prima dello smantellamento completo, il programma sarebbe stato congelato e sottoposto a verifica; la condizione necessaria affinché potesse avvenire il congelamento era il ritiro preliminare della dichiarazione statunitense sul processo completo, immediato e irreversibile; la procedura di congelamento sarebbe stata imposta a tutte le attività collegate con il nucleare, dal ritrattamento agli arsenali; gli arsenali nucleari non sarebbero stati né trasferiti né prodotti né venduti; infine, il congelamento sarebbe avvenuto solo dopo una compensazione che sarebbe stata costituita dalla fornitura di 2 milioni di megawatt di energia, dal depennamento dalla lista dei Rogue States e dalla rimozione delle sanzioni economiche. Confrontando l’insieme delle due proposte si nota come le posizioni fossero ancora lontane da un punto d’incontro e, dopo i colloqui, ripresero a divergere. Gli americani non erano affatto interessati a un congelamento del programma; inoltre, in quel momento, la questione coreana non era un affare preminente nella politica estera degli Stati Uniti i cui occhi erano puntati sull’aggravamento del conflitto iracheno – come provò il trasferimento di molte truppe da Seul a Baghdad. Ad aumentare il distacco, nel luglio seguente il Congresso americano votò il North Korea Human Rights Act con cui sarebbero stati stanziati circa 20 milioni di dollari a favore delle Ong che offrissero sostegno ai rifugiati fuggiti dalla Corea del Nord. La risposta di Pyongyang fu veemente e si sostanziò nella dichiarazione di non voler più partecipare a colloqui multilaterali finché gli Stati Uniti non fossero stati meno ostili e intransigenti. A conferma del nuovo clima di ostilità, il 10 febbraio 2005 i vertici nordcoreani emisero un comunicato in cui erano delineati i propri propositi circa il programma nucleare. Dopo aver rimarcato il proprio dissociamento dal Ntp si dichiarava che il possesso di ordigni nucleari era funzionale a garantire un efficiente sistema di auto-difesa contro la crescente politica di minaccia sbandierata dal presidente Bush e procedere con il programma era ormai doveroso per garantire la propria protezione. Inoltre, si comunicavano ufficialmente l’abrogazione della Dichiarazione sulla denuclearizzazione stipulata con la Repubblica di Corea nel 1992 e la fine degli effetti dell’Accordo Quadro del 1994 stipulato con gli Stati Uniti. L’atteggiamento antistatunitense venne confermato anche nel quarto round negoziale inaugurato il 26 luglio 2005. I punti cruciali ruotavano attorno alle proprietà del programma nucleare. Il dibattito verteva anche sulla sua connotazione pacifica. Infatti, la Corea del Nord sosteneva che fosse un suo diritto avere e realizzare un programma nucleare a scopi pacifici, mentre gli Stati Uniti erano fermi ad una sua abrogazione totale – non interessava quale fosse lo scopo del programma. In tale ottica, Pyongyang spingeva affinché fosse ripristinato il programma della Kedo per la fornitura di reattori ad acqua trovando però l’opposizione sia sudcoreana che americana. La seconda fase di questo round poi portò, finalmente, a un risultato concreto: il 19 agosto fu ratificato un Accordo congiunto grazie all’opera mediatrice e diplomatica della Cina. In esso si dichiarava che la Corea del Nord avesse il diritto a un uso pacifico del nucleare e le altre parti si sarebbero impegnate a fornirle un reattore ad acqua leggera. Lo smantellamento avrebbe riguardato solo gli impianti e i programmi a scopi militari; inoltre, si prevedeva il rientro della Corea del Nord entro l’Npt e, di conseguenza, la possibilità per l’Aiea di effettuare ispezioni sul campo. Restavano, comunque, questioni irrisolte. Nell’Accordo non erano contemplate tempistiche e modalità per una sua applicazione e non si prevedeva niente per quanto riguardava il processo di arricchimento dell’uranio. Queste mancanze condurranno inevitabilmente a una nuova situazione di tensione, ma al momento le parti erano più interessate a porre una pausa alle ostilità. Chi guadagnò maggiormente da questo accordo fu il Caro leader. In primo luogo perché la stipulazione aumentava la credibilità e il prestigio dei nordcoreani, accrescendo anche il margine di riconoscimento in seno alla comunità internazionale grazie alla possibilità di normalizzare le relazioni diplomatiche con gli americani e i giapponesi, con rilevanti impatti economici; in secondo luogo perché il proprio regime e il suo potere interno furono rafforzati essendo state momentaneamente allontanate le minacce esterne. Dall’altro lato, l’amministrazione Bush poté porre la sua attenzione su altre questioni che interessavano e minacciavano la politica estera statunitense, ossia la guerra in Iraq e l’insorgere della questione nucleare iraniana. La stabilità della penisola e quella internazionale sembravano ormai essere state raggiunte. Il multilateralismo sembrava aver infine trionfato. A proclamare la fine delle ostilità, Pyongyang emise un comunicato, il 20 settembre 2005, in cui si dichiarava che il Chosón sarebbe rientrato nel Npt e avrebbe accolto le ispezioni dell’Aiea dopo che fosse stato consegnato il reattore ad acqua leggera. È a questo punto, la consegna del reattore ad acqua, che la situazione tornò a farsi critica: emersero, infatti, le problematiche, erroneamente trascurate, relative alle mancanze procedurali dell’Accordo. Secondo il dettato, le parti avrebbero discusso le tempistiche della consegna del reattore. La vaghezza del testo permise agli Stati Uniti di riassumere un atteggiamento di ostilità verso i nordcoreani. Essi sostenevano fortemente che la consegna sarebbe avvenuta esclusivamente a seguito dell’ingresso della Corea del Nord nel Npt e solo dopo che fossero stati adempiuti gli obblighi derivanti da esso. Si aprì un nuovo round negoziale nel novembre del 2005 con l’obiettivo di risolvere la questione della tempistica e dare attuazione completa all’Accordo. Le divergenze tra le posizioni non furono appianate e, anzi, furono aggravate dall’insorgere del caso della Banca Delta Asia (Bda) presso cui si riteneva che i nordcoreani riciclassero denaro. La situazione di stallo fu interrotta solo il 5 luglio 2006 quando il regime di Kim Kong-il diede luogo a un imponente esercitazione militare: furono lanciati sei missili balistici e un vettore a lungo raggio (Taep’odong-2). Quest’operazione rientrava nell’ambito della brinkmanship e mirava a riattrarre l’attenzione statunitense –in questo momento maggiormente concentrata sulla questione iraniana – e a scoraggiare la politica delle sanzioni imposta da Washington. Effetto conseguente fu il ricompattamento del sentimento anti-coreano in seno alla Corea del Sud (che sospese l’invio di aiuti alimentari) e al Giappone che adesso tornavano a sostenere l’intransigenza americana. Inoltre, il 15 luglio 2006 il Consiglio di Sicurezza adottò una Risoluzione di condanna del comportamento nordcoreano e procedeva all’imposizione di sanzioni. L’altro grande evento memorabile per la Corea del Nord e, sfortunatamente, per la comunità internazionale fu il successo del primo test nucleare sotterraneo condotto dai nordcoreani il 9 ottobre 2006. Conseguenza immediata fu l’emanazione di un’altra Risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza con l’obiettivo di esercitare una maggiore pressione sul regime di Kim Jongil. I nordcoreani minacciarono a loro volta di attuare contromisure militari verso ogni paese che l’avesse applicata. Tutti partecipanti ai Spt si trovarono uniti nel condannare i comportamento della Corea del Nord. A questo punto è importante indagare sulle motivazioni che avevano spinto il Caro Leader ad appoggiare l’esecuzione del test nucleare. Come per il Grande Leader, era necessario mandare un chiaro messaggio sul fronte interno, infatti la realizzazione del programma avviato dal padre era una via necessaria per far desistere eventuali usurpatori dal tentativo di assumere il controllo del regime. Solo sotto la guida di Kim Jong-il il regno di Corea avrebbe potuto sopravvivere e prosperare. Sempre portando avanti il pensiero del “Presidente eterno”, il possesso di arsenale nucleare avrebbe garantito uno status internazionale non trascurabile; se Kim Il-sung era mosso dalla necessità di imporre le esigenze della Corea del Nord –coincidenti con la politica di sicurezza – all’interno del conflitto bipolare, Kim Jong-il mirava a aumentare il proprio potere negoziale nei confronti di Washington, ossia l’ultimo egemone rimasto dopo il tracollo sovietico (in quel momento l’obiettivo far desistere gli Stati Uniti dal promuovere e imporre nuove sanzioni). Sul fronte opposto, la politica statunitense per impedire che i nordcoreani si dotassero di un tale armamento era fallita; ora la priorità degli americani era evitare che il know how ottenuto da Pyongyang potesse essere trasferito ad altre nazioni, nello specifico i paesi terroristi, cosa che avrebbe provocato una proliferazione nucleare a livello mondiale e avrebbe compromesso la stabilità stessa del sistema internazionale da essi modellato e controllato. Per scongiurare il manifestarsi di una tale situazione, gli americani acconsentirono, grazie anche agli sforzi cinesi, a intavolare una nuova sessione di colloqui multilaterali. Questi avvennero alla metà di febbraio del 2007, dopo che gli Stati Uniti avevano scongelato parte dei depositi nordcoreani in seno alla Bda in quanto non utilizzati per finanziare attività illecite. Questo round prevedeva un nuovo approccio nordcoreano alle trattative. Come visto in precedenza, proposte e controproposte costituite da pacchetti negoziali avevano dato esiti discutibili raggiungendo il loro punto più alto con l’Accordo congiunto del 2005. La nuova linea perseguita da Pyongyang si basava sul principio dell’“azione per azione”. Questa nuova strategia avrebbe permesso di archiviare immediatamente alcuni punti dell’agenda e avrebbe ridotto il rischio che entrambe le parti non ottemperassero, con la loro inerzia, a quanto era stato pattuito. Si prevedeva, dunque, che le questioni fossero affrontate punto per punto e una loro soluzione sarebbe stata condizione necessaria per procedere ulteriormente. Per rendere più concreta la realizzazione di questo piano d’azione, i punti dell’agenda sarebbero stati perseguiti in due fasi distinte. Nonostante le difficoltà, durante la prima fase si arrivò al completamento dello scongelamento dei depositi nordcoreani in seno alla Bda, cui corrispose, da parte della Corea del Nord, la concessione relativa all’ingresso degli ispettori Aiea il 14 luglio 2007. I punti della seconda fase, da applicare entro la fine dell’anno, mostrarono notevoli difficoltà. I nordcoreani non presentarono nessun rapporto aggiornato sui propri arsenali e programmi e, dall’altro lato, accusarono gli altri interlocutori di non aver inviato le forniture energetiche pattuite. Ciò portò a un rallentamento dei lavori, i quali ripresero solo l’anno seguente. Nel maggio 2008, i nordcoreani fornirono la documentazione sui processi di arricchimento di plutonio senza, però, mai menzionare quelli dell’uranio. Questo gesto fu ben accolto dall’amministrazione Bush la quale promise di rimuovere la Corea del Nord dalla lista dei rogue States. Il punto più alto dei SPT si raggiunse quando il 27 giugno venne abbattuta la torre di raffreddamento presso il sito di Nyŏngbyŏn. La leadership nordcoreana era consapevole che la torre era ormai obsoleta e sfruttò tale operazione per dimostrare la propria volontà nel procedere con il progetto di denuclearizzazione. Le complicazioni in seno ai colloqui, che condurranno al loro fallimento, erano relative al protocollo di verifica che gli ispettori AIEA avrebbero dovuto seguire. Secondo gli americani, essi dovevano essere dotati di una libertà di movimento pressoché assoluta e posero questa idea come condizione necessaria per l’eliminazione dalla lista degli Stati terroristi. Pyongyang non accolse tale presa di posizione, ritendendo che la proposta ricalcava nella sostanza il passato regime di “ispezioni speciali” richiesto dall’AIEA e dagli Stati Uniti. Dopo una nuova fase di tensione e un ennesimo allontanamento degli ispettori, si riuscì a trovare un compromesso sul protocollo grazie alla visita di Christopher Hill, assistente segretario di Stato per l’Asia Orientale e il Pacifico, nell’ottobre 2008. Subito dopo essere stata cancellata dall’elenco degli Stati terroristi, la Repubblica Democratica Popolare di Corea rinnegò il protocollo concordato con gli Stati Uniti segnando la fine dei SPT, chiusi ufficialmente nel 2009. La decisione di Pyongyang mostra come Kim Jong-il fosse in realtà reticente davanti all’idea che la propria politica potesse essere sottoposta a vincoli esterni, in quanto questi corrispondevano a limitazioni alla propria sovranità. Inoltre, è possibile ritenere che ormai fosse per lui più vantaggioso aspettare il cambio di vertice americano nella speranza che si potesse trattare in modo differente con la nuova presidenza. In una visione più ampia, la scelta di Kim potrebbe essere stata dettata anche da una certa impreparazione ad affrontare delle trattative multilaterali in cui ogni partecipante avanzava le proprie proposte e poneva come nevralgiche questioni di puro interesse nazionale. L’approccio multilaterale, dunque, non era quello prediletto dal Caro Leader e le speranze di poter instaurare una linea di comunicazione bilaterale con gli Stati Uniti non si erano spente. In tal senso, guardò ottimisticamente e con favore la campagna elettorale attuata dal senatore Barack Obama il quale disse, riferendosi agli Stati canaglia, che “la nozione in base alla quale non avere alcun confronto con questi paesi è essa stessa una punizione, è ridicola…e penso che il fatto di non aver comunicato con loro sia stata una disgrazia”. Tuttavia, Kim dovette ricredersi nel momento in cui Obama divenne nuovo presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2009; nel suo discorso d’insediamento proclamò che: “coloro che si aggrappano al potere attraverso la corruzione, l’inganno e mettendo a tacere il dissenso sappiano che sono sul lato sbagliato della storia, ma porgeremo loro la nostra mano se loro schiuderanno il loro pugno”. I Spt erano stati avviati grazie alla volontà di trovare una soluzione alla questione nordcoreana; paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e gli Stati Uniti stessi avevano fatto il primo passo per andare incontro alla Corea del Nord. La nuova amministrazione statunitense, invece, mirava a invertire tale rapporto: adesso era Pyongyang a doversi avvicinare. La possibilità di intrattenere relazioni bilaterali dipendeva dai nordcoreani, i quali avrebbero dovuto dimostrare il desiderio di dialogare con azioni concrete e altamente credibili. In quel momento, gli americani non erano in grado di concentrarsi solo sulla Corea del Nord, poiché il paese era in piena crisi economica e la politica interna aveva assunto la preminenza relegando il dossier nordcoreano a problema di secondo ordine. La nuova politica estera statunitense nei confronti del regime nordcoreano si sarebbe ora basata sul concetto di pazienza strategica, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero atteso passivamente e avrebbero sorvegliato gli sviluppi sulla penisola – soprattutto si attendeva che potesse avvenire un cambio di leadership alla guida di Pyongyang. L’unica azione intrapresa sarebbe stata quella della promozione delle sanzioni in modo da poter bloccare l’arrivo di nuove innovazioni tecnologiche sul territorio nordcoreano. A rimarcare questo nuovo atteggiamento, gli Stati Uniti non presero una posizione diplomatica neanche dopo un nuovo lancio missilistico a lungo raggio Taep’odong-2 il 5 aprile 2009. L’immobilismo diplomatico, condiviso dal segretario di Stato Hillary Clinton, e il corollario della politica delle sanzioni avrebbero costretto la Corea del Nord o a ottemperare ai suoi impegni internazionali o a implodere su sé stessa. La risposta nordcoreana al nuovo approccio della Casa Bianca arrivò il 25 maggio 2009, quando Kim Jong-il diede il proprio assenso a eseguire il secondo test nucleare sotterraneo, cui seguì immancabilmente una nuova risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza. Il Caro Leader aveva dimostrato ancora una volta di non voler sottostare alle richieste di denuclearizzazione avanzate dalla comunità internazionale. E’ importante sottolineare come il distaccamento dalla questione coreana da parte degli Stati Uniti non significasse un loro disimpegno dalla regione asiatica: i loro occhi erano puntati sull’ “alleato” cinese. La ricerca di fondi per far fronte alla crisi economica spinse gli americani a fare più pressioni sui cinesi i quali avevano contratto una parte rilevante del debito americano. I primi dubbi circa la modifica del tasso di cambio da parte di Pechino diedero sostengo al disegno degli Stati Uniti di mantenere la loro presenza nell’Asia occidentale, una strategia considerata minacciosa da parte dei cinesi che vedevano un limite ai propri margini di crescita. Il mantenimento della presenza americana fu favorito anche dagli stretti rapporti che l’amministrazione Obama intrattenne con il neo-presidente sudcoreano I Myŏngbak, entrato in carica nel febbraio del 2008. Quest’ultimo si era distaccato completamente dalla Sunshine Policy adottando un atteggiamento maggiormente conservatore nei confronti del Nord. Le aperture degli anni ’90 avevano in effetti avuto il solo effetto di permettere ai nordcoreani di alimentare il proprio apparato nucleare senza portare ad alcun risultato concreto alla stabilizzazione dei rapporti intercoreani. Myŏngbak decise, dunque, di sospendere la fornitura di fertilizzanti nei confronti di Pyongyang e, sul piano politico, divenne un fermo sostenitore delle politiche sanzionatorie propugnate da Obama. Nonostante l’obiettivo di proseguire con un approccio attendista nei confronti di Pyongyang, gli Stati Uniti furono costretti a rivedere la propria politica nel 2010. Il 26 marzo venne affondata una corvetta di Seul e il presidente sudcoreano sostenne che ciò era avvenuto a causa di un attacco. La commissione investigativa istituita a seguito dell’incidente stilò un rapporto in cui si sosteneva che la nave fosse stata colpita da un missile sparato da un sommergibile nordcoreano. Dopo aver imposto sanzioni bilaterali, il governo sudcoreano cercò l’appoggio statunitense per presentare la questione al Consiglio di Sicurezza, il quale, però, in mancanza di prove certe decise di non emanare nessuna risoluzione di condanna nei confronti della Corea del Nord. Nel luglio successivo, americani e sudcoreani diedero luogo a un’esercitazione congiunta e dispiegarono le proprie forze nel mare dell’Est presso la linea di demarcazione navale. La risposta nordcoreana non si fece attendere. Intimando di porre fine all’esercitazione, l’artiglieria sparò contro l’isola sudcoreana di Yŏnp’yŏng. La pronta risposta dei nordcoreani mostrava come la politica delle sanzioni bilaterali e in seno al Consiglio di Sicurezza e le esercitazioni militari non avessero scalfito la volontà di Kim Jong-il di perseguire i propri interessi. Dopo una prolungata situazione di stallo, nel gennaio 2011 l’incontro stabilito tra Obama e il presidente cinese Hu Jintao per discutere su come evitare un’escalation della crisi mise in evidenza come la politica americana non potesse portare a una stabilità della regione e prese nuovamente piede l’idea che bisognasse stabilire un rapporto con Pyongyang. Questa via portò all’incontro tra nordcoreani e americani il 16 dicembre 2011. Questo meeting fu molto proficuo: i nordcoreani accettarono di congelare i test nucleari e missilistici e permisero agli ispettori Aiea di rientrare sul loro territorio, mentre gli americani fornirono ingenti aiuti alimentari. Nonostante questo accordo avesse ridimensionato il clima di ostilità, gli americani e i loro partner asiatici non poterono stare tranquilli. L’avvicinamento appena conseguito fu messo a repentaglio dalla morte del Caro Leader il 17 dicembre. Questo evento pose immediatamente innumerevoli quesiti su quale sarebbe stato il futuro della Corea del Nord; in particolare, le teorie che propugnavano il collasso del regime tornarono immediatamente a prendere piede, ma furono prontamente represse dall’avvento del nuovo “re” di Corea: Kim Jong-un. Come avvenuto per il Grande Leader, anche il Caro Leader dovette presto interessarsi alle dinamiche riguardanti il passaggio di testimone dei propri poteri. Kim Il-sung dette una priorità assoluta al tema della successione e indirizzò il figlio alla carriera politica e militare già a partire dagli anni ’60, ossia quasi quarant’anni prima che l’ascesa al trono di Corea di Kim Jong-il si concretizzasse nel 1994. Fino all’estate del 2008, momento in cui emersero i primi sintomi di gravi problemi di salute, le questioni ereditarie non avevano invece rappresentato una priorità assoluta nelle politiche del Caro Leader. Dopo quell’estate, la necessità di designare ufficialmente un proprio erede si fece più impellente. Il suo momentaneo allontanamento dalla scena politica aveva dato forza all’ipotesi che il regime potesse collassare e non sopravvivere alle minacce interne ed esterne. All’estero, questa eventualità era stata ben accolta dall’amministrazione americana e andò a determinare la decisione di adottare la politica della pazienza strategica da parte di Obama. Sul fronte interno, si aprivano spiragli per i “falchi” presenti nella casta militare. L’ideologia Sôn’gun, infatti, aveva permesso che le forze armate diventassero il vero centro decisionale dell’ordinamento statale e, di conseguenza, i generali e i vertici di comando avevano assunto un peso sempre maggiore nella determinazione della politica nordcoreana. Il rischio, dunque, che la dinastia dei Kim potesse crollare davanti a queste pressioni era aumentato notevolmente rispetto alla prima transizione del potere. Dal 2008 trovare una soluzione alla problematica della successione divenne il primo punto nell’agenda di Kim Jong-il, nonostante alcune indicazioni su quale sarebbe stato il futuro erede fossero presenti già dai primi anni del nuovo millennio. I primi passi compiuti in questa direzione riguardavano la scrematura dei possibili candidati alla guida dello Stato all’interno del nucleo familiare. Gli aspiranti al trono di Pyongyang erano, infatti, tre: Kim Jong-Nam, Kim Jong-chul e Kim Jong-un. Quanto al primo, era il figlio più anziano e, secondo i principi tipici dell’ereditarietà, sarebbe dovuto diventare il nuovo leader nordcoreano. Nonostante nel corso degli anni ’90 avesse dato prova di abilità in ambito militare, nel 2001 fu però intercettato all’aeroporto di Narita, in Giappone, dalle autorità locali. La notizia giunse rapidamente ai vertici di Pyongyang i quali scelsero per una sua esclusione dalla vita politica del paese in quanto si riteneva che la propria immagine internazionale fosse stata irrimediabilmente danneggiata. Kim Jong-nam optò – probabilmente su costrizione – per la via dell’esilio a Macao. Allontanato Kim Jong-nam dalla scena politica, la scelta sarebbe dovuta ricadere sul secondo genito Kim Jong-chul. Questa seconda opzione fu successivamente preclusa dallo stesso Caro Leader il quale non lo riteneva adatto al ruolo per lui prospettato, siccome Kim Jong-chul, oltre a non assomigliare né al padre né al nonno, non aveva mai dimostrato di avere grandi ambizioni politiche, un requisito fondamentale per chiunque si volesse ergere a guida della dinastia. A differenza del fratello, Kim Jong-un ricordava molto Kim Il-sung. Tuttavia scontava una scarsa preparazione politica e militare e fu avviato alla vita politica solo nel 2007, quando svolse mansioni amministrative presso il Dipartimento amministrativo del Partito e nell’Ufficio politico delle Forze armate. Quando, però, Kim Jong-il ebbe il primo malore nel 2008, Kim Jong-un si ritrovò improvvisamente a essere considerato come possibile erede del padre. Il titolo di successore designato gli venne attribuito l’8 gennaio 2009 quando il Caro Leader presentò la sua decisione a dirigenti del Partito e diede ordine che ciò fosse riferito anche alle Forze armate e all’Assemblea suprema del popolo. E’ importante sottolineare come la notizia venne comunicata primariamente agli organi del Partito e non alla casta militare. Considerata l’immaturità politica del figlio, Kim Jong-il riteneva che fosse necessario invertire momentaneamente il rapporto giuridico tra Forze armate e Partito così come era stato consacrato dal Sôn’gun, ossia la dottrina da lui stesso ideata. La necessità di una rivitalizzazione del ruolo del Partito all’interno dell’apparato statale derivava dall’idea secondo cui l’ambiente partitico avrebbe permesso di sottrarre Kim Jong-un ad una eventuale competizione e lotta intestina in seno agli apparati militari. Il Partito, dunque, avrebbe svolto una doppia funzione: da un lato, avrebbe permesso a Kim Jong-un di crearsi una prima cerchia di fedelissimi; dall’altro, lo avrebbe messo al riparo da una possibile transizione traumatica del regime e lo avrebbe poi presentato come unico e legittimo successore. Il primo momento in cui Kim Jong-un si accostò ufficialmente alla figura paterna fu la terza Conferenza del Partito nel 2010. In quest’occasione gli vennero affidati i primi incarichi di governo a seguito dell’attribuzione della funzione di vice-presidente del Comitato centrale del Partito dei Lavoratori e di vice-presidente della Commissione militare centrale del Partito (carica creata appositamente per lui), la quale sarebbe stata guidata dal segretario generale del Partito. Queste modifiche istituzionali furono fondamentali ai fini della prima fase del processo di consolidamento del potere. Grazie ad esse la Commissione militare del Partito acquisiva la stessa rilevanza della Commissione nazionale di Difesa, organo tramite cui il Caro Leader aveva guidato il paese in qualità di Comandante Supremo delle Forze armate e Presidente. Dopo la sua morte, le posizioni apicali del Partito e delle due Commissioni, in quel momento occupate da Kim Jong-il, sarebbero così passate al suo secondo, ossia Kim Jong-un. La trasmissione ereditaria e dinastica del potere poteva ora contare su un quadro istituzionale solido che avrebbe permesso una transizione naturale in seno ai vertici dello Stato. L’intero processo fu accompagnato da un rimpasto dei dirigenti del Partito stesso così da permettere l’avvento di una nuova generazione che avesse come punto di riferimento Kim Jong-un e che fosse fedele alle sue direttive. Subito dopo la Conferenza, la macchina propagandistica attivò i propri motori per esaltare quello che sarebbe diventato il Grande Successore. Oltre ad essergli stato attribuito un importante ruolo nel test nucleare del 2009, la stampa nordcoreana cominciò a esaltare – agli albori del 2010 – i progetti che sarebbero stati avviati nel nuovo corso di Kim Jong-un. Si trattava soprattutto di riforme economiche volte a un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, tramite un maggiore sforzo nel potenziamento del settore agricolo e dell’industria leggera. Lo scopo di questa campagna pubblicitaria era di aumentare il consenso della popolazione alla legittimazione del nuovo leader. Le revisioni istituzionali, l’accostamento di familiari e di personalità fedeli ai Kim, le epurazioni e la propaganda permisero che all’indomani della morte del Caro Leader, il 17 dicembre 2011, il Grande Successore si potesse ergere a unica e indiscussa guida del regno di Corea. La consacrazione di Kim Jong-un avvenne alla quarta Conferenza del Partito nell’aprile 2012, quando divenne ufficialmente segretario generale del Partito e Comandante Supremo delle Forze armate. Diventato la massima autorità della Corea del Nord, il Grande Successore dovette indirizzare la sua attenzione alla fase successiva che caratterizza i momenti di transizione, ossia il consolidamento del potere. E’ possibile suddividere tale processo in due direttive che concernono la dimensione orizzontale e verticale del potere. Quanto alla dimensione orizzontale, si fa riferimento all’influenza esercitabile sul territorio e, in particolar modo, sulla popolazione. In questo ambito, Kim Jong-un avocò a sé la direzione del Dipartimento per la Sicurezza dello Stato (Ssd) che, congiuntamente al Sistema pubblico di distribuzione (Spd), svolge funzioni di controllo sulla obbedienza ideologica e sulla mobilità della popolazione. La ramificazione regionale e locale di questo apparato non solo consente di raccogliere informazioni provenienti da ogni individuo, ma anche di esercitare pressioni affinché le persone seguano i dettami del governo centrale in ogni ambito, da quello professionale a quello scolastico, da quello strettamente familiare a quello comunitario e sociale. In altre parole, il Dipartimento agisce come polizia politica con il compito di sorvegliare ed eventualmente punire i casi di deviazionismo. La dimensione verticale attiene ai rapporti in seno alle catene di comando delle forze armate. L’annuncio della sua presa di potere non aveva eliminato il rischio che altre personalità autorevoli del regime potessero aspirare a spodestarlo. Le epurazioni in seno ai vertici militari avevano consentito che i fedelissimi di Kim Jong-il potessero essere rimpiazzati da nuove generazioni di ufficiali le quali avrebbero avuto Kim Jong-un come unico punto di riferimento. Emblematico della caccia ai possibili sfidanti è il caso di Chang Sŏng-t’aek, generale della vecchia guardia e parente di Kim Jong-un. Nel corso del primo decennio degli anni 2000 Chang assunse gradualmente sempre più importanza all’interno della vita del regime guidato da Kim Jong-il, occupandosi del servizio di sicurezza interna e, soprattutto, della supervisione dei piani economici dettati dal governo. Proprio in ambito economico gettò le basi del suo piccolo impero gestendo le Zone economiche speciali presso i confini cinesi e diventando così un punto di riferimento nelle relazioni internazionali intrattenute della Corea del Nord con la Repubblica Popolare Cinese. Fedelissimo di Kim Jong-il fu incaricato di accompagnare e assistere il figlio nel momento della transizione di governo. Alla morte del Caro Leader, erano molti a sostenere che Chang potesse creare un governo ombra parallelo a quello di Kim Jong-un, cosa che avrebbe comportato il rischio che il nuovo leader potesse essere deposto e la dinastia interrotta. Questa ipotesi si fece più concreta quando Chang fu incaricato di sbloccare i fondi finanziari della famiglia regnante detenuti in diverse banche cinesi. Queste risorse sarebbero state utilizzate per dare una base più solida al processo di consolidamento del potere, tuttavia il generale non rispose all’ordine impartito. Chang intravide la possibilità di poter sfruttare tale situazione a proprio vantaggio in quanto il congelamento dei conti dei Kim gli avrebbe permesso di renderli più dipendenti dalla propria figura diventando così un punto inamovibile in seno alla leadership nordcoreana. Nell’ottobre del 2013 un rapporto in cui si elencavano le attività e i piani controrivoluzionari di Chang giunse sulla scrivania di Kim Jong-un il quale decise di liberarsi prima dei suoi sostenitori e, in un secondo momento, di lui. Il 12 dicembre 2013 le agenzie di stampa e i media nordcoreani annunciarono che l’Ssd aveva condannato Chang alla pena capitale con l’accusa di tradimento verso la patria. Il “caso Chang” evidenzia come alla fine del 2013, ben quattro anni dopo la prima nomina ufficiale, Kim Jong-un non avesse ancora consolidato la propria posizione al vertice del sistema nordcoreano. Vengono così alla luce i fattori caratterizzanti questa seconda transizione, nello specifico: da una parte, è emersa l’immaturità politica del Grande Successore nella gestione degli affari di Stato, dall’altra è affiorato come l’esito di questa seconda transizione non fosse scontato e come le lotte intestine e le competizioni interne fossero ancora vive. Da quel momento, l’attività di controllo sulla stessa leadership nordcoreana fu intensificata e costantemente accompagnata dalla politica di epurazione nei confronti di colpevoli di tradimento e d’insubordinazione. Il sistema delle epurazioni suggerisce alcune interpretazioni sulla stabilità interna dell’attuale regime. Tramite la loro applicazione Kim Jong-un sarebbe riuscito ad affermare la propria figura, dimostrando di essere disposto a tutto pur non perdere lo status di “sovrano” ottenuto. La fermezza dimostrata nel sottoporre alla pena capitale non solo gli antagonisti e i rivali ma anche i parenti e i familiari sosterrebbe questa tesi. Contrariamente, le stesse epurazioni potrebbero indicare come il regime nordcoreano sia caratterizzato da un’intrinseca instabilità; una bolla destinata, prima o poi, a esplodere. Tuttavia, attualmente non sembrerebbe che il Grande Successore possa temere colpi di mano da parte del suo entourage. Il vuoto lasciato dal generale Chang e quelli presentatisi dopo ogni rimpasto sono stati prontamente colmati da persone del Partito fedeli a Kim, il quale ha così potuto instaurare una linea di comando più unitaria e solida tra i vari organi dello Stato. Inoltre, la ristrutturazione dei quadri militari ha permesso il ribaltamento definitivo dell’ideologia Sôn’gun per quanto concerne il rapporto partito-esercito dando più rilevanza alle nuove leve nominate da Kim. Il Caro Leader aveva attenuato la preminenza delle Forze armate in via momentanea, tuttavia dal 2013 Kim Jong-un ha reso tale revisione permanente ponendo nuovamente il Partito in una posizione predominante. Le Forze armate continuano a svolgere il compito di garanti dello sviluppo economico e sociale ma sotto la guida e le direttive del Partito, che ora, come nel regno di Kim Ilsung, torna a dettare le linee politiche che la Corea del Nord dovrà seguire. Il Grande Successore avviò il nuovo corso economico nel 2013 a seguito della presentazione della politica del pyong jin alla riunione plenaria del Comitato centrale del Partito. Il pyong jin si basava sul concetto di “sviluppo parallelo” secondo cui le principali direttive della politica economica avrebbero riguardato lo sviluppo contestuale del programma nucleare e il miglioramento degli standard di vita della popolazione. In quella fase, la leadership nordcoreana sembrava porre una maggior attenzione al progresso economico in quanto lo sviluppo e il raggiungimento degli obiettivi nucleari in tempi brevi avrebbe permesso di creare un sistema di sicurezza solido e, di conseguenza, avrebbe consentito di sbloccare e trasferire risorse finanziare da altri ambiti, come le spese derivanti dal mantenimento dell’esercito. Per tale via, i nuovi fondi sarebbero stati reinvestiti nei settori metallurgico, energico, minerario e agricolo e avrebbero aumentato la prosperità economica del paese. L’approccio economico del pyoong jin aveva anche una dimensione esterna in quanto può essere considerato come un messaggio indirizzato a tutte le potenze interessate al caso nordcoreano, in particolare agli Stati Uniti. Si voleva dimostrare come lo sviluppo degli arsenali nucleari servisse effettivamente alla sola difesa dello Stato e si sosteneva che, quindi, i nuovi armamenti non sarebbero stati oggetto di transazioni commerciali al fine di ottenere nuove entrate. Su un piano più politico e diplomatico, il nuovo corso avrebbe attestato la volontà di non cedere alle pressioni degli americani e dei loro alleati. Da un primo punto di vista, sembrerebbe che il riformismo di Kim Jong-un fosse una decisione dalla portata rivoluzionaria sul fronte della politica interna in quanto mirava a migliorare le condizioni di vita della popolazione tramite possibili aperture al mondo economico esterno. Tuttavia è importante rilevare come la storia nordcoreana sia sempre stata scandita da un’alternanza tra istanze riformiste e conservatrici. Gli avvicendamenti tra queste hanno seguito l’andamento del dilemma tra economia e politica, poiché la scelta “di migliorare l’economia attraverso l’apertura del paese implica un allentamento interno del sistema e della sua ideologia” rischiando di inficiare la stabilità stessa del regime e del suo leader. A fronte di questa considerazione, il sistema economico nordcoreano ha sempre avuto bisogno di apportare modifiche e revisioni alla propria linea economica – come dimostra l’incapacità del governo nell’affrontare le crisi. La prima fase riformista si può far risalire agli anni ’80 nel momento in cui Kim Il-sung decise di stringere forme di cooperazione commerciale più strette con i paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Il dissolvimento dell’Unione Sovietica, la caduta degli altri regimi socialisti europei e la crisi degli anni ’90 hanno segnato il risorgere delle correnti conservatrici con Kim Jong-il, il quale diede maggior risalto alle questioni ideologiche e politiche piuttosto che a quelle economiche. La conseguente politica isolazionista del paese, basata sul principio dell’autosufficienza del regime, ha mostrato tutti i suoi limiti nel 2009 quando il ministero dell’Economia e dalla Pianificazione finanziaria ha introdotto una riforma della valuta. Quest’ultima fu un fallimento: provocò una durissima contrazione del commercio interno e privò i cittadini del potere di acquisto degli alimenti basilari. Per evitare il ripetersi di una carestia nazionale si aprì una nuova fase del riformismo economico quando, nel 2010, fu fondata una Banca di sviluppo nazionale e la leadership decise di intensificare le rotte commerciali con la Cina così da ristabilizzare il livello dei prezzi interni. Negli anni seguenti, Pechino si riaffermerà come partner commerciale prediletto dai nordcoreani e arriverà a occupare circa il 50%, in termini di importazioni e di esportazioni, del commercio nordcoreano. Nel 2013 lo “sviluppo parallelo” ha dato impulso alle politiche d’investimento sui beni di consumo e alla riforma del settore agricolo che si sarebbe basata sul recupero delle zone collinari e montuose ai fini di una loro conversione in zone coltivabili; inoltre, si prevedeva l’istituzione di aree agricole a uso familiare permettendo che ogni cittadino potesse godere di quantità di cibo maggiori. Anche in questo caso i risultati furono deludenti: il recupero di aree destinate alla coltivazione condusse a esiti opposti trasformando il suolo in terreni aridi e inadatti all’agricoltura. Oltre al conseguente calo della produzione agricola, l’alluvione del 2016 assestò il colpo di grazia alle politiche volte al miglioramento delle condizioni di vita in Corea del Nord. La risposta dei vertici di Pyongyang al ciclo negativo dell’economia si sostanziò con un’intensa mobilitazione generale della forza lavoro. Alla popolazione fu richiesto un maggior sacrificio affinché si potessero conseguire i livelli di produzione necessari per sopperire al fabbisogno alimentare. Questa nuova direttiva economica fu adottata dall’Assemblea generale del popolo del 2016 e indicherebbe un ritorno degli approcci conservatori in seno alla politica interna. A conferma del nuovo andamento, durante i lavori dell’Assemblea fu nuovamente esaltata la necessità di perseguire il programma nucleare evidenziando, quindi, come il pyong jin si fosse sbilanciato a favore della corsa degli armamenti. L’analisi del sistema economico nordcoreano induce a fare riflessioni e a elaborare prospettive circa il futuro del regime di Kim Jong-un. Le modalità che caratterizzarono il crollo dei regimi socialisti europei aveva fatto prospettare una fine simile anche per la Corea del Nord. Tuttavia, la dinastia dei Kim ha resistito e il regime ha superato, e continua a superare seppur con difficoltà, i momenti economici più duri. Questa evoluzione fu dovuta alle differenze sostanziali concernenti i rapporti tra economia e politica che distinguono il socialismo europeo da quello nordcoreano. Nei regimi europei si manifestò, primariamente, un collasso di tipo economico che, in una seconda fase, portò anche al collasso politico. La possibilità di sopravvivere alle crisi economiche interne fu condizionata dal crescente distacco tra le dinamiche economiche e quelle politiche, in particolare l’economia dirigista e centralizzata non era più adatta a far fronte alle richieste sempre più pressanti di riforme interne, circostanza che costrinse la classe dirigente ad apportare quelle modifiche – come l’adozione dell’economia di mercato – che segnarono la fine del sistema socialista e, quindi, il suo crollo politico. Il caso Corea del Nord si distingue dai precedenti in quanto non vi è una distinzione tra i due ambiti. Come rilevato in precedenza, l’economia è completamente assorbita e messa al servizio della politica. L’attuale regime di Kim Jong-un si basa sull’inscindibilità del rapporto tra leaderpopolo-sistema e pone al centro la sopravvivenza del regime per evitare il collasso dell’intera Repubblica. La centralizzazione dei poteri in seno al partito e la sua organizzazione capillare hanno permesso alla leadership nordcoreana di preservare il sistema vigente. Tuttavia, la pianificazione economica dettata dal Partito risulta inadatta ad affrontare i problemi strutturali di un sistema economico incapace di trovare un equilibrio tra domanda e offerta e le timide riforme economiche avviate non permettono di superare tali inefficienze, tutt’al più dilazionano i loro effetti nel tempo. Tramite l’intensificazione del programma nucleare, inteso non solo nei suoi scopi militari ma anche nei suoi fini a uso pacifico, il governo ha conseguito alcuni miglioramenti sul piano dell’andamento economico. Nonostante ciò, il nucleare non può essere considerato una soluzione economica di lungo periodo per ovviare ai problemi sistemici del paese: è, infatti, un’arma a doppio taglio giacché se da un lato permette di salvaguardare l’integrità del paese, dall’altro ne preclude lo sviluppo economico. Oltre a prosciugare risorse che potrebbero essere indirizzate alla produzione di beni di consumo, attira l’ostilità della comunità internazionale la quale, reagendo tramite l’imposizione di sanzioni, riduce i margini per un progresso economico. In quest’ordine d’idee, la Corea del Nord sarà costretta a fare una scelta: continuare a battere la strada delle riforme temporee per preservare il sistema il più a lungo possibile (continuando a correre il rischio di collassare improvvisamente) o trovare una soluzione di compromesso tra gli aspetti più conservatori e alcuni meccanismi dell’economia di mercato. Se si considera l’attuale ciclo economico di stampo conservatore, è possibile sostenere che la Corea del Nord sia destinata a implodere su stessa. Tuttavia, l’attenzione va posta sulle modalità con cui il collasso si potrebbe manifestare. Il primo caso considerato trova il suo fondamento nell’unitarietà degli ambiti politico ed economico. Il crollo simultaneo e repentino dei due ambiti avrebbe rilevanti ripercussioni a livello geopolitico. La dissoluzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea getterebbe l’Asia nordorientale in uno stato d’instabilità, lasciando un vuoto che le potenze limitrofe, primariamente, Cina e Corea del Sud, potrebbero essere interessate a colmare. Entrambe potrebbero optare per un occupazione della regione a nord del 38° parallelo e, potendo contare sul controllo dell’arsenale nucleare nordcoreano, ridurrebbero l’influenza statunitense nell’area. Ne conseguirebbe un’escalation della tensione nei rapporti bilaterali con Washington che, a questo punto, perderebbe il proprio peso politico nella determinazione delle direttive economiche asiatiche. Dall’altro lato, è difficile suppore che gli americani restino passivi davanti a un tale processo in quanto il rischio che l’arsenale nucleare e le tecnologie militari nordcoreane possano finire sotto il controllo della Cina o possano cadere in mano a eventuali gruppi terroristici potrebbe spingere gli Stati Uniti a intervenire come forza di occupazione. La seconda ipotesi si basa sulla possibilità che il collasso avvenga per via graduale e sia gestibile. Gli assunti alla base di questa teoria sono la separazione tra la sfera economica e quella politica e una nuova manifestazione di una fase riformista in seno all’economia nordcoreana. Se la leadership nordcoreana applicasse riforme economiche più profonde, la presa ideologica della classe dirigente s’indebolirebbe e ciò potrebbe causare il solo collasso del regime evitando quello economico. In questo caso, la Cina potrebbe evitare il crollo simultaneo facendo pressione su Pyongyang affinché la Corea del Nord adotti un sistema economico simile al proprio. La strategia riformista dovrebbe consistere nell’esortare la classe dirigente nordcoreana a estendere le Zone economiche speciali, poiché una loro espansione permetterebbe il graduale distacco della sfera politica da quella economica, in quanto i flussi economici con l’esterno diventerebbero incontrollabili. A questo punto, Pechino essendo alleata di Pyongyang, potrebbe occupare il nord della penisola per gestire un sistema economico ancora funzionante. La Corea del Sud potrebbe giungere allo stesso risultato, tuttavia dovrebbe in via preliminare dissuadere Pechino e Washington da un eventuale intervento. Seul potrebbe giocare la carta della riunificazione, una strategia che trova il proprio punto di forza nel legame di sangue e culturale che lega i sudcoreani ai nordcoreani. Inoltre, dovrebbe agire sul piano diplomatico nei confronti di Pechino cercando di convincere i cinesi che una Corea unita non costituirebbe una minaccia, ma sarebbe invece un rilevante partner commerciale. In caso di riunificazione, la Corea del Sud dovrebbe procedere con l’instaurazione dell’economia di mercato e, tramite la costituzione di nuove Zone economiche speciali, attirare i capitali esteri per portare a termine la transizione del Nord. Attualmente, Pyongyang sta perseguendo una politica conservatrice che, basata sui principi autarchici dell’autosufficienza, mira a incanalare la maggior parte delle risorse al fine di mantenere integro il regime; dal 2016 il pyong jin ha spostato il proprio asse sul settore militare a scapito del miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, come dimostra l’intensificazione dei test missilistici e nucleari effettuati nell’ultimo biennio. Alla morte del Caro Leader alla fine del 2011, l’intera comunità internazionale si domandava su quale sarebbe stato il futuro della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Nonostante negli anni precedenti le prime apparizioni di Kim Jong-un al fianco del padre avessero fatto presagire che la Corea del Nord non avrebbe apportato modifiche alla priora linea politica, il Grande Successore era ancora un’incognita. Inoltre, le teorie “collassiste” alimentavano l’idea che un nuovo regime si potesse instaurare a Pyongyang dando così voce alla speranza di intavolare dialoghi più intensi e fruttuosi con la nuova leadership. In particolare, l’amministrazione Obama confidava in un nuovo leader più malleabile e disposto ad andare incontro alle richieste statunitensi. Questo desiderio era legato alla preoccupazione che i punti accordati in seno al dialogo bilaterale del 16 dicembre 2011 – la sospensione del programma nucleare e missilistico – potessero non avere seguito. I nordcoreani, invece, si dimostrarono disposti a perseguire il dialogo con Washington e il 29 febbraio 2012 fu stipulato un Accordo congiunto. L’“Accordo del 29 febbraio” fu accolto da Pechino molto entusiasticamente in quanto un avvicinamento tra americani e nordcoreani avrebbe permesso non solo di stabilizzare la penisola, ma avrebbe potuto gettare le basi per una nuova sessione dei Six-Party Talks (Spt). I cinesi, infatti, continuavano a credere che la modalità multilaterale fosse il metodo più efficace per dialogare pacificamente con Pyongyang e, come in passato, avrebbe loro consentito di aumentare la propria rilevanza nel determinare l’andamento delle trattive. Le aspettative americane e cinesi sulla solidità dell’Accordo furono però presto deluse. Il 16 marzo successivo, Pyongyang diede l’annuncio di voler mettere in orbita un proprio satellite tramite un missile a lungo raggio, sostenendo che fosse un suo diritto sfruttare lo spazio per scopi pacifici. Con questa decisione la comunità internazionale si rese conto di come le direttive politiche nordcoreane non fossero mutate nonostante il cambio di vertice. Oltre al trono, il Grande Successore aveva ereditato dal padre lo stesso atteggiamento di sfida nei confronti della comunità internazionale volto ad affermare i diritti del proprio regime. Questo test lo avrebbe presentato ufficialmente alla comunità internazionale e avrebbe consacrato la sua ascesa al potere. Si può altresì sostenere che Kim Jong-un avesse ereditato anche la pratica politica dei regimi precedenti. L’Accordo può essere reinterpretato come una fase di distensione internazionale resasi necessaria per perseguire lo scopo di politica interna relativa al processo di consolidamento del potere. Secondo questo schema, il rapporto tra l’Accordo e il test rientra nelle dinamiche con cui si era precedentemente manifestata la politica della provocazione e del rischio calcolato. L’annuncio di Pyongyang riaccese i meccanismi diplomatici da parte di Stati Uniti, Cina e Giappone. Quest’ultimo assunse una posizione di sfida dichiarando immediatamente che se il vettore avesse sorvolato i territori giapponesi, sarebbe stato colpito da Tokyo. Americani e cinesi intavolarono un intenso dialogo diplomatico con Pyongyang al fine di farla desistere dal suo intento così da salvaguardare la stabilità della penisola e dell’intera regione dell’Asia nordorientale, ma si scontrarono contro la ferma opposizione nordcoreana. Nonostante il fallimento del test – il missile s’inabissò circa un minuto dopo il lancio – la Corea del Nord aveva chiaramente dimostrato che non avrebbe mutato la propria politica estera. La reazione americana fu immediata e Washington sospese la fornitura di aiuti alimentari; inoltre, cercò nuovamente l’appoggio da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, tuttavia, non emanò alcuna risoluzione volta a imporre sanzioni contro Pyongyang. L’azione del Consiglio era stata bloccata dalla presa di posizione cinese, secondo cui l’imposizione di sanzioni avrebbe provocato una rapida escalation della conflittualità nell’intera regione. Fu, quindi, adottata una semplice dichiarazione in cui si biasimava l’operato nordcoreano e si esortava Pyongyang a non effettuare altri test simili. Durante la primavera del 2012 il Grande Successore rese noto che il programma nucleare sarebbe stato un processo irreversibile. In un discorso tenuto il 15 aprile affermò che sotto la sua guida la Corea del Nord avrebbe perseguito il fine di “rafforzare la milizia in ogni modo possibile e raggiungere l’obiettivo di uno Stato socialista prospero e potente”. A dimostrazione della sua volontà di procedere con il programma nucleare, la revisione costituzionale del 2012 introdusse nel Preambolo la connotazione della Corea del Nord come “Stato nucleare armato”. In seguito, furono avviati i lavori per la costruzione di un nuovo tunnel sotterraneo nella provincia di Hamgyông, dove avrebbe avuto luogo un nuovo test nucleare. L’atteggiamento belligerante di Pyongyang aumentò il senso d’insicurezza cinese. Se il lancio missilistico aveva dato preoccupazione circa la stabilità della regione, il test nucleare incrementava ulteriormente tali timori. Il successivo sforzo diplomatico cinese era volto a far desistere Pyongyang dai suoi intenti e a convincere i nordcoreani a riprendere le trattative multilaterali. Pur di raggiungere quest’obiettivo, i cinesi cercarono di organizzare una visita di Kim Jong-un a Pechino. Il rifiuto della leadership nordcoreana a tale proposta era sintomo della tenacia del Grande Successore a continuare con la sperimentazione. Le pressioni cinesi ottennero però un risultato. Oltre alla promessa da parte di Kim Jong-un che Pechino sarebbe stata avvisata con largo anticipo sul quando sarebbe avvenuto il test, Pyongyang sospese momentaneamente la sperimentazione. Questa decisione fu dettata dalla necessità, in quel momento, di portare a compimento i piani di concretizzazione della cooperazione economica instaurati con i cinesi in seno alle Zone economiche speciali e a diversi progetti infrastrutturali lungo il confine. Una netta cesura dei rapporti con Pechino avrebbe sicuramente avuto dure ripercussioni economiche, quindi si rendeva necessario assecondarne temporaneamente le richieste. La Cina usciva vincitrice da questo confronto presentandosi come attore fondamentale nel dialogo con la Corea del Nord. In seno alla leadership cinese si diffuse l’idea secondo cui Kim Jong-un possedesse, a differenza del padre, uno spirito più cooperativo e volto al dialogo. Questo credo fu presto smentito. Il 1° dicembre 2012 la Corea del Nord annunciò la propria volontà a procedere con un altro test missilistico per lanciare un satellite nello spazio e, questa volta, fu un successo. A fronte della dichiarazione di Pyongyang circa gli scopi scientifici del test, l’intera comunità internazionale lo accolse come una minaccia, un timore che si concretizzò nella richiesta d’intervento, su forte pressione statunitense, da parte del Consiglio di Sicurezza. La risoluzione adottata il 23 gennaio 2013 condannava i nordcoreani per il lancio del vettore e rinnovò le sanzioni precedentemente imposte. I toni della sfida tra Pyongyang e la comunità internazionale si fecero più forti. I nordcoreani affermarono che il programma nucleare non sarebbe più stato oggetto di trattative e che ogni possibilità d’incontri multilaterali era ormai preclusa. Il 24 gennaio la Commissione nazionale di difesa annunciò di essere pronta a dare luogo a un nuovo test nucleare e a procedere con un ulteriore test missilistico. Il 12 febbraio 2013 Kim Jong-un assistette al terzo test nucleare nordcoreano, il primo dalla sua ascesa al potere. Il Consiglio di Sicurezza, mai stato così compatto fino a quel momento, adottò una nuova risoluzione che prevedeva un inasprimento delle sanzioni vigenti e l’imposizione di nuove. La presa di posizione delle Nazioni Unite riaccese veementemente la sfida con Pyongyang la quale considerò quest’ultima risoluzione come atto di aggressione promosso dagli Stati Uniti e minacciò di utilizzare preventivamente l’arma definitiva contro USA e Corea del Sud. Inoltre, proclamò l’abrogazione dell’armistizio del 1953, la recessione dal patto inter-coreano di non-aggressione del 1991 e ordinò una vasta mobilitazione militare. Ancora una volta la politica della provocazione entrò in gioco quando il vice maresciallo nordcoreano Ch’oe Ryonghae si recò nel maggio 2013 a Pechino “in qualità di inviato speciale del leader Kim Jong-un”. Il suo viaggio mirava ad abbassare la tensione internazionale nonostante le precedenti dichiarazioni fatte da Pyongyang. Ch’oe dichiarò che la Corea del Nord era disposta a cercare una soluzione concertata alla crisi lasciando presagire che la pace e la sicurezza dell’Asia nordorientale potesse essere perseguita tramite i Spt. Tuttavia, l’eliminazione di Chang Sŏng-t’aek mise in luce come la comunità internazionale non potesse ancora essere tranquilla; la sua epurazione, infatti, era un chiaro segno del atteggiamento bellicoso e del militarismo crescente in seno alla leadership di Pyongyang. Prima che Kim Jong-un approvasse l’esecuzione del test nucleare, Xi Jinping, allora segretario generale del Partito Comunista Cinese, si era fatto promotore di una campagna che puntava a creare un clima pacifico in Asia così da poter garantire la crescita economica del proprio paese. Nel marzo 2013, dopo aver acquisito anche la carica di Presidente della Repubblica Popolare Cinese, effettuò un drastico cambio di rotta nei confronti dei nordcoreani. Il lungo sodalizio che aveva legato la Cina e la Corea del Nord fin dai tempi della Guerra di Corea cedeva ora il passo a un’aperta ostilità. La leadership cinese ordinò di dare esecuzione alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sottoponendo a dure sanzioni gli scambi commerciali con Pyongyang. Solo la visita di Ch’oe ridimensionò il livello di ostilità tra Pechino e Pyongyang riproponendo la Cina nei panni di primo interlocutore della Corea del Nord. La prima reazione sudcoreana alla minaccia nucleare si concretizzò in un’esercitazione congiunta con gli Stati Uniti. La neo-presidente Park Kûnhye, eletta il 25 febbraio, aveva ribadito l’importanza dell’alleanza con gli USA, una vicinanza che venne solennizzata nel maggio successivo, quando incontrò il presidente Obama nello Studio Ovale. I due leader si trovarono d’accordo sulla necessità di mantenere unito il fronte contro la Corea del Nord, entrambi condividessero l’idea che altre forme di provocazione non sarebbero state tollerate, lasciando, tuttavia, aperta la via al dialogo. Obama diede il suo sostegno alla Trustpolitik caldeggiata dall’omologa sudcoreana. I principi di questa politica riprendono i punti della Sunshine Policy di Kim Taejung, in particolare si poneva attenzione al dialogo pacifico inter-coreano e all’intensificazione delle forme di cooperazione economica e umanitaria instaurate con i nordcoreani. Nonostante l’amministrazione Obama continuasse a prediligere la via della pazienza strategica utilizzando il sistema delle sanzioni come mezzo per esercitare pressione su Pyongyang, a seguito dei test nucleari gli americani cominciarono a mobilitare i propri arsenali per creare un primo scudo protettivo nel Pacifico. Alla Casa Bianca le minacce di un attacco nucleare preventivo nei confronti degli Stati Uniti non erano rimaste inascoltate e, nell’aprile 2013, la presidenza statunitense ordinò il dislocamento del sistema Terminal High Altitude Area Defense (Thaad) presso la base americana di Guam per difendere l’isola da un possibile attacco nordcoreano. L’avvicinamento di ulteriori armi statunitensi fu interpretata da Pyongyang come un rafforzamento dello spirito imperialista degli Stati Uniti; agli occhi del Grande Successore questa operazione era sufficiente a giustificare l’intensificazione del programma missilistico e nucleare. Se sul fronte interno il test nucleare rappresentava un importante passo verso il consolidamento del potere, al di fuori dei confini nordcoreani aveva avuto il solo effetto di aumentare l’emarginazione internazionale della Corea del Nord. Ad accrescere questo isolamento contribuirono le stesse Nazioni Unite quando nel febbraio del 2014 la Commissione d’inchiesta sui diritti umani nella Repubblica Democratica Popolare di Corea pubblicò un rapporto in cui erano descritte le innumerevoli atrocità perpetrate dal regime nei confronti del popolo nordcoreano. Il testo fu esposto all’Assemblea Generale dall’Alto Commissariato per i diritti dell’uomo il 17 febbraio e, contestualmente, si affermò la necessità di incaricare la Corte penale internazionale di avviare delle indagini. Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite fu considerato da Pyongyang alla stessa stregua di una sanzione internazionale emanata dal Consiglio di Sicurezza, cioè come un’aggressione nei propri confronti. Il contrattacco nordcoreano seguì due direttive: la mobilitazione delle proprie forze armate terrestri e navali e un rinnovato impegno nel programma missilistico e nucleare. Questi atteggiamenti bellicosi alimentarono il senso d’insicurezza delle potenze limitrofe, in primo luogo di quelle più esposte alla minaccia nordcoreana quali Corea del Sud e Giappone. Fino al 2015 il contributo di Tokyo al sistema di sicurezza dell’Asia nordorientale si era limitato al sostegno logistico agli americani. Il mancato riarmo giapponese derivava dai limiti autoimposti dal testo costituzionale del 1946, il cui l’Art. 9 prevedeva la rinuncia alla guerra quale “diritto sovrano della nazione” e la minaccia all’uso della forza come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. L’interpretazione restrittiva di tale articolo non ha permesso che Tokyo potesse garantire in modo autonomo la sicurezza nazionale contro la crescente minaccia nordcoreana. Grazie alla pressione del Primo ministro Shinzō Abe, si fece il primo passo affinché il Giappone potesse cominciare a strutturare un proprio sistema difensivo. Nel 2015, infatti, il Parlamento adottò delle leggi che prevedevano il diritto all’autodifesa collettiva, consentendo alle forze giapponesi di entrare in un conflitto a supporto di un alleato. Un chiaro segnale della volontà giapponese di contribuire maggiormente al contenimento dall’aggressività nordcoreana è riscontrabile nella decisione di aumentare i capitoli di spesa destinati alla difesa a seguito dei test nucleari effettuati da Pyongyang il 6 gennaio 2016 e il 9 settembre 2016. I nuovi fondi furono indirizzati all’aggiornamento dei sistemi preesistenti ma anche per finanziare una possibile acquisizione del sistema Thaad da parte americana e al dispiegamento del sistema antimissilistico Aegis. Come avvenuto per il Giappone, anche la Corea del Sud si mobilitò per rafforzare il proprio sistema difensivo. Fino al 2011 la politica difensiva sudcoreana si era basata sul principio del contenimento secondo cui un’eventuale aggressione da parte del Nord sarebbe stata solo respinta da parte del Sud. La Riforma della Difesa del 2011 ha cambiato la strategia di reazione di Seul in quanto la politica del contenimento ha ceduto il passo alla possibilità di rispondere immediatamente e proporzionalmente all’attacco subito. La conferma del nuovo atteggiamento sudcoreano venne nel corso del 2015, anno in cui i rapporti inter-coreani raggiunsero uno dei punti più critici in termini di tensione e di ostilità. Alla mobilitazione nordcoreana i sudcoreani risposero con il dispiegamento delle proprie forze terrestri e navali e, durante l’estate, le parti arrivarono a scambiarsi colpi di artiglieria facendo presagire che lo scoppio di una nuova Guerra di Corea fosse ormai imminente. Gli scontri del 2015 spinsero l’amministrazione Park a intensificare il programma per la creazione di un proprio sistema difensivo, ossia la Korean Air Missile Defense (Kamd), il cui termine dei lavori è previsto per il 2020 . A seguito dei test nucleari nordcoreani del 2016, Seul ha dunque autorizzato lo stabilimento del Thaad sul territorio sudcoreano, rientrando così nel sistema di difesa statunitense. Fino al 2016 i dubbi sul dislocamento di tali armamenti statunitensi sul proprio territorio derivavano dalla necessità di non attirare l’ostilità di Pechino, principale partner economico sudcoreano, poiché una tale presa di posizione avrebbe permesso agli Stati Uniti di esercitare un’influenza maggiore nella regione. Tuttavia, la crescente tensione sulla penisola e la visione strategica condivisa con il presidente Obama indussero Seul a rinsaldare il legame con Washington. Gli ultimi anni dell’amministrazione Obama sono stati caratterizzati da una revisione della strategia della pazienza strategica. Il sostegno alla politica delle sanzioni non è mancato neanche nel 2016 in quanto gli Stati Uniti appoggiarono e sostennero le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza emanate a seguito dei test nucleari, tuttavia l’azione internazionale è stata progressivamente accompagnata da una politica di rafforzamento delle aree sotto la propria influenza. L’aumento della presenza statunitense – non solo in Corea del Sud e Giappone ma anche nelle basi americane di Guam e Manila – ha condotto a un robusto accerchiamento militare attorno alla Corea del Nord. L’importanza data dall’amministrazione Obama alla regione asiatica era già emersa nel 2011 quando il segretario di Stato Hillary Clinton varò il “pivot to Asia”, ossia la linea politica volta a stringere rapporti economici e militari più forti con i paesi asiatici. La graduale intensificazione della presenza statunitense nella regione ha attirato inevitabilmente le ostilità da parte di Pechino. La leadership cinese ha considerato il rinnovato attivismo asiatico statunitense come una minaccia. Secondo Pechino, dunque, gli Stati Uniti avrebbero lanciato una sfida basata sull’idea della coesistenza competitiva, in altre parole una gara per stabilire a chi spettasse il primato in Asia. In questo ordine di idee, la Corea del Nord e la questione coreana sarebbero diventate solo dei mezzi per giustificare un nuovo attivismo da parte della Casa Bianca, i cui obiettivi strategici si sarebbero rivolti alla riduzione dei margini di crescita economica e militare cinesi. L’intensa attività nucleare promossa da Kim Jong-un nel corso del 2016 ha aumentato il senso d’insicurezza nelle potenze limitrofe, che hanno risposto alla minaccia innalzando i propri livelli di allarme. Nonostante ciò la reiterata politica della provocazione e del rischio calcolato ha generato una paradossale situazione di equilibrio tra stabilità e instabilità. L’instabilità regionale si sostanzia nella presenza di uno Stato che fa della deterrenza nucleare il punto nevralgico della propria politica interna ed estera, tuttavia bilanciata dal continuo miglioramento dei sistemi difensivi dei paesi vicini che, quindi, rendono più stabile e gestibile tale impasse. A questo punto si potrebbe sostenere che il Grande Successore stia applicando una politica di lungo periodo il cui obiettivo primario è la preservazione del regime da lui guidato. Nonostante le frequenti escalation possano far pensare che la Corea del Nord voglia sferrare un attacco, è plausibile ritenere che Pyongyang non stia effettivamente cercando uno scontro aperto. La riunificazione della penisola e la crociata contro gli imperialisti americani restano dei punti fermi nella narrativa della leadership nordcoreana, ma la possibilità che siano perseguiti tramite un conflitto si sta gradualmente riducendo. In qualità di attore razionale, Kim Jong-un è consapevole del fatto che un guerra potrebbe cancellare definitivamente il proprio regime; inoltre, se si considera la sua giovane età, diventa più credibile l’ipotesi secondo cui sia maggiormente interessato a custodire il proprio regno in modo da poter esser considerato un degno erede del Grande Leader. Prima di procedere con l’analisi degli eventi che hanno caratterizzato la storia più recente del rapporto tra Stati Uniti e Corea del Nord è necessario rilevare i punti chiave che determinano l’attuale politica trumpiana. Il pivotto Asia dell’amministrazione Obama ha avuto il pregio di indicare quali fossero gli attuali andamenti dell’ordine internazionale, in particolare ha messo in evidenza come ormai le linee politiche cinesi siano capaci di influenzare in modo preponderante le direttive della politica mondiale. La Cina, quindi, si sarebbe collocata sullo stesso piano degli Stati Uniti nell’amministrazione dello scacchiere internazionale e, con questa consapevolezza, la presidenza Obama aveva intrapreso un cammino volto al contenimento dell’ascesa economica e militare della Cina. In ambito economico, fu proposta la firma del Trans-Pacific Partnership (Tpp), un accordo multilaterale di libero scambio in cui gli Stati Uniti, esclusa la Cina, avrebbero potuto dettare le regole del gioco in modo da poter spingere i paesi membri a intrattenere relazioni commerciali più intense con Washington piuttosto che con Pechino in ambito militare, invece, il dispiegamento dei sistemi di difesa Thaad aveva permesso non solo di contenere il bellicismo nordcoreano, ma era stato funzionale a mettere una maggior pressione su Pechino. Il problema cinese e quello nordcoreano sono le uniche questioni che accomunano la passata amministrazione Obama e l’attuale di Donald Trump, mentre le modalità con cui sono state affrontate risultato essere opposte. Già nel suo volume del 2015, Crippled America: How to make America Great Again, Trump esordiva con “l’America deve ricominciare a vincere”, muovendo fin da principio una feroce critica alla recente politica statunitense. Di fatto, quest’ultima avrebbe indebolito gli Stati Uniti sul piano internazionale rendendoli incapaci di alzare la testa e far valere i propri interessi nei confronti degli altri paesi. In altre parole, l’America non era più grado di combattere per gli interessi degli americani. Secondo il tycoon il multilateralismo economico avrebbe privato gli Stati Uniti dei propri margini di crescita a favore di tutti gli altri attori, i quali si sarebbero macchiati della colpa di aver espropriato gli americani del frutto del loro lavoro. In tema di sicurezza, invece, la comunità internazionale si sarebbe ormai adattata all’idea che gli Stati Uniti avrebbero continuato a svolgere il ruolo di “poliziotto globale”, dimostrandosi disposti ad affrontare qualsiasi problematica potesse mettere a repentaglio l’ordine internazionale. Secondo quanto dichiarato nel proprio testo e quanto promosso nella campagna elettorale del 2106, il programma trumpiano prevedeva il cambio dell’approccio multilaterale economico a favore del bilateralismo, una soluzione che avrebbe permesso agli Stati Uniti di rinegoziare a proprio favore i contratti economici vigenti. Quanto all’idea di “poliziotto globale”, il concetto di America first suggerisce la preminenza degli interessi strategici nazionali su quelli collettivi. In quest’ordine d’idee, Trump si è fatto promotore della critica circa la divisone dei costi per il mantenimento dei sistemi di sicurezza che, in particolar modo in Corea del Sud e Giappone, pesa maggiormente sulle casse di Washington. Le sue dichiarazioni avevano fatto presagire che, se fosse stato eletto, vi sarebbe stato un disimpegno statunitense nel mantenimento della sicurezza degli altri paesi nel caso in cui questi non avessero contribuito maggiormente ai costi derivanti dalla difesa. Al tempo stesso, aveva sottolineato la necessità di rafforzare le forze armate, in particolare quelle a capo del United States Pacific Command (PACOM) , un rinvigorimento che avrebbe permesso agli Stati Uniti di sostenere i propri piani economici e di esercitare un’influenza più consistente nella regione asiatica. Questi punti programmatici sono un importante indice di come gli Stati Uniti di Trump avrebbero accolto “un approccio jacksoniano, ovvero di un mondo visto più come arena di minacce che come arena di opportunità”. Era, dunque, giunto il momento che gli Stati Uniti mostrassero nuovamente i muscoli per far valere i propri interessi. Se queste erano le premesse, non sorprende che nel momento in cui Trump divenne il 45° presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2017 gli alleati asiatici, Corea del Sud e Giappone, non nascosero le loro preoccupazioni su quale sarebbe stato il futuro dei rapporti nell’asia nordorientale, come dimostra l’incontro tra il Primo ministro giapponese e il tycoon poco prima che il neo-eletto presidente si insediasse alla Casa Bianca. Anche a Pyongyang l’avvento di Trump indusse la leadership a domandarsi su quali sarebbero stati gli sviluppi del nuovo corso americano. Nonostante le promesse elettorali avessero stimolato l’idea che le forze americane nella regione – in particolare quelle presenti in Corea del Sud – sarebbero state presto evacuate, il desiderio della Casa Bianca di indirizzare Seul e Tokyo sul cammino del riarmo nucleare precludeva i nordcoreani di avanzare le proprie rivendicazioni su una possibile riunificazione della penisola. Inoltre, questa eventualità avrebbe impedito al Grande Successore di conseguire un importante successo politico che avrebbe consacrato la propria figura come degno erede di Kim Il-sung: la sconfitta dell’imperialismo statunitense. Per testare la veridicità della nuova politica statunitense, Kim Jong-un ripropose la politica della provocazione quando l’11 febbraio 2017 la Corea del Nord lanciò un missile a medio raggio (Pukguksong-2) che s’inabissò nella Zona economica speciale giapponese. A conferma dei timori di Kim Jong-un, alla dichiarazione di contrarietà avanzata da Tokyo si è affiancato il pieno sostegno ai giapponesi da parte degli Stati Uniti. Una prima lettura di questa presa di posizione da parte di Trump potrebbe essere considerata come opposta a quanto dichiarato durante la campagna elettorale circa il disimpegno degli Stati Uniti in protezione degli alleati. Tuttavia, se si considera che il nuovo obiettivo statunitense sia effettivamente la pressione economica e militare al gigante cinese, si può supporre che il riavvicinamento giapponese sia funzionale al perseguimento di questo scopo. La trattativa sino-americana per la soluzione delle relazioni bilaterali tra Pechino e Washington ha una prospettiva di lungo periodo; al momento, quindi, risulterebbe essere necessario mantenere lo status quo dei legami con i partner asiatici in modo da guadagnare tempo per rinegoziare i rapporti con la Cina. Dopo aver sfoggiato i progressi missilistici conseguiti dai nordcoreani alla parata per la celebrazione del compleanno del Grande Leader il 15 aprile 2017, Pyongyang ha proceduto con il test della presunta bomba all’idrogeno nel settembre successivo, seguito da un nuova esercitazione missilistica. L’intento di questa escalation dei programmi militari era quello di dimostrare alla nuova amministrazione americana che anche il Grande Successore avrebbe adottato un approccio estero più rigido, ossia una politica dei muscoli in chiave nordcoreana. A seguito dell’adozione di nuove Risoluzioni sanzionatorie da parte del Consiglio di Sicurezza nei confronti del regime nordcoreano, il 19 settembre 2017 Trump ha tenuto il suo primo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In quest’occasione ha citato le principali questioni che rappresentano una minaccia alla pace del sistema delle relazioni internazionali riservando una particolare attenzione al caso nordcoreano. Dopo aver biasimato il regime di Kim Jong-un sottolineando come la nuclearizzazione sia da considerare un suicidio politico, ha esortato la comunità internazionale a collaborare maggiormente per contenere il bellicismo di Pyongyang. In particolare, questo invito era velatamente rivolto alla Cina, colpevole non solo di non aver ancora preso una posizione definita nei confronti della Corea del Nord, ma anche di aver alimentato, e di continuare ad alimentare, i progressi nordcoreani tramite stretti rapporti economici. Concludendo il suo discorso, Trump ha dunque richiesto il supporto della comunità internazionale per intensificare la politica di isolamento nei confronti della Corea del Nord. Tuttavia, ha anche sottolineato come gli Stati Uniti siano disposti ad agire unilateralmente nel caso in cui la minaccia raggiungesse livelli inaccettabili. Un’iniziale valutazione dei punti chiave presentati dal presidente americano potrebbe indurre alla conclusione che Trump abbia accolto una visione più globalista della politica estera statunitense, assumendo una posizione antitetica confronto al concetto di America first. Tuttavia, una tale interpretazione non sarebbe completamente corretta. Si potrebbe sostenere, infatti, che Trump sia riuscito trovare un connubio tra gli interessi particolari americani e gli interessi generali della comunità internazionale. In altre parole, la denuclearizzazione della penisola coreana è stata presentata come una crociata cui tutti devono partecipare non solo in ossequio al Npt, ma soprattutto per salvaguardare la pace e la sicurezza internazionale. Il viaggio in Asia, intrapreso nel novembre 2017, ha manifestato la volontà di Trump di passare dall’approccio multilaterale a quello bilaterale in seno alla politica estera. Gli incontri formali e di alto livello avvenuti in questo periodo hanno permesso alla presidenza americana di affrontare direttamente le questioni nodali su cui ruotano i rapporti con i partner asiatici. Il 6 novembre ha avuto luogo l’incontro con il Capo di governo giapponese Shinzō Abe. Oltre a rinsaldare il legame economico tra i due paesi, questo meeting ha mostrato una forte unità d’intenti nel contenere il bellicismo nordcoreano la cui dimostrazione è rilevabile dalla decisione di fornire il Giappone di nuovi aerei F-35 e dell’ammodernamento del sistema anti-missile Aegis. La seconda tappa del viaggio ha condotto Trump a incontrare il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Nel discorso tenuto all’Assemblea Nazionale sudcoreana Trump ha sottolineato il legame storico che unisce gli Stati Uniti e la Corea del Sud, rimarcando come l’impegno militare statunitense nella difesa dell’alleato non sarebbe venuto a mancare; solo la solida alleanza militare ed economica lungo l’asse Seul-Washington avrebbe potuto continuare a garantire che la politica della provocazione di Pyongyang restasse tale. Il rinnovato sodalizio instaurato con la Corea del Sud e con il Giappone seguiva un chiaro obiettivo, ossia dimostrare alla Cina – ultima meta del tour asiatico – che gli Stati Uniti potevano contare sull’appoggio dei più rilevanti attori presenti in Asia nordorientale. Questa coalizione a guida americana avrebbe consentito di aumentare il peso contrattuale statunitense nell’incontro bilaterale con la leadership cinese. Il 9 novembre, quindi, Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino. Nel corso della Conferenza stampa congiunta svoltasi a seguito del meeting ristretto tra i due presidenti, sono stati resi noti i punti discussi nell’incontro. Il presidente americano ha sottolineato la necessità di apportare delle modifiche ai rapporti commerciali vigenti, in quanto andrebbero a favorire solo la controparte cinese. Tuttavia, per evidenziare la solidità del legame tra Washington e Pechino, è stato dato l’annuncio della stipula di accordi per circa 250 miliardi di dollari, i quali rappresenterebbero la base per stringere relazioni ancora più forti ed eque tra le due sponde del Pacifico. Quanto alla questione Corea del Nord, i due leader si sono trovati d’accordo sul bisogno di agire velocemente e con determinazione per raggiungere l’obiettivo di una denuclearizzazione della penisola. Al termine del suo viaggio Trump è stato salutato dal Grande Successore con il test missilistico effettuato il 29 novembre 2017. Si è trattato di un missile intercontinentale Hwasong-15 che sarebbe capace di coprire una distanza di circa 13.000 km, ovvero sarebbe in grado di colpire anche Washington. Stando alle affermazioni di Pyongyang, la Corea del Nord sarebbe vicina a completare il processo di miniaturizzazione delle testate nucleari da collocare nel suddetto missile. Kim Jong-un avrebbe così inaugurato la fase più calda delle relazioni nordcoreaneamericane, una nuova disputa con l’intransigenza americana e la comunità internazionale circa il processo di denuclearizzazione. Infine posso affermare che per comprendere le dinamiche della questione coreana e gli andamenti del quadro delle relazioni internazionali, fin dalla metà del secolo scorso, l’analisi degli approcci e delle politiche con cui gli attori regionali hanno interagito con le due Coree ha costantemente posto quesiti cui l’opinione pubblica internazionale ha cercato di dare una risposta. La stessa posizione geografica della penisola ha contribuito ad accrescere l’attenzione attorno alla regione dell’Asia nord-orientale. Le Coree si collocano al centro di un’area in cui è riscontrabile la presenza di tutte quelle che sono considerate le più grandi potenze economiche e politiche dell’attuale sistema internazionale. Le decisioni strategiche prese da Pyongyang hanno costantemente fornito benzina ai motori della politica estera di Cina, Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Il perno su cui si è basato l’equilibrio geopolitico dell’Asia-Pacifico per tutto il corso della Guerra Fredda si è sostanziato nella divisione della Corea in due entità distinte e autonome, ciascuna ricadente sotto l’influenza dei principali attori regionali. Se nel corso della Guerra di Corea il Nord era stato principalmente un oggetto nelle mani delle potenze estere, la costruzione del regime e i processi di consolidamento del potere nei decenni seguenti hanno permesso ai nordcoreani di assurgere ad attori attivi, capaci di porre le proprie rivendicazioni come argomento fondamentale per poter delineare gli effettivi rapporti di forza regionale. La dialettica tra Pyongyang e la comunità internazionale si è concentrata primariamente sui possibili piani di riunificazione della penisola e sul processo di denuclearizzazione della sponda settentrionale del 38° parallelo tramite l’alternanza di approcci bilaterali e multilaterali. Tuttavia, nel momento in cui la Corea del Nord ha conquistato lo status di “Stato nucleare” nel ventunesimo secolo tali progetti sono stati superati da visioni più vicine al concetto di equilibrio di potenza che aveva contrassegnato la storia del Vecchio Continente nel diciottesimo secolo. Il dissolvimento dell’Unione Sovietica e l’intensificazione dei processi globalizzanti hanno condotto al definitivo cambiamento strutturale del sistema internazionale il quale, attualmente, si caratterizza per la sua multipolarità. Il nuovo assetto ha determinato la prevalenza degli interessi nazionali e particolari su quelli collettivi, un aspetto riscontrabile nella competizione economica e militare che Stati Uniti e Cina hanno intavolato per aumentare la propria influenza nell’area del Pacifico. Lo studio comparato delle recenti politiche adottate da Giappone, Cina, Corea del Sud e Stati Uniti mostra come tali paesi stiano ancora attraversando la fase di ristrutturazione dei propri interessi regionali. In questo ordine di idee, una riunificazione della penisola, sia nel caso in cui essa avvenga per vie pacifiche sia, contrariamente, tramite l’intervento militare, comporterebbe uno stravolgimento repentino dell’equilibrio esistente, causando una rapida escalation della tensione regionale. In questo contesto, la Corea del Nord vede i frutti del lungo processo che ha condotto Pyongyang a dotarsi del nucleare, ossia l’interesse strategico primario nordcoreano. La leadership nordcoreana si è sempre dimostrata consapevole dell’importanza di avere un proprio arsenale nucleare, poiché esso è funzionale a perseguire molteplici obiettivi, quali il mantenimento del controllo interno, la garanzia della sopravvivenza del regime, la conquista di uno status internazionale autorevole e la possibilità che il nucleare sia utilizzato come mezzo di contrattazione all’interno delle negoziazioni bilaterali e multilaterali. La comparazione delle propensioni esterne di tutti i paesi rientranti nella regione nordorientale del continente asiatico ha messo in evidenza come, allo stato attuale, vi sia la convergenza degli interessi strategici nazionali verso il mantenimento dello status quo delineato all’indomani della Guerra di Corea almeno fino a quando le parti non abbiano raggiunto i propri obiettivi politici, economici e militari. La durata di questo quadro sarà determinata considerevolmente dal dialogo tra le prime potenze Washington e Pechino, ma molto dipenderà dai possibili cambiamenti interni al regime di Pyongyang. Il caso più ottimistico prevede la possibilità che la leadership nordcoreana adotti gradualmente quelle riforme economiche che permetterebbero una allentamento della pressione dei vertici sulla società, il che potrebbe consentire una evoluzione del regime senza necessariamente condurre il paese al collasso. Di converso, la circostanza peggiore potrebbe verificare qualora l’escalation della tensione e delle ostilità regionali dovesse condurre allo scoppio di un conflitto, un’eventualità che si manifesterebbe nel caso in cui dovesse cadere l’assunto della razionalità del Grande Successore Kim Jong-un.
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