Sempre la solita storia. Non appena un artista italiano compie una scelta controcorrente, la gogna mediatica e i censori del politicamente corretto accendono le sirene e azionano i megafoni dell’indignazione a comando. L’ultimo bersaglio? Beatrice Venezi, colpevole di aver commesso il reato più grave per certi salotti culturali: essere un’artista libera. La notizia è ormai ufficiale: la direttrice d’orchestra andrà a Novosibirsk, in Siberia, per dirigere La Traviata di Giuseppe Verdi. Apriti cielo. Si parla di “accreditamento della narrativa russa”, di “assist al Cremlino”, di “geopolitica culturale”. Le consuete piroette verbali di un certo giornalismo, impegnato a convincerci che la musica non appartenga più al patrimonio universale, ma debba sottostare ai dettami del conformismo del momento. Facciamo, però, un passo indietro e proviamo a guardare ai fatti con un minimo di onestà intellettuale. Per mesi Beatrice Venezi è stata letteralmente messa sulla graticola. Mesi di attacchi, polemiche strumentali, critiche feroci e processi mediatici legati alla vicenda del Teatro La Fenice. Un accanimento che, in Italia, sembra riservato soprattutto a chi osa non allinearsi all’ortodossia dominante o viene etichettato come “irregolare”. Si è tentato in ogni modo di delegittimarne il valore professionale e di ostacolarne il percorso di crescita. Si è scelta la strada dell’isolamento, senza offrirle alcuna tutela, neppure da parte di chi l’aveva tanto corteggiata e poi scelta. E adesso Venezi cosa fa? Esattamente ciò che farebbe qualsiasi professionista serio e qualificato: lavora. Prende la sua bacchetta e dirige Verdi. E va a farlo dove le viene offerta l’opportunità. E in Italia cosa accade? Gli stessi moralisti che fino a ieri sembravano auspicarne l’emarginazione dalla scena culturale nazionale oggi si scandalizzano perché ha accettato un ingaggio all’estero. Prima la si ostacola, poi ci si lamenta se trova spazio altrove. Una contraddizione difficile da ignorare. Tra l’altro, anche la tesi secondo cui un’artista che sale sul podio a Novosibirsk stia facendo propaganda geopolitica appare, quanto meno, forzata. La cultura è — e dovrebbe continuare a essere — un ponte tra i popoli. Confondere Giuseppe Verdi con le dinamiche della politica internazionale contemporanea significa perdere di vista la natura universale dell’arte. Negli ultimi anni il conformismo del politicamente corretto ha alimentato episodi controversi: dal tentativo di mettere in discussione lo studio di Dostoevskij in alcuni contesti accademici fino al boicottaggio di artisti russi, indipendentemente dalle loro posizioni personali. Oggi, secondo alcuni, si dovrebbe addirittura subordinare la libertà professionale degli artisti italiani a una sorta di certificazione di conformità politica. A queste strampalate prese di posizione, Beatrice Venezi ha risposto con parole semplici e nette: “Sono un’artista libera, vado dove ritengo opportuno, dirigo dove voglio“. Un’affermazione che richiama un principio profondamente liberale: la libertà dell’individuo di esercitare la propria professione senza dover ottenere un lasciapassare ideologico dai custodi della morale. L’idea che siano lo Stato, i media o presunti tribunali etici a stabilire dove un artista possa lavorare rappresenta, del resto, una deriva ben più preoccupante dell’esecuzione di un’opera lirica in Siberia. In un Paese spesso provinciale, dove il talento viene talvolta misurato attraverso il filtro dell’appartenenza politica e dove la meritocrazia fatica ad affermarsi rispetto alle logiche di appartenenza, vedere un’artista rivendicare la propria autonomia professionale rappresenta senz’altro un segnale positivo. Se l’Italia non è capace, per mere ragioni ideologiche, di valorizzare i propri talenti o li trascina nelle consuete contrapposizioni politiche, non ci si può sorprendere se questi trovano opportunità e riconoscimenti all’estero. Pertanto, non c’è polemica che tenga: Beatrice Venezi, da artista libera qual è, fa bene ad andare dove ritiene opportuno e dove le viene riconosciuto il suo valore professionale. La musica, d’altronde, appartiene a chi la ama, la studia e la interpreta, non a chi pretende di stabilire, sulla base di criteri ideologici, dove un artista possa o non possa esibirsi.
Salvatore Di Bartolo
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