Giovanni Cardone
Scrivendo questo editoriale mi sono come sempre posto delle domande : Era meglio quando era Urss e c’era il Muro di Berlino? Oggi perché la Russia si sente minacciata da chi, che ruolo a l’Nato in questo momento? I venti rivoluzionari lambiscono l’impero zarista già dal XIX secolo, in seguito alla trionfante entrata dello zar Alessandro I a Parigi e la sfilata dell’esercito sotto l’Arco di Trionfo, evento simbolico che sancisce la vittoria russa della Guerra patriottica ai danni della Francia napoleonica. Il confronto con usi e costumi, ideologie, modi di vivere e sistemi diversi, ma soprattutto con gli ideali della Rivoluzione francese risulta determinante nello sviluppo dei primi moti rivoluzionari, che raggiungono la massima intensità agli inizi del XX secolo, con l’entrata della Russia nel primo conflitto mondiale, al fianco della Triplice Intesa, accolta negativamente dagli strati sociali più bassi, che già da diversi anni versano nella più assoluta povertà e precarietà. Nell’estate del 1914, i bolscevichi rappresentano lo schieramento politico che si oppone maggiormente alla guerra. Il malumore generale s’intensifica con il susseguirsi delle disfatte militari subite al fronte e con il continuo peggioramento delle condizioni di vita, in particolare di operai e contadini. La dinastia imperiale dei Romanov mai è apparsa così debole e per molti è anche tramontata l’ipotesi di un passaggio dall’autocrazia imperiale a una monarchia costituzionale (ciò che avrebbe dovuto verificarsi in seguito alla Prima rivoluzione russa del 1905, ma che di fatto accadde soltanto parzialmente); infatti sono ormai diversi coloro che auspicano una destituzione dello zar, che si concretizza con la Rivoluzione di febbraio (la seconda) del 1917, conclusasi con l’abbattimento della monarchia e la successiva abdicazione dello zar Nicola II. Viene creato dunque un governo provvisorio presieduto da un liberale senza partito e composto da progressisti, cadetti , ottobristi e un socialista, ovvero, Aleksandr Kerenskij. Al governo viene affiancato il Soviet dei deputati operai, espressione dell’esecutivo, composto a sua volta da socialisti e militari. Un dualismo di potere, che si è soliti a identificare con il termine russo “dvoevlastie”, di accezione non estremamente positiva, dato che tale sistema complica ogni forma di collaborazione, genera contrasti e contrappone concezioni diverse su numerosi aspetti, tra cui quello bellico. Oltre che per l’abdicazione dello zar, marzo 1917 viene ricordato per il ritorno in patria del leader bolscevico Vladimir Il’ič Lenin, esiliato a Zurigo, e il cui ritorno sembra essere stato favorito dal governo tedesco, per minare ulteriormente il già instabile fronte interno russo. In aprile Lenin pubblica le Tesi di aprile, in cui annuncia le sue posizioni, orientate alla netta rottura con il governo provvisorio, all’assunzione del potere da parte dei Soviet e soprattutto al superamento della fase borghese della rivoluzione per procedere così all’instaurazione della dittatura del proletariato. Quanto esposto nelle Tesi però si distacca notevolmente dall’ortodossia marxista, tanto che lo stesso Lenin è intimato a ritrattare alcune posizioni, che al principio sono state accolte con un certo scetticismo persino da alcuni bolscevichi, mentre hanno riscosso un discreto successo tra i soldati e gli operai che concordano con l’immediata uscita della Russia dalla guerra.A luglio il governo provvisorio cade con lo scoppiare di alcune insurrezioni, animate in parte dagli stessi bolscevichi, che diventano oggetto della repressione condotta dal secondo governo provvisorio, presieduto da Aleksandr Kerenskij, che nel frattempo ha assunto un atteggiamento autoritario, tentando, in aggiunta, di instaurare una sorta di culto della propria personalità. Il governo, dopo aver sventato il tentativo di colpo di stato del generale Kornilov, sopravvaluta eccessivamente le proprie forze, sottovalutando quelle dei bolscevichi, che seppur in minoranza, stanno crescendo. Giunti ad ottobre la Rivoluzione è ormai alle porte, manca soltanto l’ordine di Lenin, impartito la notte del 24, alla vigilia del Congresso panrusso dei Soviet: la sera seguente Pietrogrado è già completamente in mano ai rivoluzionari, compreso il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio e luogo in cui si sono asserragliati i ministri, tutti successivamente arrestati. Il giorno successivo sorge un nuovo Stato, un nuovo governo, il Sovnarkom, con a capo Lenin, che comunica l’immediata uscita dalla guerra e che dà il via alla confisca delle terre di proprietà dello Stato e della Chiesa. Tutto questo si verifica in un momento in cui i bolscevichi, rispetto ad altre forze partitiche, possiedono ancora un minor sostegno e ciò lo si evince chiaramente dalle elezioni per l’Assemblea costituente, dove si piazzano alle spalle dei socialisti rivoluzionari, i quali invece ottengono la maggioranza relativa. Il risultato è comunque ininfluente in quanto, all’indomani della prima seduta, i bolscevichi sciolgono la nuova Costituente, proclamando la legge marziale e militarizzando la città di Pietrogrado.Il 3 marzo 1918 si aprono gli umilianti accordi di Pace di Brest-Litovsk con la Germania, in cui la Russia perde circa un quarto dei propri territori europei, tra cui la Transcaucasia, e l’Ucraina, probabilmente le perdite più dolorose. Nel mentre il governo bolscevico ha creato una propria polizia politica segreta, la Čeka (dicembre 1917), mezzo necessario per il ricorso al terrore, impiegato sistematicamente e consapevolmente come strumento politico. Inoltre, viene instaurato un forte controllo sui trasporti e sull’importazione di beni alimentari, viene soppresso il libero mercato, vietando il commercio al dettaglio e gestendo a livello statale la distribuzione dei beni. Il lavoro è rigidamente disciplinato e si fa sempre più forte il controllo statale sulla grande industria, sino a giungere alla sua nazionalizzazione nel giugno del 1918. La Russia sta vivendo un periodo estremamente delicato, infatti, non appena termina una guerra logorante, come lo è stata la Prima guerra mondiale, si ritrova catapultata in un altro conflitto, però di carattere civile, la Guerra civile, tanto incoraggiata e voluta dallo stesso Lenin, come ultima tappa della Rivoluzione. Le criticità del momento rappresentano l’occasione perfetta per introdurre l’arruolamento obbligatorio, creare le prime unità della futura Armata Rossa e per reintrodurre la pena di morte. La Guerra civile russa, oltre che come ultimo stadio della lotta di classe, può essere anche interpretata come un conflitto tra il centro e le periferie sfuggite al suo controllo, come suggerisce Giovanna Cigliano in La Russia contemporanea . Effettivamente il conflitto civile si conclude con l’annessione russa di Ucraina e Transcaucasia. La Russia di inizio anni Venti è un paese devastato dalle continue guerre e che sta vivendo un processo di de-urbanizzazione e de-industrializzazione tale da vanificare i passi compiuti verso la modernità tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento. A peggiorare ulteriormente la situazione, nel 1921 divampa una forte carestia, dovuta a un cattivo raccolto provocato dalla siccità, che nel giro di due anni causerà circa 5 milioni di vittime. Si percepisce chiaramente l’urgenza di riformare il sistema e durante il X Congresso del Partito Comunista Lenin lancia la NEP (Nuova Politica Economica – NovajaEkonomičeskajaPolitika). La nuova politica prevede il ripristino di alcune forme di economia di mercato, il che provoca un momentaneo stato di caos, seguito da una forte inflazione. Tuttavia, dal 1923 l’economia registra segnali di ripresa e nel 1924 lavaluta si stabilizza. La NEP si pone come obiettivo la riacquisizione del controllo del centro sulle regioni periferiche attraverso la conquista del consenso che, secondo gli statisti del tempo, dovrebbe verificarsi attraverso la revoca della nazionalizzazione della piccola industria, l’estensione del settore privato, l’introduzione di una tassa in natura che va a sostituire la requisizione forzata del comunismo di guerra e all’elargizione di nuove libertà ai contadini, tra cui la scelta della tecnica impiegata nella coltivazione delle terre, garantendo di conseguenza un significativo impulso alla produzione agricola. Già in età zarista si è assistito alla nascita di diversi gruppi nazionali, che in seguito si organizzano in partiti politici di matrice nazionalista che sostengono l’autonomia nazionale. Ma prima che questi partiti abbiano il tempo di organizzarsi scoppia la Rivoluzione d’ottobre. Gli abitanti della città e i lavoratori parlano perlopiù in russo e aderiscono alla causa rivoluzionaria; dunque, l’appoggio maggiore ai nazionalisti giunge dagli intellettuali. Considerando la vastità dell’impero continentale più grande al mondo, è naturale pensare che i vari sentimenti e movimenti nazionalisti varino da etnia a etnia, da nazionalità a nazionalità e da zona a zona. Ad esempio, in Ucraina il movimento nazionalista può vantare una base piuttosto solida, mentre nel Caucaso il nazionalismo è molto debole e l’identità collettiva poggia quasi interamente sul senso di appartenenza alla religione islamica. I bolscevichi credono che la Rivoluzione e l’industrializzazione possano progressivamente cancellare i sentimenti nazionalistici e le differenze tra le etnie. Allo stesso tempo però il maggior pericolo è rappresentato dallo sciovinismo, in questo caso, lo sciovinismo grande russo di età imperiale . Quindi, l’intenzione della leadership è arginare ogni resistenza di stampo nazionalistico, soprattutto perché l’ideologia controrivoluzionaria riprende tratti distintivi del nazionalismo russo, con la creazione di un’unione di repubbliche sovietiche, in cui la lingua funga da elemento nazionale di coesione e in cui l’eguaglianza sociale ed economica tra le nazionalità è preservata, in modo da prevenire l’insorgere di nuovi nazionalismi. Questo progetto vede la luce il 30 dicembre 1922, quando viene approvato il Trattato sulla creazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), sottoscritto inizialmente da quattro repubbliche, il qualericonosce il diritto di secessione delle singole repubbliche, stabilisce la matrice federale dell’Unione e stila un elenco di materie di competenza esclusiva degli organismi federali. In un secondo momento, nel 1924, la costituzione dell’URSS entra in vigore. La formula comunista per l’organizzazione di uno stato multinazionale è divisa in tre punti: il principio “nazional-territoriale”, il diritto di secessione e l’autonomia politica nazionale e territoriale e l’indigenizzazione o korenizacija. In primo luogo, il principio “nazional-territoriale” dichiara ogni nazionalità separata, ma con pari diritti sul proprio territorio. Mentre, per quanto riguarda il diritto di secessione, Mosca si è assicurata che non venisse mai rispettato. Inoltre, in ogni repubblica (eccetto nella Repubblica Socialistica Federativa Sovietica Russa) viene creata una struttura del Partito Comunista, comunque subordinata al Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). La politica di indigenizzazione si oppone alla russificazione forzata di età imperiale ed è dunque pensata come un piano di rafforzamento dell’indipendenza ed eguaglianza delle nazionalità, che prevede: la promozione delle lingue e dell’identità, il riconoscimento dei caratteri nazionali di ciascun territorio, la valorizzazione delle varie culture ad eccezione della nazionalità russa, per il sempre vivo timore dello sciovinismo e la promozione delle classi dirigenti locali. Ad essa si devono le campagne di alfabetizzazione e la garanzia di un’istruzione nelle varie lingue nazionali sistematizzate e modernizzate. Lo scopo non è soltanto impedire l’insorgere di nuovi nazionalismi e differenziarsi dai sistemi di tradizionali, bensì è anche la diffusione dell’ideologia comunista, ricorrendo però a forme nazionali che possano ricreare un polo d’attrazione per le popolazioni etnicamente affini o delle stesse etnie che abitano in paesi confinanti (es. incoraggiare gli ucraini che vivono in Polonia a tornare in territorio URSS mediante iniziative basate sulla valorizzazione di lingua, cultura e tradizioni) . Quanto esposto sin qui implica che qualunque gruppo nazionale, con una lingua che lo distingue da altri, di qualunque territorio e di qualunque dimensione abbia diritto a un territorio ad esso riconosciuto; in effetti, vengono create diverse regioni, come, ad esempio, la Repubblica Socialista Sovietica Autonoma dei tedeschi del Volga, all’interno della RSFSR. Alla luce di questo, tale criterio potrebbe essere adatto più omeno tranquillamente nella parte europea, ma allo stesso tempo, costringe i sovietici a creare unità autonome anche tra popolazioni prive di una qualunque cultura nazionale e politica. Bisogna altresì aggiungere che l’applicazione del principio nazional-territoriale talvolta può risultare estremamente divisiva, come dimostra l’istituzione, nel 1934, della Regione Autonoma ebraica di Birobidžan, in Estremo Oriente presso la frontiera cinese. Si tratta di una zona arretrata, inospitale e ai margini dello stato sovietico, ragione per cui agli occhi della popolazione ebraica tutto ciò è accolto più come una punizione e un esilio che un tentativo di concedere loro un territorio autonomo di carattere nazionale. In aggiunta, la korenizacija porta con sé conseguenze inattese, tra cui il rafforzamento del processo di nation building e la conseguente separazione dei gruppi etnici autoctoni dai russi. Perciò i russi non rafforzano la loro posizione, mentre i diversi gruppi nazionali finiscono per politicizzarsi. Inoltre, i quadri istruiti dal regime ed appartenenti a minoranze tendono ad assecondare gli interessi locali e s’interessano maggiormente alla loro comunità nazionale, tralasciando la tutela delle altre minoranze che abitano quei territori, tra cui i russi, i quali lamentano una de-russificazione. Tale struttura federale e multinazionale sembra però non tenere conto della vera natura e funzionamento dell’URSS, come Stato caratterizzato da un forte centralismo economico e politico e altamente burocratizzato, in cui il partito dal centro esercita un rigido controllo sulle organizzazioni locali, le periferie e le nazionalità, limitandone di fatto le libertà e finendo così, assieme alle prime politiche di valorizzazione delle varie culture, per favorire l’insorgere di nuovi nazionalismi, perlopiù assopiti, ma che riemergono periodicamente in situazioni di crisi e che fungeranno da parte attiva nello smembramento del gigante comunista.Un ictus colpisce Lenin alla fine del 1921 e il suo stato di salute comincia a peggiorare progressivamente. Ha inizio, pertanto, la lotta alla successione, che vede in primo piano il carismatico commissario per le nazionalità, il georgiano Iosif VissarionovičDžugašvili, detto Stalin, membro del Politbjuro e dell’Orgbjuro e Segretario generale del C.C. dal 1922. Lenin ritiene che alla sommità del potere esecutivo debba collocarsil’apparato dello stato, mentre Stalin ritiene che il partito debba collocarsi al di sopra dello stato e farsi portatore dell’esecutivo. Tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, l’ormai cagionevole leader della Rivoluzione redige delle note, rese pubbliche postume e tardive, in cui mette in guardia la dirigenza dall’eccessivo potere di Stalin e dal suo modo di gestirlo, auspicandosi che venisse rimosso dalla carica di Segretario Generale. La morte di Lenin sopraggiunge nel gennaio del 1924 a causa di un ulteriore ictus. Stalin al tempo controllava come nessun altro l’organizzazione e l’attuazione delle direttive politiche; grazie al controllo esercitato sulla burocrazia del partito e alla proprietà del diritto di nomina e di sostituzione dei segretari locali, sconfigge ogni opposizione, tra cui quella di Trockij. Il nuovo leader abbraccia il pensiero del “socialismo in un solo paese” ed è convinto, pertanto, che non sia necessario il trionfo della Rivoluzione in Occidente e che l’essere circondato da paesi capitalisti non precluda la creazione in Unione Sovietica di una perfetta società socialista. Il sostegno alla NEP rappresenta lo strumento chiave con cui sfiduciare l’opposizione di “sinistra”. Tuttavia, la crisi del grano del 1928 lo porta a mettere in discussione l’intero sistema della Nuova Politica Economica, smantellata con le campagne di collettivizzazione dell’agricoltura e con l’approvazione, nel 1929, del Piano quinquennale (pjatiletka), causando però il dissenso dell’opposizione di “destra”, annientata tempestivamente.Il Piano quinquennale, in quanto espressione dell’economia pianificata del regime, stabilisce gli obiettivi economici da realizzare nell’arco di circa cinque anni e nel caso del primo essi risultano piuttosto ambiziosi: tasso elevato di crescita industriale, stanziamento di un elevato numero di risorse nell’industria pesante, sacrificando però la produzione dei beni di consumo. Affinché siano centrati gli obiettivi, è richiesta la modernizzazione dei settori industriali chiave bellico ed energetico e in seguito risulta necessario imprimere un’accelerata alla realizzazione del piano, arrivando a prediligere maggiormente la quantità che la qualità di produzione. Ne consegue una terribile pressione dello stato sulle singole industrie e sui lavoratori e, in tale contesto, chiunque fosse responsabile di una fabbrica in cui la produzione procedeva a rilento poteva essere accusato di aver tentato intenzionalmente di sabotare la costruzione del perfetto stato socialista. È così che emerge una gerarchia che discende dalla matrice federale e multinazionale dello stato, basata bensì su interessi di natura economica tali per cui una repubblica o un territorio, avente un gran quantitativo di fabbriche altamente produttivedislocate nei settori chiave dell’industria sovietica, beneficia di standard di vita migliori e di maggiori beni di consumo. Si registrano importanti traguardi nel settore energetico, nella produzione di elettricità, nell’estrazione del carbone e petrolio e nella produzione di ferro. In questo periodo sorgono poi imponenti opere pubbliche, come la metropolitana di Mosca, il canale tra il Mar Bianco e il Baltico e diverse dighe. Sempre al piano si deve l’espansione dei poli industriali già esistenti e la nascita dei nuovi, tra tutti la città di Magnitogorsk negli Urali, lo sfruttamento di nuovi territori e la produzione di nuovi strumenti a sostegno dell’agricoltura. E allo stesso tempo, non mancano gli insuccessi, tra cui gli incrementi deludenti nel settore dell’acciaio e, oltre all’eccessiva ambizione, l’evidente ritardo tecnologico, le scadenti infrastrutture e la gestione di imprese e manodopera affidata ad incompetenti (spesso a causa delle persecuzioni perpetrate ai danni dei tecnici-borghesi) contribuiscono al mancato raggiungimento di numerosi obiettivi. La pjatiletka comporta poi un aumento delle tasse, un’elevata importazione dall’estero e un incremento consistente della popolazione cittadina, il cui fabbisogno nutrizionale spesso non è soddisfatto dall’agricoltura del paese. Il tenore di vita diminuisce e si verificano scioperi locali di protesta contro la carenza di generi alimentari. La NEP prevede che lo stato acquisti direttamente il grano dai contadini a un prezzo di mercato e in più viene data la possibilità a quest’ultimi di vendere anche ai privati, ma questo sistema comincia a mostrare segni di crisi e il governo nel 1926 decide di abbassare il prezzo di mercato, causando la reazione dei contadini che riducono la produzione oppure trattengono a sé le scorte di grano, prediligendo la vendita di altri generi alimentari. La risposta dello stato non si fa attendere e nel 1928 viene reintrodotto il metodo “uralo-siberiano” che prevede la chiusura dei mercati e le requisizioni forzate, spingendo i contadini ad entrare nei kolchozy o nei sovchozy, fattorie collettive. La crisi del grano fornisce il pretesto per intraprendere l’eliminazione dei kulaki, contadini benestanti proprietari di terreni, accusati di occultare le scorte di grano e di speculazione. Li è posta l’etichetta di “nemici del popolo” e la loro persecuzione comeclasse consente alla classe dirigente, attraverso l’attribuzione del termine podkulačnik (filokulak), di perseguire anche tutti coloro che manifestano ostilità e opposizione alle politiche del regime o che semplicemente ne lamentano il carattere eccessivamente repressivo. Nel 1929 la collettivizzazione viene varata ufficialmente, i contadini accettano di entrare nelle fattorie collettive non prima di aver macellato il proprio bestiame e molti di loro vengono inviati nei poli industriali per arricchire la manodopera tanto necessitata dal Piano. È in particolare nel breve periodo che si registrano gli effetti più disastrosi della collettivizzazione, primo fra tutti la carestia del 1931-1932, che ha portato alla morte milioni e milioni di persone in tutta l’Unione Sovietica, principalmente in Ucraina, dove si stima che la fame sia la causa primaria di 5 o 6 milioni di decessi. Diverse sono le letture storiche attribuite all’evento; infatti, troviamo chi come Robert Conquest interpreta la carestia come un genocidio per spezzare la resistenza dei contadini benestanti e di coloro che ancora si opponevano alla collettivizzazione, oppure studiosi, tra cui Mark Tauger, individuano la causa in due pessimi raccolti originati da circostanze naturali negative, che le autorità però non hanno riconosciuto per non danneggiare la propaganda di esaltazione delle politiche agricole staliniane. Diversamente, Giovanna Cigliano condivide le tesi più recenti elaborate da Robert Davies e Jonathan Bone, che, in sintesi, sostengono che la grave penuria di generi alimentari è riconducibile a un intreccio di fattori, quali la siccità e i cattivi raccolti, sicuramente aggravati dalle confische forzate e dallo sconvolgimento del sistema prodotto dalla collettivizzazione. In aggiunta, i provvedimenti insufficienti e tardivi adottati dal governo sommati alla negazione dell’esistenza stessa della carestia, che di conseguenza ha sbarrato la strada a eventuali aiuti umanitari provenienti dall’estero, hanno contribuito a rendere la ripresa ancora più lenta. La situazione ucraina costituisce poi un capitolo a parte di questa tragedia umanitaria, perché, nella lettura degli eventi nel suo complesso, bisogna considerare che, a causa del successo dell’ucrainizzazione conseguenza delle politiche sulle nazionalità di Lenin e l’ostilità contadina verso le nuove politiche agricole sovietiche, la dittatura temeva la riconciliazione tra le odierne élite nazionali e nazionaliste e le campagne. La collettivizzazione ha generato costi senza eguali in termini di vite umane e il dato risulta maggiormente evidente se si considera che i suoi obiettivi economici sonoe scorte di grano e l’aver prestato mani contadine alla manodopera di fabbrica risultano totalmente inefficaci nel motivare costi tanto ingenti. Tuttavia, l’estrema carenza di prodotti alimentari e di beni di consumo diminuisce e nel 1935 si pone fine al razionamento forzato. Tale sistema ha condotto irrimediabilmente a un totale asservimento delle periferie al centro, marcando ulteriormente il divario tra città e campagne. In concomitanza con l’attacco all’opposizione di “destra”, viene avviata la rivoluzione culturale, che prevede la rieducazione di massa per lo sviluppo di una cultura autenticamente proletaria asservita allo Stato che necessita sostegno nella lotta di classe intrapresa contro gli specialisti borghesi: ormai non è più necessario il ricorso a braccia borghesi per la costruzione del comunismo. La gioventù comunista e i propugnatori della rivoluzione culturale si esaltano al pensiero di ridare vitalità agli ideali rivoluzionari, di cui si fanno portatori diretti, ma ciò che fanno, in realtà, è favorire il rafforzamento del controllo del partito su ogni aspetto della vita. L’obiettivo preposto è promuovere una nuova intelligencija di estrazione proletaria, motivo per cui si riforma l’istruzione, rendendola meno esclusiva e più facilmente accessibile per le classi operaie attraverso la semplificazione dei programmi, l’abbassamento dei livelli tecnici e culturali e semplificando l’accesso alle università. Agli operai vengono anche garantite opportunità di ascesa sociale e di avanzamento professionale, però, al tempo stesso, si riducono consumi e salari, ristabilizzati tra il 1931 e il 1932, quando s’interrompe la persecuzione dei borghesi. Nel 1934 prende piede un nuovo movimento artistico, il Realismo socialista , alla cui dottrina, definita per la prima volta dallo scrittore MaksimGor’kij, devono conformarsi tutte le arti. Tutto deve essere riorientato in funzione patriottica e nazionale, tanto che ritornano in auge temi come la formazione dello stato russo, l’eroica lotta ai nemici e le conquiste. I controversi esiti della collettivizzazione e del Piano quinquennale generano malumori all’interno della stessa dirigenza di partito tanto che si assiste ad alcuni timidi tentativi di destituzione del despota. Il 10 dicembre 1934 viene assassinato SergejKinowmembro del Politbjuro e capo della sezione leningradese del partito, che, pur non accettando l’incarico, è chiamato da una componente del PCUS a sostituire Stalin come segretario di partito. L’assassinio di Kirov viene interpretato come la conferma dell’esistenza di complotti volti a minare la sicurezza dello Stato ed è il pretesto che lo stesso Stalin stava attendendo per dare il via al Terrore, ovvero l’epurazione dei quadri del partito, perpetrata dal NKVD (Commissariato Popolare per gli Affari Interni), utilizzato in seguito per sopprimere ogni forma di dissenso. Chi non riceve la condanna alla pena capitale è condannato alla reclusione in un campo di lavoro forzato, rientrante all’interno del sistema dei Gulag (GlavnoeUpravlenieLagerej), posto sotto la giurisdizione del NKVD. Il lavoro forzato è determinante per l’industria e per l’economia sovietica perché consente di guadagnare manodopera gratuita, molto spesso impegnata nella produzione o estrazione di materie prime destinate all’industrie. Sebbene ad oggi è stato dimostrato che il mandante dell’omicidio Kirov fu Stalin, all’epoca la responsabilità è stata attribuita ai gruppi di opposizione e nel frattempo, l’ipotesi del complotto è sfociata in una paranoia alienante che rende l’apparato ulteriormente aggressivo e repressivo. Adesso l’obiettivo è quello di sterminare tutti i nemici, reali o potenziali, gli scettici, i traditori e i cospiratori. In un regime già alienato e ossessionato dal controllo, l’interpretazione della realtà e del suo sviluppo storico e sociale come una continua lotta di classe tra elementi contrapposti è palese che alimenti ulteriormente le paranoie riguardanti minacce provenienti dall’esterno e dall’interno. Di conseguenza, non è così inverosimile pensare che Stalin veramente creda all’esistenza di numerosissimi nemici reali e potenziali, considerando poi che egli è ben consapevole che le politiche di collettivizzazione abbiano reso scontenti molti cittadini. Inoltre, crede che maggiori saranno i successi dello stato socialista maggiore sarà il risentimento degli oppositori, che non rinunceranno a forme estreme di lotta e che approfitteranno dell’inevitabile guerra che da lì a poco sarebbe scoppiata in Europa.Il Terrore raggiunge il suo apice nel 1937, con il periodo definito delle “Grandi Purghe” o “Gran Terrore” o ežovščina, da Nikolaj Ežov, commissario del NKVD. La furia del commissario e dei suoi sottoposti si abbatte su chiunque, persino su strati ampi della popolazione, l’apparato di partito e sull’Armata Rossa, i cui quadri e dirigenti vengono sistematicamente arrestati o eliminati uno dopo l’altro. La repressione rallenta nel 1938, quando appare evidente che sono stati commessi degli eccessi e a pagarne le spese è Ežov, sostituito da LavrentijBerija e giustiziato nel 1939, divenendo così vittima del sistema che lui stesso ha contribuito a realizzare. Né allora né in seguito verrà mai data una spiegazione al Terrore, interpretato però come un’arma impiegata col fine di scoraggiare ogni minimo antagonismo da parte del semplice cittadino e di imporre la propria autorità su funzionari, organi dello Stato e forze armate. Quest’arma è stata adoperata pure nella risoluzione delle spinose “questioni” etniche e nazionali sorte dopo il 1929, a causa dell’avvio delle campagne di collettivizzazione che hanno reso necessario il rafforzamento del controllo dell’autorità del centro sui territori di frontiera e le periferie dell’Unione. Le ostilità maggiori emergono tra i non russi, le cui identità si sono rafforzate grazie alla korenizacija; Mosca reagisce denunciando lo sciovinismo locale e il nazionalismo e avviando una feroce azione di repressione contro le classi politiche locali, danneggiando irreversibilmente la politica di indigenizzazione, ancora proclamata in linea di principio. Dalla seconda metà degli anni Trenta compare l’appellativo di “nazione nemica”, si assiste al ricorso sistematico alla pulizia etnica e alle deportazioni di massa per estoni, lettoni, tedeschi, polacchi, cinesi, coreani, finlandesi, curdi e iraniani. Allo stesso tempo, però, la campagna contro il nazionalismo non implica una russificazione forzata, bensì che la RSFSR mantenga il controllo politico e dell’economia all’interno dell’Unione. Infatti, Stalin ritiene che la Russia debba essere il cardine dello stato multietnico, motivo per cui i russi cominciano a godere di alcuni privilegi e lo sciovinismo “grande-russo” cessa di essere demonizzato. Ormai è ben chiaro che delle politiche leniniane sulle nazionalità è rimasto ben poco, e infatti, nel 1935, è il concetto di “amicizia tra popoli” a essere individuato come fondamento nazionale dello Stato sovietico, con il fine di unire politicamente le differenti nazionalità per celebrare il progresso e uno sviluppo futuro che si presuppone armonioso, mettendo da parte i conflitti del passato e lavorando assieme alla costruzione definitiva di uno stato socialista unificato, avendo chiaro però il ruolo centrale della nazionalità russa, come primus inter pares. Nel frattempo, nel dicembre 1936, viene adottata la nuova Costituzione, che concede a tutti i cittadini il diritto di voto, che è segreto e diretto. Ma il PCUS è l’unica forza politica autorizzata a presentare candidati. Inoltre, contiene libertà civili, subordinate però agli interessi del popolo e al rafforzamento dello Stato. Quindi, ogni parvenza democratica e garantista della carta costituzionale deve essere letta considerando la realtà in cui essa è stata promulgata, di fatto, nel 1936 in Unione Sovietica nessuna libertà vera e propria è concessa ai cittadini. La propaganda del Paese, ricorrendo a termini chiave come “patria” e “conquiste”, è volta a celebrarne la potenza e il progresso raggiunto attraverso l’uso della tecnica, al dominio della natura selvaggia e la conquista degli spazi di frontiera, all’epopea dell’industrializzazione. Quest’ultima vede nelle immense dighe, nelle centrali elettriche, nella metropolitana di Mosca e nelle città sorte dal nulla in Siberia e nelle steppe i testimoni della sua epica e memorabile realizzazione. Gli strumenti a cui l’attività propagandistica ricorre sono il culto della personalità, le celebrazioni, le cerimonie politiche e la rivisitazione del sistema educativo, con la riscrittura continua di manuali e l’inquadramento giovanile. Nonostante la modernizzazione e l’urbanizzazione degne di nota, le condizioni di vita delle persone, anche nelle grandi città, rimangono pessime, come testimoniato dalla diminuzione della natalità, dal sovraffollamento e dalla carenza di acqua corrente. Negli anni Venti il commissario per gli esteri Čičerin, firmatario del Trattato di Brest-Litovsk, riesce a interrompere l’isolamento sovietico iniziato all’indomani dell’uscita dalla Grande guerra. Di fronte al fallimento della rivoluzione mondiale, l’URSS si vede costretta a stringere relazioni diplomatiche con altri stati per ottenere nuovi partner commerciali e provvedere alla propria salvaguardia. Stalin e l’élite sovietica condividono la tesi di Lenin, riguardante l’inevitabilità di una guerra tra paesi imperialisti e capitalisti che prescinde dall’esistenza stessa dell’Unione Sovietica, sostenendo, in aggiunta, che le contraddizioni vigenti tra tali potenze possano essere accantonate col fine di un’alleanza in funzione antisovietica. Se al principio, la Germania hitleriana non è considerata un pericolo per la sicurezza nazionale, nel 1934 la minaccia tedesca e giapponese spingono il governo ad accelerare l’entrata nella Società delle Nazioni, utilizzata per invocare un’alleanza generale contro il fascismo. Per tutelarsi, dal 1937 incrementa il riarmo e la coscrizione e intensifica il dialogo internazionale, suggellando diversi accordi, quali, i Patti di non aggressione con Polonia e i Paesi Baltici, accordi con la Romania, il Patto franco-sovietico e il Patto sovietico-cecoslovacco. Paul Bushkovitch afferma che nelle convinzioni del despota non è completamente esclusa l’ipotesi di un patto quadripartitico anticomunista, composto da Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia. Il mantenimento della linea di “non-intervento”, anche in occasione dell’occupazione dei Sudeti e della Cecoslovacchia da parte di Hitler, accresce ulteriormente questo timore, conducendo l’Unione a un cambio di strategia radicale: formalizzare un accordo con la Germania. È così che si giunge alla firma del Patto di non aggressione dell’agosto 1939, che contempla il rispetto del precedente trattato di non aggressione del 1926 e la divisione dell’Europa nordorientale in aree di influenza, pertanto all’URSS sarebbero andati Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia orientale, alla Germania, invece, la Polonia occidentale. La Germania non perde tempo e circa una settimana dopo, il primo settembre, valica il confine polacco: ha inizio la Seconda guerra mondiale. L’entrata sovietica in guerra avviene il 17 settembre con l’invasione della Polonia orientale. Successivamente con le Repubbliche baltiche vengono siglati degli accordi di mutua assistenza, che consentono lo stanziamento di contingenti militari sovietici; di fatto, questo comporta un’occupazione, palesando così l’unilateralità del processo di annessione, conclusosi nel 1940. Sempre nel 1940 si procede all’invasione della Finlandia, la quale rifiuta la sottoscrizione di un patto analogo di mutua assistenza e si rende protagonista di una tenace resistenza, che mette in luce la mancanza di coordinamento dell’Armata Rossa e che le permetterà di preservare la propria indipendenza, pur dovendo cedere dei territori vicini a Leningrado.È sempre rimasta viva la credenza che la Germania avrebbe attaccato, ma, allo stesso tempo, il Cremlino ritiene che per il momento i tedeschi abbiano tutti gli interessi del caso a rispettare il Patto di non aggressione. Un’eventuale aggressione sarebbe avvenuta soltanto in seguito alla caduta della Gran Bretagna; di conseguenza, gli spostamenti tedeschi alle frontiere vengono interpretati come atto intimidatorio, o, in alternativa, come un bluff, nonostante i rapporti discordanti del servizio di spionaggio sovietico. Per evitare di trovarsi impreparati a una futura invasione, viene comunque avviata la riconversione di molte fabbriche e il trasferimento della capacità produttiva verso Est. Infatti, il 22 giugno 1941 ha inizio l’operazione Barbarossa, diretta verso tre fronti: settentrionale verso Leningrado, centrale verso Mosca e meridionale verso Kiev. A questo punto Stalin istituisce il Comitato statale di difesa, da lui diretto, e assume la carica di commissario per la Difesa, divenendo il comandante in capo delle forze armate. L’offensiva tedesca è fulminante, in linea con i dettami della “guerra-lampo”: a fine agosto dello stesso anno inizia l’assedio di Leningrado, che durerà novecento giorni, Kiev viene conquistata a settembre e ad ottobre le armate tedesche giungono alle porte di Mosca, che però non cade, bensì resiste tenacemente fino a dicembre, quando il calare del gelido inverno costringe le milizie straniere ad annunciare la sospensione delle attività militari. Già pochi mesi dopo l’inizio dell’operazione, sorgono milizie partigiane per combattere l’aggressore, al principio accolto positivamente soprattutto da alcune frange di popolazione in Bielorussia, Ucraina, Paesi baltici e nelle periferie russe, ma che ben presto ha cominciato a manifestare la sua condotta violenta, intollerante, oppressiva e sanguinaria. L’inizio di febbraio del 1943 segna la fine della Battaglia di Stalingrado e l’inizio della riscossa sovietica, che prosegue con la fine dell’assedio di Leningrado nel 1944 e termina con l’avanzata russa in Europa e l’ingresso a Berlino, che capitola ufficialmente l’8 maggio 1945. Le stime delle vittime da parte sovietica sono incerte e a lungo dibattute, ma oggi si è più o meno concordi nel fissare le cifre attorno ai 25-27 milioni. Molte di queste morti pesano non poco sulle spalle di Stalin, autore di scelte scriteriate e avventate prima e durante la guerra che hanno contribuito a far lievitare notevolmente tali numeri, tra cui l’epurazione dei vertici dell’Armata rossa, risalente agli anni del Terrore. Conseguenze disastrose sono scaturite anche dalla tardiva lettura delle intenzioni tedesche e di quanto stesse succedendo, dalla decisione di punire severamente ogni atto considerato vigliacco, ogni forma di ripiegamento e considerare traditori i soldati fatti prigionieri. Inoltre, i comandanti rimangono sempre subordinati alle volontà del partito e dei suoi commissari politici, seppur, in alcuni casi, incompetenti in ambito bellico. Tuttavia, in corso d’opera il tiranno coglie l’erroneità delle proprie azioni e letture, motivo che lo spinge a concedere una maggiore autonomia ai suoi generali. Seppur le responsabilità di alcune sconfitte e di ingenti perdite pesino sulle sue spalle, bisogna altresì considerare che altrettanti ordini e il sistema che lui stesso ha costruito hanno condotto i russi alla vittoria. Infatti, l’economia sovietica, grazie ai Piani quinquennali e alla collettivizzazione, presentava già come caratteristica generale un alto grado di mobilitazione, era dunque un’economia di guerra in tempo di pace; in più, il suo sistema centralizzato e l’amministrazione dittatoriale hanno agevolato la mobilitazione generale di oltre 30 milioni di anime. Inoltre, i piani di riarmo e conversione della produzione si rivelano un successo, cui grande merito va anche a tutta la società sovietica che, seppur stremata, contribuisce alla difesa delle città assediate, alla liberazione dei territori occupati e rifornisce l’esercito di tutto l’occorrente, mantenendo un ritmo di produzione elevatissimo, pur lavorando in condizioni disumane. La vittoria della Grande guerra patriottica, anche agli occhi dei più scettici, diventa la legittimazione della Rivoluzione e del potere del regime. Nonostante le grandi perdite umane e materiali, la ricostruzione del Paese è stata relativamente semplice, anche perché si trattava soltanto di ristrutturare o rimettere in funzione infrastrutture preesistenti, tanto che l’industria presenta nuovamente le caratteristiche degli anni Trenta, manifestando di conseguenza una certa riluttanza e rigidità all’innovazione. I ritmi di crescita registrati nel dopoguerra in URSS sono i più alti in tutta la sua storia, pertanto, la stabilità raggiunta, l’acquisizione di un prestigio internazionale senza precedenti e l’esperienza positiva della guerra illudono la popolazione, la quale si sano le operazioni di pulizia etnica, le deportazioni (mai interrotte nemmeno durante la guerra) e la repressione di ogni forma di dissenso, anche tra la leadership del partito, che ora più che mai avverte la necessità di apportare cambiamenti. Tutto ciò è accompagnato dalla scarsa reperibilità dei beni di consumo e dall’agricoltura che rimane ancora piuttosto arretrata. La fine della guerra coincide con la definitiva ribalta internazionale dei due veri vincitori: Stati Uniti e Unione Sovietica, intorno ai quali si polarizza l’intero sistema mondo. Infatti, si vengono a creare sfere di influenza attorno alle quali orbitano tutte le entità che si allineano all’asse sovietico o americano. La stessa Europa è divisa da una “cortina di ferro”, che si estende lungo l’asse Stettino -Trieste, come affermato da Winston Churchill durante il discorso di Fulton (Missouri). Ha inizio pertanto la Guerra fredda, ovvero, il tentativo di entrambe le potenze di consacrarsi come la potenza egemone, attraverso la partecipazione in schieramenti opposti in conflitti sorti in diversi parti del globo e la sfrenata competizione in tutti i campi e aspetti della società, dall’industria bellica e aerospaziale allo sport.La scomparsa di Iosif Vissarionovič, avvenuta il 5 marzo 1953, mette in luce la mancanza un meccanismo efficace di ricambio dei vertici di potere, in quanto precedentemente questo era un tema di cui non si poteva discutere pubblicamente. Gli eredi concordano sulla necessità di impedire il predominio di una sola persona e sarà Nikita SergeevičChruščëv, ucraino di estrazione contadina, a prendere le redini del Paese, venendo nominato nel 1953 Segretario del PCUS e assumendo, nel 1958, la carica di Primo ministro. L’elemento decisivo per la sua vittoria è stato il rafforzamento della preminenza del Partito sull’apparato dello Stato, come dimostrato dallo scorporo del KGB (erede del NKVD, addetto allo spionaggio e ai servizi segreti all’estero) dal Ministero dell’interno e dal trasferimento dei poteri ministeriali ai sovnarchozy, consigli regionali di direzione economica competenti in più campi, e alle segreterie regionali, costringendo così i funzionari a recarsi in provincia.Terminato il XX Congresso del Partito Comunista del 1956, a porte chiuse, il Segretario tiene un discorso contenente le verità e le condanne dei crimini perpetrati durante il Terrore, importanti omissioni riguardanti le atrocità commesse durante la collettivizzazione e il primo Piano quinquennale (per non minare le fondamenta dell’intero sistema economico) e menzogne. Il discorso, passato alla storia come il discorso della destalinizzazione, è seguito dallo smantellamento del culto della personalità del defunto leader e dell’icona del valoroso ed eroico condottiero della Grande guerra patriottica. L’età chruščëviana è conosciuta anche con il nome di “disgelo” (ottepel’), termine impiegato per riferirsi ad un’epoca di relativa libertà culturale, in cui si comincia ad affrontare argomenti fino ad allora proibiti (gulag, antisemitismo e le testimonianze dei deportati). Non bisogna farsi ingannare dalle apparenze, perché le aperture del “disgelo” rimangono comunque precarie e una vera e propria libertà intellettuale non esiste ancora; il sistema di censura è influenzato dall’andamento della politica interna ed estera e da Chruščëv e i suoi stretti collaboratori, i quali si arrogano un diritto di veto vero e proprio. La riforma del codice penale è un’altra testimonianza della volontà della nuova dirigenza di prendere le distanze dall’età staliniana che, in questo caso, avviene attraverso una distensione del nuovo sistema giuridico e dell’apparato poliziesco, come dimostrato dalla fine dell’arbitrio incondizionato della polizia politica, posta sotto il controllo della procura e dei tribunali locali, dal diritto acquisito dai detenuti di potersi appellare ai propri diritti e dall’abolizione della pena di morte per il reato di “crimine controrivoluzionario” e per coloro etichettati come “nemici del popolo”. Inoltre, si assiste al ridimensionamento del sistema Gulag, con la liberazione e riabilitazione di milioni di individui. Date le sue origini contadine, l’ambito prediletto da Chruščëv per le sperimentazioni è l’agricoltura. Alcune si rivelano davvero fallimentari, come il dissodamento delle terre vergini e il raggruppamento dei kolchozy in città agricole. Decide poi di abolire le stazioni di macchine e trattori in favore della selchozteknika, un’organizzazione che fornisce assistenza tecnica alle aziende. Tuttavia, i successi ottenuti dalla coltivazione diaree prima inutilizzate e il vasto ricorso a fertilizzanti chimici contribuiscono ai buoni raccolti ottenuti fino al 1958, anno da cui riparte l’annuale decrescita, che nel 1963 sfocerà in carestia. Il sesto Piano quinquennale non viene portato a termine in favore del varo del Piano settennale, anch’esso abbandonato prima del termine, nel 1963, con il ristabilimento del Consiglio superiore dell’economia nazionale. Le priorità dell’economia sovietica continuano a rimanere pressoché le medesime e poche sono le risorse impiegate per incrementare la produzione dei beni di consumo, per garantire un welfare moderno e un significativo miglioramento delle condizioni di vita. Ciononostante, qualche progresso s’intravede con il rinnovamento delle prime tutele pensionistiche e infortunistiche per i lavoratori e i cittadini e con i passi in avanti compiuti nell’istruzione e nella sanità. Un altro tratto distintivo di quegli anni è il sorpasso delle città sulle campagne: a metà anni ’50 più di metà popolazione è urbana e nel mentre le disparità tra le repubbliche aumentano. La politica estera del periodo chruščëviano affonda le proprie radici nel termine “coesistenza pacifica” che si fonda sull’evitabilità della guerra contro i paesi capitalistici. Si ha come l’impressione che l’Unione Sovietica abbia veramente l’intenzione di estendere il “disgelo” anche alla politica estera, come dimostrato dalla pacifica risoluzione della questione austriaca del 1955 e dalla Dichiarazione congiunta sulla legittimità delle differenze nazionali nello sviluppo del socialismo, con il conseguente mitigamento delle relazioni con la Jugoslavia titina. Ad ogni modo, nella sua sfera d’influenza continua ad esercitare un inflessibile dominio, ufficialmente formalizzato con l’istituzione del Patto di Varsavia, non consentendo nessuna iniziativa riformatrice. Dopo aver minacciato lo spargimento di sangue in Polonia (sventato grazie all’intervento delle autorità polacche su pressione sovietica), la Russia lo attua in Ungheria per soffocare l’insurrezione: l’intenzione di diventare un paese neutrale e uscire dal sistema del partito unico è costata carissimo agli ungheresi. L’immagine internazionale dell’URSS subisce un duro colpo, ma riacquista subito un nuovo prestigio in seguito alle conquiste nello spazio. Nell’aprile del 1961 Jurij Gagarin è il primo essere umano ad andare nello spazio e ciò rappresenta un primato di assoluto valore, la cui gioia però svanisce presto, in quanto ad agosto vengono eretti i primi sbarramenti del muro di Berlino. La costruzione del muro è l’atto finale della crisi scoppiata in seguito all’ultimatum sovietico agli alleati di abbandonare la città nel 1958, lanciato a causa dello stanziamento di missili americani in suolo europeo. Con la Crisi di Cuba i rapporti con gli Stati Uniti peggiorano drasticamente, raggiungendo uno dei minimi più bassi registrati durante la Guerra fredda. Fortunatamente, tutto si risolve piuttosto velocemente con la disinstallazione dei missili sovietici dal territorio cubano, la rimozione del blocco navale statunitense e l’impegno di non abbattere il regime comunista di Fidel Castro. Anche la relazioni con la vicina Cina si rivelano alquanto difficili, soprattutto in seguito alla manifesta volontà di Mao di avviare la transizione dal socialismo al comunismo (“Seconda rivoluzione”) e alle sue critiche aperte verso la destalinizzazione e la “coesistenza pacifica”. Il dittatore cinese rincara la sua dose di accuse in occasione della rimozione dal suolo cubano dei missili con testate nucleari, imputando all’Unione Sovietica la volontà di instaurare un regime capitalistico, al che i russi replicano tacciando il regime cinese di atteggiamenti irresponsabili volti a scatenare una guerra. Trattando gli anni Cinquanta, è doveroso ricordare un avvenimento che ai giorni nostri è tornato nuovamente alla ribalta, vale a dire, la cessione della Crimea all’Ucraina. Il passaggio è stato formalizzato dal Primo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Nikita SergeevičChruščëv, in occasione del trecentesimo anniversario del Trattato di Perejaslav, come segno dell’unificazione tra Russia e Ucraina . Il “dono” della Crimea si inserisce in un più ampio quadro di politiche attuate in quegli anni che hanno contribuito alla crescita delle classi dirigenti non russe fuori dalla Russia e hanno apportato benefici ai partiti delle repubbliche. Inoltre, le persecuzioni di età staliniana hanno liquidato moltissime organizzazioni nazionaliste, non sopprimendo però gli ideali e i sentimenti di cui i suoi componenti si facevano portatori. Con la riforma dei gulag e la liberazione di milioni di detenuti, molti ex-attivisti nazionalisti fanno ritorno nelle loro repubbliche d’origine e proseguono nella divulgazione dei loro ideali, soprattutto in Ucraina e nelle Repubbliche baltiche, che diventano importanti baluardi dell’astio nei confronti del regime. Nikita Sergeevič passa molto tempo all’estero e le continue sperimentazioni gli hanno estraniato diversi settori dell’apparato, trascurando di conseguenza il consolidamento del proprio potere personale. Inoltre, le battute d’arresto in campo economico sommate a una politica estera non sempre brillante, lo hanno reso sempre più vulnerabile, tanto che nel 1964 viene sollevato dalle sue cariche e rimpiazzato da Leonid Il’ičBrežnev nel ruolo di Primo segretario e da AleksejNikolaevičKosygin alla presidenza del Consiglio dei ministri. Dopo un periodo di leadership collettiva, a metà degli anni ’60 la figura di Leonid Il’ič si consolida. La sua agenda politica si discosta notevolmente da quella del suo predecessore per l’intenzione di intensificare i rapporti con il complesso militare e industriale, per la riabilitazione di Stalin (pubblicare su temi pungenti risulta di nuovo impossibile) e per la rinnovata importanza dell’ideologia di Stato, alla quale bisogna allinearsi onde evitare repressioni poliziesche, condanne ai lavori forzati o, per gli oppositori, la detenzione in ospedali psichiatrici. In più, emerge un forte desiderio di tranquillità e stabilità, che segna la fine della stagione delle innovazioni chruščëviane. Chi domina però non è la dirigenza politica; il Partito è divenuto oramai la facciata pubblica di chi, grazie al mercanteggiamento , alla contrattazione e a un fitto sistema di reti clientelari di favori e di raccomandazioni, tesse realmente le fila dello Stato, ovvero, la burocrazia, la nomenklatura, consolidatasi in questo periodo e in precedenza originata in quanto “superstite” delle politiche staliniane e rimasta silente durante il decentramento del potere statale voluto da Chruščëv. Tutto ciò conduce a una fase di stabilità e continuità, detta “stagnazione” (zastoj in russo), che preannuncia l’erosione del sistema politico, l’incapacità crescente della classe dirigente di governare e soprattutto le difficoltà nel varare nuove riforme. In campo economico si opta per ridare centralità al Gosplan, che si rende protagonista dell’elaborazione di due Piani quinquennali, l’ottavo e il nono, che ottengono rispettivamente risultati buoni e deludenti. Ad ogni modo, gli indici di crescita rallentano a causa delle consistenti spese militari e all’eccessiva burocratizzazione della gestione economica, ma tra gli anni ’60 e ’70 gli standard di vita migliorano comunque. Ciòche la popolazione non immagina è che l’apparente benestare di questi anni sia il frutto di una struttura effimera e temporanea, galvanizzata da fenomeni transitori e retta su fondamenta altamente instabili, che presto o tardi sarebbero crollate nel tentativo di sostituirle, possibilmente modernizzandole. Infatti, esso è dovuto perlopiù all’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio, di cui l’URSS è grande esportatore, e dal fatto che una buona parte delle attività economiche ricadono nella “seconda economia” o “economia dell’ombra” . Tutto fa parte di un patto non scritto tra cittadini e Stato, dispensatore di diritti elementari acquisiti, quali il diritto alla preservazione del proprio lavoro, alla sanità, all’istruzione, ecc. (un pacchetto ancora arretrato se confrontato con i sistemi di welfare occidentali), volto a compensare le inefficienze della pianificazione burocratica. La politica estera, invece, non è caratterizzata dal senso di stagnazione che permea l’amministrazione dello Stato e la sua politica interna, bensì sembra ricalcare la falsa linea della precedente, manifestando una condotta analoga nelle relazioni con i paesi del Patto di Varsavia, gli Stati Uniti e la Cina. Per l’appunto, la Primavera di Praga del 1968 ha testimoniato nuovamente la manifesta volontà di non accettare alcuna iniziativa riformatrice e, all’accusa di violazione del principio di non ingerenza contenuto nel Patto, l’URSS risponde con la “dottrina Brežnev”, che sostiene il principio della “sovranità limitata” degli Stati socialisti in caso di minaccia per l’esistenza stessa del mondo socialista. Mentre, con il rivale americano, una volta ripreso il dialogo bruscamente interrotto per l’intervento statunitense in Vietnam, si ricerca una linea di distensione, con l’intenzione di rafforzare la “coesistenza pacifica” di fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta. Nel 1969 ad Helsinki hanno inizio i colloqui per la limitazione delle armi strategiche, che conducono all’accordo SALT-1 del 1972. A distanza di tre anni, sempre ad Helsinki, ha luogo la celebre Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE) e la stipula di un trattato, i cui punti chiave sono il riconoscimento delle frontiere postbelliche, la distensione e l’istituzione di un gruppo di monitoraggio per certificare l’impegno nel rispetto dei diritti umani nel blocco socialista. L’ennesimo deterioramento delle relazioni tra i due Paesi è rappresentato dall’invasione sovieticadell’Afghanistan, punita con il blocco della ratifica del trattato SALT-2 e con il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca del 1980. L’elezione a presidente di Ronald Reagan coincide con la ripresa delle negoziazioni sulla riduzione delle armi strategiche, ora denominate START. Nel frattempo, i rapporti con la Cina sono ulteriormente peggiorati, raggiungendo i minimi storici. L’appoggio al regime vietnamita di Ho Chi Minh e il ruolo di paciere assunto dall’Unione nel conflitto indo-pakistano sono mal accolti dai cinesi, che, invece, nel sud-est asiatico appoggiano i khmer rossi cambogiani e nella regione indiana vogliono esercitare un ruolo egemonico. Inoltre, a metà anni Sessanta circa Mao lancia la “Grande rivoluzione culturale proletaria”, i cui eccessi sono denunciati dai sovietici e durante la quale si verifica l’assalto all’ambasciata dell’URSS di Pechino. Si giunge così alla cessazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi e ad alcuni scontri di confine; i rapporti stentano a migliorare e la Cina sarà poi uno dei tanti paesi che condannerà l’invasione dell’Afghanistan e che prenderà parte al boicottaggio delle Olimpiadi del 1980. Dal 1977 la salute di Brežnev peggiora e al potere si consolida un gruppo con un’età media molto elevata, un prodotto dell’immobilismo del tempo che riflette l’assoluta mancanza di ricambio generazionale. Ed è così che, fino alla morte del Segretario nel 1982, il Paese è governato di fatto da una gerontocrazia. Il successore di Brežnev, Jurij VladimirovičAndropov, presidente del KGB ed esponente della gerontocrazia, riesce ad operare un ricambio nella burocrazia di partito e percepisce che dei cambiamenti sono necessari, ma non è in grado di apportarli, sia perché rimane in carica soltanto due anni sia perché nessuno, compreso lui probabilmente, è in grado di riformare il sistema, in quanto ancora indissolubilmente ancorato ai contesti dentro il quale si è formato ed è cresciuto. Prima di morire, coglie però la necessità di un ricambio generazionale ed individua in Michail SergeevičGorbacëv il candidato ideale. Tuttavia, i brežneviani eleggono Konstantin UstinovičČernenko, leader anziano in pessima salute che infatti muore soltanto tredici mesi dopo la sua elezione. Il cambio oramai è inevitabile e nel 1985 Michail SergeevičGorbacëv viene eletto Segretario generale del PCUS.Il nuovo segretario sostiene la necessità di attuare una profonda ristrutturazione dell’intero sistema sovietico, la cosiddetta perestrojka. Al principio, il suo riformismos’ispira al “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubček, rimanendo però fedele ai principi leninisti per ricreare un sistema socialista che fosse più libero economicamente e più efficiente. Lo strumento individuato per attuare tale rinnovamento è il Partito, che è, al tempo stesso, colui che più di tutti si oppone a un effettivo cambiamento, motivo per cui tra il 1986 e il 1988 molti dirigenti e funzionari vengono sostituiti. Si generano, tuttavia, dei malumori, in quanto si sostiene che le nomine dal centro vadano contro i principi stessi della riforma e le nazionalità interpretano la sostituzione di dirigenti locali con dirigenti russi come espressione di una politica russificatrice. In seguito, il suo apparato viene ulteriormente ridotto e la Segreteria smontata in diverse Commissioni, ciascuna presieduta da un membro del Politbjuro. In contemporanea Gorbacëv presenta anche la riforma del governo, che prevede la rivitalizzazione dei Soviet sia a livello locale sia al vertice, dove si vuole trasformare il Soviet Supremo in una sorta di Parlamento, avente poteri legislativi, scelto dal Congresso dei Deputati del Popolo, collocato all’estremità del potere sovietico e a sua volta eletto a suffragio universale. Di conseguenza, lo smembramento della Segreteria, della struttura centralizzata del PCUS e il parallelo rafforzamento dei Soviet hanno fatto sì che l’Unione diventasse a tutti gli effetti un’entità federale. Oltre ad essere venuta meno la percezione di centralità e di subalternità di cui godeva il partito, adesso i Soviet delle varie repubbliche agiscono come parlamenti di Stati indipendenti, in quanto la nuova carta costituzionale non prevede vincoli di subordinazione a organi di potere centrali. Successivamente, la Costituzione del 1990, con la modifica dell’articolo 6 e l’istituzione della carica di presidente dell’Unione (ricoperta da Gorbačëv), sancisce la fine del monopolio del Partito. In ambito sociale, dopo un primo periodo di continuità con le riforme andropoviane, si apre l’epoca della glasnost’, che in russo significa trasparenza. Il suo principio di fondo è che le questioni importanti debbano essere di dominio pubblico e non più risolte, come si soleva fare sino ad allora, in dibattiti a porte chiuse che coinvolgevano soltanto la classe politica. Ad ogni modo, gli anni della trasparenza vengono ricordati soprattutto per l’acquisizione di una libertà d’azione, di parola e di pensiero inimmaginabili in Unione Sovietica. Infatti, si assiste alla nascita di associazioni politiche informali, a un generale ripensamento della storia nazionale in cui si pone l’accento sulla denuncia del sistema autoritario e dell’amministrazione centralizzata del partito, dei crimini staliniani e della “stagnazione” e, al contrario, vengono elogiati Lenin, la NEP e gli eroi positivi del socialismo. La censura viene abolita e ora è possibile pubblicare praticamente di tutto; la stampa tratta spesso temi spinosi come l’aborto, la devastazione del nucleare e la guerra in Afghanistan, oltre a riportare le terribili memorie dei detenuti nei Gulag. In questo clima anche l’attività artistica conosce un nuovo sviluppo, con la riabilitazione di dirigenti politici, artisti, scrittori e scienziati e l’uscita in patria di opere prima pubblicate soltanto all’estero. Anche la fede religiosa vive una grande crescita, soprattutto dal 1988, con l’impegno assunto dallo Stato nella tutela delle libertà religiose e il riconoscimento del ruolo svolto dalla Chiesa ortodossa nella società. Dal punto di vista economico, l’URSS versa in condizioni disastrose. Già dall’inizio degli anni Ottanta la congettura favorevole dei prezzi di petrolio e di gas finì e i giacimenti cominciarono a produrre meno. Nel 1986 emerge un ulteriore problema, ovvero, l’assoluta mancanza di risorse finanziare, che causa la sospensione del processo di rinnovamento dell’industria e di alcuni progetti ambientali. Di conseguenza, nel 1987 si opta per il passaggio a un’economia mista, in cui si garantisce una maggiore autonomia alle imprese e si crea un settore privato organizzato in cooperative, però allo stesso tempo, non si ricorre ai prezzi di mercato e ciò vanifica ogni intento innovatore. Per cui i massici investimenti per modernizzare industrie e macchinari si convertono in uno spreco di risorse e i proventi ricavati dall’esportazione di materie prime finiscono. Senza la maggiore fonte di entrate, il governo si ritrova a dover diminuire drasticamente l’importazione dei beni di consumo, causando una terribile penuria di viveri, che porterà il Paese a soffrire la fame. Le riforme parziali sono fallite, ma ormai è stato intrapreso un cammino e il ritorno all’economia pianificata appare impossibile. In patria Gorbačëv si ritrova in mezzo a due fuochi: i conservatori che ormai hanno perso la fiducia nella sua leadership e i radicali, che, aspirando allo smantellamento del regime comunista, gli contestano la lentezza con la quale le riforme vengono attuate e il loro carattere parziale. Inoltre, da ambo gli schieramenti, per ragioni chiaramente distinte, gli viene criticata la parziale rottura con il passato e l’intenzione di rinnovare il partito dall’interno. Anche l’introduzione di un sistema multipartitico, interpretato come rottura definitiva con il leninismo, è oggetto di contestazioni. Nel corso della sua esperienza ai vertici del potere sovietico, il leader del Partito cerca con scarsi risultati di strizzare l’occhio sia ai radicali sia ai conservatori. Ai primi, con l’approvazione del programma dei 500 giorni, un programma economico di transizione a una completa economia di mercato, poi però riadattato e infine abbandonato, generando una rottura insanabile con i radicali, guidati da Boris NikolaevičEl’cin. La svolta conservatrice è invece testimoniata dalla sostituzione di due ministri rimpiazzati dai conservatori Pavlov e Pugo e dalla bozza di un nuovo Trattato dell’Unione, in cui non si riconosce alle repubbliche il diritto di secessione, è ribadito il primato delle leggi dell’Unione e alle repubbliche si concede solo un limitato controllo delle proprie risorse. Nel frattempo, anche i radicali hanno creato una propria organizzazione politica, Russia Democratica, guidata da El’cin, che oltre allo scioglimento del Partito comunista, preme per la creazione di istituzioni separate per la Federazione con le quali essa possa gestire i propri affari interni e amministrare le proprie ricchezze. È così che nascono nel 1990 il Partito comunista, il KGB della RSFSR e il Congresso dei deputati del popolo della Russia, il quale ha il compito di eleggere il Soviet Supremo della Federazione, di cui El’cin diventerà presidente. Lo scopo dei radicali è svuotare l’Unione e le sue istituzioni di tutti i poteri e trasferirli alle Repubbliche, per poi ricreare una nuova Unione composta dalle Repubbliche a maggioranza russa. Tuttavia, le sue azioni rafforzano sia il nazionalismo russo sia le spinte indipendentiste, incoraggiate già in precedenza dalla fine della repressione del dissenso, dalla maggior libertà d’espressione e d’azione concesse dalla glasnost’, ma che raggiungono il punto di svolta con la proclamazione di sovranità da parte del Soviet Supremo della Repubblica estone (marzo 1988). Infatti, tutti gli Stati membri dichiarano la propria sovranità entro dicembre 1990, addirittura, nel marzo dello stesso anno, la Lituania aveva già proclamato la propria indipendenza, non accolta però dall’Unione. Il violento intervento dell’Armata rossa alla manifestazione per l’indipendenza tenutasi a Tbilisi nel marzo 1989 ha suscitato una pioggia di critiche, che ha spinto la dirigenza a promettere che, d’ora in avanti, l’esercito sarebbe intervenuto soltanto in occasione di conflitti interetnici, che, per l’appunto, sarebbero divampati da lì a poco inKazakistan, Uzbekistan, Tajikistan, Georgia e in Armenia e Azerbaijan (NagornoKarabach). Come se non bastasse, si è dovuto far fronte al crollo del blocco sovietico in Europa centrorientale, dove sono crollati, oltre al Muro di Berlino, i regimi comunisti di Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Ungheria, Bulgaria e Repubblica Democratica Tedesca (con la conseguente riunificazione delle due Germanie). La “dottrina Brežnev” risulta oramai superata, adesso ognuno opera a modo suo senza ingerenza esterne, diventando artefice del proprio destino. In Russia Gorbačëv deve far fronte a un forte calo di influenza e popolarità, incrementato tra giugno e luglio del 1990 con la recezione della dichiarazione di sovranità della RSFSR e del primato delle leggi repubblicane su quelle dell’Unione e con l’uscita dei radicali dal PCUS. Un’ulteriore flessione dei consensi si registra con l’abbandono definitivo del piano economico dei 500 giorni, la richiesta e l’ottenimento di poteri speciali per gestire personalmente la transizione a un’economia di mercato. In molti quest’ultima manovra è risuonata come un campanello d’allarme per un indesiderato ritorno all’autoritarismo. Il 1991 è un anno ricco di eventi in Unione Sovietica e d’importanza capitale per la storia dell’umanità, che si apre con il 90% dei lituani che al referendum vota a favore dell’indipendenza. Per arginare le spinte indipendentiste viene proposta una nuova bozza del Trattato costitutivo, nemmeno discussa da alcuni Stati membri, che ripristina il diritto di secessione e la ripartizione tra centro e Repubbliche della gestione delle tasse, budget, risorse e strategie di politica estera e di difesa. Per marzo s’indice poi un referendum sul mantenimento dell’Unione riformata in senso federale, a cui però non partecipano Moldavia, Georgia, Armenia e i Paesi baltici. Le altre Repubbliche si pronunciano però a favore del mantenimento dell’Unione; di conseguenza, Gorbačëv ritiene legittimo costituire una nuova URSS come libera associazione di repubbliche sovrane. In aprile, dopo che Estonia, Lettonia e Georgia si sono proclamate indipendenti, nella dacia di Novo-Ogarëvo , si raggiunge l’accordo per la stipula di un nuovo Trattato costitutivo, la cui firma è in programma per il 21 agosto e che contempla il diritto di secessione, il varo di una nuova Costituzione e nuove elezioni. È particolarmente significativa la presenza di El’cin tra i sottoscrittori degli accordi.Si decreta così la sconfitta dei conservatori e in giugno il neopresidente della Russia, forte del consenso popolare, estromette il Partito comunista dalle istituzioni della Repubblica. Con Gorbačëv fuori Mosca, nonostante le molte insicurezze, i conservatori inscenano un colpo di stato con esiti a dir poco penosi. Con pochi strumenti e nella disorganizzazione più totale procedono al sequestro del Segretario nella sua dacia crimeana e creano il Comitato statale per lo stato d’emergenza, con l’intento di proclamare lo stato d’emergenza in tutto il Paese per sei mesi. Ma il presidente El’cin, che gode di grande popolarità anche tra le forze armate, guida la protesta. I conservatori, non avendo le forze per contrastarlo, si arrendono quasi subito e i partecipanti al golpe vengono arrestati. Se da un lato il presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa ha consacrato il suo prestigio, quello dell’Unione ha irrimediabilmente minato il suo potere, tanto che su pressione dei radicali, il 24 agosto annuncia le proprie dimissioni da Segretario generale e dichiara sospesa l’attività del Partito. Tra agosto e dicembre 1991 ogni Stato proclama la propria indipendenza; oltretutto, l’8 dicembre Russia, Bielorussia e Ucraina creano la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), sottoscrivendo gli Accordi di Białowieża (poi esteso ad altre otto repubbliche ad Alma-Ata) . L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è di fatto crollata, anche se si considera il 25 dicembre come data simbolica della sua effettiva scomparsa, giorno in cui Gorbačëv si dimette da presidente dell’Unione e la bandiera sovietica viene ammainata e sostituita con il tricolore russo. Se in patria la figura di Michail SergeevičGorbačëv è controversa e ancora oggi, dopo la sua morte avvenuta il 30 agosto 2022, oggetto di dibattitto tra l’opinione pubblica, di certo non lo è in Occidente, dove invece gode di un’altissima popolarità per il suo determinante contributo alla stabilizzazione dei rapporti, all’apertura delle frontiere e alla conclusione della Guerra fredda e dove è stato molto apprezzato pure dai leader del tempo, quali Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Papa Giovanni Paolo II per il rinnovo della politica estera, frutto del novoemyšlenie. Un “nuovo mododi pensare” basato sul rispetto dei principi universali della salvaguardia dell’umanità, della libertà e sul dialogo costruttivo volto a prevenire l’insorgere di nuovi conflitti. Questa linea politica trova la sua conferma con la stabilizzazione dei rapporti sino-sovietici, con gli accordi per la conclusione della Guerra in Afghanistan e la volontà di non intervenire nelle dinamiche interne di Paesi, quali lo stesso Afghanistan, Pakistan e gli Stati membri del Patto di Varsavia. Per di più, egli crede poi fortemente nel progetto di costruzione di una casa comune europea e una asiatica, quindi, uno spazio comune europeo e, in alternativa asiatico, dove la Russia possa essere un interlocutore privilegiato, pur rispettando però le sue caratteristiche e la sua identità. Per quanto riguarda i rapporti con gli USA, invece, è stato inizialmente necessario ricucirli, dopo che nel 1984 hanno raggiunto il punto più basso della storia a causa dell’installazione di nuovi missili a corto raggio in Europa e il conseguente abbandono dei colloqui di Ginevra sulla riduzione dei missili a medio raggio. Gorbačëv, appena salito al potere, manifesta l’intenzione di riprendere il dialogo con l’America e ciò avviene nel summit di Ginevra tra il Segretario e il Presidente Reagan, dove si decide di riaprire le trattative sui missili intermedi, ma, allo stesso tempo, gli americani non sembrano rinunciare al programma “Guerre stellari” (SDI). Gli incontri tra le due superpotenze assumono cadenza annuale, infatti, si tengono a Reykjavik nel 1986, dove si raggiunge un’ampia convergenza sulla riduzione degli arsenali nucleari e a Washington nel 1987, in occasione della firma del trattato INF sulla riduzione dei missili intermedi. Poi continuano con il summit di Mosca del 1988, in cui si concorda una bozza sulla riduzione del 50% delle armi strategiche, con la firma del Trattato di Washington (un accordo sugli arsenali chimici e sui missili intercontinentali) e con il Trattato sulla riduzione delle forze convenzionali in Europa, siglati entrambi nel 1990.Per capire come il nuovo leader della Federazione riuscì ad ottenere la cieca fiducia di Eltsin e a emergere dal marasma della politica russa degli anni Novanta è necessario fare un passo indietro, andando a ricostruire la biografia dell’uomo che detiene il comando in Russia da oltre venti anni. Conoscere la sua vita prima della presidenza è fondamentale per comprendere gli equilibri di potere che si muovono in Russia e la continuità con il passato sovietico. Nato il 7 ottobre del 1952 nell’allora Leningrado, Vladimir Vladimirovič Putin, cresce in una famiglia di umili origini. La madre era un’operaia, come il padre, il quale, tuttavia, interruppe la sua mansione verso la fine degli anni Trenta per diventare sommergibilista ed essere poi arruolato durante la Seconda guerra mondiale . Uomo umile ma vicino alle attività locali del partito, avvicinò sin da subito il figlio verso le istituzioni. La scalata verso il Cremlino di Putin inizia, dunque, in giovane età e dal gradino più basso possibile, dalla periferia di Leningrado. La sua formazione accademica si svolse interamente nella sua città natale, dove conseguì una laurea in Giurisprudenza. Poco dopo, grazie aicontatti che il giovane aveva tessuto all’interno dell’università arrivò la chiamata del KGB, lo storico servizio segreto sovietico, dove Putin lavorò oltre venti anni e pose le basi per il suo arrivo al potere. Ufficialmente svolse il suo servizio, con numerosi scatti di carriera, dal marzo del 1975 all’estate del 1991, anno in cui l’Urss ha cessò di esistere . L’incarico più importante lo ottenne negli ultimi anni dell’Unione, in una strategica sede del KGB nei pressi di Dresda, in Germania Est, dalla quale fu costretto a tornare nel 1989 a seguito della caduta del Muro di Berlino.L’esperienza ad alti livelli dello Stato sovietico di Vladimir Putin è la certificazione plastica della continuità tra Unione Sovietica e Federazione Russa per quanto riguarda la sua élite al potere. Il Paese, per quanto fosse radicalmente cambiato negli ultimi anni, tanto nella struttura economica quanto nella società, non aveva subito nessun ricambio in termini di classe dirigente. Quest’ultima, infatti, aveva solo cambiato la sua retorica e il suo aspetto. Una volta terminata la sua esperienza all’estero, Putin, conobbe l’umo che diventò il suo padrino politico: AnatolijSobchak, il nuovo sindaco di San Pietroburgo. Il futuro Presidente fu chiamato a lavorare in una posizione anonima ma centrale del sistema postsovietico: responsabile della Commissione per le relazioni esterne del Comune. L’incarico prevedeva la concessione di licenze di esportazione alle aziende russe e della gestione dei beni che entravano e uscivano dal porto di San Pietroburgo. Inserito nel quadro degli anni delle privatizzazioni selvagge, questo ruolo, aveva assunto quindi un’importanza strategica molto alta. Detenere il diritto di veto sulle licenze dell’import-export di uno dei centri economici più grandi dell’intero sistema portò Putin a tessere rapporti nelle più alte sfere, specie negli ambienti più controversi della società. Quegli anni, dunque, gli permisero di conoscere le zone più oscure del potere, i segreti più nascosti del Paese, traendone vantaggio anche in termini di arricchimento personale: molte inchieste certificarono grandi profitti da parte di Putin durante l’amministrazione Sobchak. Durante suo incarico da vice-sindaco, il futuro leader, creò la sua rete di amicizie e di appoggi che gli consentirono di divenire pochi anni dopo il successore di Eltsin. Carolina De Stefano in Storia del potere in Russia stilla un elenco di alcuni nomi chiave che Putin riuscìad avvicinare in quei tempi: il futuro ministro e successivamente direttore della società petrolifera Rosneft Igor Secin; l’amministratore delegato di Gazprom Aleksej Miller; il comproprietario del Gunvor Group GennadijTimcenko; il futuro Primo ministro DmitrijMedvevdev; il presidente della Banca Rossija, noto come il “banchiere di Putin”, Jurij Koval’cuk» . Il sindaco, consapevole dell’influenza che il KGB esercitava su San Pietroburgo, sentì necessità di avvicinare alla sua amministrazione una figura che potesse intrattenere dei buoni rapporti con questo organo, fu proprio per questo che fu selezionato il profilo di Putin. In breve tempo diventò l’uomo in seconda di Sobchak, ottenendo la carica di vice-sindaco: uno scatto che gli permetterà di allargare ulteriormente le sue conoscenze. La criminalità, come già sottolineato, era estremamente fiorente in quegli anni e avere una carica importante in una delle città più ricche del Paese significava inevitabilmente venirne a contatto. Il giornalista NicolaiLilin per definire il ruolo del futuro presidente della Federazione Russa lo paragonerà alla punta di una lunga lancia, attraverso la quale le mafie e l’imprenditoria deviata infilzavano i vecchi beni dello Stato sovietico . Il 1996 fu l’anno delle elezioni amministrative a San Pietroburgo. La leadership di Sobchak era tutt’altro che stabile: uno dei suoi più fidati assistenti, Vladimir Yankolev, decise di uscire dal suo team per fondare una lista alternativa. Egli, attraverso potenti appoggi tra i potentati della città e una conoscenza profonda delle debolezze della vecchia amministrazione, riuscì ad ottenere la carica di sindaco. Come in tutte le campagne elettorali russe dopo il 1991, ci fu un grande uso dei media per guidare i cittadini al voto. Questo strumento non era utilizzato però, solo per ottenere consensi, ma soprattutto per denigrare le coalizioni avversarie. A tal riguardo, il caso delle elezioni pietroburghesi del 1996 fu emblematico: Yankolev, per anni membro dell’equipe di Sobchak, aveva disposizione una mole enorme di materiale compromettente, che fornì ai mass media per gettare fango sulla figura dell’ex sindaco, descritto adesso davanti agli occhi della popolazione come il principale fautore, insieme al suo entourage, della dilagante criminalità che travolgeva ogni settore della città. La propaganda, a causa della precisione del nuovo candidato nel descrivere le zone più oscure della vecchia amministrazione, fu estremamente efficace e garantì la vittoria aYankolev. Quest’ultimo, a dimostrazione di quanto fossero controversi i rapporti tra i poteri nella Federazione Russa, pochi mesi dopo la sua vittoria cercò di integrare Putin nel suo team, il quale, tuttavia, declinò l’offerta. I motivi di questo rifiuto rimangono ancora molto discussi, molti lo considerarono come un gesto calcolato e altri, invece, lo videro come un grande atto di lealtà verso Sobchak96 . Nel 1996, in seguito alla sconfitta elettorale, Putin, fu convocato nella capitale da Pavel Borodin: figura politica di elevatissima caratura che coprì per diversi anni il ruolo di vice capo dell’amministrazione presidenziale e capo della direzione centrale di controllo della Presidenza. Dopo due anni a Mosca, dove consolidò ulteriormente i suoi legami con i personaggi più potenti del Paese, attraverso l’appoggio del capo dell’amministrazione presidenziale Viktor Jumasev, riuscì a ottenere una delle cariche più importanti della Nazione, divenne direttore del FSB, il Servizio federale di sicurezza. Questo organo, sorto nel 1995, ereditò il ruolo e la funzione del KGB sovietico: strutture e personale rimasero furono largamente mantenuti . Fu proprio durante questa esperienza al vertice che Putin conquistò la fiducia di Boris Eltsin. Nel 1998, infatti, la crisi finanziaria imperversava e il Presidente era alla disperata ricerca di un sostituto che potesse proteggerlo da ogni tipo di azione penale, che verosimilmente sarebbe scattata una volta che avesse ceduto il potere qualora, il suo successore non fosse una persona a lui vicina. A tal proposito, tra i primissimi atti del Presidente ad interim, vi fu quello di concedere l’amnistia a Eltsin e a tante altre figure di spicco del suo Governo .Putin, negli anni, consolidò la sua popolarità attraverso un’aspra critica nei confronti, oltre che dei responsabili del crollo dell’Urss, dei protagonisti delle privatizzazioni, nonostante anch’egli avesse tratto enormi benefici in termini sia economici che di potere, che difficilmente avrebbe ottenuto senza il tumulto degli anni Novanta. Una volta al Cremlino, tuttavia, condannò, talvolta con dichiarazioni, talaltra con vere e proprie sentenze di tribunale pilotate, una serie di figure con cui egli lavorò a stretto contatto per diversi anni. Nonostante, infatti, larga parte dei suoi consensi arriverà proprio dal suodichiarato disprezzo verso quel segmento del XX secolo, egli rappresenta la personalità che più ne ha giovato. Pochi mesi prima che Putin diventasse Primo ministro, a causa della terribile crisi del 1998, si era aperto un durissimo scontro tra Eltsin e la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa. La Duma, infatti, per spodestare il Presidente, individuato come il principale responsabile del disastro economico del Paese, impose il nome di Primakov per formare un nuovo Governo. Dopo la sua nomina, inoltre, fu iniziato un altro tentativo di impeachment ai danni di Eltsin, il quale reagì pretendendo le dimissioni di Primakov e di fatto sostituendolo, in maggio, con SergejStepasin, al quale subentrò Putin tre mesi dopo. Egli emerse, dunque, da un marasma istituzionale estremamente violento, durante il quale il sistema russo stava subendo pressioni interne ed esterne molto forti. Come scrive Antonella Scott sul Sole 24 Ore: «Le dimissioni di Eltsin e il lancio di Putin sono avvenimenti che hanno a che fare con un’abilissima manovra di palazzo più che con un avvicendamento democratico». Prima di ottenere definitivamente la carica di Presidente, Putin, dovette affrontare lo scoglio delle elezioni per la Duma del dicembre 1999, le quali costituirono un test fondamentale per la sua leadership. Durante questa tornata elettorale si registrò una grande delusione della coalizione di Primakov, Patria Tutta la Russia, la quale ottenne solo il 12% e un grande successo, invece, la formazione di Putin con il 24% dei voti. Il migliore risultato lo ebbero i comunisti, capeggiati da Zjuganov, che riuscirono a garantirsi il 25% degli elettori. Essi, tuttavia, non avendo l’appoggio dei gangli più potenti del Paese non riuscirono a sfruttare a pieno questo successo e furono costretti ad allearsi con Unità, la lista di Putin . Fu proprio attraverso questo sodalizio che il nuovo Premier riuscì a far ritirare Primakov dalla corsa alla presidenza e riuscendo così, nel marzo del 2000, a vincere le elezioni, con l’ausilio di una faraonica campagna elettorale. Tra le elezioni per la Duma e quelle per la presidenza della Federazione Russa, si consumava al contempo l’addio dalla politica di Boris Eltsin, il quale nello storico discorso di capodanno del 2000 lasciò definitivamente il suo testimone a Putin.La sua ascesa al potere è tutt’oggi materia di dibattitto da parte degli storici che si sono occupati della Federazione Russa. La scelta di Putin, tra centinaia di volti, come candidato presidente è ancora largamente coperta da un velo di mistero. Il leader russo non aveva mai ricoperto prima di allora ruoli mediaticamente esposti e, infatti, quando giunse al potere larga parte della popolazione non conosceva il suo nome. La Russia contemporanea, mette in risalto le due correnti di pensiero rispetto alle modalità della misteriosa ascesa di Putin, organizzando il dibattito tra coloro i quali misero in risalto il fatto che il cambio al potere avvenne senza violenza né colpi di Stato e altri, invece, che sottolinearono che la designazione eltsiniana, unita al controllo degli strumenti che pilotarono le elezioni, pregiudicarono la natura democratica di questo processo. Infine con l’invasione russa dell’Ucraina avvenuta il 24 Febbraio 2022, preceduta dall’unilaterale decisione del presidente russo Vladimir Putin di riconoscere come entità indipendenti le regioni orientali ucraine di Donetsk e Luhansk, ha scatenato un sanguinoso conflitto in seno al continente europeo che tutt’ora continua a protrarsi. La violenza con cui l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina e della sua popolazione si è svolta, insieme all’infrazione dell’ordine e della pace mondiale, nonché delle norme giuridiche che regolano il sistema di relazioni all’interno della comunità internazionale, hanno reso il conflitto russo-ucraino materia di discussione e preoccupazione globale. Sin dal suo inizio, infatti, è stato al centro dell’interesse mediatico di tutto il mondo, che ne ha scandito gli avvenimenti e che si è reso parte direttamente come dimensione dell’andamento del conflitto stesso. L’escalation di violenza e dell’uso della forza in maniera illegittima da parte della Russia, ha profondamente turbato l’equilibrio della sfera internazionale e delle principali istituzioni globali, che hanno provveduto a muoversi celermente al fine di rispondere a una tale breccia della pace, soprattutto perché avvenuta all’interno di un area che dovrebbe promuovere la democrazia e la risoluzione di conflitti in maniera pacifica, come indicato nelle norme del sistema giuridico internazionale. Dalle Nazioni Unite, all’Unione Europea ad anche organizzazioni internazionali non governative, la comunità internazionale e le sue principali istituzioni hanno inequivocabilmente condannato la condotta della Russia, schierandosi dalla parte dell’Ucraina e richiedendo l’immediata cessazione del conflitto e delle azioni illegali perpetrate a danno della popolazione ucraina e dei principi fondanti del sistema giuridico internazionale. Le decisioni del governo russo si sono tradotte nella violazione della sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina, nonché all’infrazione della proibizione dell’uso della forza e alla violazione di numerosi diritti umani e norme del diritto internazionale umanitario. Sarebbe tuttavia errato considerare lo scoppio della guerra in Ucraina come un evento a sé stante, scevro da influenze del passato e di conflitti precedenti. Le relazioni e le dinamiche che intercorrono tra Ucraina e Russia, infatti, ora venute alla luce così prepotentemente, sono frutto di un’eredità storica che si intreccia strettamente con il passato, le ideologie, l’etnia e le tradizioni che questi due stati condividono. Oggi Ucraina e Russia si trovano nuovamente schierate in un conflitto prolungato di cui è difficile prevedere l’esito: da un lato la Russia che non accenna a voler rinunciare alla sua area di influenza; dall’altro l’Ucraina irriducibilmente impegnata a difendere la propria esistenza in quanto nazione indipendente e sovrana. A complicare il quadro, il carattere internazionale del conflitto che vede l’intensificarsi del sostegno occidentale all’Ucraina. Sebbene, infatti, alcuni esperti ritengano l’invasione del 2022 l’ultima fase di quello scontro che, iniziato nel 2014 con l’annessione della Crimea, avrebbe vissuto una tregua per poi esplodere otto anni dopo, l’elemento di novità è rappresentato oggi dall’internazionalizzazione del conflitto. Lo proverebbero le relazioni sino-russe degli ultimi anni anche se il presidente Xi Jinping sembra voler mantenere una posizione di prudenza rivelata dalle dichiarazioni che ribadiscono il rispetto della sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli Stati, ivi compresa l’Ucraina, da parte della Cina. Meno prudenti sembrano invece essere le posizioni del Presidente americano Joe Biden che ha reagito alla minaccia russa di destabilizzazione di quello che, secondo alcuni, sarebbe “l’impero americano”, ovvero l’Europa, con una guerra economica che avrebbe trasformato la strategia della deterrenza in quella, più contemporanea, della pressione economica declinata nelle sanzioni commutate a Mosca per le sue violazioni. Dunque da un lato gli Stati Uniti, convenzionalmente garanti della democrazia e del diritto internazionale, dall’altro la Russia autoproclamatasi difensore del popolo ucraino, sembrerebbero essere i veri protagonisti dello scontro. In questo quadro, l’Ucraina sarebbe l’oggetto della contesa, un simbolo dell’influenza russa o statunitense sull’Europa orientale. Tuttavia, questa interpretazione non regge la prova della storia e, anzi, sembrerebbe avallare le tesi di Mosca per cui l’Ucraina sarebbe stata manovrata dall’Occidente. Ciò che, invece, sembrerebbe essere certo è che il riaccendersi della cosiddetta questione ucraina ha aperto una questione ben più ampia che riguarda la tenuta dell’ordine geopolitico europeo, e forse mondiale, post guerra fredda. L’Ucraina, dopo l’indipendenza del 1991, si presenta come uno stato fortemente segnato dal retaggio sovietico che, nonostante i ripetuti tentativi di trasformare la propria economia, ha continuato a soffrire dell’eredità, sul piano interno, degli oltre settant’anni di appartenenza all’Unione Sovietica. Ciò risulta evidente negli sforzi compiuti per eliminare almeno due ostacoli al proprio sviluppo: la corruzione e la concentrazione di ricchezza nelle mani degli oligarchi. Va detto, tuttavia, che una trasformazione del paese è avvenuta. La società ucraina ha visto l’emergere di una nuova classe che nel corso di un decennio, dalla Rivoluzione arancione del 2004 a quella delle Dignità del 2014, ha espresso la volontà di allontanarsi dall’influenza sovietica per avvicinarsi al modello economico e politico occidentale. L’Ucraina post sovietica ha dunque intrapreso un percorso politico-istituzionale opposto rispetto alla Russia. La stessa costituzione del paese rivendica l’identità nazionale, la tradizione repubblicana e il legame con l’Europa e con il modello sociale, economico, politico e culturale con l’Occidente. Quanto alla Russia, alla luce dell’invasione all’Ucraina del 24 febbraio del 2022, è possibile individuare almeno un elemento di continuità nella politica estera post sovietica di Mosca: l’eccezionalismo russo per cui la Russia avrebbe «il dovere quasi divino di riunire gruppi etnici più piccoli (e nazioni) intorno al suo nucleo». Questa impostazione che attinge alla nozione dell’epoca zarista del “destino manifesto” della Russia risalirebbe all’idea di Ivan il Terribile di Russia quale Terza Roma. In continuità con quest’idea, la Russia di Putin, si caratterizza per una politica estera nazionalista che si fonda sulla tesi che esista un legame naturale e indissolubile tra la Russia e gli stati ad essa confinanti nella parte sud orientale, in particolare l’Ucraina, simbolo dell’antico stato mediovale della Rus’di Kiev. Corollario di questa tesi sarebbe il ruolo della Russia quale difensore del proprio legame con lo stato slavo comune (Russia, Bielorussa e Ucraina), dissoltosi con la fine della guerra fredda, dall’influenza occidentale. In questo senso l’Occidente, a partire dall’espansione della NATO e dell’Unione Europea, avrebbe avuto un ruolo nella ridefinizione dell’eccezionalismo russo in chiave culturale. Anche l’Unione Economica Euroasiatica del 2011 rifletterebbe la necessità di forzare un alternativa russa al modello europeo che però, al contrario di quello russo pensato sull’ “unica” identità russa, si fonda sulla promozione di una cultura trans etnica. In questo quadro, l’integrazione dell’Ucraina con l’Unione Europea, mina il sogno russo dell’egemonia regionale dal punto di vista economico e geopolitico. Di conseguenza, sembrerebbe che l’eccezionalismo russo, con rispetto all’Ucraina, abbia in realtà l’obiettivo di creare una faglia, o meglio una frattura, proprio tra Ucraina e Unione Europea. Sono numerosi gli esperti che sposano questa lettura sottolineando che l’elemento della comunanza etnico-culturale sia poco più che un pretesto dietro al quale si celerebbe l’obiettivo geostrategico di limitare l’influenza europea in un territorio, quello dell’Ucraina, fondamentale. Tutto ciò porta a concludere che l’Ucraina sia oggi diventata il simbolo di una guerra che contiene in sé diversi scontri di cui il primo, quello più tangibile e straziante, è la guerra tra russi ed ucraini. A questa, tuttavia, si aggiunge la contrapposizione tra sistemi politici: da un lato il modello autocratico russo, dall’altro quello democratico-liberale europeo. Infine, una terza dimensione dello scontro riguarda gli Stati Uniti e la mancata promessa di non allargamento delle NATO verso est. A quasi un anno dall’inizio del conflitto prevedere l’esito di questi scontri resta difficile, come difficile era la previsione dell’invasione dello scorso 24 febbraio. I governi occidentali oggi, come nel 2014, sembrano non essere in grado di formulare una risposta compatta di fronte a questa crisi. Russia e Ucraina non sembrano, per ora, disposte a cedere e imboccare la strada del compromesso e dunque della pace, nonostante i diversi tentativi di mediazione da parte di terzi. Di conseguenza, si evince una rigidità delle posizioni tale per cui la realizzazione di un accordo in tempi brevi, o relativamente brevi, non sembra essere convincente. Probabilmente, l’impressione della Russia, e forse di Putin, era quella di poter vincere una “guerra lampo”, in un momento in cui, la pandemia da covid-19 aveva destabilizzato e indebolito l’occidente. Al contrario, la resistenza ucraina si è rivelata in grado di rispondere adeguatamente al fuoco russo che non ha risparmiato i civili e che non si è limitata alle armi convenzionali. Al di là della minaccia atomica, evidentemente sottovalutata in questa fase del conflitto, la Russia è infatti ricorsa a strategie di guerra ibrida per indebolire il suo nemico. Quale sia l’obiettivo ultimo di Putin, se la sola Ucraina, fondamentale dal punto di vista strategico e propagandistico per legittimare la potenza russa tanto sul piano interno che su quello esterno, o la ricomposizione dell’ex area di influenza sovietica, non è del tutto chiaro. Soprattutto, non è di facile comprensione perché questa guerra debba essere combattuta oggi e non al momento dell’indipendenza ucraina del 1991, o al momento del vertice di Bucarest del 2008 quando l’Ucraina aveva presentato formale per avviare un piano di adesione NATO, oppure già nel giugno del 2021 in occasione del vertice di Bruxelles che aveva recuperato e ribadito quanto stabilito in quello di Bucarest del 2008. Allo stesso modo, per quanto il conflitto dal lato ucraino si motiva con la necessità inevitabile di reagire all’invasione russa e difendere l’estensione territoriale e soprattutto la sovranità del paese, alcune ambiguità vanno sottolineate. Innanzitutto, si evidenzia una propaganda internazionale che criminalizza il nemico russo per offrire un’immagine, in contrapposizione, dell’Ucraina come paese democratico e meritevole di essere pienamente e a pieno titolo accolto nelle principali istituzioni, in Europa e nella NATO. Non è certo il primo segnale della volontà di questo paese di aderire all’organizzazione, al contrario la novità è forse la nuova strategia del governo ucraino per raggiungere tali obiettivi che, fino a qualche mese fa, apparivano ancora distanti soprattutto in ragione dell’arretratezza economica e della corruzione che ancora persistono nel paese. Un ulteriore elemento di riflessione è rappresentato dalle conseguenze, o meglio, dall’impatto che il conflitto sta avendo sull’occidente tutto e, in maniera particolare sull’Europa. L’Europa, infatti, fedele “alleato-vassallo” degli Stati Uniti ha immediatamente prestato la sua piena solidarietà nei confronti dell’Ucraina senza però assumere un atteggiamento compatto per la risoluzione della crisi. Certamente la violazione grave della sovranità territoriale dello Stato ucraino da parte della Russia è stata condannata, tuttavia, ciò che risulta evidente è l’incapacità di individuare una risposta altra rispetto alle sanzioni economiche e la condanna dell’aggressione. Da questo punto di vista, la questione ucraina ha mostrato e forse amplificato la crisi della cosiddetta governance europea, anche questa di non facile risoluzione. Si potrebbe perfino azzardare che, dal punto di vista europeo, la crisi ucraina rappresenta una occasione perduta su almeno due piani, il primo e più importante dei quali, è forse l’occasione di ritrovare una autonomia politica rispetto agli Stati Uniti, per la prima volta rispetto alla fine della seconda guerra mondiale. Con ciò non si vuole sostenere che l’attuale conflitto abbia avuto o abbia una rilevanza maggiore rispetto ad altri conflitti che si sono susseguiti nel globo negli ultimi settant’anni, ma non bisogna sottovalutare la collocazione geografica degli attori ora coinvolti. In questo senso, un conflitto geograficamente europeo perché combattuto in Ucraina, richiederebbe forse una maggiore e più decisa risposta europea. Allo stesso modo, un’altra occasione perduta dell’Europa contemporanea, è probabilmente di natura ideologica. Si tratta di analizzare l’applicazione dei valori europei, in particolare della solidarietà europea, e della relatività con cui, in maniera più o meno autonoma da parte dei singoli stati membri, la si applica alle situazioni. Ci si è interrogati, ad esempio, durante le prime fasi del conflitto, rispetto all’inedita protezione temporanea che l’Europa ha accordato ai profughi ucraini per un massimo di tre anni. In particolare, ci si è domandati, con rispetto alla Polonia, cosa avesse imposto una nuova declinazione della solidarietà accordata ai profughi ucraini nel 2022 e non ai migranti provenienti dal Medio oriente che, solo lo scorso novembre 2021, venivano ammassati al confine tra Bielorussia e Polonia. Da questo punto di vista, non si può affermare che l’applicazione dei valori europei sia del tutto uniforme e coerente in tutte le occasioni. Inoltre, ad un primo bilancio, si registra un, auspicabilmente momentaneo, fallimento della diplomazia europea che, probabilmente, soffre la mancanza di un leader in grado di porsi al di sopra degli interessi particolaristici dei singoli stati. Allo stesso modo, gli Stati Uniti, a tutti gli effetti l’interlocutore con cui la Russia dovrebbe negoziare un accordo, non hanno assunto un atteggiamento favorevole alla soluzione diplomatica. Va detto che, al momento attuale, non è chiaro quale siano le motivazioni che sostanziano l’atteggiamento americano, come non sembra plausibile che la conclusione del conflitto a favore di uno o dell’altro attore coinvolto possa concretamente mutare il ruolo americano. Dinanzi ad una vittoria russa e all’ipotetica completa annessione dell’Ucraina o, al contrario, ad una vittoria ucraina sostenuta dagli americani, è difficile immaginare uno stravolgimento degli equilibri generali. Non bisogna sottovalutare, infatti, che le relazioni internazionali hanno assunto un carattere multilaterale tale per cui la contrapposizione dei due blocchi, tipica della guerra fredda, risulterebbe oggi anacronistica e probabilmente irrealistica. Quello che sembrerebbe essere probabilmente maggiormente plausibile è forse un progressivo disinteresse verso la questione simile a quanto accaduto per l’Afghanistan. A stabilire le sorti di questo conflitto saranno probabilmente i risultati delle prossime elezioni americane e, in misura non minore, la capacità dell’occidente di individuare risposte energetiche alternative al gas russo. Se, infatti, la riduzione dell’erogazione ha consentito l’opportunità di individuare fonti alternative che potessero integrare la carenza provocata dalle “contro sanzioni” russe, è evidente che un prolungarsi del conflitto determinerà l’urgenza di sviluppare rapidamente piani energetici alternativi, ma soprattutto e stata il preludio di una situazione economicamente difficile, soprattutto dopo la recessione economica provocata dalla pandemia. Sono questi aspetti da non sottovalutare e che ci permettono di comprendere quanto la questione ucraina sia in realtà intrecciata a questioni ben più ampie e oggi più che mai fondamentali. Da questo punto di vista, ci si augura che la questione ucraina possa trovare una composizione pacifica al più presto possibile, ma soprattutto ci si augura che l’occasione di questa crisi possa aprire una riflessione importante su quali debbano essere le priorità della politica internazionale, tanto occidentale ed europea, quanto globale.


