Giovanni Cardone
Fino al 3 Gennaio 2027 si potrà ammirare alla Tate Modern di Londra una mostra dedicata a Frida Kahlo – La Nascita di un’Icona a cura di Tobias Ostrander e Beatriz García-Velasco. Frida Kahlo è diventata un’icona globale e un punto di riferimento fondamentale per una generazione di artisti. Attraverso le opere di coloro che ne hanno subito l’influenza e la sua stessa produzione straordinaria si vuole ripercorre l’ascesa di Kahlo da pittrice relativamente sconosciuta a fenomeno culturale mondiale. L’esposizione nasce da una collaborazione con il Museum of Fine Arts di Houston, la mostra esamina come l’arte e la vita di Kahlo abbiano ispirato generazioni di artisti attraverso media, movimenti e comunità diverse in tutto il mondo. Per la prima volta nel Regno Unito da oltre vent’anni, i visitatori potranno scoprire l’intera evoluzione di Frida Kahlo: autoritratti raramente esposti faranno parte di una selezione di oltre trenta opere, presentate insieme a fotografie e oggetti personali. Costruendo sulla retrospettiva del 2005 della Tate Modern, questa mostra va oltre, dimostrando l’impatto di Frida sulla storia dell’arte e mettendo le sue opere in dialogo con artisti moderni e contemporanei di tutto il mondo che si sono ispirati alla sua estetica, alla sua identità e alla sua biografia. Insieme rivelano come la storia di Kahlo continui a essere reimmaginata e rivendicata da nuove generazioni, consolidando il suo posto tra le figure più influenti della storia dell’arte. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Frida Kahlo apro il mio saggio dicendo : Sulla copertina della rivista “Graphic Survey” del 1931 c’è un’illustrazione di Diego Rivera dal titolo ‘Mexicans in our midst’ che raffigura un lavoratore statunitense e uno messicano che si stringono la mano. Sotto di essi vi è un cartello, da un lato si legge ‘frontera’, dall’altro ‘border’, la parola spagnola per confine e il suo corrispettivo inglese. Solamente un anno più tardi la moglie dell’artista, Frida Kahlo, dipinse il suo ‘Autoritratto’ al confine tra Messico e USA, in cui la sua figura appare al centro di due paesaggi costellati di elementi iconografici relativi a due culture differenti. Il confronto tra queste due immagini aiuta a evidenziare analogie e differenze utili a introdurre alcune chiavi di lettura principali per ripercorrere la storia del confine tra Stati Uniti e Messico. In Diego Rivera lo si nota dall’abbigliamento degli uomini mentre in Frida Kahlo è l’industria statunitense con le sue fabbriche a contrastare visivamente con la dimensione del lavoro agricolo tradizionale della terra messicana. Nella loro diversità le immagini suggeriscono che questa è una storia fatta di momenti di incontro e scontro, di divisioni e mescolanze, di lavoro e cultura. Tracciando in breve le vicende che trasformarono il ‘border’ in una ‘herrida abierta’ che da un semplice cartello si è trasformata nel tempo in un solido muro di ferro, questo ci permetterà di comprendere le evidenti discontinuità tra i due paesaggi dipinti da Frida Kahlo, nonché coglierne alcune premesse e tematiche centrali alla ‘Border Art’. Nello scrivere “confine” in spagnolo e in inglese, Rivera non solo adotta un codice linguistico che distanzia la sua opera da quella della moglie, ma anticipa anche una riflessione terminologica centrale alle evoluzioni principali del lemma. In inglese le parole border e boundary fanno parte della categoria lessicale degli edge, “i bordi”. Un bordo corrisponde al punto in cui la materia finisce e rinuncia alla sua qualità estensiva. Border e boundary, tuttavia, marcano la fine di qualcosa, ma anche l’inizio di qualcos’altro . L’etimologia italiana e quella latina possono aiutare a comprendere questa bivalenza, in italiano “confine” deriva dall’aggettivo latino ‘cunfinis’, composto, a sua volta, da cum, “comune” e finis, “termine”. Pertanto, il confine non sarebbe altro che un “bordo condiviso”, il punto in cui qualcosa finisce per qualcuno e qualcosa inizia per qualcun altro. La differenza che, a sua volta, intercorre tra i due sinonimi di confine, border e boundary, è, invece, quella che sta alla base delle trasformazioni del confine USA -Messico. Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, infatti, gli Stati Uniti incoraggiarono attivamente il movimento di lavoratori dal Messico per settori lavorativi come miniere, ferrovie e soprattutto agricoltura . In quel periodo, oltre alla carenza di lavoratori, a fare spesso da motore per le richieste degli USA furono anche alcune leggi per l’immigrazione, come il Chinese Exclusion Act e il Geary Act del 1892, che vietavano l’arrivo dei cinesi negli USA e portavano, di conseguenza, alla necessità di sopperire alla mancanza di forza lavoro tramite l’apertura delle porte ai messicani. L’idea di una ‘boundary’ facilmente permeabile si vede confermata anche su un piano demografico, queste popolazioni si confusero tra loro, dapprima attraverso l’arrivo dei bianchi e successivamente a causa dell’ingresso temporaneo o definitivo di lavoratori e immigrati messicani. Un’ulteriore conferma delle relazioni pacifiche al confine è il fatto che, fino al 1920, non vi era ancora la distinzione terminologica che divenne in seguito centrale alle politiche immigratorie americane, tra legal e illegal aliens, ovvero stranieri legali e illegali . La coesistenza tra questi due tipi di lavoratori stranieri si rafforzò durante la Prima Guerra Mondiale, in quel momento infatti i lavoratori messicani ebbero la possibilità di fuoriuscire dai settori agrari, minerari e ferroviari per potersi dedicare all’industria necessaria alla guerra, generando per giunta un’urbanizzazione maggiore e un conseguente incremento degli arrivi di altri messicani per sopperire al lavoro nelle campagne . Ciò condusse non solo allo sviluppo delle città di frontiera, ma anche a un consolidamento sociale ed etnico e a una più complessa articolazione di classi sociali anche all’interno delle minoranze. La situazione stabile e tranquilla del confine ritardò tuttavia la consapevolezza da parte di questi lavoratori della loro condizione minoritaria e spesso subordinata all’interno della società statunitense. Solamente a partire dal 1920 il Congresso iniziò a considerare delle legislazioni restrittive per regolamentare l’ingresso di immigrati. Fu con la famosa Grande Depressione del 1929 che si venne a creare l’occasione per cui il confine potè assumere per la prima volta delle sfumature più affini al termine ‘border’. Improvvisamente, la crisi e la povertà a essa conseguenti portarono coloro che prima erano considerati dei lavoratori volenterosi a essere visti negativamente, come dei potenziali concorrenti degli ‘anglos’ per il lavoro e per i sussidi offerti dallo Stato. Dal 1929 al 1937 furono i messicani deportati forzatamente verso le città messicane più vicine al confine, questi episodi resero il ‘border’ simbolicamente più reale per gli americani, mentre l’esperienza di arresto e rimozione lo resero abbastanza tangibile anche per i messicani . L’idea di diaspora dovrebbe risultare più chiara e, se si considera quanto avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, questa acquista ancora più importanza. Il processo fu molto simile a quello della guerra precedente, ma questa volta ebbe una portata maggiore e una validità anche su un piano politico-istituzionale. Nuovamente, infatti, la mobilitazione militare creò una carenza di forza lavoro nelle campagne e questo condusse a un’ulteriore richiesta di manodopera dal Sud che si concretizzò, in questo caso, in un vero e proprio accordo. Il Bracero Program, come venne chiamato, permise dal 1942 al 1964, l’ingresso negli USA a contadini e operai messicani con visti temporanei e per brevi periodi lavorativi. L’arte come sempre diviene necessariamente la risposta principale all’impossibilità di potersi esprimere col linguaggio ovvero, il ribaltamento dei simboli e la ricerca di iconografie dal passato, la presa di coscienza dei confini etnici del popolo messicano, la tendenza ad analizzare ogni tipo di discriminazione in termini di ‘border’ si configurano come le linee guida di un’arte sempre più indirizzata a rendere ‘nepantla’ un tratto distintivo. Come tutti noi sappiamo le figure emblematiche di questo periodo furono Diego Rivera e Frida Kahlo. Ella nasce nel 1907 era di famiglia ebrea-ungherese e ispanico messicana, figlia di Wilhelm Kahlo che era un fotografo, amante della letteratura e della musica, pittore emigrato dall’Ungheria che, appena giunto in Messico, cambia il suo nome in Guillermoe di Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indios, nata a Oaxaca, antichissima città azteca, Frida nasce negli anni della rivoluzione e la sua vita, riflette e trascende l’evento centrale del Messico del ventesimo secolo. Le suggestioni rivoluzionarie ‘esplodono’ nelle immagini di profonde antinomie, spaccature, sofferenze, spargimenti di sangue e mutilazioni presenti nella sua opera e, allo stesso tempo, nell’attaccamento vitale alla terra, al colore e alla forma, sono straordinarie la continuità e la connessione tra il corpo di Frida e le profonde divisioni del Messico al tempo in cui lei era bambina. Molti studiosi dell’artista sostengono la necessità di approfondire il profondo legame che unisce un’opera d’arte a tutti i fatti culturali e i contenuti spirituali di un’epoca, la forma infatti non può essere disgiunta dal contenuto e dalla disposizione delle linee e del colore, dalla luce e dalle ombra, dai volumi e dai piani, per quanto incantevole come spettacolo, dev’essere anche intesa come portatrice di un significato che va al di là del valore visivo. Il Messico è un esempio emblematico di convivenza pluri-culturale, un luogo in cui si realizza quella creolizzazione dello spazio e dell’immaginario che affonda le radici in un rizoma. A mio avviso il Messico fornisce una risposta all’equivoco di origini monoculturali e di presunta purezza originaria, basti pensare all’avvicendarsi di cambiamenti socio-politici dall’Impero Indio al Viceregno spagnolo e poi alla Repubblica indipendente. Durante il periodo coloniale il Messico creò una cultura mestizia india ed europea, barocca e sincretica, nella quale i caratteri ambigui della cultura azteca convivevano con il Dio cristiano crocefisso. La pax porfiriana durò 30 anni fino al 1910 quando le masse contadine di Pancho Villa ed Emiliano Zapata insorsero per disvelare il volto lacerato del Messico, in cui una non numerosa élite ‘dorata’ di privilegiati conviveva con i milioni di dannati della terra. Se la rivoluzione messicana non fu esattamente un successo politico, fu invece un successo culturale, in cui il popolo si riappropriò dei doni della lingua, della musica e dei colori dell’arte popolare. Frida nasce e cresce in questo clima, figlia del Messico di Rivera e Zapata, figlia delle contraddizioni luminose e accattivanti di un paese che lacerato trova forza nel Palacio de BellasArtes e negli intellettuali come Herràn, che trovano nelle avanguardie accademiche una nuova vitalità e nuove filosofie. L’esperienza della vita di Frida risuona con la pedagogia insita nell’opera di Goya che, attraverso la sua arte sottile e acuta, rilanciava quell’ influsso illuminista che lo aveva reso reattivo alle condizioni del tempo, trascendendolo, per farne oggetto e tema della propria visione artistico-culturale. Il Goya in questo clima di cultura asfittica, rivedeva gli schemi della sua stessa esistenza ed estendeva la sua critica verso l’esterno, tratteggiando, con l’arte, i temi del pensiero europeo. Frida Kalho all’età di sei anni è affetta da spina bifida ed erroneamente diagnosticata come poliomielitica ella scopre la malattia e la sofferenza fisica. È straordinaria la documentazione fotografica di quegli anni, il padre fotografo ritrae la figlia con assiduità e grande cura, Frida viene raffigurata spesso insieme ai suoi giocattoli, la dimensione dell’infanzia veniva valorizzata e rispettata, e quindi mostrata con naturalezza al mondo. Per tutta la sua vita la pittrice scrisse un diario, grazie al quale è stato possibile ricostruire una biografia molto dettagliata e ricca, valorizzando una fonte privata e intima. In particolare, sono sei pagine di diario assai dense e dalla scrittura incerta a diventare la fonte privilegiata dei biografi di Frida, sei pagine in cui emerge una forte determinazione a raccontarsi in modo vivido e lucido. Tra le pagine del suo diario personale emergono riflessioni che permettono di capire meglio quella fase della sua infanzia, della madre diceva che era molto simpatica, attiva e intelligente, ma anche calcolatrice, crudele e religiosa in modo fanatico. Frida Kahlo si dipinge piccola nel corpo e con la testa da adulta, la bocca semiaperta e lo sguardo fisso mentre le viene donato quel latte e sangue messicano che sgorga da un seno sezionato e gocciola dall’altro come il cielo che fa da sfondo a una foresta tropicale il latte dato da una donna il cui volto assomiglia a una maschera tribale, un misto di mistero e morte, primitivo e folkloristico come racconta Hayden Herrera nella sua biografia. Dopo la malattia fece di tutto , dal calcio alla boxe, alla lotta libera al nuoto, per poter ristabilire l’uso “normale” della gamba destra, che rimase invece sempre più piccola, per nascondere questa diversità indossava anche tre o quattro calze e scarpe dal tacco speciale, che le facevano assumere un’andatura lievemente saltellante, che ricordava quella dei passerotti. “Frida pata de palo!”, le urlavano i bambini quando usciva di casa, e a scuola. Lei, per difendersi, tirava fuori i pugni e sbraitava contro i bambini che la importunavano, spesso li faceva fuggire a gambe levate e non si dava mai per vinta, anche se per avere la meglio su di loro doveva diventare sempre più agile, più veloce. Le attività che Frida sceglieva di fare avevano i tratti della compensazione simbolica che, al contrario della somatizzazione, trasformavano l’energia in risorsa, in una parola, erano atti di resilienza. Il bisogno di rivalsa l’aveva infatti spronata a praticare ogni sorta di attività fisica ed esercizi più adatti a un maschio, all’epoca. Ma, vista la sua condizione, i genitori glielo consentivano, una libertà educativa che rinvigoriva e alimentava il suo essere “discola e ribelle” e il suo desiderio di rompere gli schemi. Con il padre passeggiava nei parchi e raccoglieva insetti e piante che poi a casa guardava al microscopio era curiosa e reattiva dal padre apprese l’utilizzo della macchina fotografica, lo studio dell’arte e dell’archeologia messicana. Frida era, delle sei figlie, quella che passava più tempo con lui, quella che conosceva e riconosceva i suoi attacchi epilettici e che empatizzava con una condizione di sofferenza che già le era familiare. La sua famiglia era “inconsueta”, pacifista e progressista, impegnata nella vita politica e attenta alla formazione artistica della figlia. In particolare, nelle pagine del suo diario Frida racconta di esser stata testimone oculare della ‘decena’ tragica e, forse con licenza poetica, scrive che la sua posizione fu chiarissima e schierata sin dalla più tenera età, quando sua madre in Calle Allende, aprendo i balconi della loro casa, dava rifugio agli zapatisti feriti, curandoli e sfamandoli con l’unico cibo che avevano, le ‘gorditas di mais’. L’incontro tra Frida e Diego certamente nei secoli ha fatto discutere e dibattere tantissimi studiosi ma possiamo dire che furono i protagonisti delle loro stessa storia d’amore anche se c’era una subalternità ma Frida riuscì ha conquistare il suo spazio sia come artista che come donna. Frida Kahlo nei suoi diari scrive di avere avuto due grandi incidenti nel corso della sua esistenza, il primo è quello in cui è rimasta coinvolta nel 1925, a bordo di un autobus, a causa del quale si rompe spina dorsale, costole, femore e viene sottoposta a trentadue interventi chirurgici. Questo episodio comprometterà la sua vita negli anni successivi per via dei dolori atroci che le lascerà nel corpo. Il secondo è l’incontro con Diego Rivera. La storia d’amore tra questi due artisti messicani non è stata affatto segnata dagli elementi che siamo soliti associare a quella che definiremmo una relazione sentimentale canonica. Di certo non si tratta di un rapporto lineare, semplice e senza intoppi, considerate sia le vicende biografiche di entrambi, sia le modalità con cui il legame, durato oltre vent’anni, viene portato avanti. Prima di tutto, tra Frida e Diego ci sono diversi anni di differenza, una caratteristica che sembra manifestarsi anche attraverso le loro fattezze fisiche. Li chiamano infatti “l’elefante e la colomba” per via del loro aspetto così diametralmente opposto lei era esile, minuta e indebolita dalle numerose patologie di cui soffre in seguito a quell’incidente decisivo mentre lui era un colosso, un uomo alto e robusto, dai tratti per nulla gentili. Certamente non si può negare che Frida Kahlo sia stata una donna con un’esistenza solcata dalla sofferenza, come non si può ridurre il rapporto con Diego a una semplice subordinazione. Entrambi sono stati artisti importanti e decisivi per la storia del loro Paese, entrambi hanno segnato un’epoca. Ma la cosa più interessante di questa storia d’amore, al di là degli elementi più torbidi, è stato il fatto che ciascuno dei due ha dato energia all’altro per diventare ciò che oggi riconosciamo come un grande artista. Nella turbolenza della loro relazione, nei sentimenti come la gelosia e la rabbia, ha avuto luogo una collaborazione densa, vitale ed estremamente prolifica. Non è facile, col senno di poi e con uno sguardo esterno, identificare e comprendere il sentimento che unisce due persone, nemmeno quando la loro vita è un’opera d’arte resa pubblica a tutto il mondo. Lungo il percorso e sulle tracce di Frida si presentano, quindi,le ricostruzioni fedeli in scala reale degli ambienti principali di Casa Azul a Città del Messico, dove la pittrice visse fino alla morte, nel 1954 a 47 anni. Il cuore della mostra si concentra sui legami surrealisti tra Frida Kahlo e i suoi contemporanei. Pur avendo Kahlo rifiutato pubblicamente quell’etichetta, il suo lavoro rivelava sorprendenti affinità con il movimento, al punto che il suo fondatore André Breton la definì «una surrealista fatta da sé». Dopo la sua prima mostra personale alla Julien Levy Gallery di New York nel 1938, Breton invitò Kahlo a esporre a Parigi, dove la collezione nazionale francese acquisì il suo autoritratto La cornice (1938). La Tate Modern presenterà quest’opera insieme ad altri capolavori. Presentate accanto a dipinti e fotografie di artiste latinoamericane comeKati Horna e Leonor Fini, le opere esploreranno la comune fascinazione per motivi ispirati al surrealismo maschere e scheletri e per i temi della morte e del sogno.
Sebbene il nome di Frida Kahlo fosse comparso nei circoli artistici statunitensi già nei primi anni Trenta, la sua opera e la sua immagine ottennero un riconoscimento diffuso solo decenni più tardi. Alla fine degli anni Sessanta, il movimento chicano negli Stati Uniti abbracciò Kahlo come potente emblema di orgoglio culturale e resistenza politica, celebrandone la resilienza e la creatività. Nata dall’era dei diritti civili dell’eredità messicana, questa generazione di artisti mirava ad affermare un’identità propria in America. La mostra esplorerà come opere come Il mio vestito è appeso lì (1933-38), che cattura l’ambivalenza di Kahlo nei confronti degli Stati Uniti, abbiano risuonato profondamente tra i migranti messicani e le comunità chicane, rendendola una fonte di ispirazione duratura. La mostra metterà in luce anche una nuova generazione di artisti attivi in Messico tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta: mossi dall’esempio di Kahlo, artisti come Nahúm B. Zenil e Georgina Quintana reinterpretarono immagini e tradizioni popolari tipicamente messicane per interrogare gli ideali nazionalisti, le strutture patriarcali e le norme di genere.
L’ascesa del femminismo in Messico e negli Stati Uniti negli anni Settanta e Ottanta riaccese l’interesse per l’autorappresentazione rivoluzionaria di Kahlo. I suoi autoritratti con capelli corti, un leggero baffo e abiti maschili così come le sue scene di parto e sessualità femminile, sfidavano con audacia le norme culturali. La Tate Modern celebrerà il duraturo impatto di Kahlo sulle artiste donne in Messico, nelle Americhe e in Europa dal 1970 a oggi. Le sue opere saranno affiancate a quelle di artiste come Kiki Smith, Judy Chicago e Ana Mendieta, creando potenti dialoghi visivi attorno all’identità, alla violenza e al corpo come natura. La mostra metterà inoltre in evidenza artisti contemporanei che hanno appropriato la sua iconografia o incarnato la sua figura per affrontare temi di razza, genere, sessualità e disabilità, tra cui Yasumasa Morimura, Martine Gutierrez e Berenice Olmedo. La mostra si conclude esplorando la trasformazione di Kahlo in un marchio globale che va ben oltre la sua arte, abbracciando la sua immagine, il suo stile e la sua persona. Una sala dedicata alla «Fridamania» presenterà oltre duecento oggetti prodotti in serie con il marchio Frida Kahlo, ripercorrendo l’ascesa della sua eredità commerciale. Attraverso la concessione in licenza della sua immagine e partnership con grandi brand, Kahlo è entrata nella cultura di massa, comparendo su tutto dalle magliette alle bottiglie di tequila, dalle Barbie ai profumi. A questi oggetti di moda e cultura pop si affianca la pubblicazione nel 1983 della biografia di Hayden Herrera, oggi tradotta in oltre venticinque lingue, che ha ulteriormente consolidato lo status iconico di Kahlo.
Biografia di Frida Kahlo
Nacque il 6 luglio 1907 (il suo nome completo è Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón) a Coyoacán, un sobborgo di Città del Messico. Il padre di Frida, Guillermo Kahlo Kaufmann (nato Carl Wilhelm Kahlo), era un fotografo tedesco emigrato in Messico nel 1891. La madre, Matilde Calderón y González, era invece una benestante messicana di origini spagnole. La coppia ebbe quattro figli, ma Frida fu quella più ribelle e passionale, mostrando un’indole indipendente e forte. Sentendosi figlia della Rivoluzione messicana, disse, per lungo tempo, che era nata nel 1910, anno in cui cominciò la rivoluzione. A soli tredici anni militò nella Gioventù comunista e negli anni della scuola superiore fece parte di un gruppo di ragazzi che sostennero le idee socialiste-nazionaliste. In questo periodo Frida amò vestirsi come le soldaderas, ovvero come le leggendarie donne che combatterono in prima fila durante la rivoluzione messicana.
Il primo incontro con il futuro marito Diego Rivera avvenne nel 1922 nell’anfiteatro Simón Bolívar di Città del Messico (inaugurato nel 1910), mentre il pittore stava dipingendo il primo murale della sua carriera artistica, La Creazione. Rivera e Frida si sposarono sette anni dopo, nel 1929, inconsapevoli del fatto che stavano per diventare una delle coppie più emblematiche del Novecento. Nel 1925 avvenne un episodio traumatico: Frida, mentre stava tornando da scuola in autobus, fu coinvolta in un incidente terribile. La ragazza riportò ferite gravissime alla schiena, alle gambe e alle spalla e il periodo di infermità fu per lei una tortura lunga e silenziosa. In questo periodo di convalescenza i genitori le regalarono pennelli e tele per farle trascorrere meglio il tempo, così Frida iniziò a dipingere e a sviluppare un linguaggio artistico suggestionato dalla sua solitudine. Utilizzò sé stessa come modello: il proprio corpo, le proprie ferite e le proprie emozioni. Durante questo periodo realizzò un autoritratto, il primo di una lunga serie, che regalò ad Alejandro, il fidanzato di allora. Grazie alle lettere che la giovane pittrice mandò al fidanzato è possibile rendersi conto della malinconia e della disperazione da cui fu afflitta. Poco alla volta cominciò per Frida una lenta guarigione che le consentì di ritrovare l’allegria di un tempo: cominciò a cercare un impiego, continuò a coltivare la sua passione per l’arte e si impegnò nella lotta comunista. Verso la fine degli anni Venti, Frida conobbe la fotografa Tina Modotti , con la quale instaurò un’amicizia molto intima. Durante una cena a casa dell’amica, Frida rivide Diego Rivera, che tornò in Messico dopo tanti anni passati in Europa. I due iniziarono e frequentarsi e nel 1929 si sposarono al municipio di Coyoacán, nonostante Frida fosse a conoscenza dei continui tradimenti a cui sarebbe andata incontro. I giovani sposi presero una casa nel centro di Città del Messico che ben prestò diventò meta obbligatoria per artisti, intellettuali, poeti e rivoluzionari. Nel 1930 si trasferirono negli Stati Uniti, dove Rivera venne invitato a dipingere il muro all’interno del Rockefeller Center di New York e alcuni affreschi a San Francisco. Durante il soggiorno statunitense Frida rimase incinta, ma a causa dell’incidente non riuscì mai a portare a termine la gravidanza. La donna non ebbe mai figli, e questo fu uno dei suoi dispiaceri più grandi, più volte espresso anche nelle sue opere. Frida ebbe molti amanti, sia uomini che donne, tra questi anche il rivoluzionario russo Lev Trockij, che ottenne l’asilo politico in Messico nel 1929. La coppia Frida-Rivera poté quindi considerarsi “aperta”, anche se in realtà Frida soffrì molto dei continui tradimenti del marito, soprattutto quando scoprì che Rivera la tradì con la sorella minore, Cristina. Nel 1937 il poeta e intellettuale surrealista André Breton arrivò in Messico per incontrare Trockij e per tenere un ciclo di conferenze sul nuovo movimento surrealista. Breton apprezzò fin da subito le tele della pittrice messicana definendola “surrealista”, suggerendole di tenere una mostra personale a Parigi. La mostra ebbe realmente luogo solo grazie all’intervento decisivo di Marcel Duchamp e nonostante, non ebbe un particolare successo commerciale, Frida ottenne un riconoscimento da parte di artisti dal calibro di Pablo Picasso, Vasilij Kandinskij, Joan Miró e Yves Tanguy. Nel 1939 Diego Rivera e Frida Kahlo divorziarono, ma le vicende politiche si incrociarono con la vita privata della coppia, così i due l’anno successivo si sposarono nuovamente. A questo secondo patto matrimoniale Frida impose due vincoli: l’artista avrebbe provveduto da sola al proprio mantenimento e non avrebbe più avuto rapporti sessuali con il marito. L’ultimo decennio di Frida si caratterizzò per un crescente peggioramento delle sue condizioni di salute e fu costretta ad indossare dolorosissimi busti ortopedici. Alla sofferenza fisica si affiancò anche la completa affermazione pubblica del suo lavoro da pittrice, che sfociò in molte esposizioni internazionali. Nel 1950 l’artista subì un ricovero di sette mesi in cui venne operata sette volte, senza, tuttavia, un incisivo miglioramento. Nel 1953 il Messico omaggiò la sua artista più grande con una mostra personale nella capitale, capendo che non sarebbe vissuta ancora a lungo. Dopo l’amputazione alla gamba destra, avvenuta nel 1953, Frida tentò più volte il suicido, sperando di mettere fine ad ogni tortura e dolore che l’accompagnarono per tutto il corso della sua vita. La morte sopraggiunse il 13 luglio 1954 a seguito di un embolia polmonare che venne trascurata.
Tate Modern di Londra
Frida Kahlo. La Nascita di un’Icona
dal 25 Giugno 2026 al 3 Gennaio 2027
dal Lunedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00
Venerdì e Sabato dalle ore 10.00 alle ore 21.00
Frida: The Making of an Icon, Tate Modern, 25 giugno 2026 – 3 gennaio 2027. Immagine dell’installazione. Foto © Tate Larina Annora Fernandes
The Making of an Icon mural. Thames Path, Blackfriars Station, SE1 8NJ; 15 June 2026 – 2028. Made possible by Better Bankside and Network Rail, produced by JACK ARTS, part of BUILDHOLLYWOOD Fonte : Ufficio Stampa Tate Modern Londra







