Giovanni Cardone Quando ho iniziato ha scrivere questo editoriale mi sono poste delle domande che differenza passa tra democrazia liberale e illiberale? Esiste ancora la democrazia liberale esiste ancora ‘il voto’ ? La democrazia è una forma di governo in continua evoluzione, che ha attraversato fasi di espansione e crisi durante il corso della storia. Oggi, molti Paesi adottano una forma di governo democratico, in cui i cittadini hanno il diritto di eleggere i loro leader e di ritenerli responsabili attraverso elezioni regolari e altri meccanismi di controllo. Tuttavia, sebbene la democrazia sia oggi il sistema preferito da molti governi, non è sempre stato così: la storia dell’umanità è caratterizzata da imperi e monarchie, e la diffusione della democrazia è diventata una tendenza popolare solo negli ultimi decenni. La prima democrazia conosciuta affonda le sue radici nell’antica Atene, dove i cittadini partecipavano direttamente al processo decisionale attraverso un sistema di assemblee e giurie. Tuttavia, era una democrazia limitata, dalla quale erano esclusi donne, schiavi e stranieri (ben lontana, dunque, dalla concezione moderna a cui oggi facciamo riferimento). Con la fine della “democrazia” ateniese e l’ascesa dell’Impero Romano, il modello democratico affronta una lunga eclissi che durerà fino alle soglie della modernità. La Repubblica Romana non era organizzata secondo criteri democratici, ma, piuttosto, era riconducibile alla forma di governo misto. In tale assetto istituzionale, si avverte infatti la mancanza dell’uguaglianza fra tutti i cittadini quanto alla capacità di incidere sulle decisioni politiche. La partecipazione alle assemblee avveniva infatti sulla base di classificazioni di tipo censitario: nonostante l’introduzione di figure come i Tribuni della plebe, che avevano il compito di difendere i diritti delle classi più basse, il loro sistema rimase sempre sbilanciato a favore dei più ricchi. L’organizzazione politica elaborata dai romani lasciò però un’importante eredità: introdussero il principio di rappresentanza, che diventerà centrale nelle democrazie moderne. In entrambi i casi, né la democrazia ateniese né il repubblicanesimo romano possono essere considerati democrazie liberali nel senso moderno del termine; tuttavia, entrambi contenevano al loro interno significativi elementi di natura democratica. Durante il Medioevo il modello democratico non trova applicazioni: prevale piuttosto l’idea secondo la quale il potere deriva dall’alto, discendendo al sovrano da Dio, è reso necessario dal peccato originale ed è preordinato alla salvezza spirituale. La situazione inizia però a mutare dopo l’anno Mille: mentre in epoca altomedievale i sudditi non avevano alcuna parte nel meccanismo di giustificazione del potere, che dipendeva unicamente dal rapporto che il sovrano intratteneva con la Legge, adesso la giustificazione dell’operato del sovrano inizia a essere correlata al consenso dei sudditi. Questo ribaltamento di prospettiva è indubbiamente collegato al tentativo dell’imperatore di contrapporsi all’auctoritas del Papa. Dopo l’anno Mille si verifica la nascita dei comuni, l’affermazione del principio del consenso, l’emergere delle monarchie nazionali (come Francia, Inghilterra e Spagna) e i primi passi verso un sistema di check and balances (la Magna Carta del 1215 sancisce che il re non può imporre tasse senza il consenso del Parlamento e non può disapplicare le leggi approvate da quest’ultimo). Il cammino verso la democrazia compirà diversi passi significativi a partire dal XVII secolo: il Seicento vede la prima rivoluzione inglese la quale determina l’affermazione del parlamentarismo e la nascita delle teorie contrattualiste Hobbes e Locke, mentre il Settecento sarà fondamentale per l’affermazione della separazione dei poteri (teorizzata da Montesquieu), dei principi di uguaglianza e libertà e per la diffusione delle idee rivoluzionarie in particolare grazie alla Rivoluzione francese del 1789. Dopo il Congresso di Vienna del 1815, l’Europa è dominata dalle monarchie, ma i movimenti liberali lottano per le costituzioni . È proprio in questo periodo che ilsuffragio si allarga gradualmente e nascono i primi partiti politici, fondamentali per la diffusione della democrazia. Neltempo, infatti, i principi e le pratiche democratiche si sono evoluti e diffusi in altri paesi, spesso grazie a movimenti sociali e lotte politiche. Il cambiamento più drastico dalla monarchia alla democrazia avvenne dopo la Prima Guerra Mondiale. Fu la prima “guerra totale”, nel senso che modificò in modo permanente gli standard sociali, politici ed economici. Segnò la fine di numerose dinastie che avevano governato il mondo per secoli, come gli Asburgo, i Romanov e gli Hohenzollern, e pochi anni dopo anche gli Ottomani. Il periodo tra le due guerre mondiali provocò un profondo cambiamento nei sistemi politici di tutto il mondo. In molti paesi, le esigenze della guerra portarono alla sospensione delle norme e delle pratiche democratiche, poiché i governi si concentrarono sulla mobilitazione della popolazione e delle risorse per lo sforzo bellico. Di conseguenza, il potere si concentrò nelle mani di leader autocratici, che utilizzarono la loro autorità per reprimere il dissenso e controllare il flusso di informazioni. La fine della Seconda Guerra Mondiale causò il crollo di molti imperi coloniali. Nacquero nuovi Stati indipendenti in Asia, Medio Oriente e Africa. I governi democratici sono emersi come risposta agli abusi di potere e alla mancanza di responsabilità dei regimi monarchici e autoritari: dopo la Seconda Guerra Mondiale, la democrazia conobbe una rinascita in molte parti del mondo. Questo periodo vide la creazione di molte istituzioni internazionali e accordi volti a promuovere la democrazia e proteggere i diritti umani. Nel 1948, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU) rese i principi democratici la base del nuovo sistema prevalente. Essa proclamava: “La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo” e che “tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione” (United Nations, 1948). Lo statuto del Consiglio d’Europa, firmato nel 1949, riaffermò anche ladevozione degli Stati ai valori spirituali e morali che sono il patrimonio comune dei loro popoli e la vera fonte della libertà individuale, della libertà politica e dello stato di diritto, principi che formano la base di ogni vera democrazia (Statuto del Consiglio d’Europa, 1949). Non tutti i paesi divennero democrazie rappresentative; molti Stati in Europa rimasero sotto il dominio sovietico, mentre, nel sud Europa, Spagna e Portogallo erano dittature autoritarie. L’influenza della democrazia liberale si fece sentire solo negli anni ‘80 negli Stati comunisti dell’Europa orientale. Negli anni ‘90 e 2000, gran parte dell’Europa orientale si avviò verso la democrazia liberale a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. Anche l’America Latina, l’Asia orientale e sudorientale e diversi Stati arabi, dell’Asia centrale e dell’Africa si avvicinarono a una maggiore democrazia liberale in questi anni. Alla fine del secolo, il panorama mondiale era profondamente mutato: se nel 1900 non esisteva alcuna democrazia liberale con suffragio universale, entro il 2000 ben 120 delle 192 nazioni del mondo, rappresentanti il 62% della popolazione globale, avevano adottato questo sistema.Il contesto storico ci aiuta a comprendere l’evoluzione nel tempo della democrazia, ma le numerose transizioni verso la democrazia nella cosiddetta “terza ondata” di democratizzazione teorizzata da Huntington hanno rinnovato l’interesse accademico per i fattori che influenzano le prospettive di democratizzazione. Mi sono posto una domanda perché alcuni Paesi adottano la democrazia mentre altri no? Per rispondere a queste domande, sono state elaborate diverse teorie che cercano di spiegare i meccanismi e le condizioni che possono gettare le basi per l’emergere e il consolidarsi della democrazia. Queste teorie si concentrano su: modernizzazione, ruolo delle élite, società civile e relazioni internazionali. La teoria della modernizzazione sostiene che la transizione democratica è strettamente legata allo sviluppo economico e sociale. Secondo questa visione, l’aumento del livello di istruzione, il progresso tecnologico, la riduzione dell’autorità delle strutture tradizionali e l’espansione della classe media inducono una crescente richiesta di partecipazione politica e di controllo sullo Stato. Uno dei sostenitori di questa teoria è Lipset: citando Weber, affermò che la democrazia moderna può verificarsi solamente in un contesto di industrializzazione capitalista. Egli sostiene, infatti, che più una nazione è benestante, maggiori sono le probabilità che riesca a sostenere una democrazia del Lipset 1959. L’elevato livello di educazione e la distribuzione della ricchezza tra le classi sociali possono, infatti, creare una società civile che supporta e partecipa attivamente al sistema politico. Vengono considerati sistemi capitalistici gli Stati Uniti, i Paesi nordici e anche l’Europa continentale. Tuttavia, a partire dagli anni Settanta, tale teoria è stata messa in discussione a seguito dell’emergere di regimi autoritari in paesi economicamente sviluppati, suggerendo che la modernizzazione, da sola, non sia sufficiente a garantire l’instaurazione della democrazia . Un secondo approccio pone l’accento sulle élite politiche. Qui la democratizzazione è vista come il risultato di scelte strategiche compiute da coloro che detengono il potere. In contesti in cui le risorse economiche sono concentrate nelle mani delleélite (ad esempio in paesi ricchi di petrolio), queste potrebbero opporsi alla transizione democratica per timore di perdere privilegi. Al contrario, in presenza di mutamenti economici o pressioni esterne, le élite potrebbero optare per una transizione in cambio di garanzie sui propri interessi. O’Donnell e Schmitter osservarono che le transizioni verso la democrazia avvengono quando la coalizione di attori che supporta un regime autoritario affronta divisioni interne, e i leader democratici intraprendono una serie di patti per rafforzare il progetto rappresentato da una coalizione democratica . Le teorie basate sulle élite possono darci un’idea del perché i leader possano essere più o meno disposti a cedere il potere al pubblico, ma non spiegano perché il pubblico chieda il potere in primo luogo. Per questo, un terzo filone teorico si focalizza sulla società civile, intesa come l’insieme delle organizzazioni e delle associazioni non direttamente collegate allo Stato. La capacità della società civile di organizzarsi e sostenere interessi collettivi rappresenta un potente motore di democratizzazione: prima che possa iniziare una transizione democratica, deve esistere una comunità politica ricettiva alle aspirazioni democratiche. Dopo il cambiamento di regime, la stessa comunità deve essere in grado di rispondere alle nuove possibilità di partecipazione politica. La stabilità e l’orientamento complessivo del processo dipenderanno da questo più ampio contesto sociale. Tuttavia, la presenza di una società civile non è sempre garanzia di esiti democratici positivi. Questo aspetto è stato rilevato in molte neo-democrazie: sia nei contesti post-autoritari che in quelli post-comunisti, gli sforzi di democratizzazione sono spesso oscurati da forme antisociali di individualismo e di organizzazione collettiva (come la mafia, ad esempio) che sostituiscono, o addirittura cercano di sovvertire, quel tipo di associazionismo civile promosso dai teorici della “società civile” . Le teorie basate su fattori strutturali, istituzioni o attori locali si concentrano su variabili interne per comprendere il cambiamento del regime. Tuttavia, alcune forzeimportanti che guidano (o ostacolano) l’emergere e la sopravvivenza della democrazia provengono dall’esterno del paese. Perciò, la dimensione internazionale costituisce un ulteriore elemento di analisi. La teoria della diffusione globale sostiene che la democratizzazione si diffonde attraverso l’influenza di altre democrazie, sia tramite pressioni dirette sia attraverso l’emulazione di modelli democratici di successo. Le transizioni democratiche sono più probabili nei Paesi circondati da regimi democratici . Questo processo, noto anche come spillover democratico, si manifesta spesso come una reazione a catena innescata dalle transizioni avvenute in altri paesi. Va però sottolineato che l’efficacia di tali influenze varia in base al grado di apertura e interconnessione del contesto nazionale. La parola democrazia ha una connotazione positiva per molte persone: le cose che sono definite “democratiche” sono buone, mentre quelle che non lo sono vengono considerate cattive. La parola ha dunque assunto un certo simbolismo che va però lontano dalla realtà. Ad esempio, Paesi come la Cina si considerano “vere” democrazie, intesa come piena occupazione, istruzione universale e l’eliminazione delle classi economiche. Queste società vedono la democrazia negli Stati Uniti e in Europa come poco più che la lotta tra i membri di un piccolo gruppo elitario. I paesi capitalisti, invece, vedono i sistemi comunisti, con il loro controllo monopartitico e la mancanza di libertà civili, come tutt’altro che democratici. Dunque, ogni parte usa criteri diversi per definire la democrazia.Come possiamo quindi dare una definizione di democrazia se essa dipende dal soggetto che ne parla? Un modo è quello di tornare all’origine della parola; essa deriva dal greco (demos e kratia) e significa governo del popolo. Basandoci su questo significato, si potrebbe dire che la democrazia è un sistema in cui il potere politico risiede nelle persone, le quali lo esercitano, a turno, direttamente o indirettamente attraverso la partecipazione, la competizione e la libertà. Questa descrizione è tuttavia soggettiva, eurocentrica e influenzata dal liberalismo: la definizione data descrive dunque una democrazia liberale. Per analizzare e comparare in modo imparziale i sistemi democratici, si può dunque fare riferimento agli studi del ventesimo secolo di Schumpeter e Dahl; le loro definizioni variano nei dettagli, ma generalmente riconoscono quattro principi: elezioni libere ed eque , partecipazione universale , rispetto delle libertà civili e governo responsabile . Questi quattro criteri sono stati ripresi ed elaborati in modo sistematico da Scott Mainwaring nel suo studio ClassifyingPoliticalRegimes in Latin America, 1945–2004. 1. Elezioni libere ed eque: il legislatore deve essere scelto attraverso elezioni competitive, aperte e corrette; perciò, frodi e coercizioni non possono determinare gli esiti delle elezioni democratiche. Esse devono offrire la possibilità di un’alternanza al potere anche se, tale alternanza non si verifica effettivamente ad ogni turno elettorale. 2. Partecipazione universale: il diritto di voto deve includere la grande maggioranza della popolazione adulta. Con ciò si intende un suffragio universale adulto, senza esclusioni basate su reddito, genere, educazione, etnia o religione. Questo è un aspetto importante che non bisogna dare per scontato: fino a poco dopo la Seconda Guerra mondiale, molti Paesi venivano considerati democratici anche se le donne non avevano ottenuto il diritto di voto. Alcune nazioni europee hanno introdotto il suffragio universale dopo il 1960, tra cui Svizzera (1971), Portogallo (1976) e Liechtenstein (1984); in altre regioni del mondo ledonne hanno ottenuto il diritto di voto alle elezioni nazionali solo dopo profondi cambiamenti culturali o istituzionali: ad esempio, l’80% dei paesi africani analizzati nello studio portato avanti dal PewResearch Center ha concesso ai cittadini il suffragio universale tra il 1950 e il 1975 un periodo segnato da un’ampia decolonizzazione europea del continente così come di alcune aree dell’Asia e dell’America Latina. Rispetto delle libertà civili: le democrazie devono proteggere i diritti politici e le libertà civili (come la libertà di stampa, la libertà di parola, la libertà e di organizzazione). Dunque, un paese può essere dotato di un governo eletto democraticamente dal popolo, ma in assenza di una garanzia effettiva delle libertà civili, non è considerato democratico. Governo responsabile: le autorità elette devono essere in grado di governare senza farsi influenzare da forze militari, governi esteri, autorità religiose o altre figure non elette. Tutte queste condizioni devono essere presenti simultaneamente affinché un paese possa essere definito democratico, ma possono essere attuate nella pratica attraverso diversi assetti istituzionali. Da ciò derivano due implicazioni: la prima implicazione è che nessuna società ha veramente “inventato” la democrazia moderna; la seconda è che, se consideriamo le loro caratteristiche specifiche, le democrazie moderne possono essere molto diverse tra loro . Secondo Sartori la storia ha prodotto due grandi tipi di democrazia: la democrazia diretta, in cui i cittadini partecipavano direttamente alle scelte politiche; e la democrazia indiretta, ossia rappresentativa, in cui il regime democratico è affidato ai meccanismi di trasmissione del potere, dunque i sistemi elettorali stabiliti dalle Costituzioni vigenti. Su questa base, e in linea con l’evoluzione storica e teorica del concetto di democrazia si può individuare una classificazione più articolata, che tiene conto delle diverse modalità con cui può realizzarsi la partecipazione politica oggigiorno: 1. Democrazia diretta: è l’idea tipo di democrazia, in quanto i cittadini adulti prendono parte alle decisioni collettive secondo il principio dell’autogoverno. In questo tipo di democrazia lo Stato e la società sono una cosa sola; un esempio storico è Atene del V secolo a.C. precedentemente descritta. Oggi, a livello stato-nazionale non esistono democrazie dirette, in quanto essa non è applicabile a causa dei limiti strutturali e territoriali. 2. Democrazia partecipativa: identifica delle procedure che consentono una maggiore partecipazione ai cittadini. La decisione pubblica viene presa dai rappresentanti sulla base di processi di partecipazione dei cittadini, in cui hanno la possibilità di esprimere le proprie ragioni su un determinato tema. Essa integra la democrazia rappresentativa, non la sostituisce. Tuttavia, presenta dei limiti, perché coinvolge un numero limitato di soggetti, i costi della partecipazione sono alti e varia molto in basse al coinvolgimento dei cittadini. Un esempio di democrazia partecipativa è il bilancio partecipativo. 3. Democrazia deliberativa: consiste nell’assunzione di una decisione da parte della comunità politica in modo unanime o quasi. Prevede un dibattito pubblico tra cittadini liberi, razionali ed uguali, in un clima di uguaglianza e trasparenza. Può avvenire in seguito a un confronto razionale che cerca di far convergere tutti in una posizione condivisa. La decisione poi diventa una deliberazione. Alcuni studiosi criticano questa tipologia a causa della limitatezza della rappresentanza: se certi soggettirimangono esclusi dal discorso pubblico non può essere considerato un vero dibattito equo e libero. Tuttavia, si è realizzata così di rado da non essere considerata una reale alternativa democratica. 4. Democrazia rappresentativa: secondo Bobbio, la democrazia rappresentativa è la forma propria della democrazia dei moderni, contrapposta alla democrazia degli antichi, basata sulla partecipazione diretta. Nel modello rappresentativo, i cittadini non decidono direttamente, ma eleggono rappresentanti che deliberano per loro conto. Questo sistema nasce storicamente in risposta alla complessità e alla dimensione degli Stati moderni, dove la partecipazione diretta di tutti non è più logisticamente possibile . Essa si poggia dunque sul meccanismo della rappresentanza, il quale consiste nelle procedure elettorali. La democrazia rappresentativa è tra le forme di governo più diffuse, in competizione però con le non democrazie. 5. Democrazia liberale: è una forma di governo che unisce i principi della democrazia rappresentativa con quelli del liberalismo politico. Essa si configura come un sistema in cui il potere è esercitato da rappresentanti eletti attraverso libere elezioni, ma è al tempo stesso limitato da vincoli giuridici e costituzionali volti a garantire la protezione dei diritti e delle libertà individuali. Questa definizione evidenzia come la democrazia liberale non si esaurisca nel solo momento elettorale, ma presupponga un complesso di garanzie sostanziali, tra cui lo stato di diritto, la separazione dei poteri e la tutela delle libertà civili.Tale visione trae origine dal liberalismo classico, in particolare dalla teoria dei diritti naturali di John Locke, secondo cui il compito principale dello Stato è quello di tutelare i diritti fondamentali dell’individuo, come la vita, la libertà e la proprietà. Il liberalismo mira a garantire che anche un governo democraticamente eletto rispetti i diritti degli individui, evitando forme di oppressione della maggioranza. In questa prospettiva, il potere politico è legittimo solo se esercitato per prevenire danni agli altri, come affermava John Stuart Mill nel suo celebre On Liberty.La democrazia liberale è dunque una forma di democrazia indiretta, in cui la sovranità popolare è contenuta nei limiti imposti dalla tutela costituzionale dei diritti fondamentali. Si fonda sul principio del governo limitato, cioè un potere istituzionale che opera entro confini normativi ben definiti, volto a salvaguardare la libertà individuale e l’uguaglianza giuridica. Questa concezione si distingue dalla partecipazione diretta tipica della polis ateniese: le democrazie liberali moderne si fondano sul primato della legge, non sul governo diretto delle persone. Tale modello riconosce che vi sono diritti inalienabili che lo Stato non può violare, neppure in nome della maggioranza. Tra essi figurano la libertà personale, la sicurezza, la privacy, l’uguaglianza davanti alla legge, un giusto processo, nonché le libertà di espressione, associazione, stampa e religione. Il liberalismo è stato concepito come un sistema pragmatico per governare società eterogenee, garantendo la convivenza pacifica tra individui con valori e credenze differenti. Tuttavia, la democrazia liberale non è un sistema che si mantiene automaticamente: richiede una vigilanza costante da parte del sapere politico. Non si autoconserva, ma necessita di essere sostenuta da conoscenze e pratiche consapevoli, affinché le sue componenti liberali o democratiche non degenerino in forme autoritarie o demagogiche. Democrazia illiberale: la democrazia illiberale rappresenta una forma ibrida di regime politico; non si configura né come una piena democrazia né come un regime apertamente autoritario. Si tratta di un sistema che incorpora elementi propri delle democrazie, come la presenza di elezioni, ma affiancati da pratiche tipiche dei regimi non democratici. In questi contesti, le elezioni possono formalmente esistere, ma non garantiscono una competizione genuina, libera e aperta a tutti i soggetti politici. È presente un ideale democratico a livello formale, ma la prassi concreta si discosta dai principi democratici, soprattutto per quanto riguarda la tutela delle libertà civili, la separazione dei poteri e la partecipazione effettiva dei cittadini. Il termine democrazia illiberale è stato coniato da Fareed Zakaria nel celebre articolo The Rise of IlliberalDemocracy nel 1997, in cui denuncia il paradosso di regimi che, pur mantenendo elezioni regolari, non rispettano i diritti fondamentali. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Russia: fin dai primi anni del potere di Vladimir Putin, si sono registrati segnali di deriva autoritaria, soprattutto in ambito elettorale. Pur mantenendo la struttura formale delle elezioni, sono stati sistematicamente esclusi dalla competizione politica candidati potenzialmente in grado di sfidare il partito al governo. In questo modo, le elezioni perdono la loro funzione essenziale di espressione libera della volontà popolare. Il concetto di democrazia illiberale è stato introdotto proprio per differenziare questi regimi da quelli pienamente democratici, sottolineando come l’apparenza di istituzioni democratiche possa coesistere con pratiche autoritarie.Il paradosso denunciato da Zakaria risulta oggi ancora più evidente: i dati evidenziano la diminuzione della libertà globale per il diciannovesimo annoconsecutivo nel 2024. Sessanta Paesi hanno registrato un deterioramento dei diritti politici e delle libertà civili, mentre solo trentaquattro hanno ottenuto dei miglioramenti. El Salvador, Haiti, Kuwait e Tunisia sono stati i paesi che hanno subito i cali di punteggio più significativi dell’anno. Durante un anno eccezionale per numero di elezioni, molte consultazioni elettorali sono state segnate da violenze e da tentativi autoritari di limitare la possibilità di scelta degli elettori. In oltre il 40% dei Paesi e territori che hanno tenuto elezioni nazionali nel 2024, i candidati sono stati oggetto di tentativi di assassinio o aggressioni, i seggi elettorali sono stati attaccati, oppure le proteste successive alle elezioni sono state represse con una forza sproporzionata. Nei paesi autoritari, le elezioni sono state manipolate per impedire la partecipazione di candidati di opposizione autentici. Per anni l’autoritarismo è stato trattato come una categoria residuale rispetto alla democrazia. Tuttavia, i dati evidenziano una crescente evoluzione dei regimi non democratici: la maggior parte della popolazione mondiale vive in paesi “Parzialmente Liberi” o “Non Liberi”. Oltre 170 milioni di persone vivono in paesi che nel 2024 sono passati da “Parzialmente Liberi” a “Non Liberi”. Nello stesso anno, i Paesi che hanno registrato un peggioramento complessivo dei diritti politici e delle libertà civili rappresentano un numero di persone quasi triplo rispetto a quelli che hanno registrato un miglioramento . Per questo motivo, oggi, la scienza politica distingue diverse tipologie di regimi autoritari, ognuna con caratteristiche strutturali e modalità di funzionamento differenti. I regimi non democratici sono quelli in cui il potere è detenuto da un piccolo gruppo di persone che non risponde alla volontà popolare. La partecipazione politica, la competizione elettorale e le libertà civili sono fermamente limitate. L’autoritarismo, dunque, si contrappone in modo sostanziale ai valori democratici. Tuttavia, si distingue dal totalitarismo in quanto i governi autoritari spesso non possiedono un’ideologia guida pienamente sviluppata, tollerano un certo grado di pluralismo nelle organizzazioni sociali, non hanno la capacità di mobilitare l’interapopolazione per il raggiungimento di obiettivi nazionali ed esercitano il potere entro limiti relativamente prevedibili. Il totalitarismo rappresenta la forma più estrema di autoritarismo: questi regimi vogliono trasformare completamente la società attraverso l’ideologia, la propaganda, la mobilitazione di massa e, soprattutto, la violenza e il terrore. Come ha osservato la filosofa politica Hannah Arendt, questi regimi annientano la volontà umana, eliminando così la capacità degli individui non solo di aspirare alla libertà, ma ancor più di crearla (Arendt, 1951). Esistono diversi esempi di regimi totalitari nel mondo. Uno dei più prominenti è la Corea del Nord, che è governata da un partito unico e da un dittatore che ha il controllo assoluto sul governo e sul sistema politico. La Corea del Nord utilizza la propaganda e la censura per controllare il flusso di informazioni e non consente alcuna forma di opposizione politica o istituzioni indipendenti. Il regime mantiene anche il suo potere attraverso l’uso della violenza e della forza ed è stato criticato per le sue violazioni dei diritti umani, inclusi l’uso del lavoro forzato e della tortura. Un altro esempio di regime totalitario è l’Eritrea, che è governata da un partito unico e da un presidente che è al potere dal 1993. Il regime in Eritrea utilizza la censura e la propaganda per controllare il flusso di informazioni e non consente alcuna forma di opposizione politica o istituzioni indipendenti. Il governo utilizza anche violenza e forza per mantenere il suo potere ed è stato criticato per le sue violazioni dei diritti umani, inclusi l’uso del lavoro forzato e la detenzione arbitrari. Per quanto riguarda le autocrazie, come anticipato, gli studiosi hanno individuato diverse tipologie; questi regimi si dividono in personalistici o monarchici, a partito unico, militari o ibridi. Queste categorizzazioni si basano su chi detiene il controllo dell’accesso alle cariche politiche e dell’influenza sulle politiche: un singolo individuo (come nei regimi personalistici), un partito egemonico (come nei regimi a partito unico), l’istituzione militare (come nei regimi militari) o una famiglia reale (come nelle monarchie). In base al manuale Comparative politics è possibile distinguere:Regimi personalistici o monarchici: il potere è concentrato quasi esclusivamente nelle mani di un singolo individuo. In tali contesti, le istituzioni statali (tra cui il Parlamento, la Magistratura e le forze armate) vengono svuotate della loro autonomia funzionale, diventando strumenti di legittimazione del potere personale del leader. La legittimità politica si fonda su forme di autorità tradizionale (come nelle monarchie ereditarie) o carismatica (nel caso di leader che si autolegittimano come incarnazioni della volontà popolare). In alcuni casi, essi governano grazie a forme di cocooptazione conosciute come patrimonialismo, secondo cui le risorse statali vengono distribuite tra una cerchia ristretta di fedelissimi del leader in cambio di lealtà politica. La leadership personalistica è spesso caratterizzata da un culto della personalità, volto a rafforzare la legittimità simbolica del capo attraverso una narrazione che lo fa apparire perfetto (dunque i media sono sotto il completo controllo del dittatore). L’assenza di limiti formali e sostanziali al potere rende questi regimi altamente instabili e imprevedibili, sia nella formulazione delle politiche sia nelle modalità di successione. Di solito, i regimi personalistici non hanno un’ideologia ben delineata, e se c’è, essa si basa esclusivamente sulle preferenze del leader. Storicamente, personaggi come Saddam Hussein o Muammar Gheddafi hanno incarnato tali caratteristiche, governando in modo arbitrario e spesso violento. La durabilità di questi regimi dipende in gran parte dalla capacità del leader di dividere e cooptare le élite, nonché dall’uso strategico della repressione e del clientelismo. Regimi a partito unico: si fondano sull’egemonia di un partito politico che monopolizza l’accesso al potere esecutivo e controlla in maniera capillare la vita politica e istituzionale del Paese. In questo tipo di regime, il leader è solitamente designato dagli organi centrali del partito. A differenza dei regimi personalistici, quelli monopartitici sono più istituzionalizzati e duraturi, grazie alla presenza di strutture di selezione e rotazione delle élite interne. Ciò li rende più resilienti ai cambiamenti e meno vulnerabili ai colpi di Stato o alle rivolte popolari. Esempi contemporanei includono la Cina, il Vietnam e il Laos. Nonostante la presenza formale di elezioni e parlamenti,il pluralismo politico è assente o severamente limitato. Questi regimi sono spesso associati a performance economiche relativamente migliori, poiché i processi decisionali tendono a essere più collegiali e pragmatici rispetto ad altre forme di autocrazia. Regimi militari: il potere politico è detenuto da ufficiali delle forze armate che assumono il controllo dell’esecutivo a seguito di un colpo di Stato. La governance è generalmente gestita da una giunta militare che opera in modo collegiale, evitando l’eccessiva concentrazione del potere in un singolo individuo. Tuttavia, questi regimi tendono ad essere transitori: la partecipazione diretta dell’esercito alla politica comporta infatti il rischio di divisioni interne e di perdita di legittimità, motivando spesso un ritorno alla caserma. L’orizzonte politico dei regimi militari è solitamente di breve termine e, paradossalmente, le probabilità di transizione democratica sono maggiori rispetto ad altre forme autoritarie. Esempi storici includono l’Argentina (1976–1983), il Peru (1968–1980) e, più recentemente, la Thailandia.Regimi ibridi: rappresentano una forma di autocrazia che incorpora istituzioni democratiche come elezioni, partiti politici e media relativamente liberi ma ne distorce il funzionamento per perpetuare il dominio di un gruppo dirigente. In questi sistemi, detti anche democrazie illiberali, le elezioni si svolgono regolarmente e possono anche includere una certa incertezza nel risultato, ma il campo di gioco elettorale è fortemente sbilanciato a favore del potere costituito. Le opposizioni sono tollerate, ma soggette a persecuzioni, censure e limitazioni legali. Il concetto di “autoritarismo competitivo”, elaborato da Levitsky e Way, descrive perfettamente queste realtà. Un esempio emblematico sono state il Venezuela sotto Hugo Chávez e Nicolás Maduro, la Turchia sotto Recep Tayyip Erdoğan oppure l’Ungheria quando era presidente Viktor Orbán oppure la Russia sotto Putin e l’America sotto Trump in questo caso è stato votato dagli americani. Questi regimi si distinguono per la capacità di usare strumenti democratici per fini autoritari, mantenendo una parvenza di legalità e partecipazione popolare.Tale variabilità riflette il fatto che i regimi contemporanei impiegano una gamma più ampia di strumenti per mantenersi al potere. Sebbene i regimi autoritari restino repressivi, la repressione non costituisce più l’unica modalità di controllo i regimi autoritari odierni si sono rivelati più astuti dei loro predecessori nel celare i propri tratti autoritari e nel prolungare la propria sopravvivenza politica.Negli ultimi decenni, si è invertito il processo di democratizzazione che era iniziato in seguito alla conclusione della Guerra Fredda. Tra le cause di tale recessione, risulta fondamentale citare la propagazione del populismo, anomalia intrinseca alla democrazia. Il populismo, infatti, è illiberale ma non antidemocratico, delinea tre modalità comuni del populismo, tra cui: 1) La presentazione di soluzioni politiche irrazionali a complessi problemi sociali ed economici. 2) L’utilizzo di strategie dialettiche volte deliberatamente a polarizzare la società. 3) La messa in risalto di un orientamento governativo autocratico che ne legittima la presenza. Il populismo diventa una vera minaccia per la democrazia liberale, i mercati e la società aperta quando, attraverso di esso, si avvia un processo di autocratizzazione. Difatti, pur presentandosi come democratico, esso nasconde impulsi antidemocratici che possono sfociare in forme autoritarie: attraverso una retorica “anti-istituzionale” ed un’ostilità verso i tradizionali meccanismi di controllo del potere (sia interni che esterni), crea il contesto ideale per l’erosione delle libertà costituzionali e la delegittimazione delle minoranze e delle istituzioni indipendenti. Esso mira inoltre alla polarizzazione deliberata della politica, in cui i populisti si presentano come gli autentici rappresentanti del popolo, in contrapposizione a un’élite corrotta: i populisti identificano o creano nemici esterni – gli “altri” – cui attribuire la colpa dei problemi interni. Tali “altri” possono essere immigrati, ebrei, mussulmani o poteri esterni e sovranazionali come la Banca Mondiale, l’Unione Europea, le multinazionali o la globalizzazione in sé. In questo contesto, si nota come alcuni governi eletti democraticamente possano iniziare un lento processo di erosione delle libertà civili di base mantenendo una democrazia solo di facciata. Ciò avviene attraverso la manipolazione dei media, la limitazione dell’indipendenza del potere giudiziario e l’abolizione sistematica di tutti gli organi di controllo. Questo tipo di declino istituzionale apre la via all’emergere di democrazie illiberali. Sia le forze politiche di sinistra che quelle di destra possono promuovere tendenze autoritarie. Negli ultimi anni, nonostante alcuni Paesi dell’Unione Europea siano storicamente noti per i loro sistemi ispirati al liberalismo politico, si è manifestata una tendenza verso politiche di destra. In Svezia, uno dei sistemi democratici più inclusivi al mondo, UlfKristersson è stato eletto primo ministro con il sostegno del partito di estrema destra Sweden Democrats. Il capo del governo ha dichiarato che garantirà a questo partito una posizione influente. Le fondamenta del populismo, inoltre, si ergono sul ruolo del leader, centrale ed insostituibile, poiché incarna l’essenza stessa del movimento. Non sorprende osservare la tendenza di alcuni leader a perdere l’umiltà iniziale una volta che si convincono di aver acquisito un potere sufficiente. Questa tendenza al cambiamento della personalità è stata definita sindrome di hybris. Si tratta di una condizione psicologica che può colpire individui con grande influenza e potere, come i leader politici. Essa si caratterizza per un senso ipertrofico di autostima, mancanza di autoconsapevolezza e propensione ad assumere rischi senza considerare le conseguenze. Le persone affette da sindrome di hybris possono ritenersi immuni alle critiche e infallibili, il che le porta a compiere decisioni avventate. Questa condizione è osservabile in soggetti che restano a lungo in posizioni di potere e può avere gravi conseguenze sia per gli individui coinvolti sia per le persone e le organizzazioni da essi guidate.Le società democratiche, soprattutto quelle che si sono evolute da monarchie assolute, hanno sviluppato sistemi di controllo e bilanciamento per cercare di proteggersi da tali leader. Tuttavia, questi meccanismi non sono sempre efficaci . Quando un leader politico perde il contatto con la realtà, può svilupparsi un culto della personalità attorno alla sua figura. La crescita di tale culto genera inevitabilmente conseguenze negative, sia per la popolazione sia per lo stesso leader. Nel corso della storia ci sono state figure che hanno costruito culti della personalità estremi. È quindi di fondamentale importanza imparare dalla storia per evitare il ripetersi di simili errori. Infine con questa mia ricerca ho provato a rispondere a una delle domande che a mio avviso meritano una risposta più urgente, ovvero quali rischi le democrazie esistenti concretamente corrono. L’analisi da me condotta sulla base del nuovo quadro concettuale mi ha permesso di evidenziare un percorso di autocratizzazione sequenziale da democrazia liberale a democrazia difettosa e da democrazia difettosa a autocrazia elettorale come la principale minaccia che le democrazie contemporanee si trovano oggi a fronteggiare. Molte altre domande meritano attenzione, tra cui le cause di tali eventi. A tal riguardo ho cercato di descrivere questi cambiamenti di regime, forse da democrazia liberale in quella illiberal



