Nessuno nasce con una bandiera cucita addosso. Eppure ogni quattro anni il mondo si ferma a guardare un torneo costruito esattamente su quella premessa, che esistano nazioni, che abbiano confini, che quei confini dicano qualcosa di vero sulle persone. I numeri di questo Mondiale smontano la finzione, o più che altro dipingono la realtà per quella che è: dei 1.248 giocatori presenti, 292 sono nati fuori dal paese che rappresentano. Il 23%, più del doppio rispetto al 9% registrato nel 2006. Il Times sottolinea che in ognuna delle prime sette giornate della fase a gironi c’è stato almeno un marcatore i cui genitori o luogo di nascita appartenevano a una nazionalità diversa da quella sulla maglia. Il 15% dei gol nella prima fase è stato realizzato da giocatori nati altrove rispetto al paese per cui giocavano.
Parte di questo riflette trasformazioni demografiche reali, il mondo in movimento da decenni. Ma una quota è anche il risultato di scelte federali molto concrete: nel 2021 la FIFA ha allentato le regole sul cambio di nazionalità, consentendo a chi aveva collezionato fino a tre presenze con la nazionale maggiore prima dei 21 anni di cambiare casacca. La norma precedente era più rigida. Il risultato è stato un mercato parallelo di identità sportive: federazioni che costruiscono database di giocatori con ascendenze utili, li contattano, valutano la disponibilità.
E poi c’è la Francia: 99 giocatori nati sul suolo francese partecipano a questo Mondiale, 53 dalla sola area di Parigi. Solo 23 indossano la maglia dei Bleus. Gli altri rappresentano una mappa di ex colonie, diaspore, traiettorie familiari che nessuno stemma federale riesce a sintetizzare davvero.
Il Times osserva che questo Mondiale racconta tutto questo in un contesto che rende la storia ancora più straniante: quattro paesi partecipanti – Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal – si sono visti sospendere in tutto o in parte il rilascio dei visti d’ingresso negli Stati Uniti. Ai giornalisti provenienti da Medio Oriente e Africa è stato negato l’accesso. Il miglior arbitro africano, un somalo, è stato respinto alla frontiera. I giocatori iraniani, costretti a stabilirsi in Messico, sono stati ammessi negli Stati Uniti solo nei giorni delle partite. Il torneo più eterogeneo della storia si svolge in un paese che, in questo momento storico, costruisce muri.
Fabrizio Colapinto



