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A Napoli una mostra dedicata a Alberto Biasi uno degli Artisti più autorevoli presenze della scena internazionale della ricerca percettiva contemporanea

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
18 de junio de 2026
in Arte, Giovanni Cardone 
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A Napoli una mostra dedicata a Alberto Biasi uno degli Artisti più autorevoli presenze della scena internazionale della ricerca percettiva contemporanea
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Giovanni Cardone

Fino al 1 Agosto 2026 si potrà ammirare a Palazzo Reale di Napoli – Sala del Belvedere la mostra dedicata a Alberto Biasi – ‘Alberto Biasi e altre visioni delle superfici: Hsiao, Rotta Loria, Tornquist’ a cura di Giovanni Granzotto. L’esposizione è promossa da Palazzo Reale di Napoli e dalla Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, ed è organizzata da Il Cigno Arte in collaborazione con lo Studio d’Arte GR. Il Percorso espositivo ripercorre la carriera di uno degli artisti più significativi della sperimentazione visiva italiana del Novecento – presente con le sue opere nelle collezioni permanenti del Centre Pompidou di Parigi, del MoMa di New York, dell’Ermitage di San Pietroburgo, della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e di Ca’ Pesaro a Venezia – mettendone la ricerca in relazione con le indagini sulla superficie, sul colore e sulla percezione sviluppate da Gilbert Hsiao, Claudio Rotta Loria e Jorrit Tornquist. Un corpus di 35 opere che ripercorre alcuni dei momenti più rilevanti della sua ricerca. Tra queste spiccano due importanti installazioni ambientali, Proiezione di luci e ombre n.2 e Light prism, entrambe presentate in occasione della sua ultima grande mostra personale all’Ara Pacis nel 2021. Due lavori che oltre ad essere opere-cardine della produzione di Biasi, sono esempi emblematici della capacità dell’artista di coinvolgere attivamente lo spettatore, attivando fenomeni percettivi basati sulla luce, sul movimento e sull’interazione visiva. Accanto a Biasi, la mostra mette in dialogo le ricerche di Gilbert Hsiao, Claudio Rotta Loria e Jorrit Tornquist, ciascuno presente con una selezione di cinque opere. Pur nelle differenze di linguaggio e approccio, i tre artisti condividono una riflessione comune sui rapporti tra superficie, forma e colore, sviluppata attraverso soluzioni che interrogano la percezione visiva e la mobilità retinica dello spettatore. Una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Alberto Biasi e sull’arte Programmatica e Cinetica apro il mio saggio dicendo: L’incontro con questo grande maestro per me stato significativo sotto tutti gli aspetti mai come questa volta non mi sono messo nei panni dello studioso ma in quelli dell’osservatore, il quale può utilizzare dei pulsanti da cui dipende la forma e il movimento . Con questo posso affermare che l’arte e la psicologia possono risultare due ambiti di studio separati e lontani tra loro, a partire dagli anni ‘60 del Novecento, però, queste due discipline vengono indagate simultaneamente riportando studi di ampio rilievo. Grande rilevanza, infatti, hanno gli studi di Ernst Gombrich che pubblica nel 1960 l’opera Arte e illusione; con questo testo, come storico e critico d’arte, pone le basi per un dibattito sulla rappresentazione pittorica condotto con strumenti non solo storico-artistici ma anche filosofici e psicologici. Tale studio gombrichiano resterà fondamentale e darà vita, con il passare del tempo, anche a ricerche in area filosofico-analitica. Rifacendosi a studi precedenti, Gombrich sostiene che fu George Berkeley, nel XVIII secolo, a fornire la base filosofica necessaria per una ritrovata concezione della visione e della rappresentazione. In particolare, Gombrich riportando gli studi condotti da Berkeley sostiene che: I sensi ci trasmettono sensazioni atomiche, di per sé prive di significato, le quali si aggregano perché prodotte da esperienze ripetute più volte o perché co-occorrenti e solo come aggregati vengono ad assumere significato. Successivamente anche Hermann von Helmholtz , medico, fisiologo e fisico tedesco, nel XIX secolo, parla di “inferenza inconscia” facendo riferimento a quelle conoscenze che si sono accumulate a livello preconscio a seguito di esperienze passate. Gombrich, inoltre, nella sua ricerca in Arte e illusione si basa anche sul pensiero filosofico di Karl Popper . In particolare, per la sua storiografia dell’arte, Gombrich ritiene fondamentale l’utilizzo di tre regole che Popper elabora per la metodologia sociologica nel 1957 in Miseria dello storicismo: non esiste l’arte, ma esistono solo gli artisti. Le immagini sono il prodotto di singoli artisti, sono dovute alle loro intenzioni individuali, dunque sono gli artisti a scegliere di quali mezzi stilistici avvalersi nella produzione della propria opera; la maggior parte delle opere d’arte è stata concepita nel contesto di una particolare occasione, che l’artista aveva in mente nel momento in cui produsse l’opera, perciò le scelte degli artisti, benché libere, sono parzialmente condizionate dal motivo che spinge alla produzione dell’opera; le opere sono tentativi di soluzione razionale ai problemi posti dagli artisti nel loro ambiente sociale. Ciò comporta che le scelte stilistiche siano ulteriormente condizionate dal contesto di produzione dell’opera, per esempio dai committenti. Inoltre, dal contesto dipende la gamma di scelte stilistiche, di abilità tecniche, di cui l’artista dispone . Si comprende, dunque, che i cambiamenti di stile sono una condizione direttamente proporzionale ai cambiamenti nelle necessità della società e che non dipendono da leggi di evoluzione della storia ma da scelte arbitrarie che lo storico dell’arte deve studiare per conoscere a fondo la ragione di tali cambiamenti. Lo stesso Gombrich risulta molto legato agli studi di Popper, infatti analizza i temi popperiani riguardanti: congettura e confutazione e il problema dell’induzione; ossia la messa alla prova delle nostre teorie dai fatti che le possono falsificare. Si evidenzia, dunque, come Gombrich, partendo dagli studi di Popper per lo sviluppo della conoscenza scientifica, proponga gli stessi per lo sviluppo degli stili di rappresentazione. Popper, infatti, come visto in precedenza, ritiene che la conoscenza derivi dalla formulazione di ipotesi che vanno confrontate con dati esperienziali che saranno in grado di confermarle o smentirle. Gombrich, pertanto, consapevole degli studi della Gestaltpsychologie e dell’influenza della teoria helmholtziana sulla rappresentazione della storia stilistica, ritiene che «una nuova teoria della rappresentazione avrebbe dovuto necessariamente fondarsi su una conoscenza più approfondita del funzionamento del cervello visivo» . Fondamentale è ricordare che nonostante le teorie di Karl Popper siano state alla base degli studi condotti da Gombrich lui non ne rimane fedele. Popper, al contrario di Gombrich, ricorre all’innatismo, ossia la teoria psicologica secondo cui il comportamento non deriva dall’esperienza ma dal patrimonio genetico, e alla svalutazione del ruolo delle esperienze di osservazione diretta. Ulteriore fonte di rilevanza per Gombrich è The Elements of Drawing scritto nel 1857 da John Ruskin , scrittore, pittore, poeta e critico d’arte britannico. Ruskin sostiene che il proprio ideale di rappresentazione realistica sia raggiungibile solo rinunciando a tutto ciò che conosciamo del mondo visibile per ridurre il problema della pittura alla semplice resa del mondo tridimensionale su una superficie piana. Quest’idea esemplifica il pensiero di Gombrich sulla psicologia della rappresentazione pittorica, «una psicologia della percezione visiva fondata sulla credenza della possibilità di accesso diretto ai sense data, i dati sensoriali, costituenti primari della percezione». L’idea di Ruskin, però, si basa sulla tradizione artistica occidentale che considera l’arte come imitazione della realtà, si deduce quindi che ci debba essere una somiglianza tra immagini e realtà dipinta perché un’opera d’arte possa essere considerata accettabile. L’origine di questa teoria mimetica dell’arte si ritrova nei testi di Platone e Aristotele. In particolare, secondo Platone, filosofo dell’Antica Grecia, la rappresentazione pittorica imita ciò che è presente nella realtà riferendosi ad esempio ai colori presenti in natura. Platone, dunque, nella sua teoria mimetica della rappresentazione pittorica considera come elementi di somiglianza della realtà non la prospettiva o l’ombreggiatura ma gli elementi essenziali di un dato soggetto. Secondo il filosofo, quindi, ciò che è reale sono le idee che vengono considerate il modello da seguire per realizzare ogni rappresentazione della realtà. Per Platone, infatti, dal momento che non abbiamo accesso alla realtà delle cose non si può riprodurre un mondo esistente ma realizzare un’alternativa che non tenti di spacciarsi per quello reale. Gombrich, quindi, per un certo verso si avvicina all’idea di Platone e dall’altro si distacca dall’idea occidentale di somiglianza. Il critico d’arte, infatti, constata che gli artisti non possono trascrivere allo stesso modo ciò che è presente nella realtà anche sulla tela o in qualsiasi altro mezzo, altrimenti non ci sarebbe distinzione tra l’originale e il suo prototipo. Si deduce, perciò, che l’artista non può compiere una riproduzione effettiva della realtà ma la traduce o la evoca a seconda di ciò che da lui viene percepito. La vista risulta quindi un ambito che apre strade a diversi studi e considerazioni che si sono protratte dall’antichità ad oggi. Apparentemente il vedere può sembrare un’azione quotidiana alquanto scontata e semplice che permette non solo di orientarci ma anche di godere della realtà nelle sue forme più molteplici. Tale modo di operare del sistema visivo viene utilizzato in maniera ancora più precisa e dettagliata dalla capacità dell’artista di creare schemi che diano un’interpretazione dell’esperienza attraverso forme organizzate. Infine, analizzando le fonti di riferimento di Gombrich si comprende come, nel corso del tempo, si siano evolute le considerazioni della rappresentazione pittorica dall’antichità fino a giungere all’epoca contemporanea. Penso che uno dei maggiori artisti italiani che emerse negli anni ‘60 durante il periodo dell’arte cinetica è stato senza dubbio Alberto Biasi, nasce a Padova il 2 giugno 1937. A causa della guerra si trasferisce dalla nonna paterna a Carrara San Giorgio, rimasto orfano di madre, alla fine del conflitto, ritorna a Padova dove frequenta le scuole elementari, medie e il Liceo Classico. La sua propensione verso le discipline artistiche emerge fin dalla scelta di conseguire un diploma di maturità artistica. Nel 1958 si iscrive all’Istituto di Architettura a Venezia e nel 1962 al Corso Superiore di Disegno Industriale. Diventa insegnante di Disegno e Storia dell’Arte presso la scuola pubblica e anche professore di Grafica Pubblicitaria all’Istituto Professionale di Padova. La sua carriera artistica però inizia già nel 1959 quando viene formato il famoso Gruppo N, un gruppo di studenti di Architettura con cui Biasi partecipa a diverse manifestazioni artistiche. Nel 1960 partecipa alle mostre della Galleria Azimut di Milano ed espone assieme a Manfredo Massironi, Piero Manzoni, Enrico Castellani e Heinz Mack (1931) nella mostra “La nuova concezione artistica”. Grazie ai molteplici viaggi a Milano, crocevia di numerosi artisti, Biasi matura assieme a Massironi l’idea di fondare il Gruppo N che, in breve tempo, diventa protagonista di molte esposizioni nazionali e internazionali riguardanti l’arte cinetica. La sede del Gruppo è a Padova ma espone anche a Zagabria, Venezia, Parigi entrando in contatto con altri sperimentatori europei. Biasi, assieme al Gruppo N, partecipa a diverse mostre di rilievo, come nel 1962 presso i Negozi Olivetti con Arte Programmata che si svolge non solo a Milano ma anche a Venezia, Roma e presso gallerie e musei londinesi e americani. Nel 1964 il Gruppo partecipa anche alla XXXII Biennale Internazionale di Venezia e nel 1965 alla famosa mostra del MoMA The Responsive Eye. La storia del gruppo si conclude nel 1966 ma Biasi, assieme a Landi e Massironi cerca di dare avvio al nuovo Gruppo N 65 senza ottenere grandi risultati. Al termine di tale esperienza Biasi prosegue le sue ricerche personali aggiornando i risultati raggiunti con nuove soluzioni espressive I suoi studi artistici si sono sempre rivolti «verso l’indagine percettiva, attraverso cicli di lavori che hanno indagato i problemi relativi alla percezione visiva e all’interazione con l’opera». Molte delle sue opere come Trame e Rilievi ottico-dinamici generano effetti ottico-cinetici che «solo con la partecipazione dello sguardo del fruitore queste opere sprigionano il loro dinamismo e la loro continua mutevolezza». Anche attraverso Torsioni e Ambienti Biasi cerca di provocare e stimolare l’occhio dell’osservatore. Durante gli anni ‘70, l’artista inizia ad elaborare un nuovo linguaggio personale attraverso altri ambienti come Eco o Io sono, tu sei, egli è in cui il pubblico è chiamato ad interagire direttamente con l’installazione. Negli anni 90, «abbina inserti pittorici a richiami figurali» e attorno al 2000, invece, coinvolge gli osservatori attraverso più tele “assemblate” tra loro che trovano l’equilibrio nel proprio “punto di rottura”, tali opere sono conosciute come il ciclo degli Assemblaggi. La ricerca di Biasi prosegue tutt’ora grazie anche alla rielaborazione di soluzioni formali che continuano ad offrire nuove chiavi di lettura della sua arte, «un’arte visiva che trasmette conoscenza e sapere attraverso gli occhi» . Per quanto riguarda le opere di maggiore interesse che Alberto Biasi realizza durante i suoi studi relativi all’arte cinetica si può innanzitutto individuare Strutturazione cinetica del 1964. Quest’opera viene realizzata da Biasi attraverso pittura acrilica su dischi in PVC che ruotano per effetto di elettromotori. Quest’opera è commissionata da parte dell’azienda italiana Magneti Marelli al Gruppo N in occasione della 42a Fiera Campionaria di Milano. Tale opera viene eseguita con l’intento di «mostrare la variazione cromatica nelle riprese con telecamera fissa a circuito chiuso a colori» . Nonostante l’opera porti la dicitura “Gruppo N” è noto che l’esecutore di tale lavoro è Alberto Biasi che progetta quest’opera cinetica «costituita da 19 dischi bicolori dipinti secondo il simbolo del Tao». Inizialmente, i dischi, disposti sulla tavola dipinta di bianco, erano realizzati in ottone, ma ben presto si nota che il materiale è troppo pesante per permettere un movimento costante e fluido. Per questo motivo, l’opera viene modificata sempre nel 1964 in occasione della XXXII Biennale di Venezia «con inserti in PVC su un supporto ligneo dipinto di nero, l’opera viene presentata con il titolo Struttura cinetica 2» . Nel 1983, infine, l’opera viene restaurata da Biasi stesso riportando il fondo all’originale colore bianco, come nella sua prima versione. Altra serie di opere che Biasi inizia ad indagare negli anni ‘60 del secolo scorso, ma che tutt’oggi prosegue, è Torsioni. Un esempio di tale serie di opere lo si può riscontrare in Dinamica triangolare bianca , opera che l’artista realizza tra il 1965 e il 1976. Le Torsioni sono la serie di opere che ha reso Biasi conosciuto e famoso, già dal nome si comprendere il suo «aspetto idealmente dinamico e fisicamente artigiano del manufatto». In particolare, nell’opera Dinamica triangolare bianca, che viene realizzata in acrilico e PVC su tavola di dimensioni 77 x 88 cm, anch’essa esposta alla mostra Tuffo nell’arcobaleno, si constata che è «necessario che il punto di vista dello spettatore – e quindi lo spettatore stesso materialmente si sposti per ottenere quell’effetto di pulsazione della superficie». In questo caso, il concetto che la superficie torcendosi diventa un rilievo pone in campo anche la questione relativa alla tridimensionalità e alla profondità, che da mimetica diventa reale, per ottenere un risultato di spiazzamento. In sostanza, quello che cerca di fare Biasi è di coinvolgere in termini emotivi, sensoriali, psicologici l’attività percettiva dello spettatore con cui l’artista intende tessere un dialogo serrato. La stessa volontà di affascinare e stupire lo spettatore la si riscontra anche in opere come Rilievo ottico dinamico  che fa parte di alcuni lavori ottico-cinetici realizzati a partire dal periodo del Gruppo N e proseguiti poi in tempi odierni. Quest’opera, esposta al Museo dell’Ara Pacis, ha dimensioni di 183 x 126 cm ed è realizzata a rilievo in PVC su tavola. Si può notare che dal punto di vista costruttivo si tratta di configurazioni lineari collocate su due piani sovrapposti, distanziati di pochi centimetri tra loro. Il piano sottostante è dedicato al tracciato compositivo che risulta lineare e cromatico, mentre quello a rilievo è costituito da una cascata di lamelle-fettucce in PVC capaci di produrre un inganno ottico che svia lo spettatore dalla forma originale. Quello che si percepisce è il fatto che le strutture sono ad un unico livello che si muove, mentre tale illusione è data dall’interferenza dei due piani. Tutto questo porta il fruitore all’individuazione e immaginazione di nuove realtà formali. L’idea di Biasi è quindi quella di ricondurre chi osserva ad una sorta di dipendenza ipnotica. Infatti, l’attrazione estetica che produce nell’osservatore a causa delle sue mille trasformazioni e soluzioni dinamiche porta l’opera, inevitabilmente, ad essere oggetto di fascino. Durante la sua ricerca ottico-cinetica Biasi realizza anche i primi Politipi che risalgono al 1965 e la cui indagine prosegue per oltre vent’anni. Un esempio di tali opere lo si può riscontrare in Politipo del 1969. Quest’opera, presentata alla mostra Tuffo nell’arcobaleno, è un rilievo in PVC su tavola che misura 60 x 60 cm. In tale serie di opere Biasi combina «gli elementi delle torsioni con le superfici piatte campite con colori timbrici», per di più: sfrutta le proprietà del PVC, materiale plastico flessibile che viene sottoposto a torsioni da una serie di elementi tensori che modificano la regolarità della disposizione verticale delle lamelle stesse, determinando configurazioni diverse e cangiantismi coloristici. Per concludere, si comprende che questa serie di opere, così come altre prodotte nella sua carriera, prevedono: una sorta di repertorio formale cui attingere per creare combinazioni sempre diverse, risultanti dall’accostamento, dalla fusione e dalla sintesi di elementi “semplici” che hanno avviato l’intero processo produttivo di Biasi. Altro importante esponente del Gruppo N è Ennio Chiggio . Ennio Ludovico Chiggio, nome di battesimo, nasce a Napoli nel 1938. Fin da giovane compie studi tecnici e artistici a Venezia dove frequenta l’Accademia e la Facoltà di Architettura, seppur con una certa discontinuità. Dal 1957 inizia a dipingere e tale attività lo fa avvicinare maggiormente al mondo delle mostre come la Biennale o la Triennale, che prendono luogo a Venezia. È proprio in questi anni, infatti, che Chiggio si lega al Gruppo N, un gruppo di giovani padovani. Chiggio, influenzato da questo nuovo modo di fare arte, «inizia ad operare su spazi sequenziali e ripetitivi sviluppando la componente fenomenica dell’atto artistico». In questo periodo Chiggio è sempre più coinvolto dai lavori collettivi del Gruppo N, soprattutto per la capacità di creare opere in grado di dare nuovi stimoli alla fruizione artistica da parte dello spettatore. È importante ricordare però che, nelle ricerche individuali di quegli anni, Chiggio s’interessa di poesia visiva, fotografia e musica sperimentale, opere che vengono presentate alla mostra personale presso lo Studio Enne nel 1961. Inoltre, a partire dal 1964 prende avvio la collaborazione con Teresa Rampazzi compositrice, pianista e ricercatrice musicale, che porta, nell’anno seguente alla fondazione del gruppo Fonologia sperimentale, NPS (Nuove Proposte Sonore) per la produzione di “oggetti sonori”, in particolare Musica elettronica. Tali oggetti arricchiscono la produzione del Gruppo N e vengono esposti anche alla Biennale di Venezia del 1964. Nel 1965, però, Chiggio si allontana dal Gruppo N per occuparsi di design e grafica, riuscendo ad aprire un suo studio e nel 1973 diventa membro del consiglio direttivo dell’Associazione Disegno Industriale di Milano. Altri sono i ruoli autorevoli da lui intrapresi come, la cura della comunicazione d’immagine di imprese nazionali ed estere protrattosi dal 1975 al 1991, e quello di docente di Progettazione ed Estetica industriale all’Accademia di Belle Arti di Venezia dal 1978 al 1989. Oltre a queste incombenze istituzionali, il suo impegno si protrae anche nell’ambito espositivo come curatore e artista fino al 2020. Si può dire dunque che la sua arte ha suscitato meraviglia e ammirazione, soprattutto perché indaga le manifestazioni visibili del mondo e come l’apparato sensibile dell’uomo le coglie. Ennio Chiggio muore il 25 settembre 2020 a Padova, dove da tempo risiedeva. Per quanto riguarda le opere che Chiggio compie durante la sua carriera, di rilevante importanza è sicuramente Interferenza e rifrazione luminosa di cui aveva già prodotto pochi anni prima degli studi con Interferenza luminosa 1,2,3. Quest’ultima versione della serie di oggetti di Interferenza luminosa viene prodotta da Chiggio nel 1961 per essere esposta al XII Premio Lissone. Ciascun elemento misura 24 x 24 x 22 cm ed è oggi conservato presso l’archivio Ennio L. Chiggio, a Padova. L’opera in questione si compone di: scatole in legno nelle quali sorgenti luminose di diverso colore inviano un fascio di luce attraverso dei retini metallici. Il vetro anteriore disloca e accentua i fasci di luce, svolgendo una funzione diottrica. In queste quattro varianti Chiggio ha impiegato vetri a sola maglia quadrata, mentre in altre versioni dell’opera ha utilizzato dei retini metallici di diverse tipologie, per capirne la potenzialità e “giocare” con le varie forme di luce. Esistono infatti varianti con retini metallici con una trama a fori incrociati, altre a barre verticali, e altre a fori quadrati. In quest’ultima versione l’artista fornisce al fruitore un filtro ottico rosso/verde che permette di osservare la texture di rete a fori quadrati. Inoltre, per la mostra “Arte programmata” di Olivetti del 1962 Chiggio esegue l’opera Bispazio instabile , anche se sotto il nome del Gruppo N. Tale opera misura 55 x 30 x 57 cm e anch’essa viene conservata presso l’archivio padovano Ennio L. Chiggio. La struttura di legno quadrangolare, di cui è costituita l’opera, serve per tenere insieme tre pannelli di plexiglas in cui sono state create due zone interne comunicanti tra loro grazie a tre fori presenti nel diaframma centrale. In particolare, le piccole sfere di celluloide bianche e rosse collocate all’interno della struttura in legno cambiano di disposizione ogni qualvolta vengono mosse dal fruitore che ruota la scatola. Attraverso tali spostamenti si dimostra come si possano ottenere svariate combinazioni cromatiche e formali. Inoltre, risulta interessante constatare come all’inizio i due comparti contengono ciascuno sfere dello stesso colore, mentre poi con l’intervento del fruitore tale condizione non si raggiunge più. Pertanto: Con questo progetto il Gruppo N mette in pratica la sua idea di “programmazione”, che consiste nel considerare come “programmatore” delle opere lo stesso spettatore, chiamato a riconfigurare l’aspetto di un oggetto secondo la dialettica di programmazione e caso, logica e variabilità. Struttura visiva fa parte delle opere che Chiggio realizza tra il 1964 e il 1965. Quest’opera, conservata presso l’archivio personale dell’artista, misura 80 x 80 x 3 cm e viene realizzata con la tecnica dell’acrilico su tavola. In questo periodo Chiggio risulta particolarmente interessato alle ricerche sui margini percettivi, utilizzando delle interferenze circolari ad anelli bianchi e neri crea la serie di Strutture visive. In questo caso particolare, si può riscontrare come al centro della rappresentazione sia presente un quadrato con quattro semicerchi che si intrecciano perfettamente per forma e colore agli altri semicerchi adiacenti al quadrato. In questo modo, tale struttura fa diventare complementare anche figure apparentemente differenti. Altre ricerche dell’artista, svolte negli anni ‘60, indagano non solo le interferenze circolari ma anche quelle lineari. Un esempio è individuabile nell’opera Interferenza lineare 13.3 del 1966. Tale opera viene realizzata attraverso una doppia lastra di plexigas aerografato con cornice di dimensioni 47 x 47 x 10 cm. Queste opere fanno parte di studi che Chiggio conduce relativamente all’insieme di linee oscillanti che sembrano percorrere perpendicolarmente i raggi di un pattern radiale. Infatti: l’illusione del movimento si ottiene ogni qualvolta una linea a spirale impegna un campo percettivo creando un vortice che dal fondo appare emergere alla superficie del piano di osservazione. Toni Costa  è un altro artista di grande spessore che negli anni 60 del secolo scorso ha preso parte al Gruppo N. Toni Costa, all’anagrafe Giovanni Antonio Costa, nasce a Padova nel 1935. L’artista è infatti ampiamente conosciuto per essere uno dei cofondatori del Gruppo N di Padova, a cui la sua attività artistica è interamente legata. A seguito dello scioglimento del Gruppo, dopo pochi anni dalla sua formazione, Costa abbandona quasi completamente la carriera di operatore estetico. Prima di tale avvenimento, però, l’artista organizza assieme al Gruppo numerose opere collettive con intenti cinetico-visivi. Molteplici sono le partecipazioni di Costa alle esposizioni del collettivo. In particolare, oltre alle “mostre a puntate” del 1961 realizzata presso lo Studio Enne. L’artista partecipa anche all’esposizione Art Abstrait Constructif International allestita presso la Galleria Denise René di Parigi e alla Biennale di Zagabria. Altre mostre di rilevanza sono “Arte programmata”, nelle sale espositive della Olivetti, o la celebre esposizione “The Responsive Eye” al MoMA di New York. All’artista vengono dedicate anche significative mostre personali presso la Wadden Gallery di New York nel 1969, la Galleria Barozzi di Venezia, nello stesso anno, e nel 1974 alla Galleria Lorenzelli di Milano. Nel corso degli anni 70, le opere di Costa diventano il “marchio distintivo” del Gruppo N «che partecipa alle esposizioni collettive con queste creazioni dinamiche, che giocano sulle sollecitazioni ottiche per generare un movimento virtuale». A seconda del punto di vista dell’osservatore tali opere, interferendo con la luce, danno vita a numerose forme. Nel nuovo millennio, a seguito della progressiva riscoperta della figura di Toni Costa e del Gruppo N, l’artista partecipa a numerose esposizioni collettive dedicate all’arte programmata e all’ optical art. Toni Costa muore a Padova nel 2013. Nel corso degli anni 60 Costa, assieme ai diversi membri del Gruppo N, lavora assiduamente alla ricerca di dinamismo nelle opere. Tale ricerca la si riscontra in particolare in opere come Visione dinamica che progetta assieme ad Alberto Biasi. L’opera è caratterizzata da un supporto in legno dipinto di nero dove sono disposte delle lamelle in PVC «che convergono verso il centro avvitandosi in una torsione». Tale costruzione dell’opera crea un dinamismo ottico che dipende dal punto di osservazione dello spettatore. Infatti, «il movimento in questo caso non è reale ma virtuale e dipende dalla percezione visiva di chi interagisce con l’oggetto che ha di fronte». Il seguente lavoro, quindi, corrisponde al principio dell’“opera aperta” «secondo cui l’immagine è in continua trasformazione e non può definirsi mai conclusa perché legata alla cultura visiva e alle esperienze percettive del singolo». Risalendo ai documenti di Anversa, dove l’opera è stata esposta nel 1962 in occasione della mostra Anti peinture, presso la galleria G 58 Hessenhuis, si constata che in tale occasione l’opera sia stata appesa tramite cavi sottili al soffitto e ruotata di 45 gradi rispetto alla disposizione con cui le Visioni dinamiche vengono solitamente esposte. Inoltre, l’opera inizialmente è attribuita all’intero Gruppo N che solo in seguito ha deciso di assegnarla ai singoli esecutori. Sulla stessa impronta si ritrova anche Dinamica Visuale facente parte del ciclo delle Visioni dinamiche. Tale opera viene esposta alla XXXII Biennale di Venezia del 1964, presentata però il titolo Visione dinamica n.15. Durante l’esposizione l’opera viene assegnata all’intero Gruppo N, quando però, in quello stesso anno, il collettivo si scioglie viene riconosciuto formalmente come esecutore Toni Costa. Infatti, interviene sul cartiglio della Biennale aggiungendo, accanto alla dicitura “Gruppo Enne”, anche il suo nome. Si presume che in tale contesto l’autore abbia eliminato la numerazione “n.15” lasciando quindi all’opera il solo titolo di Visione dinamica. L’anno seguente, precisamente nel 1965, alla mostra newyorkese “The Responsive Eye” viene esposta una Visual Dynamics di Toni Costa che cattura l’interesse del proprietario della Waddell Gallery di New York, Richard Waddell. Nel 1966, quando il gallerista newyorkese si reca in Italia, entra in contatto con Costa che gli affida Visione dinamica, acquistata due anni dopo dalla stessa galleria. L’opera è rientrata in Italia solo nel 2020 ma fino ad allora è stata esposta in territorio newyorkese. All’interno del Gruppo N ulteriore personaggio di rilevanza è Manfredo Massironi . L’artista nasce a Padova nel 1937 e frequenta la Facoltà di Architettura e il Corso Superiore di Disegno Industriale a Venezia. Quando nel 1959 prende avvio a Padova il Gruppo N, Massironi viene da subito considerato il più autorevole interprete del rinnovamento del linguaggio artistico. In particolare: Questi sviluppò fin dai primi anni ‘60 un interesse particolare nei confronti degli studi sulla psicologia della forma soprattutto dopo la lettura dei testi di Rudolf Arnheim Arte e percezione visiva e di Wolfgang Köhler La psicologia della gestalt, usciti nella traduzione italiana nel 1962, che diedero conferma teorica alle sue opere già formalmente improntate alle ricerche gestaltiche svolta in ambito scientifico. Tali propensioni di Massironi si riscontrano quando nel 1959 partecipa al Premio San Fedele a Milano presso la sede dei Padri Gesuiti con l’opera Momento n.2, un cartone ondulato «di una essenzialità che potremmo definire per forma e materiale anticipatrice di modalità minimaliste». Tale opera scatena una polemica che coinvolge sia la stampa nazionale che i critici. Questa vicenda porta Piero Manzoni ad invitare Massironi all’attività espositiva della Galleria Azimut di Milano. Durante la sua presenza come fondatore e membro all’interno del Gruppo N, Massironi «si distingue per la coerenza teorica e sperimentale con la quale sviluppa le sue ricerche nel campo della percezione della forma». Massironi, come referente del Gruppo N, già a partire dai primi anni 70, entra in contatto con diversi artisti, critici e specialisti di musei italiani e stranieri. Al termine di tale periodo, invece, «si dedica agli aspetti psicologici della percezione visiva e intraprende la carriera accademica, insegnando presso le Università di Bologna, di Roma e infine di Verona». Contemporaneamente all’attività accademica, Massironi prosegue con la sua ricerca artistica partecipando ad esposizioni in Italia e all’estero. Grazie a tali studi Massironi partecipa a conferenze internazionali e intesse stretti rapporti con figure di rilevanza come Gaetano Kanizsa e altri importanti studiosi della psicologia della Gestalt. Manfredo Massironi muore a Padova nel 2011. Una delle prime opere di maggior interesse che riguarda l’operato di Massironi è senza dubbio Struttura poliriflessa  o conosciuta anche come Cubo luminoso a struttura dinamica, realizzato nel 1961. Tale opera risulta «un invito diretto all’osservatore a verificare come muta la matrice delle riflessioni». Struttura poliriflessa è caratterizzata «da una scatola cubica in legno con facce di vetro trasparente e sorgenti luminose disposte ai quattro angoli interni». Al suo interno, la scatola è composta da nove perni ognuno con tre specchi ad essi ancorati, disponibili alla rotazione. Tali quinte di specchio sono manovrabili liberamente dallo spettatore, riflettendo e combinando le luci provenienti dai quattro angoli all’interno della scatola e, allo stesso tempo, catturando l’immagine proveniente dall’ambiente circostante. In questo modo: La variabilità degli esiti dipende dalle reciproche inclinazioni delle superfici ma anche dalla posizione dell’osservatore e dell’ambiente circostante che si offre alla riflessione e che si mette nella struttura, sia nei riflessi che negli spazi vuoti tra essi. Il risultato che si ottiene, quindi, è una sorta di trappola ipnotica che riesce ad inglobare e far rimbalzare la luce all’esterno. Ciò che si può dedurre è che «il tema fondamentale dell’opera è quindi quello di creare un continuo e costante dialogo con l’ambiente e l’osservatore». Inoltre, anche Fotoriflessione variabile è un ulteriore lavoro di Massironi che pone l’accento su «invarianze e variazioni legate al mondo della riflessione». A tal proposito, l’osservatore avvicinandosi all’opera spenta vede semplicemente una scatola di legno nero e uno specchio quadrato sulla parte frontale. Quando, però, l’opera viene messa in azione e l’interruttore acceso si vedono configurazioni di puntini luminosi in movimento partendo da nove punti apicali, tali punti rimangono l’unico elemento fermo di scie di punti che fluttuano verso l’alto, il basso, destra e sinistra. Lo spettatore non comprende da dove ha origine il movimento e la dislocazione dei riflessi perché non ha modo di notare la presenza di due specchi basculanti interni. L’osservatore può però utilizzare dei pulsanti da cui dipende la forma del movimento e questo lo stimola a cercare di capire come si produce il fenomeno. Questa “danza di punti luminosi” diventa dunque un meccanismo piuttosto intrigante per chi ne usufruisce. Il Trittico cerchi + quadrati è un’altra opera che Massironi realizza nel 1963. Tali composizioni hanno l’intento di creare «superfici vibranti dinamiche con margini di percezione instabili». Per la creazione di tale opera, sono utilizzati settori circolari e quadrati concentrici, suddivisi in elementi regolari e rimontati insieme alternativamente in tre diverse procedure: ad intarsio cuneiforme, a fasce parallele, a mosaico di quadrati. Tali opere coinvolgono e rapiscono lo sguardo dell’osservatore che cerca di destreggiarsi nell’effetto ipnotico delle diverse linee e forme che si intersecano insieme. Per proseguire la ricerca nella fenomenologia della visione e creare opere d’arte con l’intento di studiare gli effetti visivi, Massironi realizza Struttura a quadrati rotati  nel 1964. Tale struttura in cartone è formata da una serie di quadrati concentrici di differenti dimensioni e progressivamente ruotati secondo un angolo costante. Si constata simmetria sia nei singoli elementi che a livello più generale. Dal momento che l’angolo di rotazione risulta piccolo i lati di quadrati diversi si organizzano secondo la loro buona continuazione. L’osservatore è perciò portato a compiere uno sforzo per individuare i quadrati, tale sforzo però comporta un’interazione conoscitiva tra l’opera e lo spettatore. Si nota inoltre come la presenza di contorni continui renda impossibile l’individuazione di un’altra struttura, per quanto sia nota la sua esistenza. Altro artista di grande fama, che si indirizza allo studio di opere cinetiche è sicuramente Davide Boriani, rappresentante del Gruppo T. Davide Boriani  nasce a Milano nel 1936 e a causa della guerra frequenta le scuole primarie in diverse località come Milano, Bologna, Luino. Dopo essersi diplomato al liceo artistico nel 1956 inizia a frequentare la Scuola di Decorazione di Achille Funi, presso l’Accademia di Brera. In questi anni inizia ad interessarsi alla problematica del Tempo e l’intervento del Caso nelle arti visive. Per questo comincia a realizzare una serie di “opere in divenire”, caratterizzate da materia che si modifica nel tempo in modo imprevedibile e autonomo. Ad eccezione delle due installazioni ambientali di Biasi, tutte le opere in mostra sono lavori a parete: superfici attive e dinamiche che si trasformano al mutare del punto di vista, generando effetti cangianti e instabili. Il percorso espositivo si configura così come un’indagine coerente e articolata sulle possibilità percettive della superficie, intesa non come elemento statico ma come campo di relazione tra opera e osservatore. La mostra evidenzia il ruolo centrale di Biasi all’interno di questa linea di ricerca, sottolineandone al contempo le risonanze e gli sviluppi nelle pratiche degli altri artisti. Ne emerge un dialogo intergenerazionale e internazionale che restituisce la vitalità e l’attualità di una riflessione sull’arte come esperienza percettiva.

Biografia di Alberto Biasi

Nasce a Padova il 2 giugno 1937. Negli anni della guerra si trasferisce per un breve periodo dalla nonna paterna a Carrara San Giorgio, un piccolo paesino nel padovano. Orfano di madre, alla fine del conflitto bellico torna a Padova, dove frequenta le scuole elementari e medie, iscrivendosi successivamente al Liceo Classico. La sua attitudine verso le discipline artistiche lo spinge tuttavia a conseguire il diploma di maturità artistica e a iscriversi nel 1958 all’Istituto d’Architettura di Venezia e nel 1962 al Corso Superiore di Disegno Industriale. In questi anni insegna Disegno e Storia dell’Arte nella scuola pubblica e, a partire dai primi anni Settanta e fino al 1988, occupa la cattedra di Grafica Pubblicitaria all’Istituto Professionale di Padova. La sua carriera artistica inizia già nel 1959, anno che coincide con la formazione del Gruppo Ennea, un’associazione di studenti di Architettura con cui Biasi partecipa a manifestazioni artistiche come la IV Biennale Giovanile d’Arte di Cittadella, dove ottiene un premio conferitogli da Virgilio Guidi. Nel 1960 partecipa alla stagione espositiva della Galleria Azimut di Milano e con Enrico Castellani, Heinz Mack, Piero Manzoni e Manfredo Massironi espone nella mostra La nuova concezione artistica organizzata al Circolo del Pozzetto di Padova. Durante i frequenti viaggi verso Milano, a quel tempo crocevia di artisti di fama internazionale, Biasi e Massironi maturano l’idea di fondare il Gruppo N che diventa in poco tempo protagonista delle principali esposizioni nazionali e internazionali sull’arte cinetica. Oltre ad aprire una sede espositiva nella città di Padova, il Gruppo N aderisce al movimento delle “Nuove Tendenze” ed espone a Zagabria, Parigi e Venezia, entrando in contatto con altri sperimentatori europei. Nel 1962 il Gruppo N espone nella mostra itinerante Arte Programmata – titolo che si riferisce al software dei computer – organizzata da Bruno Munari e ospitata nei Negozi Olivetti di Milano, Roma, Venezia e in gallerie e musei londinesi e americani. Nel 1964 il Gruppo N è invitato alla XXXII Biennale Internazionale di Venezia e l’anno successivo al MoMA di New York per partecipare alla famosa mostra The Responsive Eye.

Palazzo Reale di Napoli – Sala del Belvedere

Alberto Biasi e altre visioni delle superfici: Hsiao, Rotta Loria, Tornquist

dal 28 Maggio 2026 al 1 Agosto 2026

dal Lunedì alla Domenica dalle ore 9.00 alle ore 20.00

Mercoledì Chiuso

 Alberto Biasi e altre visioni delle superfici: Hsiao, Rotta Loria, Tornquist, Palazzo Reale Napoli Ph. Marco Baldassarre

Foto di Alberto Biasi

Fonte: Ufficio stampa Spaini & Partners www.spaini.it ufficiostampa@spaini.it

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Tags: ArteGiovanni Cardone
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