“O sole mio”, “Torna a Surriento”, “Funiculì funiculà”: melodie nate a Napoli tra Ottocento e Novecento che il mondo intero canticchia da decenni. Ora l’Italia vuole portarle all’Unesco. Il 5 giugno, l’Arena di Verona ospita il lancio ufficiale della candidatura della canzone classica napoletana a patrimonio immateriale dell’umanità.
CHI CI SARÀ SUL PALCO
L’evento si intitola “Campioni del mondo – Italia loves Unesco”, sarà trasmesso questa sera in diretta su Rai 1 dalle 21.30 e vedrà sul palco Placido Domingo, Massimo Ranieri, Gigi D’Alessio, Sal Da Vinci e Serena Rossi. In platea, cento delegati Unesco provenienti da quaranta Paesi.
L’ITER ISTITUZIONALE
Il percorso verso l’Unesco è partito in Parlamento. A febbraio, la Commissione Cultura della Camera ha dato il via libera formale, impegnando il governo a portare avanti la candidatura. Da lì, è stato messo in piedi un comitato scientifico coordinato da Renzo Arbore, con l’obiettivo di chiudere il dossier entro il 2028.Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, tra i promotori più attivi dell’iniziativa, rivendica il napoletano come lingua e non semplice dialetto, richiamandosi alle classificazioni Unesco sulle lingue a rischio.
UN’OPPORTUNITÀ PER IL TURISMO E L’IDENTITÀ CULTURALE
La candidatura non è solo un riconoscimento culturale: Mazzi la collega esplicitamente al turismo delle radici. Circa 80 milioni di italo-discendenti nel mondo, molti dei quali di origine campana, conservano un legame con la lingua e le tradizioni dei loro antenati, e il riconoscimento Unesco potrebbe diventare un’occasione per richiamarli in Italia. Tra le prossime vetrine, l’America’s Cup a Napoli nel 2027, che potrebbe offrire ulteriori spazi per promuovere la candidatura attraverso concerti e iniziative dedicate.
IL NODO DEL PERIMETRO
Non tutto è già definito. La risoluzione parlamentare parla di “musica classica napoletana” e non di “canzone classica napoletana”, lasciando aperto un nodo interpretativo: si intende solo il repertorio d’autore tra fine Ottocento e anni Sessanta del Novecento, o l’intero patrimonio musicale prodotto a Napoli in quattro secoli, dalle opere barocche di Alessandro Scarlatti all’Opera buffa, fino al canzoniere di Salvatore di Giacomo. La precisione del perimetro sarà decisiva per la solidità del dossier. Se la candidatura si concentrasse sulla canzone classica napoletana in senso stretto, il terreno sarebbe solido: continuità storica, legame con l’identità linguistica del napoletano, accompagnamento dei grandi fenomeni migratori, e un vero ecosistema produttivo fatto di autori, interpreti, editori e festival, che anticipa di fatto il modello dell’industria culturale moderna.
Marina Casadei



