Giovanni Cardone Apro questo mio Editoriale cercando di riflettere sull’evoluzione tecnologica del nostro tempo, in particolar modo porsi una domanda che cos’è la Robotica? Molti studiosi sostengono che la terza rivoluzione industriale sia ancora in atto e non abbia dato a pieno i propri frutti, mentre altri che, invece, ritengono che questa terza fase sia terminata e che sia appena iniziata una quarta rivoluzione industriale. La terza rivoluzione industriale viene collocata nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Il contesto storico in cui essa viene inserita vede protagonisti gli Stati Uniti d’America, che non videro i loro territori distrutti dalla guerra, poter proseguire il loro periodo di benessere economico iniziato già durante la guerra grazie soprattutto alla produzione bellica dimostrando, quindi, che l’economia statunitense aveva pienamente superato il crollo del 1929. Gli stati europei invece dovettero affrontare una situazione ben differente visto che la guerra era stata combattuta lì. Essi avviarono attività di ricostruzione e diedero vita inizialmente alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) al fine di mettere in comune la produzione di queste due materie in un’Europa di sei paesi: Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania Occidentale. Successivamente con la firma del trattato di Roma nacque la CEE, sigla che sta per Comunità Economica Europea, che permetteva la realizzazione di un mercato comune, che permetteva di dare libera circolazione a merci, servizi, persone e capitali su tutto il territorio dei sei paesi aderenti. La novità maggiore di questo periodo, tuttavia, risiede nel grande sviluppo dell’informatica con la conseguente nascita dei computer e dall’introduzione in fabbrica dei processi di automazione. L’informatica ha decisamente rivoluzionatola vita sociale ed economica. Inizia a giocare un ruolo importante anche l’industria aerospaziale, che ha permesso di utilizzare sul piano produttivo e scientifico nuovi materiali e nuove tecnologie. La terza rivoluzione industriale è caratterizzata dallo sfruttamento dell’energia atomica e dalla nascita e dal parziale sviluppo delle energie rinnovabili o alternative, non ottenute con l’utilizzo dei combustibili fossili, in risposta al problema energetico globale, quali l’energia solare, l’energia eolica e l’energia idroelettrica,molte delle quali però non hanno ancora raggiunto la diffusione e la capacità di sostituire i combustibili fossili in via di esaurimento. Anche la chimica porta delle innovazioni che rientrano in due categorie: nuovi materiali per la produzione di beni di consumo (ad esempio fibre sintetiche, surrogati del cuoio e materie plastiche) e nuovi medicinali (antibiotici, antistaminici e tranquillanti). Emerge, inoltre, una nuova concorrenza basata sulla penetrazione da parte dei produttori nei mercati vicini, cresce la necessità di differenziare le produzioni per competere in mercati decisamente più competitivi e aggressivi del passato ed infine la competizione va ad incentrarsi non solo sul prezzo, ma anche sulla qualità delle produzioni. Una delle più grandi novità che la terza rivoluzione industriale porta è una nuova modalità di organizzazione della produzione in fabbrica, il toyotismo, il quale si distingue dalla produzione in serie, basata sulla catena di montaggio. Il paese in cui emerge il toyotismo è il Giappone, presso l’industria automobilistica della Toyota. Il concetto di toyotismo è appaiato a quello di produzione snella, ossia una filosofia produttiva con lo scopo di abbattere il più possibile gli sprechi derivanti dalla produzione. All’interno di questa nuova organizzazione del lavoro gli operai devono essere in grado di saper svolgere un maggior numero di mansioni e sapersi relazionare con la direzione dell’azienda per poter sottolineare punti di forza e debolezza della produzione. Dal nuovo ruolo degli operai emerge un netto distacco dal sistema fordista; infatti, come abbiamo visto nell’impresa automobilistica di Ford gli operai erano sottoposti allo svolgimento di attività ripetitive e monotone. Nel toyotismo emerge come l’impresa sia vista come una grande famiglia nella quale gli operai, al di là della loro posizione, cooperano per poter raggiungere un risultato positivo non solo individualmente, ma anche collettivamente. Nel sistema fordista i magazzini dovevano essere sempre pieni di pezzi da assemblare e di prodotti finiti portando l’impresa al sostenimento di un costo esorbitante in caso di crollo della domanda; nel toyotismo vengono solamente utilizzati i pezzi che servono al momento, senza che vi sia un accumulo di scorte nel magazzino. Ulteriore punto di novità riguarda il prodotto, che deve essere realizzato andando a tenere conto dei gusti e delle esigenze del mercato, mentre nel fordismo venivano solamente realizzati prodotti standard. Nel sistema toyotista il salario non è fisso: solo un terzo della busta paga è assicurato mensilmente secondo contratto, mentre il resto dipende dalla produttività, dai tassi di assenteismo e dalla lealtà dei lavoratori agli interessi e obiettivi aziendali. Il salario, in questo modo, è legato molto strettamente alla quantità di lavoro giornalmente erogata dall’operaio e dalla sua unità produttiva. In conseguenza di ciò,per difendere la busta paga, i lavoratori sono costretti ad attivarsi al massimo grado, perché ogni trasgressione, rallentamento della produzione, o assenza dovuta a malattia di ognuno di loro va a compromettere la busta paga dell’intera unità. La globalizzazione è un concetto che ha iniziato a diffondersi alla fine degli anni ’90 del secolo corso e che può essere considerato come un fattore di rilievo sia per la terza sia per la quarta rivoluzione industriale. Sono molte le definizioni che possiamo dare di globalizzazione. Può essere definita come l’integrazione dei sistemi produttivi e degli scambi a livello mondiale oppure come quella stretta rete di relazioni e di reciproche dipendenze che unisce i paesi del mondo. I paesi del mondo sono strettamente collegati anche se si trovano in parti opposte del globo e non c’è notizia o avvenimento che non sia conosciuto sulla terra o che non possa avere conseguenze in molti altri luoghi del pianeta. Essendo presente questo stretto rapporto di dipendenza tra i vari paesi, si può parlare dell’esistenza di un unico mercato globale, specialmente con l’espansione del capitalismo in Russia e in Europa orientale (1989-1991) e con le riforme orientate al mercato in Cina, che hanno permesso a questo paese di aderire all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. Una merce prodotta in un luogo molto lontano può raggiungere tranquillamente il nostro paese e viceversa, oppure un investitore può investire la propria ricchezza in un’impresa straniera e poter controllare, anche da lontano, quali sono i risultati dell’impresa grazie a tecnologie informatiche e telematiche. I fattori che hanno contribuito alla formazione del mercato globale sono tre: un primo fattore è dato dalla crescita del numero di paesi che partecipano attivamente al commercio su scala globale; un secondo fattore è dato dal fatto che molti grandi gruppi industriali e finanziari operano come veri e propri global player, dando luogo a processi di globalizzazione che comportano un’intensa movimentazione di strutture produttive, capitali e risorse umane e una continua riorganizzazione delle attività su scala internazionale; il terzo ed ultimo fattore ha natura più strettamente tecnologica ed è riconducibile alla maggior facilità con la quale prodotti, persone e informazioni vengono trasferiti su scala mondiale. Il fenomeno della globalizzazione, caratterizzato dalla riduzione dei limiti alla libertà di movimento di merci e di capitali finanziari o reali, costringe ogni impresa a competere con le altre a livello appunto globale: le imprese che operano solo localmente (a livello regionale o nazionale) devono affrontare la concorrenza di imprese con sede in un altro territorio che, però, hanno deciso di entrare nel mercato di riferimento dell’impresa locale, mentre prima la concorrenza era spesso limitata alle imprese di un determinato paese o regione. Ogni impresa, grande o media o piccola, deve elaborare strategie in funzione della concorrenza internazionale. Per poter affrontare questo mercato globale possono essere messe in atto tre diverse tipologie di strategie: il commercio internazionale, la più antica forma d’internazionalizzazione; l’investimento diretto produttivo estero, dove l’impresa di un determinato paese acquisisce altre imprese di un paese estero oppure installa degli stabilimenti produttivi; infine la terza strategia riguarda è la rete d’impresa che consiste nell’allacciare rapporti commerciali con i partner del paese d’insediamento. Mentre alla base della quarta rivoluzione industriale, considerata da alcuni studiosi la nuova rivoluzione industriale in atto ai giorni nostri anche se ancora non le è stata attribuita una data d’inizio, vi è la digitalizzazione, la quale ha permesso un’interconnessione continua tra i singoli individui, andando a mutare in maniera decisiva la quotidianità di popolazioni lontanissime tra loro per tradizioni. Questa connessione genera la possibilità di rispondere alla domanda dei bisogni individuali, ma deve anche divenire uno strumento per affrontare sfide globali come la scarsità dell’acqua e la sostenibilità della vita nelle grandi città. La quarta rivoluzione industriale è connessa al concetto di Industria 4.0, espressione nata in Germania e che è stata usata per la prima volta all’annuale fiera di Hannover nel 2011 da un gruppo di lavoro dedicato proprio all’Industria 4.0.Industria 4.0 è una rivoluzione che interessa via via un numero crescente di settori come ad esempio medicina, industria e istruzione, che stanno lentamente incrementando il loro livello di digitalizzazione mediante l’utilizzo di tecnologie sempre più moderne. Secondo gli studiosi, si creerà un ambiente dove i processi produttivi saranno del tutto automatizzati e saranno supportati da un sistema di comunicazione specifico in grado di scambiare dati e informazioni con altri sistemi. Si assisterà alla maggiore frequenza in azienda di macchine e strumentazioni intelligenti che porteranno una maggiore efficienza nel sistema produttivo. Considerando la complessità contemporanea Industria 4.0 va vista non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche dalla capacità di saper coordinare scienza, tecnologia, competenze e contesto sociale, al fine di disporre della migliore capacità di far convergere tecnologie diverse ma complementari, per poter rispondere in maniera efficace ed efficiente ai temi globali e alle domande individuali. Con la quarta rivoluzione industriale si assiste ad un netto taglio con il passato, caratterizzato prima dalla realizzazione di un solo tipo di prodotto standardizzato (il fordismo), poi dalla produzione flessibile di massa, grazie alla quale era divenuto possibile differenziare il prodotto omogeneo. Industria 4.0, infatti, si basa sulla possibilità di mantenere un flusso continuo di produzione ma composto da una serie continua di prodotti fra loro differenziati in modo tale da rispondere a bisogni individuali, giungendo ad una personalizzazione del prodotto in alcuni casi. Se in precedenza l’obiettivo delle imprese era quello di raggiungere economie di scala, ossia minori costi unitari ottenibili producendo un grande volume di beni omogenei, con Industria 4.0 vengono indicate come obiettivo anche le economie di scopo, che conducono anch’esse a minori costi unitari, ma che si ottengono producendo insieme beni differenziati che utilizzano per la loro produzione stessi macchinari, stesse competenze e stesse organizzazioni. Industria 4.0 è costituita da una continua connessione fra tutte le componenti del ciclo produttivo, anche con utilizzo di robot di produzione che, tuttavia, sono gli elementi più evidenti di una riorganizzazione produttiva in cui i flussi materiali sono costantemente comandati da flussi immateriali di dati. Le Nazioni Unite hanno indicato nei cosiddetti Global Goals for Sustainable Development i temi, prevalentemente politici, sociali, economici e ambientali, che devono essere affrontati attivando strutture scientifiche, capacità tecniche e competenze produttive disponibili; la nuova rivoluzione industriale deve essere inquadrata all’interno di questo contesto e non considerata come la messa in linea di robot per la produzione di beni commerciali o ridotta al solo concetto di digitalizzazione. L’intervento su queste aree mostra l’opportunità di sviluppo di economie per affrontare grandi sfide globali, la cui mancata soluzione potrebbe portare devastanti esternalità negative per la crescita del pianeta. Una politica che si è diffusa all’inizio degli anni Duemila e che rispecchia la nuova rivoluzione industriale è la green economy o economia verde. La green economy può essere definita come quell’insieme di attività produttive che mirano a ridurre il loro impatto sull’ambiente attraverso nuove fonti di energia, innovazioni tecnologiche e riduzione degli sprechi. Quindi un’attività, all’interno della green economy, viene valutata non tutto sulla base dei benefici derivanti dalla crescita, ma soprattutto sulla scorta del suo impatto ambientale. L’affermazione della green economy è resa possibile dal fatto che il prezzo dei combustibili fossili convenzionali e dell’uranio è in continuo aumento, vista la crescente scarsità di queste fonti. Ai prezzi alti di queste risorse si aggiungono le sempre più gravi esternalità derivanti dalle emissioni di carbonio, le quali stanno avendo un effetto drammaticamente negativo sul clima del pianeta e sulla stabilità degli ecosistemi terrestri. Nel frattempo, il prezzo delle nuove energie verdi diminuisce rapidamente grazie ai progressi della tecnologia, all’adozione anticipata di tali progressi e alle economie di scala. Il Pil verde è un indicatore che considera le conseguenze ambientali dello sviluppo economico. L’esigenza di considerare gli effetti negativi prodotti sull’ambiente dallo sviluppo economico ha portato nel 2004 il Partito comunista cinese ad annunciare la volontà di adottare, in sostituzione del Pil tradizionale, il Pil verde nelle decisioni di politica interna, essendo noto da tempo che la Cina si trova sull’orlo di un collasso ambientale. Oggi le energie rinnovabili sono sempre più oggetto di forti attenzioni ei più esperti studiosi del mondo di Internet e dell’informatica hanno condotto delle indagini su una stretta correlazione tra questa tipologia di energie e Internet stesso. La tecnologia di Internet e quella delle energie rinnovabili stanno iniziando a fondersi, per creare un’Internet dell’energia che cambierà il nostro modo di generare e distribuire l’elettricità. Infatti milioni di persone, nell’immediato futuro, si stima che produrranno energia rinnovabile nelle loro case, nei loro uffici e nelle loro fabbriche e condivideranno con gli altri elettricità verde attraverso un’Internet dell’energia, proprio come oggi produciamo e condividiamo online contenuti informatici. Il governo degli Stati Uniti ha recentemente stanziato fondi per lo sviluppo di una rete energetica intelligente in tutto il paese. Questi fondi saranno usati per l’installazione di contatori digitali, sensori della rete di trasmissioni e tecnologie di accumulazione e conservazione che garantiscano una distribuzione dell’elettricità ad alta tecnologia. Nella nuova rivoluzione industriale è possibile notare come anche il modo di acquistare e vendere abbia subito delle importanti variazioni, che andranno a sostituire interamente le vecchie. L’e-commerce, infatti, è il processo di acquisto e vendita di prodotti con mezzi elettronici, come le applicazioni mobili e internet, dove le transazioni avvengono elettronicamente. Questa nuova modalità di transazione sta sostituendo la vecchia abitudine di recarsi in negozio e acquistare e poi pagare fisicamente. L’e-commerce si caratterizza come uno dei nuovi mezzi impiegabili dall’azienda per raggiungere i clienti finali e per sviluppare relazioni consolidate, che non si basano solamente sulla singola transazione come avveniva in passato. Tra i vantaggi dell’e-commerce si può notare che esso permette un incremento delle vendite con sottrazione di quote di mercato ai concorrenti o l’ampliamento del mercato in un contesto di competizione globale, per il fatto che essere presenti su internet significa essere presenti su scala internazionale. Consente un’interazione personalizzata one-to-one tra compratore e venditore, facilita lo sviluppo di nuovi prodotti grazie alle informazioni acquisite direttamente dai clienti, consente una riduzione dei costi dal momento che viene distribuito per via elettronica il maggior quantitativo possibile di informazioni, ed infine minimizza il rischio di errori. I concetti di robotica, automazione e intelligenza artificiale sono concetti alla base della nuova rivoluzione industriale insieme alla digitalizzazione. Questi tre concetti hanno influito notevolmente sulla crescita del Pil negli ultimi anni, poiché hanno permesso un aumento della produttività, che non va letto come lavorare semplicemente più ore. Non è più possibile considerare la cosiddetta “alta tecnologia” come confinata a pochi specifici settori dell’economia. Queste tecnologie sono pervasive, e interessano l’efficienza economica di tutti i settori, anche per la facilità con cui esse possono essere trasferite attraverso i confini internazionali. Si sta assistendo a una produzione industriale molto più flessibile rispetto al passato e ad una collocazione degli stabilimenti vicina ai mercati di consumo. Un ruolo molto importante viene giocato dall’attività di ricerca e sviluppo, diventata vitale per le imprese che intendono rimanere al passo delle continue novità tecnologiche. Verso la fine del XIX secolo cominciarono a nascere degli speciali laboratori di ricerca e sviluppo legati a particolari imprese commerciali e dedicati al miglioramento delle loro tecnologie di prodotto e di processo. Le prime industrie in cui si verificò questo fenomeno furono quelle nelle quali erano importanti i processi o i prodotti chimici, seguite poi da quelle basate sulla tecnologia elettrica. A partire da quel momento l’attività di ricerca e sviluppo industriale ha costituito sempre più la sede principale del lavoro di progettazione, di soluzione dei problemi e di sviluppo per la creazione di nuovi prodotti e processi industriali in un ampio fronte di successi. Un laboratorio industriale di ricerca e sviluppo deve guardare in due direzioni. Innanzitutto deve mantenere il contatto con l’impresa madre, per sapere quali siano le sue necessità e i suoi obiettivi per poi fornirgli i giusti prodotti e processi, mentre in secondo luogo deve tenere gli occhi aperti su quanto avviene all’esterno, con un’attività di costante monitoraggio. Condurre un’attività di ricerca e sviluppo vuol dire non solamente cercare di far progredire ulteriormente la tecnologia, ma anche cercare di ottenere un vantaggio competitivo sulla concorrenza muovendosi prima nello svolgimento e nella sperimentazione di nuove attività. Il termine robot compare per la prima volta alla fine dell’Ottocento quando si affermò il bisogno di macchine che sostituissero il lavoro umano. Il termine deriva dalla parola ceca “robota”che significa “lavoro forzato”. Quando parliamo di robot facciamo riferimento ad una serie di macchine con funzioni diverse e in grado non solo di sostituire il lavoro umano in attività ripetitive e come tali programmabili secondo sequenze fisse, ma sempre più capaci di svolgere funzioni che per pericolosità, precisione e condizioni non possono essere svolte direttamente dall’uomo. Il funzionamento dei robot è possibile grazie all’intelligenza artificiale, ossia la ricerca e l’applicazione a sistemi di elaborazione di determinate conoscenze che permettono alle macchine lo sviluppo di decisioni autonome. Per di più il robot può lavorare ininterrottamente, non si stancherà mai, non sarà vittima di infortuni e di certo non presenterà mai una richiesta di indennizzo come un operaio umano. È per questo che in molti casi si preferisce l’utilizzo della macchina al lavoro umano e tra l’altro essi sono diventati indispensabili in tutti i settori industriali. Il mercato che sta registrando la crescita di gran lunga più significativa è la Cina, dove dal 2005 al 2012 le installazioni di robot hanno registrato un incremento annuale del 25 per cento circa. L’economista Ricardo ha sempre sostenuto l’idea che la tecnologia difficilmente porterà ad una disoccupazione nel lungo periodo poiché l’introduzione delle macchine richiederà nel tempo individui in grado di occuparsi della manutenzione e del funzionamento di queste, portando quindi alla nascita di nuovi posti di lavoro. Questa affermazione, tuttavia, si adatta poco ai nostri giorni in quanto i robot diventano sempre più flessibili e più facili da addestrare a nuove attività e saranno un’alternativa sempre più appetibile ai lavoratori umani, anche nei contesti a basso contenuto salariale. Gli studiosi Carl B. Frey e Michael Osborne individuano tre ambiti in cui esistono ancora colli di bottiglia ingegneristici che limitano l’uso dell’intelligenza artificiale e dei robot: percezione e manipolazione, ma soprattutto intelligenza creativa e intelligenza sociale dove la prima fa riferimento alla capacità di elaborare concetti ed artefatti originali, mentre la seconda alla capacità di relazione ed interazione interpersonale. L’introduzione nel mondo del lavoro dei robot e dei processi automatizzati ha ridotto non poco le possibilità occupazionali dei lavoratori non solo nell’industria, ma anche nei servizi. Basti pensare ad esempio ai sistemi di home banking, che permettono all’utente di svolgere da casa tutte le operazioni bancarie senza bisogno di interazione umana, il quale ha rapidamente sostituito il mestiere di cassiere di banca. All’interno della quarta rivoluzione industriale il lavoro dell’uomo si divarica o verso funzioni di progettazione e realizzazione di attività creative e relazionali, oppure verso attività talmente a basso valore aggiunto da non richiedere macchine di tale complessità. Ne consegue una divaricazione anche sociale fra un segmento del mercato del lavoro ad alte competenze e quindi ad alte tutele ed un segmento opposto a basse competenze e ridotte tutele, se non nulle in alcuni casi. Alcuni studiosi hanno individuato due possibili scenari per quanto riguarda il rapporto tra uomo e macchina o robot. Nel primo caso si parla di automazione, dove i macchinari agiscono in autonomia e controllano il processo produttivo sfruttando unicamente i sensori di cui sono dotati per rispondere alle esigenze emergenti dalla produzione. In questa situazione il contributo fornito dai lavoratori è minimo e risulta essere indirizzato esclusivamente alla risoluzione di problemi ed alla supervisione del processo produttivo attraverso l’interpretazione dei dati. Chiaramente affinché il lavoratore possa ricoprire questo ruolo è necessario che il suo livello d’istruzione sia piuttosto alto, in quanto si troverebbe a svolgere principalmente un lavoro di progettazione dei macchinari. Nel secondo caso si ha una situazione diametralmente opposta, perché l’uomo diventa l’operatore indispensabile affinché gli strumenti tecnologici possano funzionare. Anche in questo caso si assisterebbe ad una riduzione della manodopera di livello più basso, tuttavia a differenza del primo scenario si avrà comunque bisogno di personale di medio livello con buone competenze tecniche. In questo caso si parla di cooperazione tra lavoratori e robot e rappresenta la situazione più auspicabile dal punto di vista del benessere dei lavoratori. Uno dei robot maggiormente conosciuti è Baxter, un robot industriale semplificato e studiato per operare in sicurezza a poca distanza dagli esseri umani, costruito dalla Rethink Robotics, un’azienda di Boston nata nel 2008 come start up con l’obiettivo di creare robot a basso costo. La piattaforma software su cui Baxter è stato realizzato prende il nome Ros (Robot Operating System). Il Ros è simile ai sistemi operativi come Microsoft Windows, l’Os di Apple o Android di Google, ma è studiato appositamente affinché i robot siano facili da programmare e da controllare.Baxter può essere addestrato semplicemente muovendo i suoi bracci affinché compiano i movimenti richiesti. Se una struttura impiega più robot, si può addestrare un Baxter e poi trasmettere le sue conoscenze agli altri soltanto connettendo un dispositivo Usb. La sua peculiare abilità risiede nell’imballaggio di prodotti finiti in scatole da spedizione.K’nex, un’azienda di Hatfield produttrice di set per modellismo ludico, ha scoperto che la capacità di imballaggio in volumi compatti vantata da Baxter le ha permesso di ridurre del 20-40 per cento il numero delle scatole che utilizza. Per di più Baxter è dotato di visione artificiale in due dimensioni ed è in grado di afferrare componenti e persino di effettuare ispezioni elementari per il controllo qualità. Negli ultimi anni Baxter è migliorato, dal momento che non è più necessario muovere i suoi bracci per capire quali movimenti deve compiere, ma basterà fargli osservare i movimenti dei suoi colleghi. Le competenze e le performance di Baxter sono in continuo sviluppo grazie ad una piattaforma chiamata “Intera”, la quale permette di scaricare software aggiornabili, permettendo così di accedere all’ultima funzionalità disponibile. L’utilizzo dei robot non è semplicemente connesso al settore industriale, infatti queste macchine vengono anche utilizzate in campo agricolo. L’Industria 4.0 sta trasformando la capacità di produzione di tutti i settori industriali, senza escludere quello agricolo: l’impatto più evidente dell’Industria 4.0 sull’agricoltura è dato dall’Internet of Things, cioè la possibilità di connettere direttamente tra loro macchine di produzione anche lontane, utilizzando risorse informative remote, e sviluppando capacità di apprendimento diffuse. Nei paesi più avanzati la necessità di manodopera umana è trascurabile per quanto riguarda colture come il grano, il mais e il cotone, che possono essere piantate, curate e mietute con risorse meccaniche. Ad esempio, negli Stati Uniti, i sistemi di mungitura robotizzati sono di uso comune fra i produttori di latticini, e i polli vengono allevati finché non raggiungono dimensioni standardizzate compatibili con la macellazione e la lavorazione automatizzate. Nonostante ciò ci sono delle attività, come la raccolta di frutta, verdura delicata, piante e fiori, che sono state protette finora dalla meccanicizzazione perché dipendono fortemente dalla percezione visiva e dalla destrezza umana. Capita spesso che la frutta e la verdura siano danneggiate, e spesso devono essere scelte sulla base del colore o della morbidezza: per una macchina il riconoscimento visivo pone una sfida notevole anche se sono in atto delle innovazioni che possano far fronte a tali mancanze delle macchine, andando ad automatizzare molti di questi impieghi agricoli. Vision Robotics, azienda di San Diego, sta sviluppando un robot per la raccolta delle arance che sfrutterà la visione artificiale in 3D per realizzare un modello computerizzato di un’intera arancia e memorizzare in seguito l’ubicazione di ogni frutto. Le informazioni verranno poi trasmesse agli otto bracci robotici della macchina, che raccoglieranno rapidamente le arance. Nei prossimi decenni si stima che la popolazione possa superare i nove miliardi di abitanti e ci sarà una pressione sempre più forte per trasformare tutti i terreni arabili in aziende agricole più efficienti e più grandi, in grado di generare raccolti più abbondanti, mettendo in evidenza come le tecnologie agricole, sempre più avanzate, giocheranno un ruolo significativo, in particolare in quei paesi dove l’acqua scarseggia e gli ecosistemi sono stati danneggiati da sostanze chimiche. È importante anche sottolineare che con la maggiore meccanizzazione la terra darà da vivere a un numero assai inferiore di persone. Un esempio che spieghi la trasformazione robotica nell’industria farmaceutica arriva dagli Stati Uniti. La farmacia del polo ospedaliero dell’Università di San Francisco prepara ogni giorno migliaia di dosi individuali di farmaci, i quali non vengono in nessun modo usati dai medici. Un immenso sistema automatizzato gestisce migliaia di farmaci diversi e si occupa di ogni genere di cosa, dall’immagazzinamento e recupero di scorte farmaceutiche in blocco all’erogazione e confezionamento di singole compresse. Un braccio robotico preleva continuamente le pillole di una serie di contenitori e le pone in piccoli sacchetti di plastica. Ogni dose viene riposta in un sacchetto separato ed etichettata con un codice a barre che identifica sia il farmaco sia il paziente che dovrebbe riceverlo. Successivamente la macchina raggruppa i farmaci quotidiani di ogni paziente nell’ordine in cui devono assumerli e li confeziona insieme, oltre al fatto che essi sono già in grado di percorrere i corridoi, erogando campioni per analisi di laboratorio, pasti e lenzuola. In seguito i dottori che somministrano i medicinali scansionano dei codici a barre situati sia sul sacchetto che sulla fascia apposta al polso del paziente. Se non corrispondono, oppure, se il farmaco viene consegnato nel momento sbagliato, suona un allarme. Altri tre robot specializzati gestiscono automaticamente la preparazione dei farmaci iniettabili; uno si occupa solo di farmaci chemioterapici altamente tossici. In pratica, il sistema elimina non solo la possibilità dell’errore umano, ma esclude anche gli esseri umani dal processo. A parte aree specifiche della logistica e della distribuzione nelle farmacie degli ospedali, i robot autonomi hanno avuto poco spazio. I robot chirurgici sono diffusi, ma sono concepiti per accrescere la capacità dei chirurgi, e la chirurgia robotica costa molto di più dei metodi tradizionali. Abbiamo visto come l’utilizzo di robot, macchine e altre tecnologie avanzate stia diffondendosi sempre più pesantemente in tutti i settori dell’economia andando a mettere a rischio soprattutto i posti di lavoro a basso salario che richiedono modesti livelli d’istruzione e di formazione. Possiamo prendere in considerazione una serie di conseguenze che portano a pensare che l’era della digitalizzazione svolga un ruolo trasformativo. Il ristagno dei salari è in maniera evidente uno dei risultati derivanti dall’introduzione dei processi di automazione. L’economista Lawrence Mishel ha elaborato un grafico dove viene mostrato un confronto tra la produttività del lavoro e la retribuzione, corrisposta ai lavoratori ordinari dal 1948 a oggi negli Stati Uniti. Il primo segmento del grafico, che comprende il periodo compre so tra il 1948 e il 1973, mostra come la retribuzione segua alla perfezione l’incremento della produttività. Dalla metà degli anni Settanta, invece, si assiste ad una situazione del tutto opposta, in quanto si può notare un divario sempre più significativo tra le due linee che perdura fino ai nostri giorni. Ciò dimostra come i frutti dell’innovazione finiscano quasi interamente in mano ai proprietari dell’azienda anziché ai lavoratori. Con la quarta rivoluzione industriale le macchine, da un lato, sono diventati strumenti che permettono di incrementare la produttività, ma dall’altro esse stanno sostituendo i lavoratori rendendo inutile la loro presenza in azienda per lo svolgimento di determinate attività, portando ad una crescita esponenziale della disoccupazione. Tutto questo sviluppo sembra rifarsi alla famigerata legge di Moore, secondo cui la potenza computazionale raddoppia all’incirca ogni 18-24 mesi. Normalmente le fasce di lavoratori più colpite sono quelle dove le mansioni prevedono lo svolgimento di compiti manuali, semplici e ripetitivi dove la richiesta in termini di conoscenze è minima e sono facilmente affidabili ad un robot, il quale è in grado, grazie ai moderni sensori, non solo di svolgere i compiti al pari di un operatore umano, ma anche di compierli in modo migliore e più preciso. I lavoratori che prestano manodopera non qualificata si potrebbero trovare nella situazione in cui la loro esperienza non sia più richiesta poiché il ricorso alle macchine potrebbe risultare più conveniente per le imprese. In questo caso, da un punto di vista prettamente economico, per il datore di lavoro potrebbe essere più economico licenziare il dipendente, che dovrà necessariamente attivarsi per poter procedere con la propria riqualificazione in modo da trovare nuove opportunità lavorative. Una via percorribile per risolvere questo problema la si può individuare nella somministrazione di corsi formativi sia da parte delle aziende che dovessero aver necessità di figure professionali specifiche sia da parte del governo che, attraverso questi corsi, potrebbe supportare attivamente i lavoratori nella ricerca di nuovi lavori. Se ricevono la giusta formazione i lavoratori continueranno a salire lungo la cosiddetta scala delle competenze, riuscendo in un modo o nell’altro a mantenersi più in alto delle macchine, andando a svolgere attività creative. La disoccupazione, se di lunga durata, è un problema che debilita gli individui. Le competenze professionali si logorano con il passare del tempo e il rischio che i lavoratori si scoraggino aumenta: molti datori di lavoro sembrano discriminare le persone disoccupate da più tempo. Un esperimento sul campo condotto da Ryan Ghayad, ha mostrato infatti come un candidato rimasto disoccupato in tempi recenti e privo di esperienza nel settore avesse in realtà più probabilità di essere convocato per un colloquio rispetto a una persona con esperienza diretta nel settore in questione, ma senza lavoro da più di sei mesi. La quota di disoccupazione indubbiamente connessa all’introduzione di nuove tecnologie è, secondo tutti gli studi, elevatissima e non si può dire che in genere, a livello internazionale, i sindacati siano riusciti ad elaborare valide strategie per opporsi a questa minaccia. Negli Stati Uniti d’America, dove il fenomeno si è verificato su vasta scala ancor prima che in Europa, il sindacato ha seguito la via classica della ricerca della ricerca di una riduzione dell’occupazione mediante l’abbandono volontario del posto di lavoro e il pensionamento anticipato in luogo dei licenziamenti. Secondo lo studioso Jeremy Rifkin ci sono quattro aree nelle quali gli individui possono trovare occupazione: il mercato, la pubblica amministrazione, l’economia informatica e la società civile. I posti di lavoro nel mercato continuano a ridursi a causa dell’introduzione dei sistemi tecnologici intelligenti. Anche le pubbliche amministrazioni di tutti i paesi stanno contraendo il numero dei propri impiegati e introducendo tecnologie intelligenti in settori come la riscossione delle imposte e la difesa nazionale. Pure l’economia informale, che comprende il baratto, il mercato nero e le attività economiche illegali, è destinata a ridimensionarsi con la trasformazione delle economie tradizionali in società ad alto contenuto tecnologico. La sola fonte di occupazione è la società civile, un ambito economico al quale ci si riferisce di solito con il termine settore terziario, quasi a voler mettere in evidenza una sua minore importanza rispetto al mercato e alla pubblica amministrazione. Le organizzazioni che vi operano vengono definite “organizzazioni senza scopo di lucro” oppure “organizzazioni non governative”. La società civile può essere definita come il luogo dove l’uomo crea capitale sociale ed è costruita intorno a istituti culturali e religiosi, istruzione, ricerca, salute, servizi sociali, attività ricreative, gruppi ambientalisti e una ampia quantità di altre organizzazioni il cui fine è creare legami sociali. La crescita del settore terziario è massima in Europa, che oggi supera gli Stati Uniti d’America; uno stupefacente 15,9% dell’occupazione remunerata in Olanda è oggi ascrivibile al “terzo settore”, ma anche in altri paesi si registrano percentuali molto alte: in Belgio il 13,1%, nel Regno Unito l’11%, in Irlanda il 10,9% e in Francia il 9%. Negli Stati Uniti e in Canada l’occupazione del settore terziario è pari, rispettivamente, al 9,2% e al 12,3% dell’occupazione totale. Entro la metà degli anni Duemila la società civile è destinata a diventare una fonte di occupazione tanto significativa quanto il settore privato, per la ragione che la creazione del capitale sociale è affidata all’interazione tra le persone, mentre la realizzazione di capitale finanziario si affida sempre di più alle tecnologie intelligenti. Dalla ricerca The future of the jobs presentata al World Economic Forum è emerso che nei prossimi due o tre anni spariranno circa sette milioni di posti con la creazione di circa due milioni concentrati nelle attività del futuro. Questo spostamento verso nuove figure professionali non avverrà in modo uniforme da tutti gli stati: in Italia per esempio avremo un pareggio con duecentomila posti creati e altrettanti persi, meglio di altri paesi come la Francia o la Germania. Keynes, nel saggio Possibilità economiche per i nostri nipoti del 1930, ipotizzava che la tecnologia avrebbe permesso di ridurre la settimana lavorativa a quindici ore, ossia tre ore giornaliere, aprendo agli esseri umani la possibilità di dedicarsi ad attività connesse al senso più profondo della vita, per perseguire obiettivi più elevati e trascendenti. Keynes aveva molto chiaro il fatto che l’inarrestabile progresso tecnologico avrebbe comportato una disoccupazione crescente all’interno delle società ed avrebbe richiesto provvedimenti strutturali per farvi fronte. L’unica terapia efficacia in grado di contrastare la crescente disoccupazione era, appunto, la netta riduzione dell’orario di lavoro. Questo scenario non si è realizzato per il fatto che la società moderna lavora per il profitto e non per il benessere. La tecnologia consente a chi la introduce di fare profitti, ma allo stesso tempo crea una diminuzione della domanda. Se il mercato fosse in grado di riequilibrarsi non ci sarebbero problemi. Per questo l’obiettivo principale è quello di non ridurre la domanda cercando di trovare dei modi per dare più potere d’acquisto alle persone, le quali sono costrette, quindi, a passare buona parte della loro vita in un posto di lavoro. Questo processo nega la possibilità di ridurre le ore di lavoro. Il divario tra i più ricchi e i più poveri si sta dilatando sempre più costantemente a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Una spinta decisiva a questo divario va poi attribuita alla crisi finanziaria del 2007 e alla grande recessione successiva, le quali hanno lasciato un gran numero di persone in difficoltà. La storia della disuguaglianza della distribuzione del reddito degli ultimi anni ha messo in luce come i ricchi siano diventati sempre più ricchi e, mentre i poveri sono più poveri e numerosi, la classe media sta scomparendo. Un’obiezione comune contro una politica redistributiva,e quindi in difesa del livello attuale di disuguaglianza, è che, sebbene non inevitabile, tale politica sarebbe troppo costosa. Il credo dei sostenitori di questa posizione è che, per consentire al capitalismo di sprigionare i suoi benefici, una forte disuguaglianza sia necessaria per la crescita dell’economia attraverso incentivi: saremmo tutti incentivati a lavorare, produrre e quindi guadagnare di più semplicemente guardando a chi è più ricco di noi. Secondo l’economista Joseph Stiglitz la disuguaglianza è causa di un sistema economico poco stabile e poco efficiente, con una bassa crescita e con una democrazia in pericolo, causato dalle azioni di governi, da player economici, istituti nazionali e sovranazionali e non certo dal risultato di leggi di natura. Essendo la disuguaglianza il risultato delle azioni umane, è possibile intervenire per modificarne le regole ristrutturando la nostra economia in modo tale da poter arrivare a condizioni più eque e governare in modo sostenibile l’era della quarta rivoluzione industriale per distribuire e redistribuire i vantaggi derivanti dalla tecnologia ed evitare che essa possa accrescere ulteriormente le disuguaglianze. Stiglitz propone innovazioni sociali che vengono dal basso, capaci di far fronte al vuoto politico o all’incapacità del mercato nel rispondere ai bisogni di una moltitudine di cittadini, preferendo forme di coordinamento e collaborazione piuttosto che forme verticali di controllo. I progressi delle tecnologie, in special modo quelle digitali, stanno favorendo una redistribuzione senza precedenti di reddito e benessere. Le tecnologie digitali possono replicare idee, intuizioni e innovazioni preziose a un costo infimo. Questo crea abbondanza per la società e ricchezza per gli innovatori, ma diminuisce la domanda di certe forme di manodopera che prima erano importanti, e questo può falcidiare il reddito di tanta gente. Grazie ad un’analisi pubblicata nel settembre 2013, l’economista Emmanuel Saez dell’Università di Berkeley ha scoperto che la quota del 95% della crescita del reddito nazionale degli Stati Uniti dal 2009 al 2012 è finita in mano all’1% più benestante. L’economista Steven Kaplan ha scoperto che questo 1% è composto da soggetti che lavorano nei grandi mezzi di comunicazione e nello spettacolo, nello sport e negli studi legali, oppure sono imprenditori o alti dirigenti. La tecnologia ha permesso di mettere in risalto la capacità di questi soggetti di fare leva sul proprio talento e sulla propria fama grazie alla digitalizzazione e alla globalizzazione. Parlando di disuguaglianza sociale due tipi di processi devono essere distinti: da un lato processi che riproducono e rafforzano le disuguaglianze già presenti e dall’altro i processi che introducono disuguaglianze specifiche collegate al diffondersi delle nuove tecnologie. Quanto al primo tipo di processi vi è da notare che, poiché la rivoluzione telematica si manifesta in contesti segnati da profonde e crescenti disuguaglianze, queste vengono riprodotte e amplificate nell’accesso ineguale alle telecomunicazioni e alle relative infrastrutture. Molti gruppi sociali svantaggiati rimangono ai margini della società dell’informazione se consideriamo che l’accesso alla tecnologia è un prerequisito per la partecipazione in questa società. Paradossalmente sono proprio alcuni di questi gruppi (anziani, persone handicappate o con limitata mobilità) che potrebbero avvantaggiarsi maggiormente delle potenzialità di trascendere lo spazio che sono insite in queste tecnologie. La vita sarà sempre più mediata dalla telematica e quindi questi processi hanno un effetto moltiplicatore dell’esclusione sociale. Per quanto riguarda il secondo tipo di processi, vi è da considerare che la diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione crea strutture di disuguaglianza specifiche che si combinano con i meccanismi più tradizionali di determinazione della posizione sociale. Queste strutture sono create dal rapporto, di uso e controllo, che quote diverse della popolazione hanno con questi mezzi. La laurea e i diplomi professionali consentono tuttora di avere un reddito più elevato e di fatto, dall’inizio del nuovo secolo, le prospettive dei giovani privi di una laurea specialistica appaiono un po’ meno rosee. I neolaureati, tuttavia, sono anche vittima della sottoccupazione. Come alcuni hanno riportato, addirittura metà di loro non riesce a trovare un impiego che consenta di mettere a profitto l’istruzione ricevuta e di accedere al primo e cruciale gradino della scala della carriera. Molti di questi laureati sfortunati avranno probabilmente grosse difficoltà ad avanzare lungo una stabile traiettoria in seno alla classe media. Le università e le scuole secondarie devono cominciare a preparare la forza lavoro della nuova rivoluzione industriale. Occorre, quindi, che i programmi scolastici e universitari si focalizzino sempre più sulle informazioni avanzate, sulle nanotecnologie e sulle biotecnologie, sulle scienze della terra, sull’ecologia, sulla teoria dei sistemi, oltre che sulle competenze professionali, incluse la produzione e la commercializzazione delle tecnologie delle energie rinnovabili, la ristrutturazione degli edifici volta a trasformarli in microimpianti di generazione elettrica, l’installazione di tecnologie di stoccaggio dell’energia, la realizzazione di reti elettriche intelligenti, la costruzione di veicoli elettrici plug-in e a idrogeno, la creazione di reti logistiche e verdi. Stanno emergendo nuovi modelli di insegnamento pensati per trasformare l’educazione scolastica da contesto competitivo a esperienza collaborativa ed empatica. L’approccio tradizionale, che considera il sapere un potere da utilizzare per il guadagno sociale, viene progressivamente sostituito dall’idea che la conoscenza sia un’espressione della responsabilità condivisa tesa al benessere dell’umanità e del pianeta nel loro complesso. La polarizzazione è un fenomeno entrato nel dibattito economico ormai da molti anni, il quale si è inizialmente sviluppato a partire dai primi studi sui mercati occupazionali anglosassoni, di Stati Uniti e Inghilterra. Per quanto concerne i mercati europei, solo negli ultimi anni sono fiorite analisi e ricerche sulla polarizzazione. La propensione dell’economia ad annientare i posti di lavoro solidi, mediamente qualificati e appannaggio della classe media per poi rimpiazzarli con un mix tra impieghi nei servizi a basso salario e professioni altamente qualificate, in genere fuori dalla portata della maggior parte della forza lavoro, è stata denominata polarizzazione del mercato di lavoro. La polarizzazione ha dato al mercato del lavoro la forma di una clessidra, in cui i lavoratori che non riescono a ottenere una delle occupazioni desiderabili situate in cima finiscono in fondo. Una consistente parte degli studi sulla polarizzazione si è basata sull’ipotesi detta Skill Biased Technical Change(SBTC). Lo SBTC è stato proposto in prima istanza da Katz e Autor per spiegare le crescenti disuguaglianze salariali tra i lavoratori. Esso presuppone l’idea che la tecnologia favorisca i lavoratori cosiddetti high-skilled, poiché assume un ruolo complementare alle attività di lavoro di lavoratori altamente qualificati, andando a discapito dei lavoratori un skilled, i quali invece si vedono sostituire dalle macchine. I soggetti high-skilled trovano negli strumenti tecnologici un complemento per affrontare la propria occupazione e aumentare sia la produttività sia l’efficienza. Prima dell’introduzione degli strumenti tecnologici, il supporto alle occupazioni dirigenziali era eseguito da lavoratori middle-skilled, i quali il mercato ora tende ad espellere. Infine, gli occupati low-skilled hanno la caratteristica di svolgere occupazioni a costi ridotti e basate su task non routinari manuali, non sostituibili dalla tecnologia ad oggi. Questo approccio è stato rivisto nel corso degli anni e gli stessi autori hanno proposto la routinization hypothesis. Questa seconda ipotesi prevede che l’effetto della tecnologia sull’occupazione porti a un’esclusione degli occupati che eseguono mansioni routinarie rispetto a coloro i quali svolgono mansioni non routinarie. La digitalizzazione dei processi genera un gigantesco flusso di dati non gestibili dai database tradizionali. Con l’espressione big data si fa riferimento alle nuove tecnologie informatiche e di comunicazione in grado di processare e gestire, a basso costo, enormi quantità di dati non strutturati, raccolti da ogni tipo di connessione ed analizzati con strumenti che li trasformano in informazioni correlate e facilmente interpretabili. Il flusso di informazioni è tale che, i soli dati accumulati negli ultimi due anni hanno raggiunto ormai l’ordine di zetabyte, corrispondente a un triliardo di byte. Tutti questi dati arrivano da una moltitudine di fonti diverse. Solo su Internet esistono visite ai siti web, stringhe di ricerca, e-mail, interazioni sui social media e click pubblicitari. All’interno delle imprese, invece, ci sono transazioni economiche, i contatti con la clientela, le comunicazioni interne e i dati raccolti dai sistemi finanziari, contabili e di marketing. È una situazione molto diversa da quella dei tradizionali sistemi di database relazionali, nei quali le informazioni sono disposte ordinatamente in righe e colonne omogenee che rendono veloci, affidabili e precisi il recupero e le ricerche. La natura non strutturata dei big data ha portato allo sviluppo di nuovi strumenti appositamente per dare un senso a informazioni raccolte da fonte eterogenee. I rapidi miglioramenti messi a segno in quest’area non sono altro che un esempio di come i computer stiano almeno parzialmente iniziando a sconfinare in ambiti d’azione che un tempo erano appannaggio esclusivo degli esseri umani. La differenza, ovviamente, è che nella sfera dei big datai computer sono in grado di farlo su una scala che, per una persona, risulterebbe impossibile. I big data stanno avendo un impatto rivoluzionario in svariate aree, tra cui gli affari, la politica, la medicina e quasi ogni campo delle scienze naturali e sociali. Le maggiori catene retail oggi si affidano ai big data per ottenere un livello mai raggiunto di indicazioni sulle preferenze d’acquisto dei singoli acquirenti, il che li mette in condizione di proporre offerte strettamente mirate, che incrementano il loro fatturato e al tempo stesso contribuiscono alla fidelizzazione del cliente. Il portale dati di Chicago permette ai residenti di consultare sia le tendenze storiche sia i dati in tempo reale relativi a una serie di ambiti che descrivono le fluttuazioni della vita in una grande città, tra cui i consumi energetici, i reati, gli indicatori delle prestazioni dei trasporti pubblici, le scuole e i servizi sanitari e perfino il numero di buche riasfaltate in un determinato intervallo di tempo sulle strade cittadine. Le indicazioni ricavate dai big data, in genere, derivano interamente dalle correlazioni, e non danno alcuna informazione sulle cause del fenomeno studiato. In molti casi, però, nel contesto aziendale, quando gli indicatori chiave del successo sono la redditività e l’efficienza, la sola correlazione può avere un valore straordinario. I big data possono offrire al management delle aziende una quantità inedita di indicazioni su una vasta gamma di aree: potenzialmente, qualunque cosa, dalla gestione di una singola macchina alla performance complessiva di una multinazionale, può essere analizzata a un livello di dettaglio che prima sarebbe stato impossibile. È probabile che la rivoluzione dei big data abbia due implicazioni particolarmente importanti per le occupazioni basate sulla conoscenza. La prima è che i dati raccolti potrebbero portare, in molti casi, all’automazione diretta di attività e impieghi specifici. Il secondo, e probabilmente più significativo, impatto sugli impieghi basati sulla conoscenza scaturirà dal modo in cui i big data cambiano le organizzazioni e dai metodi con cui sono gestiti. I big data e gli algoritmi predittivi potrebbero trasformare la natura e il numero dei posti di lavoro basati sulla conoscenza in ogni tipo di azienda e settore. Le previsioni ricavabili dai dati verranno sempre più usate per sostituire qualità umane come l’esperienza e il giudizio. All’aumentare delle decisioni fondate sui dati prese dai top manager grazie all’uso di strumenti automatizzati, la necessità di una vasta infrastruttura umana di analisi e gestione diminuirà costantemente. L’ecosistema della robotica avanzata si basa su una serie di tecnologie chiave (hardware e software) che, integrandosi, permettono applicazioni sempre più raffinate in ambito manifatturiero. Robot Collaborativi (Cobot): i cobot sono robot progettati per operare a stretto contatto con l’uomo in maniera sicura, condividendo lo stesso spazio di lavoro senza necessitare di barriere fisiche. A differenza dei robot industriali tradizionali, solitamente veloci e potenti ma chiusi in gabbie per motivi legati alla sicurezza, i cobot sono generalmente più leggeri, vestono sensori di forza e sistemi di arresto immediato per evitare di ledere agli operatori. Questa sensibilità permette ai cobot di percepire contatti o collisioni e di reagire limitando la forza, come secondo le norme ISO sull’interazione uomo-robot . LBR iiwa di KUKA, Universal Robots UR5/UR10, Fanuc CRX, ABB YuMi sono esempi noti di bracci collaborativi. In ambito manifatturiero i cobot trovano impiego in operazioni che beneficiano della flessibilità umana congiunta alla precisione e forza del robot: avvitatura e assemblaggio di componenti (dove l’operatore esegue attività di destrezza e il cobot funge da terza mano o effettua inserimenti ripetitivi), gestione e movimentazione di pezzi pesanti o scomodi (il robot solleva e posiziona, l’operaio regola o controlla), alimentazione macchine CNC, finitura superficiale, ispezione qualità con visione, packaging e palletizzazione in fine linea. Un caso emblematico è l’installazione di cobot nelle linee di montaggio automotive BMW: a Dingolfing un cobot LBR iiwa sospeso solleva e posiziona carter del differenziale permettendo all’operatore di evitare uno sforzo ripetitivo; il tutto senza recinzioni, con il robot che lavora a velocità ridotta e arresto immediato nel caso ci sia un contatto . Il vantaggio per BMW è duplice: miglior ergonomia per i dipendenti, che possono continuare in mansioni produttive nonostante l’età avanzata o limitazioni fisiche, e maggiore qualità- precisione nella mansione grazie alla stabilità del robot (che elimina micromovimenti involontari). I cobot sono quindi abilitanti al fine di un’automazione flessibile: la loro semplicità nell’essere riprogrammati e la possibilità di riposizionarli in diversi punti, rendono economico automatizzare anche produzioni di lotti medio-piccoli, seguendo i principi della lean production. Non è casuale quindi che la quota di mercato dei cobot sia in rapida crescita: nel 2022 le installazioni di robot collaborativi hanno superato le 55.000 unità (+31%), raggiungendo il 10% di tutti i robot industriali venduti . Nel 2025, invece, si prevede che il mercato globale dei robot collaborativi raggiungerà circa 735.000 unità. Questo si traduce in una dimensione del mercato di circa 12,83 miliardi di dollari USA, secondo Statista. Robot mobili autonomi (AMR) e AGV: per l’automazione della movimentazione interna di materiali, le tecnologie abilitanti principali sono i veicoli a guida automatica (AGV) e la loro diretta evoluzione, gli autonomous mobile robots (AMR). Gli AGV esistono da decenni: sono veicoli (spesso simili a carrelli o piccoli robot su ruote) che seguono percorsi prestabiliti, ad esempio tramite bande magnetiche o fili interrati nel pavimento, oppure linee verniciate o QR code, e trasportano carichi da un punto all’altro di un impianto. Gli AGV tradizionali però hanno intelligenza limitata: operano in ambienti strutturati e se dovessero incontrare un ostacolo si fermerebbero in attesa che esso venga rimosso. Gli AMR, invece, integrano sensori avanzati (lidar, telecamere 3D) e algoritmi di navigazione SLAM che gli permettono di muoversi in modo autonomo e dinamico, senza vincolarsi a un’unica traiettoria fissa. Un AMR è in grado di mappare l’ambiente, pianificare percorsi ottimali ed evitare in tempo reale ostacoli fissi o mobili (persone, carrelli) deviando il percorso. Praticamente, dove l’AGV è “cieco” e limitato, l’AMR è “intelligente” e capace di adattarsi. Questa evoluzione è possibile dalla combinazione di AI e visione artificiale: ad esempio, gli AMR montano scanner laser e camere che alimentano algoritmi di riconoscimento ostacoli-persone e di decisione su come reagire (rallentare, fermarsi o aggirare). Inoltre, un AMR può essere locato in ambienti diversi con configurazione richiesta minimale, mentre un AGV richiede l’installazione di guide o marker. Nelle fabbriche manifatturiere, AMR e AGV automatizzano la logistica interna: fornitura delle linee di montaggio (trasporto di componenti dal magazzino alle stazioni), rimozione di prodotti finiti o scarti, collegamento tra reparti. Un modo molto utilizzato è l’uso di piccoli AMR nelle linee lean che segue l’operatore lungo la linea portando un carrello con parti, fermandosi a ogni postazione dove l’operatore preleva i pezzi necessari, andando così ad eliminare i tempi di andata – ritorno in – dal magazzino. Nella logistica di magazzino, come già accennato, gli AMR (spesso sotto forma di robot piatti che sollevano interi scaffali) permettono il modello “good-to-person”. Ad esempio, Amazon utilizza moltissime unità di robot Hercules (derivati dei Kiva) che scorrono sotto gli scaffali modulari, li sollevano e li trasportano verso le postazioni di picking dove l’operatore preleva l’articolo necessario. Questo ha incrementato la velocità di evadere gli ordini e allo stesso tempo migliorato l’ergonomia, visto che i lavoratori non devono più correre tra gli scaffali ma ricevono la merce ad altezza ergonomica. Nelle realtà produttive, un noto esempio di integrazione AMR è la fabbrica Siemens ad Amberg, dove AGV/AMR trasportano autonomamente le schede elettroniche e componenti da una stazione all’altra nel flusso di produzione, con routing ottimizzato grazie al MES (Manufacturing Execution System) centrale (sistema che rientra in concetti di fabbrica autonoma) . In generale, l’utilizzo di AMR permette di ottenere flessibilità logistica: le linee produttive non sono più vincolate da nastri trasportatori fissi, ma possono essere riorganizzarsi rapidamente cambiando i percorsi dei robot mobili. In più, in ottica Industria 4.0, gli AMR provvedono all’invio di dati in tempo reale riguardanti il flusso di materiali e sullo stato dei trasporti, integrandosi con il potenziale digital twin logistico dell’impianto. Ad oggi, il trend vede un aumento esponenziale degli AMR nelle fabbriche e magazzini: le vendite mondiali di unità di logistica autonoma sono in forte crescita e nuovi attori stanno entrando nel mercato. Ciò nonostante, restano alcune sfide tecniche (gestione sicura di flotte miste uomo/macchine, ottimizzazione del traffico quando sono presenti decine di robot, cybersecurity delle comunicazioni). Per affrontarle, grandi attori di settore come Siemens stanno sviluppando piattaforme software per l’orchestrazione di flotte e soluzioni di sicurezza evolute: ad esempio, Siemens ha annunciato nel 2025 un sistema di Operations Copilot con “agenti AI” per facilitare la configurazione e gestione di flotte di AMR/AGV, nonché un software Safe Velocity per monitorare in modo fail-safe la velocità e i campi laser dei robot mobili, migliorando la sicurezza senza hardware addizionale . Queste innovazioni abilitanti fanno sì che l’utilizzo di AMR sia sempre più plug&play e sicuro, accelerandone l’adozione nelle fabbriche. Robot Umanoidi: categoria emergente nella robotica avanzata è quella dei robot umanoidi, ovvero robot con sembianze antropomorfe (braccia, busto e spesso gambe) pensati per svolgere compiti in ambienti progettati per l’uomo. Mentre i robot industriali tradizionali e i cobot sono generalmente macchine fisse o mobili a struttura non antropomorfa (bracci, veicoli, ecc.), l’umanoide ambisce a replicare movimenti e abilità umane in modo versatile. Le tecnologie abilitanti in questo caso includono: avanzamenti in meccatronica (attuatori compatti ad alta potenza, giunti snodati multipli), controllo dell’equilibrio e locomozione (per i bipedi, algoritmi che consentono di camminare e salire scale), manipolazione avanzata (mani robotiche con dita multiple e tatto), e soprattutto integrazione di AI cognitiva per percepire l’ambiente e operare azioni complesse. I robot umanoidi di ultima generazione, come Agility Robotics “Digit”, Tesla “Optimus” o Boston Dynamics Atlas (ancora prototipali in diversi casi), rappresentano piattaforme sperimentali ma con potenziale, e spesso intenzionalità, industriale. Nell’ambito manifatturiero, un robot umanoide si presenta come “operaio robotico” capace di muoversi all’interno degli impianti già esistenti e di impiegare utensili concepiti per l’operatore umano, introducendo l’automazione in aree finora inaccessibili senza riprogettare gli impianti e sfruttando, dopo un opportuno adattamento, le strutture vigenti. Tesla Optimus, per esempio, è concepito per svolgere compiti logisti elementari nelle Gigafactory Tesla: potrebbe prelevare parti da contenitori, avvitare componenti con utensili manuali standard, oppure rifornire linee come farebbe un operatore . Tra le visioni a lungo termine riguardanti queste tecnologie troviamo quella del robot antropomorfo che può adattarsi ad una moltitudine eterogenea di task e ai layout attuali (scale, porte, scaffali) senza attrezzature speciali. Tra i principali benefici attesi ci sono il funzionamento 24/7 nelle mansioni di bassa qualificazione, riduzione dei rischi per gli umani (umanoidi impiegati in ambienti pericolosi o in turni notturni), aumento della produttività. Ad oggi gli umanoidi sono in fase di test in alcune realtà come la stessa BMW che sta sperimentando l’impiego di prototipi di umanoidi su linee di montaggio, testando la capacità di questi robot di inserirsi in stazioni dove sono necessarie flessibilità e adattabilità simili a quelle umane. I primi risultati mostrano che l’umanoide ha ancora alcuni limiti, ma progressi rapidi sono attesi dal punto di vista di software di controllo, destrezza e autonomia. Per quanto riguarda le tecnologie abilitanti, l’umanoide funge da banco di prova avanzato per: sistemi di bilanciamento dinamico (camminata robotica robusta), machine learning per destrezza (far apprendere manipolazioni complesse usando reti neurali), integrazione di visione 3D e riconoscimento oggetti per agire in ambienti non strutturati. Queste stesse tecnologie, evolvendo e maturando, possono ricadere positivamente anche su cobot e altri robot (ad es. mani robotiche avanzate potranno essere usate su bracci fissi). Nel contesto manifatturiero italiano, gli umanoidi potrebbero in futuro rappresentare un jolly per certi compiti generici oggi svolti manualmente in molti settori, dalla movimentazione di materiale tra reparti nelle PMI, all’asservimento di macchine in officine con diverse linee di produzione, purché i costi si riducano e l’affidabilità sia dimostrata. Attualmente i costruttori mirano a rendere disponibili i primi umanoidi commerciali entro pochi anni, inizialmente per applicazioni logistiche e di servizi generali in fabbrica. L’Italia segue con interesse: diverse aziende e centri di ricerca come IIT e Oversonic stanno sviluppando prototipi di robot umanoidi o bipedi, immaginando i loro impieghi in fabbriche flessibili e come “blue collar robots” per rispondere in prima battuta alla carenza di manodopera specializzata in alcuni ruoli. In parte forse ho cercato di rispondere alla mia domanda che cos’è la Robotica che dove ci porterà questo oggi non lo sappiamo, però bisogna tenere in considerazione che il mondo è in continua evoluzione, come abbiamo avuto modo di vedere nella prima parte del mio editoriale, ripercorrendo le precedenti rivoluzioni industriali: quindi bisogna avere ‘fede’ nel mondo che verrà, che sarà caratterizzato inevitabilmente da queste tecnologie. Nel trascorrere dei secoli l’uomo non ha cambiato mai il suo comportamento nei confronti della novità: ha tenuto sempre un atteggiamento diffidente e scettico verso le nuove invenzioni, ma ha sempre finito per abituarsi ed entusiasmarsi quando è riuscito a padroneggiare le novità. Quando sapremo padroneggiare anche queste nuove tecnologie saremo maggiormente in grado di superare le difficoltà dei nostri giorni.



