Alexandr, Alexandra, Alicia, Alina, Anastasia, Anna, Artiom, Daria, Elena, Iania, Irina, Maxim, Oxana, Sofia, Taissia, Tatiana, Veronica, Victoria: questi i nomi (due ripetuti) dei 21 studenti – la più giovane, Taissia, aveva compiuto 18 anni appena due giorni prima; la meno giovane, Oxana, doveva ancora compierne 23 – morti nello sciagurato attacco sferrato da Kiev la sera del 21 maggio. Ventuno che avrebbero voluto fare gli insegnanti di scuola, morti uno per ogni giorno del mese fino a quel momento. Chi guarda al passato può definirlo un crimine, l’attacco. Ma chi guarda al futuro lo definirà un boomerang strategico. Non son trascorsi due giorni che è già virale un canto, dolce, commosso e dignitosamente triste, in sintonia con gran parte della letteratura russa che, per qualche ragione – misteriosa alla mia ignoranza – ha scelto il dramma esistenziale e il dolore umano come preferito oggetto della propria analisi. «Starobilsk, Madre, addio…» è la cantilena ripetuta ossessivamente da chi canta: «In quella notte si addormentava Starobilsk / dormivano sereni, i ragazzi / Nessuna disgrazia era prevista / Nessuna punizione era attesa / Ma all’improvviso esplose un colpo nel buio / E crollarono i muri nel panico / Starobilsk, Madre, addio…». E Madre può essere sia mamma che Madrepatria. E veniamo al boomerang: c’è da chiedersi se dal 21 maggio 2026 il Donbass potrà mai più essere parte dell’Ucraina. «Starobilsk, Madre, addio…» risuonerà per secoli nelle orecchie di quella gente. Lo struggente lamento forse diventerà l’inno del Donbass, e sarà cantato nelle scuole, nei cortei e in ogni commemorazione. Le generazioni future mai smetteranno di chiedersi: perché li hanno bombardati mentre dormivano? Già, perché? Per rispondere non possiamo affidarci alla propaganda da ciascuna delle due parti: Mosca dice che è stato un gesto deliberato, Kiev dice che avrebbe colpito una base militare camuffata da casa dello studente. In assenza di verità, proviamo a usare la logica per separare l’implausibile dal possibile, e concediamo anche una presunzione di umanità ad entrambi i contendenti. Innanzitutto, direi che potremmo anche concedere, o comunque sperare, che il gesto non sia stato deliberato. Parimenti, però, non è credibile che ci fosse una base militare: anche quando la casa dello studente fosse stata usata per camuffare la caserma, non si capisce né perché avrebbero dovuto lasciarci dentro gli studenti, né perché mai costoro avrebbero dovuto accettare di far da scudo a una base militare. E poi il risultato: a decine (dicono 86) dormivano lì quella notte del 21 maggio: 21 i morti, tutti poco più che adolescenti, nessun militare; né alcuna base militare è emersa. La cosa più probabile è che gli ucraini, che saranno anche bravi a costruire droni, sembrano quanto mai maldestri nell’usarli. Giova fare un paragone. In rappresaglia alla strage della casa dello studente (16 droni, 21 morti), Mosca ha sferrato un attacco su Kiev e dintorni, il cui bilancio, dicono le nostre fonti, è: 600 droni, 90 missili, 50 siti colpiti e… 4 morti. Fermo restando che il vero crimine di guerra è la guerra stessa, ciò che appare, e non è la prima volta, è che Mosca ha agito con accortezza, se così si può dire in tempo di guerra: ha colpito di notte, ha prodotto enormi distruzioni, ma su obiettivi presumibilmente senza persone. Anche Kiev ha colpito di notte, ma… un dormitorio. E ha colpito il territorio che considera proprio e ha ucciso gente che pretende siano propri concittadini. Temo che dal 21 maggio non lo saranno mai più. E maldestri appaiono anche in diplomazia. In oltre quattro anni, mai una parola offensiva è stata pronunciata da Vladimir Putin verso il presidente ucraino; il peggio che ha detto di lui è stato: «un uomo che ha perso legittimità», con riferimento al mandato presidenziale ormai scaduto. Al contrario, Volodymyr Zelensky ha pubblicamente chiamato quello russo, e in varie occasioni: «fottuto terrorista», «killer», «pazzo», «criminale di guerra», fino al plateale «Dumbass» (idiota-culone), non poco sgradevole per l’assonanza col nome della regione separatista. E non meno maldestra l’informazione diffusa dai media occidentali. Questi avrebbero una funzione determinante, tra le altre cose, per attenuare errori, anche involontari, dei responsabili politici. L’Occidente collettivo, come lo chiama Mosca, ha scelto di sostenere il punto di vista dell’Ucraina, e va bene. Però non sembra di giovamento – tanto per metterla sul piano dell’utilità e non buttarla sull’etica – sostenere l’Ucraina anche quando la fa fuori dal vaso, tanto più che è in bancarotta e i droni che lancia sono pagati coi soldi dell’Occidente collettivo. Sulla strage del 21 maggio, la stampa di tutto il mondo è stata invitata a verificare ma, a quanto sembra, BBC e CNN hanno declinato l’invito. Col che mi crolla un mito, anzi due. Ma anche su quelli che quell’invito hanno accolto avrei da ridire: l’assordante silenzio con cui hanno avvolto l’evento non gli fa fare un figurone.
Franco Battaglia



