Gazzettino Italiano Patagónico
  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial
No Result
View All Result
  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial
No Result
View All Result
Gazzettino Italiano Patagónico
No Result
View All Result
Home Economía

Ci voleva del talento per fare una Ferrari così brutta

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
29 de mayo de 2026
in Economía
0
Ci voleva del talento per fare una Ferrari così brutta
19.5k
SHARES
19.5k
VIEWS
Ho condiviso su FacebookHo condiviso su Twitter

Ci voleva talento. Perché riuscire a dissipare in meno di vent’anni un patrimonio economico, culturale, simbolico e popolare costruito dalla famiglia Agnelli in oltre un secolo sembrava impossibile. E invece John Elkann, con pazienza notarile e freddezza finanziaria, è riuscito nella titanica impresa. L’ultima fotografia di questo declino ha quattro ruote e un nome che sembra uscito da un brainstorming senz’anima: “Ferrari Luce”. Un prodotto che, per molti appassionati, rappresenta l’esatto opposto di ciò che Ferrari è stata nella sua storia: visceralità, ossessione meccanica, eleganza feroce, identità italiana. E non è soltanto una questione estetica. È la sensazione che anche l’ultimo tempio rimasto intatto dell’universo Agnelli stia diventando un marchio globale senz’anima, progettato più per gli algoritmi della finanza che per gli uomini che hanno il Cavallino nel sangue. Ed è qui il punto: John Elkann non ha ereditato semplicemente delle aziende. Ha ereditato dei simboli. E i simboli non si amministrano come un fondo d’investimento. La galassia costruita dagli Agnelli era piena di contraddizioni, certo. Ma possedeva una forza precisa: produceva identità. Fiat era Torino. Ferrari era il mito italiano della velocità. Lancia rappresentava l’ingegneria raffinata e sperimentale. Alfa Romeo era passione meccanica e sportività popolare. Juventus era insieme popolo, potere e ossessione per la vittoria. Persino Repubblica e La Stampa incarnavano un pezzo riconoscibile del dibattito culturale e politico italiano. Oggi basta guardare l’elenco delle realtà passate sotto la gestione Elkann per cogliere il senso di un declino generale: Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Maserati, Magneti Marelli, Comau, Iveco, Juventus, Scuderia Ferrari, Repubblica, La Stampa. Realtà diversissime tra loro, ma accomunate da una sensazione sempre più evidente: perdita di identità, ridimensionamento, alienazione dal proprio pubblico storico, smarrimento della propria funzione originaria. Come se tutto ciò che tocca la galassia Elkann finisse lentamente trasformato in qualcosa di più freddo, più globale, più finanziario e inevitabilmente più vuoto. Il problema, però, non è soltanto economico. È culturale. Gli Agnelli — con tutti i loro limiti — avevano un’ambizione quasi monarchica: lasciare un segno nella storia italiana. Elkann sembra invece incarnare il paradigma del manager contemporaneo: minimizzare il rischio, internazionalizzare tutto, neutralizzare i conflitti, compiacere i mercati. Ma aziende come Ferrari o Juventus non possono essere gestite soltanto con la logica del rating e della governance. Perché vivono di passione, identità, appartenenza. Ed è infatti questo il sentimento sempre più diffuso tra ex dipendenti, tifosi, appassionati e osservatori: alienazione. Ferrari non viene contestata perché evolve. Ferrari viene contestata quando sembra smettere di sapere cosa sia. È una differenza enorme. Nessun ferrarista pretende di vivere nel 1975. Ma chi ama Ferrari pretende che il marchio continui a trasmettere ciò che Enzo Ferrari aveva costruito: ossessione tecnica, brutalità competitiva, bellezza irripetibile. Quando invece il prodotto appare pensato soprattutto per soddisfare mercati, trend ESG, focus group e investitori internazionali, allora si rompe qualcosa. E il paradosso finale è che John Elkann verrà probabilmente celebrato dai mercati come un manager razionale, prudente, moderno. Bilanci, fusioni, valorizzazioni finanziarie, governance globale: tutto impeccabile. Ma la storia industriale non si misura soltanto con i report trimestrali. Si misura con ciò che sopravvive nell’immaginario collettivo. E, sotto questo aspetto, l’impressione è devastante: l’uomo che avrebbe dovuto custodire l’eredità Agnelli passerà probabilmente alla storia come colui che l’ha svuotata dall’interno, lentamente, elegantemente, irreversibilmente.

Salvatore Di Bartolo,

Ho condiviso l'articolo

  • Haz clic para compartir en Facebook (Se abre en una ventana nueva) Facebook
  • Haz clic para compartir en X (Se abre en una ventana nueva) X
  • Haz clic para compartir en LinkedIn (Se abre en una ventana nueva) LinkedIn
  • Haz clic para compartir en X (Se abre en una ventana nueva) X
  • Haz clic para compartir en WhatsApp (Se abre en una ventana nueva) WhatsApp

Me gusta esto:

Me gusta Cargando...
Tags: Economía
Previous Post

Meloni: “La sinistra ci dava per spacciati… L’integralismo islamico problema reale”

Next Post

Ferrari elettrica, sciagurata marchetta green. Ma il mercato è più intelligente

Next Post
Ferrari elettrica, sciagurata marchetta green. Ma il mercato è più intelligente

Ferrari elettrica, sciagurata marchetta green. Ma il mercato è più intelligente

Gazzettino Italiano Patagónico

© 2026 Gazzettino Italiano Patagónico tutti i diritti riservati Pagina realizzata da GDS Contenidos + RecreArte

Gazzettino Italiano Patagonico

  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial

Compartí el Gazzettino

No Result
View All Result
  • Portada
  • Italia
  • América Latina
  • Mundo
  • Deportes
  • Ecología
  • Sociales
  • Arte
  • Salud
  • Cultura
  • Editorial

© 2026 Gazzettino Italiano Patagónico tutti i diritti riservati Pagina realizzata da GDS Contenidos + RecreArte

%d