In Europa c’è una strana liturgia: gli Stati chiedono flessibilità, la Bce risponde con un “no” che sembra preregistrato. È successo di nuovo. L’Italia – insieme ad altri Paesi – chiede una deroga al Patto di stabilità. Christine Lagarde, senza nemmeno prendere fiato, ribadisce: “Attenersi alle regole”. Regole. Parola magica. O meglio: parola comoda. Perché quelle regole non sono leggi di natura, ma numeri inventati a tavolino trent’anni fa, quando l’economia correva con un motorino e non con un razzo. Eppure, vengono trattate come se fossero scolpite sul marmo. La Lagarde difende il 3% e il 60% come se fossero formule di Einstein. Non lo sono. Sono convenzioni. E come tutte le convenzioni, funzionano finché servono. Quando diventano un freno, si cambiano. Punto. Il paradosso è che l’Europa predica modernità, innovazione, transizione, resilienza… e poi resta inchiodata a parametri nati quando internet faceva rumore. Gli altri Paesi – Stati Uniti in testa – riscrivono le regole quando serve. Noi invece ci facciamo dire “no” da un algoritmo burocratico. E allora la domanda è semplice: può un’istituzione indipendente impedire agli Stati di adattare le regole quando la realtà cambia? Perché qui non si parla di capricci politici, ma di necessità. Di investimenti. Di crescita. Di evitare che l’Europa resti l’unico continente che si auto-impone vincoli mentre il resto del mondo corre. La verità è che la pianificazione rigida funziona solo nei sistemi chiusi. Nelle economie aperte, le regole devono respirare. Se non respirano, soffocano. E a soffocare non è la BCE: sono i cittadini.
Ezio Pozzati



