Giovanni Cardone
Fino al 5 Luglio 2026 si potrà ammirare Complesso museale di San Francesco – Montefalco la mostra dedicata Steve McCurry – Steve McCurry – Umbria a cura di Biba Giacchetti. L’ esposizione Ideata da Biba Giacchetti è stata promossa da Comune di Montefalco e Regione Umbria con il patrocinio di Regione Umbria, Provincia di Perugia, Anci e Unione dei Comuni Terre dell’Olio e del Sagrantino, in collaborazione con Orion57. Partner sono Camera di Commercio dell’Umbria, Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, Fondazione Perugia, Consorzio Tutela Vini Montefalco e La Strada del Sagrantino. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo. In mostra 60 fotografie, molte inedite, del celebre racconto sull’Umbria di Steve McCurry, tra i fotografi più amati al mondo. Uno storytelling di luoghi, persone, storie, feste, eventi, paesaggi e comunità che trasmette tutto il calore e le emozioni provate da McCurry durante il suo viaggio in questa terra. Dato il grande successo di visitatori sigla la proroga della mostra di Steve McCurry a Montefalco fino al 5 luglio. Da dicembre 2025 al 3 maggio 2026 sono stati registrati 13.217 visitatori contro i 3.690 dello scorso anno (+ 258%). Una mostra che emoziona, sorprende e racconta le bellezze dell’Umbria con uno sguardo unico e potente. Dopo oltre dieci anni dalla prima esposizione “Sensational Umbria”, il celebre fotografo americano Steve McCurry è tornato a raccontare questa terra con sessanta fotografie personalmente scelte, tra immagini iconiche e scatti inediti esposti per la prima volta al pubblico. Da Montefalco a Gubbio, passando per Foligno, Bevagna, Assisi, Perugia, Orvieto, Spoleto, Trevi, il lago Trasimeno e tanti luoghi inaspettati, oltre ai grandi eventi come Umbria Jazz, la Quintana di Foligno, la Festa dei Ceri, le Gaite di Bevagna e il Festival dei Due Mondi. Spiega Steve McCurry il perché della mostra: «Sentivo che fosse giunto il momento di tornare con una mostra in un luogo che mi aveva dato così tanto. Gli anni trascorsi lavorando a Sensational Umbria sono stati pieni di calore, curiosità e scoperte inattese. Tornare a Montefalco con immagini note e con una serie di inediti è stato come chiudere un cerchio o, forse, aprirne uno nuovo. C’era ancora molto da dire sullo spirito di questa regione e volevo condividerlo». In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Steve McCurry apro il mio saggio dicendo : Posso affermare che la fotografia di reportage, come dimostra la sua storia, oltre a descrivere situazioni di guerra in paesi lontani, si è sviluppata soprattutto nelle strade delle metropoli, seguendo la vita quotidiana delle persone comuni. «Io penso a me stesso come a un testimone della storia» commenta il famoso fotografo della Magnum Alex Webb«in un senso molto vasto del termine: fotografando soprattutto lo scorrere della vita della gente comune». Una buona fotografia permette di comprendere a fondo l’oggetto rappresentato e il suo contesto, a patto che il fotografo sappia utilizzare a pieno il linguaggio del reportage fotografico. Il fotoreporter assume una doppia identità nei confronti del pubblico. Prima di tutto rappresenta una proiezione dello sguardo del lettore. Ecco perché Henry Luce presentava il primo numero di «Life», comparso negli Stati Uniti il 23 novembre 1936, con una tiratura iniziale di oltre quattrocentomila copie. Infatti Smith non permetteva a nessuno di intervenire sulle immagini che aveva scattato. Egli stesso dirà: «non voglio che un qualsiasi difetto di presentazione mi rovini il lavoro. Prima di fotografare cerco di capire, poi fotografo con passione quello che ho voglia di fotografare. Poi esamino i risultati, e il modo di utilizzarli, con metodo impassibile e freddo. Soltanto allora lascio che la passione ritorni». I suoi reportages letteralmente “riportare” la realtà erano giornalismo o erano arte? Lo stesso Smith è consapevole del considerevole disaccordo fra l’obiettività del fotogiornalista e la soggettività del grande fotografo “creatore” di immagini. Steve McCurry egli racconta narra la società contemporanea attraverso la fotografia, posso dire che la fotografia è questo lo sapevano bene i situazionisti anche se consideravano a ragione che la critica della vita quotidiana non può essere separata dalla critica dell’arte (o viceversa) a differenza dei surrealisti. Il compito dell’artista è quello di delegittimare il pensiero dominante attraverso nuove forme e nuovi contenuti, chiamarsi fuori dalle subordinazioni dell’arte alla politica e denunciare le falsità del potere senza mezzi termini. Il capitalismo parassitario è responsabile della crescita delle disuguaglianze ed è la più seria minaccia per la libertà. Le concentrazioni dei saperi detengono l’imperio dell’immaginario e attraverso i media (cinema, fotografia, televisione, carta stampata, telefonia, internet) educano gli uomini alla sottomissione, alla paura, alla mediocrità violenze, distruzioni, vigliaccherie sono legati alle grandi dichiarazioni dei governi le forze dominanti della società globale non fanno sconti i carri armati sono il linguaggio primario del potere e i partiti rappresentano gli interessi fondamentali dei potenti solo i popoli falcidiati dalla guerra la piangeranno, perché solo dei massacrati è il lutto. Chi parla di fotografia senza pensare al vissuto quotidiano ha un cadavere in bocca. L’indice storico delle immagini figura, infatti, un’epoca determinata dall’indifferenza o, per alcuni fotografi, un presente che non ha bisogno di infingimenti e diviene strumento di disvelamento del dominio reale. La fotografia così fatta racchiude l’intero esistente, sia in superficie che in profondità, e sottende il desiderio di una storia dell’umano tutta da costruire. Per gli antichi greci la bellezza è intimamente legata con la giustizia, sono due diverse facce della stessa qualità: la virtù e l’eccellenza. La bellezza è uno stile, la giustizia è il florilegio della sua poetica clandestina. Steve McCurry è un grande fotografo, abilissimo nel colore, fermo nell’inquadratura, forte nelle proprie scelte espressive… le sue immagini però ci sembrano avvolte in una fascinazione quasi sacrale, che difficilmente contiene il letto di pulci dove prende i suoi ritrattati lo sguardo del lettore gode di tanta bellezza espositiva ma la povertà pare restare a margine dell’insieme affabulativo. Certo è che il suo fare-fotografia è stato emulato da intere generazioni di fotoamatori ricompensati di magie, incantamenti, meraviglie del colore di McCurry, ma ad andare a fondo della sua perfezione estetica si resta contaminati più dal santo bacio della vostra santa bocca (Salomone diceva nel Cantico dei cantici) che dal piacere materiale che ne consegue è difficile elogiare una patria o un profeta, quale che sia, quando manca il pane. Di Steve McCurry in Rete si legge: «È un fotoreporter statunitense. Nasce in un sobborgo di Philadelphia (Pennsylvania) il 24 febbraio 1950. Frequenta la High School Marple Newtown nella Contea di Delaware e poi si iscrive alle Penn State University per studiare fotografia e cinema. Si laurea in teatro nel 1974. Inizia ad interessarsi di fotografia e collabora con il quotidiano Today’s Post. Poi parte per l’India come fotografo freelance e lì dice McCurry “ho imparato a guardare e aspettare la vita: Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto” . Una filosofia e teoria della scrittura fotografica della quale diffidiamo, perché è dietro il sagrato dell’oggettività che si sono sempre celati i tenutari delle forche e del plotone d’esecuzione in nome della ragione imposta hanno educato alla soggezione i popoli impoveriti e li hanno gratificati con la pubblicazione colorata (o bianco e nero fa lo stesso) dei loro volti violati in libri, giornali, riviste, televisione, film perfino nella cartellonistica pubblicitaria di profumi, mutande, vestiti griffati, e spesso nel cambio di un premio internazionale si è giustificato un crimine contro l’umanità. La carriera fotografica di McCurry salta all’attenzione dei media, quando, travestito con abiti tradizionali, attraversa il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan territorio controllato dai ribelli, poco prima dell’invasione russa alla maniera di un immortale della fotografia sociale, Roman Vischniac, e della talentuosa allieva di Walter Benjamin, Gisèle Freund, si cuce nei vestiti i rullini di pellicola e le sue immagini vengono pubblicate nei quotidiani internazionali… sono le prime fotografie che documentano un conflitto mai finito. C’è da dire che le forze armate dei paesi comunisti (si fa per dire) e delle democrazia occidentali, mai hanno gettato una sola bomba nei campi di papaveri afghani… l’oppio dei popoli non è solo la religione, la politica, la finanza… la droga, si sa, è un deterrente importante per i saprofiti del potere e uno strumento di abbrutimento e sconfitta delle turbolenze generazionali (come è stato per la soppressione della rivolta libertaria del ’68). Il papavero è anche un fiore. Il suo reportage vince il Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, assegnato ai fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese. McCurry continua a fotografare i conflitti della modernità (Iraq, Libano, Cambogia, Filippine). pubblica nelle riviste di tutto il mondo e ha grande rilievo nel National Geographic Magazin.diventa membro della Magnum Photo dal 1986. Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana. «La maggior parte delle mie foto dice McCurry è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità»”. McCurry è protagonista un documentario televisivo dal titolo Il volto della condizione umana (2003), realizzato dal pluripremiato regista francese Denis Delestrac. Nel 2013 è autore del “prestigioso” calendario Pirelli, fotografa 11 donne impegnate nel sostegno di Fondazioni, organizzazioni non governative e progetti umanitari. I suoi workshop fotografici, della durata di un fine settimana a New York, che si possono estendere a due settimane in Asia, sono molto seguiti. L’eco del suo insegnamento è planetario. Per un autore di successo, la cosa peggiore è essere compreso. Il fascino indiscreto della fotografia però è altra cosa la feticizzazione della fotografia come merce lavora per conto dell’organizzazione dell’immaginario assoggettato e sotto il controllo dei dispensatori dei saperi, il linguaggio di ogni arte designa sempre altro dal vissuto reale. Nella fotografia non c’è più nulla da leggere, se non l’odore di carogna che si porta dietro. “La mia fotografia è onesta!” diceva il fotoreporter mentre fotografava il bambino morente e l’uccellaccio affamato in attesa di mangiarlo (l’immagine avrà poi un prestigioso premio). “Purtroppo le mie fotografie lo sono meno “, forse pensava. Qualche tempo dopo si è tolto la vita. Un fotografo di meno. Meglio un bambino vivo. La menzogna della fotografia sacralizzata è pura impostura la menzogna, talvolta ha la limpidezza della verità ma troppo spesso viene confusa con la legittimazione del falso contrabbandato come arte. A ciascuno la sua fotografia una volta che un’immagine strappa un pezzo di vita quotidiana all’oblìo, del reale non resta niente se non la sua miseria e la verità sui responsabili della rovina. Stare accanto alla verità, così come si è vicini alla fotografia, significa entrare a volto scoperto a fianco della povertà, e poiché la fotografia non è se non l’assalto al cielo del dominio, non resta che leggerla (anche nelle sue espressioni più estreme) come superamento dell’arte realizzata. Fotografare il vero, il giusto, il buono è forse comunicare, per la prima volta, l’eredità avvelenata del dolore e riprendere il lascito sovversivo dei ribelli senza causa, che non sia quella dell’amore dell’uomo per l’uomo. La sola fotografia che lascia un segno nella storia è quella che invita a scoprire le diversi voci della coscienza, quella maltrattata e quella che insorge e chiede il rispetto dei diritti umani. La seduzione fotografica di McCurry s’accorda al romanzo autobio grafico che l’accompagna ed esorta a godere e a far godere, senza procurare danno né a se né ad altri è di una forza estetica incline alla pregevolezza e si definisce in rapporto alla costruzione etica che l’autorizza. McCurry è sensibile, a tratti commuove anche, l’insieme del suo immaginario a colori è una casistica di belle povertà e molto altro ancora attraversa inferni reali e riesce in qualche modo a portare una scheggia di dignità nel corpo sociale che tratteggia all’incrocio di sofferenze secolari. Non è poco. Il suo armamentario estetico però non sembra essere fornito dell’indignazione necessaria che aderisce al negativo che la abita. La fotografia che ha cessato di resistere si svilisce nei suoi contenuti e sarà sostituita da un’altra che resisterà. A noi, va detto, interessa riflettere sulla maestria del colore di McCurry… a sfogliare le sue immagini più famose (la ragazza afghana con gli occhi blu, volti di donne, uomini, bambini… fotografati in uno splendido Kodachrome, restituiscono appieno la gamma cromatica della pellicola e forse nessuno mai è riuscito a tanto… ad andare in profondità delle fotografie ciò che più emerge dalla loro straordinaria compiutezza formale, non è il dolore o la gioia di un’epoca, ma lo splendore dei rossi, dei verdi, dei marroni, dei blu, dei neri che operano una trasfigurazione dei soggetti e li depositano nel casellario dell’arte museale che è un merito, anche. ma poco riguarda le Istorie emarginate dalle quali parte. Le inquadrature di McCurry sono sapienti, mai liquide, anzi piuttosto elaborate le linee, gli sfondi, la composizione generale non è esente da un certa mistica dell’immagine bella, e palazzi bombardati, navi arenate sulla spiaggia, morti e carri armati che si stagliano su fondali di guerra includono forse vittime e carnefici, ma basta vedere un affresco di Paolo Uccello per comprendere le atrocità di un conflitto e gli esecutori della barbarie. Una ragazza sfigurata, un bambino che abbraccia il fucile, rottamatori di navi, danzatori indiani affogati nella tinta rossa, donne velate di nero vestite stupendamente presi nell’ascesi di una edificazione dell’arte figurativa, esaltano il gesto virtuoso e i soggetti si trascolorano in maschere e non metafore del mondo degli oppressi. Lo sguardo di McCurry è elegante, è vero, mai severo con i fotografati… anche appassionato della materia che tratta… ma nella fotografia (e dappertutto) tra il significante e il significato, bisogna mettere il primo al servizio del secondo. L’esistenza del vero è subordinata a quella del senso che gli corrisponde. Nulla mai al di sopra o al di sotto delle schegge di verità che non siano egualitarie. L’eccezione affascina, la differenza include il bastone che la produce. La fotografia della fascinazione di McCurry è generosa di ammiccamenti, giustapposizioni, quadrature formali ma il sublime fuoriesce da chi pratica il dissidio e la sovranità, la sfida e l’ironia, lo stile e la seduzione con tutta la regalità di chi pratica l’arte di dispiacere. La fotografia ascetica sa di polvere, e molto spesso non è altro che l’arte di sistemare i resti o i vecchi avanzi lasciati dalle religioni, dai partiti, dai saperi, all’utilitarismo della società mercantista. Qualsiasi fotografo sa indicare la via verso il sublime ma laddove non c’è volontà di rottura col modello di società esistente, non c’è via. Più vedo gli sforzi compiuti da critici, storici, galleristi, mecenati, fotografi per elevare la cultura fotografica al rango di arte per tutti più sono convinto che il mio amico finito in manicomio per aver sputato contro la Madonna in processione, aveva ragione: “Vale solo la rivolta, il resto è menzogna”. Ossequiosità, servilismo, cupidigia, provocati dalla politica consumerista e dalle bassezze elettorali sono i legacci dei privilegiati, e l’unico modo per distruggere questo stato di cose è la diserzione o la resistenza sociale. Insegnare agli uomini a non più guardare ma a vedere, è sempre stato pericoloso. Le verità ultime si dicono sulla soglia del vero che si trascina irreversibilmente all’interno della bellezza che si morde (e c’impara a vivere e morire insieme alla leggibilità e illeggibilità di fotografare ciò che non si valuta in base ai suoi successi, ma alla resistenza sociale). Dare su qualsiasi cosa, compresa la disperazione, giudizi irreconciliabili contro i possessori d’illusioni, è l’unica maniera di non tradire la fame degli impoveriti. Se mi chiedessero qual è, di tutti i misteri, quel che resta più difficile a conoscere, risponderei senza esitare, la fotografia in amore verso gli ultimi la fotografia pensa e invita a pensare intorno a se stessa un’immagine è centro di un evento o è solo banalità patinata il cuore profondo della fotografia è nella vita trasfigurata che desidera raggiungere ciò che gli manca. Ciò che non uccide la fotografia, la fortifica. La mostra al Complesso museale di Montefalco è arricchita da un video esplicativo sulleesperienze vissute da Steve McCurry durante il suo viaggio in Umbria. Il visitatore potrà così rivivere quei momenti e scoprire come nascono i suoi scatti iconici. Grazie alla sua capacità narrativa, ogni fotografia di McCurry diventa una finestra sui luoghi e sulla vita dei soggetti raffigurati, ed è capace di trasmettere storie antiche, segreti condivisi e vita autentica. Quel senso di magia che l’Umbria sa creare senza sforzo.
Biografia di Steve McCurry
Steve McCurry è una delle figure più iconiche della fotografia contemporanea degli ultimi cinquant’anni. Nato a Philadelphia, Pennsylvania nel 1950, McCurry ha studiato fotografia cinematografica alla Pennsylvania State University, prima di lavorare per una redazione giornalistica. Dopo due anni, McCurry fece il suo primo viaggio in India a cui ne seguirono tanti altri. Viaggiando con niente di più che una borsa di vestiti e film, si è fatto strada nel subcontinente, esplorando il Paese con la sua macchina fotografica. È stato dopo diversi mesi di viaggio che ha attraversato il confine con il Pakistan. In un piccolo villaggio ha incontrato un gruppo di rifugiati afghani, che l’ha introdotto illegalmente nel loro Paese, proprio quando l’invasione russa stava chiudendo il Paese ai giornalisti occidentali. Con abiti tradizionali, barba e viso patito dopo mesi tra i Mujahideen, McCurry torna al confine pakistano con il suo film cucito nei vestiti. Le immagini di McCurry sono state tra le prime a mostrare al mondo la brutalità dell’invasione russa. Da allora, McCurry ha continuato a creare immagini indimenticabili dei sette continenti e di numerosi Paesi. La sua opera omnia abbraccia conflitti, culture dimenticate, tradizioni antiche, ma anche la cultura contemporanea – sempre conservando l’elemento umano che ha reso la sua celebre immagine della Ragazza Afghana così potente. McCurry è stato riconosciuto con alcuni dei premi più prestigiosi del settore, tra cui il Robert Capa Gold Medal. Più di recente, la Royal Photographic Society di Londra gli ha conferito la Centenary Medal for Lifetime Achievement e nel 2019 è stato introdotto nell’International Photography Hall of Fame.
Complesso museale di San Francesco – Montefalco
Steve McCurry – Umbria
dal 4 Dicembre 2025 al 5 Luglio 2026
dal Lunedì alla Domenica dalle ore 10.30 alle ore 18.00
Martedì Chiuso
Foto di Steve McCurry
Steve McCurry, Istallation view, Montefalco, Ph: Pier Paolo Metelli
Fonte : Sara Stangoni Comunicazione
uffici stampa e copywriting
press@sarastangoni.it







