Giovanni Cardone
Per comprendere la natura della nuova e attuale fase della storia della modernità dobbiamo, secondo Bauman, considerare i concetti di fluidità e liquidità ed interrogarci se la storia della modernità non fu fin dall’inizio un lungo processo di liquefazione. Per ben capire questo processo descritto da Bauman ci sono due filosofi che entrambi descrivono bene il nostro presente , uno di questi è Giovanni Gentile ‘non preso nella giusta considerazione’, ma che nel leggere le sue opere in particolar modo l’Attualismo si può meglio comprendere ciò che ci accade oggi . Gentile parla come è noto con il nome di idealismo attuale, o attualismo. Con questa formula egli intende difendere una concezione della filosofia come pensare vivente, capace di risolvere in sé dialetticamente ogni contenuto. La critica da lui mossa a tutte le filosofie precedenti, e soprattutto alla filosofia di Hegel, è quella di essere delle dottrine del «pensiero pensato», ossia di una concettualità astratta e priva di vita, perché separata dall’attualità del «pensiero pensante» o dall’atto in atto». Solo il pensiero pensante è dialettico, perché produttore dell’oggetto, che è propriamente il soggetto stesso in quanto diventa altro da sé. Il pensiero, quando si autoproduce (autoconcetto, o autoctisi), sulle prime tratta il prodotto come assolutamente opposto a sé, come alcunché di estraneo, poi riconosce che l’oggetto nella sua alterità è il soggetto stesso oggettivato, e lo risolve in sé, cioè lo fa identico a sé. Il risultato dell’identificazione di soggetto e oggetto, però, rende di nuovo il soggetto privo dell’oggetto, cioè lo rende astratto. Allora il soggetto, dovendo superare la sua condizione astratta, fuoriesce nuovamente da sé. Ricomincia, perciò, una situazione oppositiva di natura dialettica, la quale stimola al trapasso in un altro momento sintetico, e così via all’infinito. Tre sono, dunque, i momenti della vita del pensare: 1. il soggetto nella sua iniziale separazione, o astrazione, dall’oggetto; 2. l’oggetto nella sua opposizione al soggetto; 3. la sintesi di soggetto e oggetto, come finale identificazione, o risoluzione, nel soggetto dell’estraneità dell’oggetto. Questi tre momenti della dialettica dell’atto sono anche i tre atteggiamenti fondamentali o le tre «forme» dello spirito, cui corrispondono, rispettivamente, l’arte, la religione e la filosofia. Collocazione incerta finisce per avere in Gentile la scienza, a volte assimilata all’arte, a volte alla religione. Volevo concludere dicendo che sia Platone che Aristotele che il nostro Giovanni Gentile ci spiegano quali siano le forze in campo ognuno vuole soggiogare l’altra forza attraverso la scienza e la tecno- scienza questo è il vero dramma. L’attualismo di Gentile che fa parte di un sottobosco che nessuno prende in considerazione ma se ci facciamo caso è tornato forse nella politica dove le ideologie sono terminate, mentre si dovrebbero rifare di più alla ‘Polis’ greca e alla cultura greca dove l’uomo vive una collettività che dal secolo scorso ad oggi ci è stata negata. Mentre Emanuele Severino quando parla della memoria che può divenire cattiva coscienza ha inteso dimostrare con la piena coscienza della precarietà relativistica di ogni ‘dimostrazione’ che la reductio suggerita dello spazio al tempo è, o potrebbe essere, un modo di riconoscere la friabilità delle conoscenze che abbiamo delle cose, sapendo renderci conto che la dimensione spaziale non è altro che la manifestazione parziale e transeunte di un ‘tempo’ che si solidifica nelle cose, scegliendo, grazie alla inevitabilità della sua successività, di rivelarsi altro che come memoria. La memoria, insomma, potremmo anche suggerire così, non è altro che il tempo. Tocca a noi saper sfuggire, per quanto possiamo, alla gabbia della prigione del tempo mi ha dato lo spunto leggendo tutto il trattato ho pensato ad Emanuele Severino al suo grande pensiero filosofico, egli ci ha lasciato su questo argomento tantissime riflessioni, la sua filosofia poggiava sulla grande prosopopea di Parmenide: gran parte della riflessione severiniana si configura come una massiccia e controversa rivalutazione dei dogmi ontologici dell’eleate, incompreso e sconfessato profeta dell’essere; prendendo le mosse dalla contraddizione che si pone alla base del divenire l’essere non diviene, poiché il divenire comporta il non essere, ovvero il venire e tornare nel nulla, la celebre dimostrazione severiniana dell’eternità di tutti gli enti vuole contrapporsi alla storica fede prestata dall’umanità, fin dai tempi dei greci, al divenire, fede che ha portato la storia dell’uomo e della filosofia ad essere necessariamente storia del nichilismo, e ad innalzare i cosiddetti Immutabili o Eterni ‘Dio in primis’ ai quali aggrapparsi per tentare di sfuggire all’angoscia dettata dal carattere effimero e transeunte che l’uomo attribuisce agli enti ‘oppure alla tecnica’. Bauman nel contempo ci parla dei liquidi a differenza dei corpi solidi non mantengono una forma propria, non fissano lo spazio e non legano il tempo, sono in continuo movimento e mutamento, sono come delle «istantanee sul cui retro occorre sempre apporre la data». «I fluidi viaggiano con estrema facilità. Essi “scorrono”, “traboccano”, “si spargono”, “filtrano”, “tracimano”, “colano”, “gocciolano”, “trapelano”; a differenza dei solidi non sono facili da fermare: possono aggirare gli ostacoli, scavalcarli, o ancora infiltrarvisi. La straordinaria mobilità dei fluidi è ciò che li associa all’idea di leggerezza. Sono questi i motivi per considerare la “fluidità” o la “liquidità” come metafore pertinenti allorché intendiamo comprendere la natura dell’attuale e per molti aspetti nuova fase nella storia della modernità». Se consideriamo la modernità attraverso lo sguardo rivoltole da autori quali M. Weber e A. De Tocqueville, scopriamo infatti che lo spirito moderno si poneva come obiettivo quello di fondere i corpi solidi che una società ormai refrattaria al cambiamento aveva costruito per sostituirli con elementi più nuovi e migliori; i primi corpi solidi ad essere liquefatti furono in generale gli obblighi etici e religiosi e la fedeltà alla tradizione che caratterizzavano e tenevano unite le società pre-moderne e che impedivano e soffocavano qualsiasi spirito d’iniziativa. Nella teoria critica classica di Adorno e Horkheimer, «la modernità pesante- solida- compatta- sistemica aveva un’endemica tendenza al totalitarismo. Quella modernità era un nemico giurato della contingenza, della varietà, dell’ambivalenza, dell’indocilità e dell’idiosincrasia, tutte “anomalie” cui aveva giurato guerra; e tutti si aspettavano che le prime vittime della crociata sarebbero state la libertà e l’autonomia individuale». Icone principali di quel tipo di modernità possono considerarsi la fabbrica fordista, caratterizzata da attività standardizzate e da movimenti preprogrammati e da eseguire meccanicamente senza permettere alcuna libertà individuale; il Panopticon, questo luogo inventato da J. Bentham e ripreso da M. Foucault, nel quale le persone vivono costantemente controllate e sorvegliate dal potere, potere che aveva la possibilità di contare sulla sua velocità e facilità di spostamento per tenere sotto controllo i propri sudditi; il Grande Fratello che premia il fedele e punisce l’infedele ed infine il Konzlager, in cui chi non era abbastanza malleabile era destinato a morire di stenti e fatiche oppure gettato in una camera a gas o in un forno crematorio. La società attuale può ancora definirsi moderna in quanto caratterizzata dalla «compulsiva e ossessiva, continua, irrefrenabile, sempre incompleta modernizzazione; l’incontenibile e inestinguibile sete di distruzione creativa (o di creatività distruttiva, a seconda dei casi; di “fare piazza pulita” in nome di un progetto “nuovo e migliore”; di “smantellare”, “tagliare”, “eliminare gradualmente”, “fondere” o “ridimensionare”, il tutto in funzione di una futura maggiore capacità di fare meglio la medesima cosa: accrescere la produttività o la competitività)». Essere moderni significava allora e significa oggi, essere incapaci di fermarsi e di restare fermi; l’uomo a detta di Max Weber è condannato a muoversi continuamente non tanto a causa del ritardo della gratificazione ma a causa dell’impossibilità di sentirsi gratificato; la realizzazione è sempre un progetto lontano e i successi ottenuti perdono attrattiva e capacità di soddisfare nel momento stesso in cui vengono ottenuti. La modernità di oggi differisce però da quella precedente per due motivi: il crollo dell’illusione protomoderna da un lato, ossia della convinzione che esista un telos, un fine da perseguire per poter raggiungere uno stato di perfezione, una sorta di società giusta e perfetta in cui ci sia un ordine completamente privo di conflitti e dall’altro l’autoaffermazione dell’individuo come protagonista e la deregolamentazione e privatizzazione dei compiti e dei doveri. Queste trasformazioni che tutti noi stiamo vivendo, provocano la «sempre più rapida liquefazione delle strutture e delle istituzioni sociali». Non esiste più la società a cui rivolgersi per la speranza di un miglioramento, adesso tutto è focalizzato sull’individuo che sceglie liberamente i propri modelli di felicità, assumendosi la piena responsabilità per le conseguenze derivanti dall’aver scelto uno stile di vita rispetto ad un altro. Il passaggio dalla modernità solida a quella fluida, indica che tutte le certezze su cui si è costruita la modernizzazione fino ad oggi stanno venendo meno, sostituite da una fase di sfrenata deregolamentazione e flessibilizzazione dei rapporti sociali; non sorprende, allora, che questa nuova fase veda al centro del suo sviluppo proprio l’individuo; si assiste quindi alla continua ed incessante attività di individualizzazione che porta lentamente alla fine della nozione di cittadino. L’individuo diventa il peggior nemico del cittadino: quest’ultimo tende a ricercare il proprio benessere attraverso il benessere della città mentre l’individuo è diffidente e disinteressato a temi quali causa o bene comune, il senso dell’interesse comune è di procurare un vantaggio o una gratificazione al singolo. Le azioni comuni sono un limite alla libertà individuale, quello che ci si aspetta dal potere pubblico è che garantisca il rispetto dei diritti umani in modo da consentire all’individuo di realizzare in sicurezza e tranquillità i propri scopi. C’è un conflitto perenne tra il desiderio di libertà e il bisogno di sicurezza che porta l’uomo ad avere costantemente paura della solitudine. «C’è uno sgradevole aroma di impotenza nella gustosa pietanza della libertà cucinata nel calderone dell’individualizzazione; un’impotenza avvertita come ancor più odiosa e frustrante se si pensa al potere che – si riteneva – la libertà avrebbe conferito». Il prezzo che il singolo deve pagare per questa libertà è l’insicurezza generata dalla moltitudine di scelte a cui deve pensare una persona libera, «senza la convinzione che le nostre mosse avranno i risultati previsti, che gli investimenti di oggi porteranno i guadagni di domani e che stare alla larga dalle opzioni che oggi ci appaiono negative non si trasformerà domani in una dolorosa perdita». L’individualizzazione porta agli uomini una libertà di sperimentazione senza precedenti ma al contempo anche il peso di sopportarne le conseguenze; cresce infatti il divario tra il diritto di autoaffermazione e la capacità di controllo degli ordinamenti sociali che permettono tale diritto. Individualizzazione significa guai per la cittadinanza e per la politica basata su di essa e questo perché ormai timori, preoccupazioni ed ansie del singolo riempiono completamente lo spazio pubblico: «Il “pubblico” viene colonizzato dal “privato”; il “pubblico interesse” è ridotto a mera curiosità per la vita privata dei personaggi pubblici, e l’arte della vita pubblica è confinata alla pubblica esibizione di affari privati e alle pubbliche confessioni di sentimenti privati». Il condividere l’intimità resta l’unico disperato modo che l’individuo ha di relazionarsi con il prossimo e di costruire una comunità, seppur fragile ed effimera: «Oggi è la sfera pubblica a dover essere difesa dall’invasione del privato, e ciò, paradossalmente, al fine di accrescere, non ridurre, la libertà individuale». Secondo Bauman siamo di fronte ad una società sempre più atomizzata, formata da individui alle prese con il compito di trovare soluzioni individuali a problemi generati a livello sociale puntando sulle proprie capacità personali; «l’avvento della società liquido-moderna ha segnato la fine delle utopie incentrate sulla società e, più in generale, il tramonto dell’idea di “società buona”» da cui dipendono il benessere e la dignità di ogni singola vita. «Le cause del cambiamento non sono semplicemente riconducibili ad un mutato stato d’animo dell’opinione pubblica, un minor anelito di riforma sociale, l’assopirsi di un interesse per il bene comune e gli ideali della buona società, il voltare le spalle all’impegno politico o l’ondata montante di sentimenti edonistici ed egoistici. Le cause del cambiamento sono più profonde, radicate nella profonda trasformazione dello spazio pubblico e, più in generale, nel modo in cui la società moderna opera e perpetua se stessa». Nella società liquido-moderna le situazioni in cui gli uomini si trovano ad agire si modificano prima ancora che i loro modi di agire riescano a diventare abitudini consolidate; la vita liquida come la società liquida non è in grado di mantenere la propria forma, gli individui non hanno la capacità di concretizzare i propri risultati in beni duraturi: « in un attimo, infatti, le attività si traducono in passività e le capacità in incapacità. Le condizioni in cui si opera e le strategie formulate in risposta a tali condizioni invecchiano rapidamente e diventano obsolete prima che gli attori abbiano avuto una qualche possibilità di apprenderle correttamente». In questa vita precaria e caratterizzata dall’incertezza, non è possibile trarre lezioni dall’esperienza poiché le circostanze mutano velocemente ed in modo imprevisto ed imprevedibile. Il tempo prende il sopravvento sullo spazio in una società in continuo cambiamento; processi, strategie di vita e di lavoro, comportamenti, invecchiano rapidamente e diventano obsoleti, prima che gli stessi attori abbiano la possibilità di apprenderne completamente tutte le implicazioni. «Il mondo attorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati, mentre le nostre vite individuali sono frammentate in una serie di episodi mal collegati fra loro». L’uomo cessa di avere un’identità innata, «Dover diventare ciò che un altro è costituisce l’elemento peculiare della vita moderna, e solo ed esclusivamente di questa vita». L’individuo della modernità liquida, soggiogato da una continua ed estenuante ricerca della propria identità tramite la propria autorealizzazione ed il proprio piacere, non è più capace di vivere in un noi comunitario, preso com’è dal suo individualismo esasperato. La ricerca della felicità è l’elemento essenziale e predominante nella vita dell’uomo, ricerca che ha nello shopping sfrenato la soluzione. La società liquida infatti si presenta come un mondo ricolmo di opportunità, una più accattivante dell’altra; «perché le possibilità restino infinite, a nessuno è consentito pietrificarsi in una realtà perenne. Meglio che restino liquide e fluide, con tanto di “data di scadenza”, onde evitare il pericolo che impediscano di cogliere altre opportunità e distruggano sul nascere l’avventura che sta per iniziare». Ma non si comprano solo beni alimentari, automobili o scarpe. «Facciamo shopping per cercare i mezzi necessari a guadagnarci da vivere e i modi per convincere potenziali datori di lavoro che li possediamo; il tipo di immagine che ci piacerebbe avere e i modi per far credere agli altri che siamo ciò che appariamo; modi di fare nuove amicizie e di liberarci di quelle vecchie che non desideriamo più; modi per attirare l’attenzione e modi per sfuggire all’occhio indagatore; modi per trarre il massimo godimento dall’amore e modi per evitare di diventare “dipendenti” dal partner amato o che ci ama; modi per conquistare l’amore della persona amata e il modo meno costoso per troncare una relazione allorché l’amore svanisce; i miglior espedienti per risparmiare denaro per i giorni bui e il modo più conveniente di spenderlo ancor prima di averlo guadagnato. La lista della spesa non finisce mai, l’odierno consumismo, tuttavia, non è più incentrato sul soddisfacimento dei bisogni, neanche i più sublimi». Inizialmente il bisogno ha lasciato il posto al desiderio, che per sua natura è destinato a restare insaziabile e continuamente alimentato dal mercato, poi lo stesso desiderio è stato abbandonato; ormai ciò che muove il consumismo è il capriccio, per cui l’acquisto diventa casuale, imprevisto, spontaneo, immediato e bambinesco. La dipendenza da shopping nasconde in sé però una difficile e quotidiana lotta alle incertezze della vita, i consumatori cercano una «via di fuga dall’agonia chiamata insicurezza. Desiderano essere, una volta tanto, liberi dalla paura di sbagliare, di essere abbandonati o ignorati. Desiderano essere una volta tanto, sicuri di sé, fiduciosi; e la magica virtù degli oggetti individuati nel corso dello shopping è che sono tutti corredati (o così sembra al momento) della promessa della certezza». «La cultura consumistica è contrassegnata dalla costante pressione a essere qualcun altro. I mercati dei beni di consumo sono imperniati sulla svalutazione delle loro precedenti offerte, in modo da creare nella domanda del pubblico uno spazio che sarà riempito dalle nuove offerte. Essi alimentano l’insoddisfazione nei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l’identità acquisita e verso l’insieme di bisogni attraverso i quali viene definita. Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio». In una società dei consumi la libertà individuale si manifesta tramite la condivisione della dipendenza da shopping; l’identità che tutti cercano, unica ed individuale, può essere acquistata solo tramite il prodotto pubblicizzato dal mercato e acquistato da tutti. I mezzi di comunicazione giocano un ruolo importante nel processo di acquisizione dell’identità voluta: «La vita desiderata tende ad essere la vita “come la si vede in TV”. La vita sugli schermi prevarica e spoglia di qualsiasi attrattiva la vita vissuta: è la vita vissuta ad apparire irreale e continuerà ad apparire tale fino a quando non sarà a sua volta rimodellata in immagini da schermo». Maggiori sono i piaceri e le libertà mostrate nello schermo e più seduttive le tentazioni in mostra nelle vetrine dei negozi, maggiore diventa la percezione di impoverimento della realtà e il desiderio di assaggiare quel «buffet ricolmo di prelibatezze». I luoghi dello shopping diventano quindi dei luoghi senza luogo, degli spazi in cui godere di libertà e sicurezza, templi in cui «gli acquirenti- consumatori possono trovare ciò che cercavano, strenuamente quanto vanamente, all’esterno: il confortevole sentimento di appartenenza, la rassicurante impressione di fare parte di una comunità». Si suppone che tutti coloro che si trovano all’interno dei templi dello shopping, siano accomunati da stessi desideri, attirati dagli stessi obiettivi, «essere dentro costituisce una vera comunità di fedeli, uniti sia dai mezzi che dai fini, dai valori in cui si crede e dalla conseguente logica comportamentale. Nel complesso, un viaggio negli “spazi del consumo” è un viaggio in quella comunità tanto agognata che, come la stessa esperienza dello shopping, è oggi perpetuamente “altrove”». Il consumatore, in perenne movimento tra le offerte del mercato, è sempre alla ricerca del maggiore godimento possibile da trarre dall’oggetto appena acquistato e questa sua inclinazione la ritroviamo anche nelle relazioni, considerate in base all’indice di soddisfacimento che possono arrecare. Le relazioni affettive nella società liquida moderna hanno quindi la stessa caratteristica di flessibilità, fragilità e temporaneità di qualsiasi rapporto di consumo; sono provvisorie, instabili e precarie. Si parla di connessioni, di reti da cui è facile scollegarsi. «A differenza di “relazioni”, “parentele”, “partnership” e di nozioni simili che puntano l’accento sul reciproco impegno ed escludono o passano sotto silenzio il loro opposto, il disimpegno e il distacco, il termine “rete” indica un contesto in cui è possibile con pari facilità entrare e uscire; impossibile immaginare una rete che non consenta entrambe le attività. In una rete connettersi e sconnettersi sono entrambe scelte legittime, godono del medesimo status e hanno pari rilevanza. In una rete le connessioni avvengono su richiesta e possono essere interrotte a proprio piacimento». Le promesse di impegno a lungo termine sono ormai insignificanti, anche il matrimonio, così come un oggetto di consumo qualsiasi, è divenuto un modello flessibile, part-time di stare insieme, una relazione tascabile che è facile smaltire nel momento in cui non offre più piacere e soddisfazione. La vita liquida è precaria ed incerta, è una successione di nuovi inizi, l’uomo vive con la costante paura di non riuscire a tenere il passo con i nuovi avvenimenti che si muovono velocemente, teme di restare indietro, di non accorgersi della “data di scadenza” e di restare intrappolato nel possesso di qualcosa che in realtà non è più desiderabile; «sapersi sbarazzare delle cose diventa più importante che acquisirle». «“Vita liquida” e “modernità liquida” sono profondamente connesse tra loro. Liquido è il tipo di vita che si tende a vivere nella società liquido-moderna. Una società può essere definita “liquido-moderna” se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido moderna, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo». La sopravvivenza di questo tipo di società dipende dalla velocità con cui i prodotti vengono portati alla discarica e gli scarti eliminati. Nulla deve restare più dello stretto necessario perché la società liquido-moderna deve modernizzarsi attraverso una distruzione creatrice che travolge però anche gli uomini. Nella società dei consumi nessuno può evitare di essere oggetto di consumo e l’unica via di salvezza dell’uomo è quella di correre sempre più velocemente per evitare di finire nella discarica tra gli scarti. La vita liquida si alimenta grazie ad una costante e continua insoddisfazione dell’io rispetto a se stesso: «accanto alla linea di produzione che sforna consumatori felici ce n’è un’altra, meno pubblicizzata ma non per questo meno efficiente, che fabbrica persone squalificate ed escluse sia dalla festa dei consumi che dalla corsa all’individualizzazione». Il senso di incertezza e di insoddisfazione, che consegue ad uno stile di vita consumistico e competitivo, condanna l’uomo a vivere in un’incertezza permanente, che è causa ed effetto di precarietà emozionale ed instabilità relazionale e valoriale. La società punta a far sì che l’essere umano sia un consumatore sempre più distante dai bisogni delle persone che gli stanno accanto, tagliato dai legami con gli altri. La crescente individualizzazione spinge le persone a distaccarsi sempre di più dall’arena sociale e politica, gli individui sono «in competizione tra loro e la solidarietà collettiva (a meno che non si presenti sotto forma di coalizioni temporanee, basate sulla convenienza, ovvero di legami umani stretti e sciolti su richiesta e con l’indicazione “senza obblighi o limitazioni”)» viene «avvertita per lo più come irrilevante, se non addirittura controproducente». La mancanza di punti di riferimento spinge l’uomo ad inseguire forme identitarie in continua mutazione. Le identità vecchio stile, tutte d’un pezzo, certe, definite, monolitiche e non negoziabili, oggi sono divenute semplicemente inadatte. Bauman ricorda le parole di un manifesto che, affisso sui muri di Berlino nel 1994, descriveva con ironia il mosaico che caratterizza il nostro vivere quotidiano e la nostra identità polimorfa postmoderna: «Il tuo Cristo è un ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero». L’individuo cessa di essere se stesso, adotta in tutto e per tutto il tipo di personalità che gli viene offerta dai modelli culturali e perciò diventa esattamente come tutti gli altri, come questi pretendono che egli sia. La persona che rinuncia al suo io individuale «diventa un automa, identico a milioni di altri automi che la circondano, non deve più sentirsi sola e ansiosa. Ma il prezzo che paga è alto; è la perdita del suo io». L’individualità, la ricerca del “vero me stesso”, appare come un obiettivo da svolgere individualmente, «un compito affidato dalla società ai suoi membri» ma è un obiettivo che, nel momento stesso in cui è dato, è destinato a non essere mai raggiunto. In una società di questo tipo si crea quindi un paradosso di fondo: se essere individui significa “essere tutti diversi”, allora ognuno è uguale all’altro. In una società individualista «ciascuno deve essere un individuo: almeno in questo senso, chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso dagli altri, o addirittura unico». Il conformismo accusato un tempo di soffocare l’individualità, diventa adesso il miglior amico dell’individuo perché «è solo seguendo la norma cui obbedisce la generalità che si può pensare di soddisfare le richieste d’individualità» . E ancora «La contesa per l’unicità è ormai il principale motore della produzione e del consumo di massa. L’unicità è ormai segnata e misurata dalla differenza tra ciò che è ‘aggiornato’ e ciò che è ‘superato’, o piuttosto tra le merci di oggi e quelle di ieri che sono ancora ‘aggiornate’ e che perciò si trovano ancora esposte nei negozi». La costruzione dell’identità diventa un processo sempre più difficile da realizzare con sicurezza e progettualità, diventa incerta e problematica perché l’individuo non abita più in un mondo stabile, costante, durevole nella sua solidità: il mondo che conosce l’uomo attuale è un mondo che si crea e si ricrea continuamente, caratterizzato dalla categoria dell’avere e del possesso. «Nella società dei consumatori liquido-moderna nessuna identità è un dono ricevuto alla nascita, nessuna identità è “data” e tanto meno lo è una volta per tutte e in modo sicuro. Le identità sono progetti: compiti da assumersi e svolgere con impegno fino a un completamento infinitamente remoto. Anche nel caso di quelle identità che aspirano ad essere e- o sono ritenute “date” e non negoziabili, l’obbligo di compiere uno sforzo individuale per appropriarsene e di combattere quotidianamente per conservarle è presentato e percepito come il principale requisito e la condizione indispensabile del loro essere “date”. A chi è negligente, fiacco e indolente, e ancor più al rinnegato, all’ambiguo e al fedifrago, sarà negata la possibilità di invocare il proprio diritto di nascita. L’identità è una sentenza di condanna ai lavori forzati a vita» ed una «fonte inesauribile di capitale per i produttori di avidi e infaticabili consumatori e per i venditori di beni di consumo». Nella società liquido-moderna il mercato dei consumi diventa quindi il miglior amico dell’uomo, che si identifica con le cose che possiede, se non possiede nulla la sua esistenza viene negata, ne consegue che «Per essere individui, nella società degli individui, bisogna tirar fuori i soldi, un sacco di soldi; la corsa all’individualizzazione non è aperta a tutti, e seleziona i concorrenti in base alle loro credenziali». La tendenza e la deriva della società occidentale è quella di aver sostituito l’Essere con l’Avere, per cui l’individuo trae la consapevolezza del suo essere Io, la sua identità, da ciò che ha e possiede (oggetti, macchine, denaro, ruolo sociale, amicizie, persone, il suo stesso Io, la sua stessa identità personale): gli oggetti non servono più soltanto a soddisfare un bisogno, gli oggetti sono uno status-symbol. «I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo». In tale condizione l’uomo possiede le cose ma è vera anche la situazione inversa e cioè che le cose possiedono l’uomo. Mentre coscientemente l’individuo cerca la realizzazione di sé attraverso il possesso, inconsciamente decrementa il valore dell’Essere e le sue qualità umane, divenendo dipendente da oggetti esterni a sé e quindi alienando il suo vero Sé, il nucleo centrale della sua identità ed essenza umana. Gli uomini sono stranieri a loro stessi, imparano che l’immagine di sé è più importante della loro personalità e dal momento che verranno giudicati da chi incontrano in base a ciò che possiedono e all’immagine che rinviano e non in base al carattere o alle loro capacità, tenderanno a fare della loro vita una rappresentazione e soprattutto a percepirsi con gli occhi degli altri, fino a fare del loro Sé uno dei tanti beni di consumo da immettere sul mercato. Caratteristica dell’uomo nella modernità liquida è quindi il restare in costante movimento per non lasciarsi sfuggire le occasioni che la vita può offrire e che pensa possano procurargli una nuova identità ed una soddisfazione immediata; l’individuo non è legato più alla gratificazione futura e al piacere ritardato (tipici della modernità solida); nella società liquida tutto è pensato affinché possa dare un piacere immediato e tutto deve durare il tempo necessario per godere di quella gratificazione. Si assiste quindi ad una continua produzione di cose che possano sostituire quelle in uso, pubblicizzate dal mercato con l’ingannevole promessa di una felicità superiore ed immediata. Ed il mercato non vivrebbe se gli uomini non desiderassero rinnovare velocemente ciò che hanno: «Esso non può tollerare, pena la propria sopravvivenza, clienti fedeli e impegnati, o semplicemente capaci di mantenere un percorso coerente e coeso, senza lasciarsi distrarre o fare giri inutili. Il mercato subirebbe un colpo mortale se lo status degli individui non si sentisse a rischio, se le loro conquiste e i loro averi fossero al sicuro, i loro progetti definiti e la fine delle loro difficili imprese all’orizzonte». La sindrome consumista ha permeato anche i rapporti umani, per cui il partner ad un certo momento diventa obsoleto, non più attuale e quindi da cambiare. Anche nelle relazioni, la società dei consumi rende permanente l’insoddisfazione e legittima il cambiamento: un cambiamento che diventa ossessivo, compulsivo. Come per i normali consumi, la fedeltà diviene motivo di imbarazzo, anziché di orgoglio. «Le “nuove e migliorate” relazioni a “basso impegno” riducono la loro durata prevista alla durata della soddisfazione che offrono: l’impegno è valido finché questa non finisca o non scenda sotto uno standard accettabile, e non un momento di più» . La flessibilità dei legami sociali ha come risultato paradossale quello di aumentare il fascino dell’idea comunitarista dei rapporti interumani: la cosa è paradossale in quanto la società fluido-moderna spinge senza sosta verso l’individualizzazione di tutti i legami sociali, mentre la continua ricerca dell’appartenenza spinge a creare una nuova solidarietà tra gli individui della comunità che sappia controbilanciare la crescente insicurezza del mondo fluido moderno; la comunità, insomma, è oggi l’unico luogo nel quale l’uomo trova riparo dalle crescenti insicurezze della società liquida moderna. Gli individui cercano “un noi” di cui entrare a far parte, gruppi mediati elettronicamente, fragili e virtuali da cui però è facile uscire, comunità “flessibili” e “a tempo”, che si possano smontare facilmente e che facciano leva unicamente sui sogni e desideri del singolo. Le comunità odierne, in pieno accordo con le caratteristiche delle identità dell’era liquido-moderna, sono effimere, transitorie, «Il loro arco vitale è breve e al contempo pieno di parole senza senso. Il loro potere emana non dalla loro durata prevista ma, paradossalmente, dalla loro precarietà e incertezza del futuro, dalla vigilanza e dall’investimento emotivo che la loro fragile esistenza reclama a gran voce». Bauman le definisce comunità guardaroba o carnevalesche, comunità che «rompono la monotonia della solitudine quotidiana, e come tutti gli eventi ricreativi fanno defluire la pressione accumulata e consentono ai festaioli di sopportare meglio la routine alla quale devono tornare una volta finita la festa». Le comunità guardaroba hanno bisogno di uno spettacolo che riesca a convogliare tutti gli individui con interessi simili, senza però che le preoccupazioni singole si trasformino in interessi di gruppo. Le comunità sono una risposta al bisogno di sicurezza e punti di riferimento dei “solitari cittadini globali” però paradossalmente l’unica cosa che ne deriva è l’accentuazione dei processi di esclusione, ghettizzazione e frammentazione all’interno della società, ovvero le stesse ragioni che impediscono il costituirsi di una comunità politica intessuta di comune e reciproco interesse, unica via percorribile, secondo Bauman, per contrastare gli effetti devastanti e dirompenti della globalizzazione. «Uno degli effetti prodotti dalle comunità guardaroba/carnevalesche è quello di impedire il condensarsi di comunità “reali” (vale a dire onnicomprensive e durature) che esse minano e che promettono (ingannevolmente) di replicare o di creare dal nulla. Esse disperdono anziché condensare l’inutilizzata energia degli impulsi socializzanti e in tal modo contribuiscono al perpetuarsi di quella solitudine che cerca disperatamente ma vanamente rimedio in rare iniziative collettive concertate e armoniose. Lungi dall’essere una cura per le sofferenze nate dall’incolmato e apparentemente incolmabile divario tra la sorte dell’individuo de iure e il destino dell’individuo de facto, esse sono i sintomi e a volte le cause del disordine sociale caratteristico della condizione liquido-moderna». Il termine “crisi” (dal greco krisis = separazione, scelta, decisione) rimanda etimologicamente al concetto di rottura, al momento che separa un “modo di essere” diverso da un altro precedente; nel significato datole da Ippocrate come periodo di svolta e decisione e non come catastrofe, ci comunica che occorre reinventarsi perché così non è più sostenibile andare avanti, non possiamo continuare sulla stessa strada senza apportare modifiche a noi stessi o al contesto entro cui ci muoviamo. Dal punto di vista sociale essere in un periodo di crisi significa trasformare gli schemi che si rivelano non più adeguati a far fronte alla situazione presente; dal punto di vista individuale la crisi si riferisce ad un momento della vita caratterizzato dalla rottura dell’equilibrio precedentemente acquisito. Come sostiene Ezio Mauro: «Come un esercito invasore in un regno addormentato, la crisi sta attraversando con una facilità sorprendente tutta l’impalcatura materiale, istituzionale, intellettuale della costruzione democratica che l’Occidente si è dato nella tregua del dopoguerra. Governi, parlamenti, corpi intermedi, soggetti sociali, antagonismi, welfare state, partiti e movimenti nazionali, internazionali, continentali. Come a dire, tutto ciò che avevamo creato al fine di sviluppare e articolare il meccanismo della democrazia per proteggerci nel nostro vivere insieme. La democrazia non basta a sé stessa». Nella società attuale purtroppo però l’individuo è portato ad accettare la realtà come dato di fatto, senza riflettere criticamente sulla possibilità di trasformare i vincoli in risorse. Secondo Bauman, attualmente il problema principale non è più cosa fare, poiché le questioni aperte sono infinite, ma chi siano gli agenti sociali in grado di risolvere i problemi. Viviamo in una sorta d’interregno gramsciano, in cui il modo di vivere non funziona, ma non si trova una nuova forma di vita che sostituisca il vecchio sistema: «Viviamo in un tempo di vuoto (simile all’interregnum dell’antica Roma), un periodo in cui i vecchi metodi con cui facevamo andare avanti le cose risultano inefficaci, mentre non ne sono stati ancora inventati di nuovi. È un periodo di cambiamento, non di transizione, perché “transizione” implica un passaggio da un “qui” a un “lì”, e sebbene conosciamo piuttosto bene il “qui” da cui cerchiamo di fuggire non abbiamo idea del “lì” dove vorremmo arrivare. Definire quali fossero i “problemi sociali” su cui intervenire poteva essere un compito difficile ma praticabile al tempo in cui i nostri antenati discutevano su cosa ci fosse da fare, ma erano piuttosto sicuri sul chi lo avrebbe fatto, ovvero lo Stato, un’istituzione potente, dotata di tutto ciò che occorresse per farlo: il potere (la capacità di fare le cose) e la politica (la capacità di decidere quali cose andassero fatte e quali evitate). Oggi invece tutti i poteri che determinano la nostra condizione – la finanza, gli investimenti di capitale, il commercio – sono di natura globale, extraterritoriale, molto al di là della portata di tutti gli organismi politici esistenti; allo stesso tempo, la politica rimane ostinatamente locale, confinata al territorio di un singolo stato. Oggi la domanda vitale è «chi lo farà», nel caso dovessimo decidere ciò che c’è da fare». Le istituzioni cercano di capire come usare le vecchie metodologie per affrontare la crisi ma non hanno capito che devono cercare altrove, che devono trovare soluzioni diverse e nuove. Anche secondo Ezio Mauro: «Viviamo in una fase di interregno, e questo può spiegare la crisi della governance, dell’autorità, della rappresentanza. Siamo sospesi tra il “non più” e il “non ancora”, siamo instabili per forza di cose, nulla è solido attorno a noi, nemmeno la direzione di marcia. Non ci sono infatti movimenti politici che, avendo messo in crisi il vecchio mondo, siano oggi pronti a ereditarlo non c’è un’ideologia che selezioni un pensiero vincente e lo diffonda; non c’è uno spirito costituente – morale, politico, culturale – che prometta di dare forma a nuove istituzioni per il mondo nuovo. Stiamo scivolando verso un territorio sconosciuto e lo facciamo da soli, in ordine sparso, con le forme e i modi che hanno regolato le nostre vite che perdono contorno mentre smarriscono efficacia e autorità. Non usiamo più la politica, diffidiamo delle istituzioni che ci siamo dati, dubitiamo persino della democrazia, che sembrava l’unica religione superstite – e secondo alcuni destinata a diventare universale – dopo la fuga dalle false divinità che avevamo creato nel Novecento. In questo strappo del patto tra Stato e cittadino c’è una condanna, come se la democrazia fosse una forma temporanea della costruzione umana e non riuscisse a governare il nuovo secolo appena incominciato, arenata nel Novecento; per definizione e per sua natura, la democrazia non prevede esclusioni: o vale per tutti oppure non funziona. Ma c’è anche un insegnamento: la democrazia dopo aver sconfitto le dittature non ha lo scettro per sempre, deve riconquistarlo ogni giorno rilegittimandosi continuamente, e la politica deve ritornare a occuparsi in concreto della vita delle persone, legando gli interessi legittimi in campo con i valori di cui è portatrice e con gli ideali a cui fa riferimento». Ed ancora: « l’interregno è anche il luogo in cui si libera l’irrazionale della decadenza, in una ribellione mossa più dall’angoscia che dalla libertà, dove nascono figure sciamaniche che operano una riduzione carismatica del meccanismo politico, rispondono agli istinti con emozioni, coltivano le paure per risolverle in una grande banalizzazione, come se esistessero soluzioni semplici a problemi complessi. Io chiamo tutto questo “neopopulismo”, e credo sia uno spirito dell’epoca, quello in cui sembra rifugiarsi l’energia politica residua di democrazie estenuate, addirittura una riserva di forza e un’illusione di giustizia che le istituzioni temono di aver smarrito». In questo momento per Bauman esiste un potere che non è vincolato alla politica ma al mercato ed una politica che soffre di mancanza di potere e si chiede: «Dove dunque possiamo approdare, noi gente preoccupata per lo stato deplorevole della democrazia e per la sempre più evidente impotenza delle istituzioni fondate nel suo nome? Con la politica ridotta a show, i cittadini ridotti a spettatori, il discorso politico ridotto a occasioni per foto di gruppo dei politici, e con la battaglia di idee ridotta a competizione fra spin doctors?». Crollo di autostima e frustrazione pervadono la società a causa dell’incapacità dello Stato di trovare nuovi modelli di vita che possano portare alla fine della crisi odierna, una crisi che vede il monopolio delle ricchezze in mano a pochi che però non sono capaci di risolvere le problematiche sociali. In questo contesto lo strumento di dominazione è l’incertezza, mentre la politica di precarizzazione diventa la strategia di dominazione; quando la politica si lascia guidare dall’economia intesa come libero gioco delle forze di mercato, l’equilibrio pende verso il mercato, è il mercato ad essere il vero titolare del potere sovrano nella società dei consumatori. « le attuali istituzioni sociali sono pensate, presentate e costruite sul modello di una società di mercato e della sua “cultura del prendere”. Privilegiano i cittadini che sono concentrati nel perseguimento dei loro interessi individuali e si astengono dall’impicciarsi di faccende e questioni pubbliche. Ciò che vogliono e ricercano attivamente è che i cittadini si astengano dall’interferire». C’è la tendenza da parte dello Stato di trasferire lateralmente molte delle proprie funzioni in favore del mercato che si oppone alle politiche sostenute dall’elettorato; si manifesta quindi una graduale separazione tra il potere di agire che ormai è in mano ai mercati, e la politica, che sebbene di dominio dello Stato, è priva della libertà di manovra e della capacità di definire le regole. Lo Stato in ultima analisi diviene quindi l’esecutore della sovranità del mercato, è quest’ultimo a decidere quali siano i bisogni del paese e soprattutto a decidere quali siano i consumatori difettosi di cui la società non ha più bisogno. Non c’è consumatore se non come merce, è la mercificazione a controllare l’accesso al mondo dei consumatori, un paese che affida al mercato la possibilità di redigere le regole ha bisogno di abitanti che siano come delle merci vendibili, per cui è il mercato a valutare quali siano gli esclusi e gli inadeguati ritenuti una mera passività. «Lo Stato si priva di una sempre più grande dose della sua potenza autarchica, e quindi diventa incapace di assumersi l’insieme delle sue funzioni. Lo Stato, per dovere, ma con l’entusiasmo degno di una causa migliore, delega i propri compiti, anzi lì dà «in affitto» alle forze di mercato, che sono anonime, prive di un volto. Di conseguenza i compiti che sono vitali per il funzionamento e il futuro della società sfuggono alla supervisione della politica e quindi a ogni controllo democratico. Il risultato: si affievolisce il senso di comunità e si frantuma la solidarietà sociale. Se non fosse per la paura degli immigrati e dei terroristi, l’idea stessa dello Stato come un bene comune e una comunità di cittadini sarebbe fallita». Bisogna comprendere il presente per poter controllare il futuro ed è per questo che il cittadino deve essere costantemente aggiornato sui rapidi cambiamenti sociali e politici. «Le libertà dei cittadini sono piantate e radicate in un suolo sociopolitico che richiede di essere concimato quotidianamente ed è destinato ad inaridirsi e sbriciolarsi se non viene coltivato giorno dopo giorno dalle azioni informate di un pubblico competente e impegnato». Purtroppo invece in questo scenario liquido-moderno si assiste ad un progressivo allontanamento delle persone dalla politica e ad una crescita di apatia e calo d’interesse per il funzionamento del processo politico. I governi non hanno più gli strumenti per rendere appetibile e attraente il coinvolgimento politico, «sono privi di fiducia non tanto per il sospetto di incompetenza o di corruzione nutrito nei loro riguardi dagli elettori, quanto a causa dello spettacolo quotidiano che offrono della loro inettitudine e inefficienza» e della «cronica incapacità di far fronte alle preoccupazioni che toccano la vita quotidiana e le prospettive di vita dei loro cittadini». Per molti ormai la cittadinanza si è ridotta all’atto di comprare e vendere merci, il mercato ha permeato ogni settore e i cittadini non cercano più di ampliare le loro libertà o rafforzare i propri diritti per agevolare una democrazia sostanziale; ignoranza e indifferenza stanno mettendo a repentaglio la politica democratica che non può restare salda di fronte ad un crescente disinteresse pubblico. «L’ignoranza produce la paralisi della volontà, questa sorta d’impotenza dell’elettorato prodotta dall’ignoranza, il diffuso scetticismo sull’efficacia del dissenso e l’indisponibilità a un coinvolgimento politico sono fonti molto richieste e gradite di capitale politico: il dominio attraverso l’ignoranza e l’incertezza deliberatamente coltivate è più affidabile e facile che non il governo fondato sul dibattimento esauriente dei fatti e sullo sforzo prolungato per trovare un accordo sulla verità in materia e sui modi meno rischiosi di procedere. L’ignoranza politica si autoperpetua e per soffocare la voce della democrazia o legare a questa le mani torna comodo servirsi di una corda in cui si intrecciano ignoranza e inerzia». Oggi l’individuo è prima di tutto un consumatore, non un cittadino. «La cultura consumistica fonda il suo sorprendente successo sulla sua abilità nel deviare le vie che portano all’acquisizione di tutti e singoli i valori essenziali della vita (come la dignità, la sicurezza, l’accettazione e il riconoscimento sociale, il senso di appartenenza e insieme di distinzione, una vita carica di significato, il perseguimento della felicità, l’autostima, o infine una chiara coscienza morale) verso le strade dello shopping; con lo shopping che viene rappresentato come la soluzione universale al più universale dei problemi e delle preoccupazioni umane». Il mondo appare come un enorme contenitore di beni di consumo da cui l’uomo cerca di attingere più che può senza che sentimenti di responsabilità civile o politica riescano a scalfire la mentalità consumistica che permea l’uomo della società liquida. Il buon cittadino è colui che si dimostra soddisfatto dei servizi offerti dallo Stato senza interrogarsi sulla sua capacità e possibilità di intervenire o partecipare alla vita politica. «Interpellare i soggetti dello Stato innanzitutto come consumatori significa, per lo Stato, lavarsi le mani rispetto agli obblighi che si è assunto in relazione a una società di produttori, vale a dire rispetto ai compiti normativi- amministrativi considerati un tempo la sua principale ragion d’essere, e alle responsabilità conseguenti». Si assiste quindi ad una frattura sempre crescente tra la politica e il cittadino, un crollo di comunicazione tra i due mondi generato dal rapido calo della fiducia nelle capacità delle istituzioni politiche di fornire ciò di cui i cittadini, traditi e frustrati dalle promesse democratiche, necessitano. Senza il dovere di decidere e di prendere parte attivamente alla vita politica, il cittadino diventa un mero spettatore slegato dalle cause e del tutto irresponsabile degli effetti, senza vincoli e obblighi. L’uomo di oggi si sente a suo modo libero «perché liberato, svuotato della socialità e dei suoi codici, sgravato da obblighi e da carichi doveristici e impegnativi, solo in mezzo alla connettività e senza collettività». L’uomo però è così distante dal sociale e dalle questioni politiche, da essere esposto facilmente alla manipolazione da parte del potere che non ha più bisogno di usare la forza bensì la seduzione, costruendo «il consenso attraverso un percorso apparentemente autonomo, teoricamente libero, in realtà emozionalmente pilotato». Per questo motivo la formazione continua è indispensabile perché garantisce all’individuo la possibilità di scegliere. « nell’ambiente liquido-moderno la formazione e l’apprendimento, perché siano utili, devono essere continui, anzi permanenti, cioè protrarsi per tutta la vita. Non è più concepibile un altro tipo di formazione e/o apprendimento: la ‘costituzione’ dei sé o delle personalità è impensabile in qualsiasi altro modo che non sia quello di una riformazione costante e perennemente incompiuta». Nell’ignoranza è facile sentirsi perduti, smarriti e senza speranza, l’ignoranza conduce all’impotenza dell’elettorato e ad una dominazione indiscussa che approfitta del disinteresse e della passività del singolo. Quindi «non sono solo le competenze tecniche a dover essere continuamente aggiornate, non è soltanto la formazione finalizzata al lavoro a dover essere continua. Lo stesso va fatto, e molto più urgentemente, per l’educazione alla cittadinanza». «La cultura liquido-moderna non è più avvertita come una cultura di apprendimento e accumulazione è avvertita come una cultura di disimpegno, discontinuità e dimenticanza», in cui ogni prodotto culturale, adattandosi alle pressioni e caratteristiche del mercato, deve distruggere rapidamente quelli di ieri ed eclissarsi velocemente dal palcoscenico per lasciare il posto a quelli di domani. Restare in movimento è più importante della destinazione; caratteristiche della politica della vita quotidiana sono il non far diventare ciò che si pratica un’abitudine, non farsi vincolare dal passato, disprezzare le competenze passate senza alcun rimpianto. «Il successo nella vita di uomini e donne postmoderni dipende dalla velocità con cui riescono a sbarazzarsi di vecchie abitudini piuttosto che da quella con cui ne acquisiscono di nuove. La cosa migliore è non preoccuparsi di costruire modelli; il tipo di abitudine acquisito con l’apprendimento terziario consiste nel fare a meno delle abitudini». In un contesto liquido come quello della società moderna, in cui tutto si frantuma e si fa flessibile, in cui tutto scorre e muta rapidamente, dal lavoro alle relazioni affettive, dalla cultura all’arte, dalla politica al mercato, paura, insicurezza e solitudine diventano elementi peculiari della vita di ogni individuo che cerca disperatamente un modo per superare la crisi che dura ormai da anni. «Nessuna società che dimentichi l’arte di porsi domande o che permetta a quest’arte di cadere in disuso può sperare di trovare risposte ai problemi che l’assillano». Di conseguenza: «Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla». Nella società liquida la paura è il sentimento predominante. È un sentimento molto simile all’ansia, a un’incessante e pervasiva sensazione di allarme, è una paura multiforme, esasperante nella sua vaghezza. È una paura difficile da afferrare e perciò difficile da combattere, che può scalfire anche i momenti più insignificanti della vita quotidiana e intacca quasi ogni strato della convivenza. Non è più un’emozione ben definita, ma è impalpabile, diffusa, ansiogena. Tutto può fare paura: i legami umani si sfaldano, lo spirito solidaristico si affievolisce, separazione e isolamento prendono il posto di dialogo e cooperazione. In questa situazione di sospetto reciproco, le istituzioni classiche quali Stato, città, famiglia, vicinato vanno in frantumi e tutti sono nemici di tutti. «La paura c’è e satura quotidianamente l’esistenza umana, mentre la deregulation planetaria penetra fin nelle sue fondamenta e i baluardi difensivi della società civile cadono in pezzi». I protagonisti della politica professano di voler garantire la sicurezza della popolazione ma allo stesso tempo fanno di tutto per fomentare il senso di pericolo imminente, l’attuale strategia di dominio consiste nell’accendere e mantenere viva la miccia dell’insicurezza. «L’incertezza e la vulnerabilità umana sono alla base di ogni potere politico. In una società moderna “normale” la vulnerabilità e l’insicurezza dell’esistenza e la necessità di vivere e agire in condizioni di acuta e irrimediabile incertezza sono garantite dall’esposizione delle imprese umane alle forze di mercato, tristemente note per essere capricciose ed endemicamente imprevedibili. Per contribuire alla produzione dell’incertezza e allo stato d’insicurezza esistenziale che da questa deriva, il potere politico non deve quindi fare altro che stabilire e tutelare le condizioni legali per la libertà di mercato, dal momento che le bizzarrie del mercato bastano a erodere le fondamenta della sicurezza esistenziale e far aleggiare sulla maggior parte dei membri della società lo spettro del degrado, dell’umiliazione e dell’esclusione sociale». In una società liquida però, in cui lo Stato ha eliminato i vincoli imposti alle attività volte al profitto e alla libera concorrenza di mercato, in una società in cui si assiste ad una crescente mancanza di interesse politico e ad un rifiuto massiccio da parte dei cittadini di prendere parte alla vita politica istituzionale, lo Stato deve cercare di trovare la sua legittimità fuori da questioni legate all’economia. La scelta sembra ricadere sull’ambito delle incolumità personali: «sulle paure reali o presagite, manifeste od occulte, effettive o apparenti delle minacce ai corpi, ai beni e agli habitat degli uomini che possono derivare da pandemie, da regimi alimentari o stili di vita poco sani, dalla condotta antisociale delle «sottoclassi» o, più recentemente, dal terrorismo globale». Viviamo in un costante e voluto stato di allerta in cui i pericoli «si nascondono dietro a ogni angolo , i motivi per aver paura sono tanti, e il fatto che la limitata prospettiva dell’esperienza personale renda impossibile calcolarne il numero e l’intensità offre un’ulteriore causa di spavento, forse la più influente: nessuno sa quando e dove i rischi annunciati si materializzeranno». Le varie minacce che incombono sulla vita dell’uomo della società liquida moderna sono di norma invisibili; solo il panico alimentato dai mass media e amplificato da quelle istituzioni che sfruttano l’emotività per un profitto politico ed economico ne permette una rapida diffusione. Proprio perché le “persone normali”, intente alle piccole faccende quotidiane, non sono al corrente di tutto quello che accade è molto facile manipolare i loro comportamenti pubblici: «minimizzare o sottacere i pericoli che non promettono alcun beneficio politico o economico e al tempo stesso ingigantire a dismisura, o addirittura inventarne di sana pianta, altri che meglio si prestano ad essere vantaggiosamente sfruttati a fini politici o commerciali». I leader politici alimentano la paura di terrorismo e guerre per spostare l’attenzione dai problemi sociali quali disuguaglianza, povertà, degrado, ingiustizia ed esclusione e governare così venendo meno alla promessa di garantire collettivamente la sicurezza esistenziale. Come tutto ciò che appartiene alla società liquida, anche la paura è stata mercificata. «In un mondo caratterizzato da una rapida globalizzazione, nel quale una larga fetta di potere è preda della politica» le «istituzioni non possono fare granché per offrire sicurezza o certezza. Quello che possono fare e che stanno cercando di fare è convogliare l’ansia, estesa e diffusa, verso una sola componente della Unsicherheit, quella della sicurezza personale. Il guaio è che gran parte delle misure adottate in nome della sicurezza personale producono divisione: seminano il sospetto, allontanano le persone, le spingono a fiutare nemici e cospiratori dietro ogni polemica, e finiscono per isolare ancora di più chi già vive isolato. Ma la cosa peggiore è che tali misure non solo lasciano intatte le vere fonti dell’ansia, ma consumano tutta l’energia che esse generano: un’energia che potrebbe essere utilizzata molto più efficacemente se venisse incanalata nello sforzo di riportare il potere nell’ambito dello spazio pubblico gestito politicamente». Paure e desideri sono ciò di cui si nutre questa società, bisogni e paure sono liquidati continuamente, ciò che conta è il costante desiderare e il non smettere mai di aver paura. «Il mondo contemporaneo è un contenitore pieno fino all’orlo di una paura e una disperazione erratiche, alla ricerca disperata di sfoghi. La vita è satura di cupe afflizioni e sinistre premonizioni, ancor più temute per la loro non-specificità, i loro contorni indistinti e le loro radici nascoste». Sicurezza esistenziale, certezza e sicurezza personale sono le condizioni della sicurezza di sé e della fiducia in sé, da cui dipendono la capacità di pensare e di agire; nel momento in cui uno di questi elementi viene a mancare ecco che si alimentano inettitudine, ansia, paura dell’altro e sfiducia in sé e negli altri. «Le reti di legami umani, un tempo radure ben protette e isolate nella giungla, si trasformano in zone di frontiera in cui occorre ingaggiare interminabili scontri quotidiani per il riconoscimento. Complessivamente i rapporti cessano di essere ambiti di certezza, tranquillità e benessere spirituale, per diventare una fonte prolifica di ansie». Il prezzo da pagare per avere una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è di conseguenza una minore sicurezza. È difficile conciliare sicurezza e libertà in una società in cui manca la fiducia e acquisire sicurezza significa perdere inevitabilmente un po’ di libertà, ma è anche vero che la sicurezza senza la libertà porta alla schiavitù. Come uscire da questo difficile dilemma? La soluzione sembra essere la comunità. Quelle che sorgono in internet si caratterizzano per essere temporanee, modificabili, transitorie e provvisorie. A renderle così attraenti agli occhi di molti è proprio «il loro astenersi dall’imporre impegni a lungo termine (e ancor meno incondizionati) o una lealtà assoluta e una rigorosa disciplina». Le comunità di internet (denominate network) sono però un modo veloce, economico e completo per i regimi autoritari di sorvegliare e controllare la cittadinanza utilizzando le nuove risorse tecnologiche: «La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza». E ancora: «la sorveglianza attraverso le reti sociali è resa di molto più efficace grazie alla collaborazione di quelli che ne sono gli oggetti e le vittime. Noi viviamo in una società della confessione, che promuove l’autoespiazione pubblica al rango di principale e più facilmente disponibile prova di esistenza sociale. Milioni di utenti di Facebook si fanno concorrenza fra loro per rivelare e mettere in piazza gli aspetti più intimi e altrimenti inaccessibili della loro identità, i loro collegamenti sociali, i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro attività. I social network sono campi di una forma di sorveglianza volontaria, fai-da-te, che battono agevolmente le agenzie specializzate che si servono di professionisti dello spionaggio e delle indagini…» Una vera fortuna per le agenzie dei servizi segreti che mirano ad «impedire che gli indesiderati e i non meritevoli vengano ammessi per sbaglio o si infiltrino surrettiziamente nella nostra decorosa autoselezionata compagnia democratica». Si assiste alla creazione di una società confessionale «caratterizzata dalla presenza di microfoni collocati all’interno di confessionali e collegati ad altoparlanti disposti nelle pubbliche piazze, in luoghi precedentemente intesi per brandire e sviscerare argomenti di interesse, rilevanza e impellenza comuni. L’avvento della società confessionale ha segnato il trionfo definitivo della privacy e al tempo stesso l’inizio della sua vertiginosa caduta dal sommo della sua gloria». A spaventare oggi non è tanto la possibilità di vedere la propria privacy violata, quanto al contrario il restare rinchiusi in uno spazio isolato in cui nessuno ci ascolta o tenta di rubare i nostri segreti. «Custodire segreti sembra non darci più alcuna gioia, a meno che non si tratti di quel tipo di segreti capaci di lusingare il nostro ego perché richiamano l’attenzione di studiosi e autori dei talk show televisivi, delle prime pagine dei tabloid e delle riviste patinate». La paura dell’esclusione dal circo della vita sociale, la paura di non essere notati e di rimanere soli, la paura della non appartenenza e soprattutto la paura di diventare uno scarto gettato via dalla società come rifiuto della modernizzazione, accrescono l’incertezza e l’insicurezza dell’uomo moderno. «L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota, che la voce rassicurante del capitano era soltanto la ripetizione di un messaggio registrato molto tempo prima». Nell’epoca liquido-moderna i motivi per sentirsi insicuri sono molti ma non è possibile affermare con certezza che siano superiori a quelli del passato, in realtà ad essere aumentati sono le nostre preoccupazioni e i nostri crucci. Questi ultimi sono aumentati perché di questi tempi la discrepanza tra i nostri effettivi mezzi di intervento e la grandiosità dei compiti che ci troviamo davanti e a cui siamo obbligati a fare fronte è più evidente, più ovvia, e addirittura più lampante e spaventosa di quanto non fosse ai tempi dei nostri padri e dei nostri nonni. L’impotenza che oggi percepiamo in noi stessi ci fa apparire la nostra incertezza più terribile e minacciosa che mai. Questo descrivere la Società Liquida da parte di Bauman ci permette di capire che negli ultimi mesi il linguaggio e le dichiarazioni del Presidente americano hanno riportato al centro del dibattito internazionale uno spettro che molti pensavano archiviato: quello di conflitti aperti o interventi militari decisi in modo rapido, diretto, quasi muscolare. Donald Trump come figura politica, prendendo in considerazione soprattutto il suo uso del linguaggio, attraverso quattro discorsi scelti, caratteristici della sua linea politica e rappresentativi dell’evoluzione della sua persona. Come appoggio all’analisi preliminare della figura di Trump saranno utilizzati due suoi libri dedicati alla politica, e sulla base dei principi argomentativi di tali opere saranno dunque elencati i temi ideologici principali, che verranno successivamente messi in corrispondenza con quelli dei discorsi scelti. Saranno successivamente presentati in dettaglio gli argomenti chiave di genere e persuasione, inseriti all’interno del panorama politico, argomenti fondamentali per l’analisi linguistica di tale contesto. I fondamenti dei metodi di persuasione di Donald Trump nascono dalla sua retorica e soprattutto dal suo uso del linguaggio, volto soprattutto alla delegittimazione dell’altro. Uso che dimostrerà un’evoluzione sistematica nella proiezione di Trump come leader politico, che sfocerà nella sua auto proclamazione ad eroe. Nessun candidato alla Casa Bianca ha fatto tanto parlare di sé come Donald J. Trump. Dopo una carriera basata sull’immobiliare e sugli scandali, l’ultimo scalino per il successo dell’imprenditore multimiliardario è stato sicuramente la candidatura per la presidenza degli Stati Uniti d’America. La relazione tra Donald Trump è il mondo della politica risale al 1999, quando l’imprenditore si unì al Partito Riformista Americano. Il suo primo flirt con la politica, però, fu molto breve, poiché egli se ne distaccò ben presto, convinto, di non essere ancora pronto a rinunciare al mondo dell’immobiliare per dedicarsi alla politica. Ciò nonostante, il suo controverso rapporto con il mondo politico, e soprattutto con i politici, continuò per diversi anni, creando rivalità molto intense specialmente a causa delle sue forti dichiarazioni. Questo rapporto raggiunse il suo apice con la sua candidatura alla presidenza nel giugno 2015. Nonostante questa non sia stata inizialmente presa sul serio dalla maggior parte degli Americani e della popolazione mondiale, egli divenne il 45imo presidente degli Stati Uniti d’America. La campagna politica di Donald Trump fu costruita su rabbia, false dichiarazioni e attacchi ad ognuno dei suoi opponenti. Per molti elettori americani, l’elezione di Donald Trump potrebbe rappresentare un preoccupante passo indietro, a causa del potente groviglio tra xenofobia, razzismo, nazionalismo e populismo. D’altro canto, come politico, per molti rappresentava la voce del popolo dimenticato, la ventata d’aria fresca dopo l’oppressione del vecchio establishment. Soprattutto, con la sua elezione emerse il fatto che l’America fosse una nazione profondamente divisa, sia a livello politico sia a livello culturale. Donald Trump vinse dunque le elezioni con una campagna che sarà ricordata nella storia politica americana come profondamente divisoria ed estremamente controversa. Quando si affronta un’analisi linguistica ed argomentativa del linguaggio di Donald Trump, è necessario definire per prima cosa il termine idioletto, cioè quella forma di linguaggio unica, ed appartenente ad un solo individuo. Ecco perché è possibile attribuire a Trump un idioletto a sé stante, caratterizzato da un forte uso di termini appartenenti al linguaggio colloquiale e da apparenti ripetizioni ed interruzioni. Per un’analisi completa dei pattern ricorrenti della sua retorica e del suo idioletto, è necessario effettuare innanzitutto una panoramica tematica attorno ai due libri che Trump scrisse nel 2011 e nel 2015, riassuntivi delle sue idee politiche: “Time to get Tough: Making America #1 again”, e “Crippled America: How to make America great again”. Questi due libri servirono a Trump come trampolino di lancio per la costruzione della sua linea politica e del suo manifesto elettorale. Invero, è possibile definire una chiara prospettiva su quale sia la teoria principale dietro alla sua idea politica: Trump contro tutti. Essi racchiudono dunque l’essenza di Donald Trump in quanto politico. I dieci capitoli di “Time to get tough” rappresentano i dieci punti cardinali di quello che sarà il suo manifesto politico, ed essi sono riflettuti, se non addirittura esasperati, all’interno del secondo libro. Essenzialmente essi ruotano intorno ad una promessa: Donald Trump farà ritornare gli Stati Uniti una grande nazione. Al loro interno sono stati selezionati quattro argomenti principali, che ritorneranno utili in seguito per l’analisi delle ideologie e dei modelli rappresentativi dei quattro discorsi fulcro dell’analisi. Tali argomenti sono stati intitolati in questo modo: “La Cina è il nemico”, “Un sistema fiscale che non funziona”, “Grandi muri creano ottimi vicini” ed infine “Un nuovo governo per ritornare una grande nazione”. Tali titoli saranno riproposti nella fase successiva dell’analisi, poiché rappresentativi delle ideologie fondamentali della retorica trumpiana. Caratteristica fondamentale della sua retorica è sicuramente l’utilizzo di connettori linguistici tipici della quotidianità, insieme al costante riferimento a se stesso, anche in terza persona. Queste peculiarità rendono i suoi discorsi invitanti per qualsiasi elettore desideroso di un presidente che possa parlare a suo nome. Egli riesce, infatti, ad attirare a sé gli ascoltatori a livello emozionale, soprattutto grazie al contenuto delle sue dichiarazioni, che spesso sfociano in pratiche implicite di coercizione e delegttimazione dei propri rivali. È possibile affermare che il protocollo di un discorso di Trump segue tre concetti chiave: il primo è l’esagerazione nella descrizione della situazione, di grave crisi, in cui l’America e i suoi cittadini si trovano, il secondo è la ricerca di una causa di questa crisi, spesso al governo precedente (e cioè a Barack Obama e Hillary Clinton), ed infine l’ultimo passaggio è la ricerca di una soluzione agli innumerevoli problemi sollevati precedentemente, che vede frequentemente Trump stesso come unica via risolutiva. È questo che lo rende così attraente agli occhi dei suoi spettatori, il suo essere capace a rendersi l’eroe in grado di combattere contro i nemici della nazione, il suo riuscire a raffigurarsi come esterno alla politica, e quindi incorruttibile e privo di secondi fini. I meccanismi alla base di questa retorica sono soprattutto la ripetizione attraverso esempi tratti dalla vita reale, l’uso di metafore e specialmente la sua capacità di indurre sentimenti terrore a livello emozionale, grazie alla tecnica dell’esagerazione e dell’iperbole. Uno dei motivi per cui Donald Trump è così persuasivo come candidato, è sicuramente il suo non essere persuasivo in quanto politico: il suo porsi come “outsider” lo rende inattaccabile, e dunque, paradossalmente, avvicinabile dai propri elettori. Le sue tattiche persuasive fanno in modo chi l’ascolta prenda decisioni in base alle proprie emozioni, piuttosto che in base alla loro ragione. Donald Trump sa che i fatti contano, ma fino a un certo punto, poiché egli sa anche che le persone sono irrazionali, e dunque, quando Trump ignora la realtà e il pensiero razionale in favore delle emozioni, lo fa con una logica ben determinata. Oggi non possiamo parlare di guerre dichiarate nel senso classico, ma di una strategia che combina minacce esplicite, pressione militare, economica e diplomatica, e l’uso sistematico della paura come strumento politico. Lo scenario che emerge è quello di un mondo diviso in aree di “interesse vitale” per gli Stati Uniti, dove la sovranità degli altri Paesi viene subordinata alla sicurezza americana. America Latina, Medio Oriente e persino regioni strategiche come l’Artico diventano tasselli di una scacchiera in cui il messaggio è semplice: collaborare o subire conseguenze. Il tutto accompagnato da una retorica che normalizza l’idea dell’intervento, rendendolo quasi una scelta inevitabile. In America Latina il rischio è quello di una destabilizzazione a catena. Minacciare più Paesi contemporaneamente significa indebolire governi già fragili, alimentare reazioni nazionalistiche e spingere le popolazioni verso una crescente ostilità verso Washington. Storicamente, questo tipo di approccio ha prodotto più instabilità che sicurezza, creando nuovi conflitti invece di spegnerli. Sul piano globale, la questione è ancora più delicata. Mettere in discussione equilibri consolidati, soprattutto con alleati storici, rischia di fratturare alleanze fondamentali. Quando le parole di un presidente suggeriscono che persino territori legati a Paesi amici possono diventare oggetto di “necessità strategiche”, il messaggio che passa è che nessuno è davvero al sicuro. Il pericolo maggiore, però, non è solo militare. È culturale e politico. Abituare l’opinione pubblica all’idea che la forza sia la prima risposta legittima apre la strada a una normalizzazione del conflitto. La guerra smette di essere l’ultima opzione e diventa una delle tante, magari la più rapida, magari la più “risolutiva” sulla carta. In questo contesto, i possibili scenari futuri oscillano tra una continua escalation verbale, che mantiene il mondo in uno stato di tensione permanente, e interventi mirati che potrebbero facilmente degenerare. Il rischio non è tanto una guerra mondiale immediata, quanto una serie di conflitti regionali accesi da decisioni impulsive, difficili poi da controllare. In sintesi, il clima che si respira è quello di un equilibrio instabile. Non siamo davanti a una guerra già scritta, ma a un modo di fare politica che rende la guerra più probabile. E quando le parole iniziano a pesare quanto le armi, la storia insegna che conviene prenderle molto sul serio.


