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Venezia sta affondando. “Per salvarla potrebbe essere necessario spostarla”

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
20 de abril de 2026
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Venezia sta affondando. “Per salvarla potrebbe essere necessario spostarla”
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A Venezia è rimasto un solo metro. Di tanto emerge il 50% della città. San Marco, uno dei punti più bassi, non supera gli 80 centimetri dall’acqua. Le estremità nord-est e sud-ovest della laguna, che si trovano sulla terraferma, sono già uno o due metri sotto.

Con l’innalzamento del mare misurato finora in 35 centimetri al secolo, ma in accelerazione, e la subsidenza che abbassa il terreno di 10 centimetri nello stesso arco di tempo, una sola cosa è certa: “Il futuro della città non sarà una semplice continuazione del passato” dice Piero Lionello, climatologo dell’università del Salento e veneziano di origine. Uno studio appena uscito su Scientific Reports e da lui coordinato delinea i possibili scenari della città patrimonio dell’Unesco, che dal turismo ricava circa un miliardo di euro all’anno.

Quattro sono le strategie possibili per il futuro di Venezia. Il primo è il Mose. L’attuale sistema di barriere mobili potrà resistere a un innalzamento del mare fino a un massimo di 125 centimetri. Finora, dall’inizio del secolo scorso, il livello dell’acqua a Venezia è salito di 30 centimetri. Già il suo utilizzo sta diventando più frequente: se nei primi cinque anni di vita (tra il 2020 e il 2025) il Mose ha evitato 108 acque alte, nei primi due mesi del 2026 è stato attivato 30 volte.

Il secondo è la costruzione di una barriera che circondi l’intera laguna, isolandola dall’Adriatico e trasformandola in un lago costiero. Infine c’è lo scenario più impressionante: “Rilocalizzare la città. Cioè smontare San Marco e gli altri monumenti per rimontarli in una zona meno esposta all’innalzamento delle acque”. Come è avvenuto ad Abu Simbel, il sito archeologico egiziano, negli anni ’60 in vista della costruzione della diga di Assuan.

Pensate davvero che sia possibile spostare Venezia?

“Tecnicamente è concepibile, anche se si tratta di un’ipotesi estrema. Abbiamo stimato un costo che può arrivare a 100 miliardi in base al precedente di Abu Simbel, ma l’impatto di un’operazione simile è in realtà incalcolabile. L’alternativa, se non si prendono misure efficaci, potrebbe essere l’abbandono. Già la città è passata dai 170mila abitanti degli anni ’50 ai 50mila di oggi. Lo spopolamento e l’innalzamento delle acque potrebbero gradualmente trasformare Venezia in una città vuota, come è avvenuto per tanti luoghi colpiti dai terremoti e non più ricostruiti”.

Ma la situazione è così grave?

“Il riscaldamento climatico ci porterà durante questo secolo a un aumento del livello del mare che potrebbe superare il metro. Di sicuro oltrepasserà i 40 centimetri. E’ fondamentale che Venezia si renda conto del problema. E’ vero che abbiamo a che fare con le difficoltà dell’oggi, ma bisogna prepararsi anche a quelle del domani. Per rendere operativo il Mose, dai primi provvedimenti della legge speciale per Venezia, ci sono voluti 50 anni. Anche le prossime opere di protezione verosimilmente richiederanno molto tempo”.

Il Mose non è stato progettato per livelli del mare in innalzamento?

“Allora non si considerava una velocità di innalzamento come quella attuale. Se il livello del mare aumenterà di 75 centimetri, il Mose dovrebbe restare chiuso sei mesi all’anno. Se si dovesse arrivare a 125, la chiusura si prolungherebbe per oltre dieci mesi all’anno, modificando l’habitat della laguna. Oltre i 125 centimetri, le barriere mobili non riuscirebbero ad arginare le acque del mare”.

Cosa si dovrebbe fare?

“Alcune misure potrebbero guadagnare tempo ed estendere il periodo di utilizzo del Mose. Una possibilità allo studio è iniettare acqua nel sottosuolo per rialzare il livello dell’intera laguna. Si guadagnerebbero così circa 30 centimetri. Negli Stati Uniti, soprattutto a Chicago, ma comunque in aree limitate, si è riusciti a tagliare blocchi di edifici per rialzarne il livello di uno o due metri. Si potrebbe fare per i palazzi più importanti di Venezia, così come si potrebbe replicare il sistema di barriere trasparenti che circondano la chiesa di San Marco. Avremmo una città frammentata in tante isole di vetro protette dall’acqua alta, con alcuni edifici rialzati, mentre il resto finirebbe allagato”.

Le barriere fisse intorno alla città eviterebbero questo problema?

“Venezia diventerebbe una città fortezza. L’idea consiste nel costruire una diga tutto attorno alla città. I costi sarebbero relativamente bassi: tra i 500 milioni e i 4,5 miliardi, meno dei 6 miliardi pagati per il Mose. Ed è vero che gli ingegneri sanno benissimo come costruire una diga sicura, ma in caso di falla il tempo per mettere in salvo la popolazione sarebbe virtualmente nullo”.

L’idea di un sistema di difesa per Venezia è nata dopo l’inondazione del 1966, che ha portato in città due metri di acqua. La prima attivazione del Mose è del 2020. Come si potranno realizzare opere ancora più grandi e complesse?

“Infatti non dobbiamo illuderci, sarà molto più difficile del Mose. Serviranno decenni, tecnologie ancora più avanzate e risorse enormi. Se il livello del mare salirà di alcuni metri, scenari come i polder olandesi, aree bonificate e prosciugate dall’acqua di mare, diventeranno realistici anche per l’Adriatico”.

Elena Dusi

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