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Alzheimer, la svolta in un esame del sangue: potrà prevedere la malattia anni prima dei sintomi

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
16 de abril de 2026
in Salud
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Alzheimer, la svolta in un esame del sangue: potrà prevedere la malattia anni prima dei sintomi
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La quantità nel sangue di un biomarcatore specifico della malattia di Alzheimer predice il futuro accumulo di placche amiloidi e l’avanzamento del declino cognitivo anni prima che i depositi proteici tipici di questa demenza siano visibili nelle scansioni cerebrali, e che i sintomi clinici si manifestino nei pazienti. Livelli elevati di proteina tau fosforilata 217 (la p-tau217) nel plasma sono associati a una più rapida progressione della patologia di Alzheimer, anche quando le scansioni cerebrali iniziali dei pazienti appaiono «normali». La ricerca, pubblicata su Nature Communications, potrebbe contribuire ad aprire la strada a futuri screening per individuare le persone più a rischio di sviluppare l’Alzheimer.

L’obiettivo: arrivare sempre prima

«L’aspetto più importante del nostro studio è che, anche quando le scansioni dell’amiloide risultano normali in ambito clinico, il biomarcatore pTau217 è in grado di identificare gli individui che in seguito diventeranno amiloide-positivi» spiega Hyun-Sik Yang, neurologo del Mass General Brigham Neuroscience Institute di Boston, Stati Uniti. «Inoltre, dimostra che coloro che presentano bassi livelli di pTau217 hanno maggiori probabilità di rimanere amiloide-negativi per diversi anni». La malattia di Alzheimer è associata, in un modo ancora non del tutto chiaro, all’accumulo di placche di beta-amiloide, una proteina che stimola la crescita cellulare e che, quando presente in concentrazioni eccessive, si aggrega in depositi all’esterno dei neuroni, che causano la morte delle cellule nervose. Le placche amiloidi sono osservabili nel cervello, attraverso l’esame PET amiloide (PET sta per Tomografia a Emissione di Positroni: è un tipo di scansione cerebrale), anche 10-20 anni in anticipo rispetto al manifestarsi dei primi sintomi neurologici dell’Alzheimer. Il nuovo studio ha trovato che la pTau217 può essere individuata ancora prima: anni in anticipo rispetto alla comparsa di depositi amiloidi rilevabile con la PET.

Un segnale affidabile

I ricercatori hanno cercato di capire se i livelli di base e i successivi cambiamenti della concentrazione di pTau217 fossero predittivi del futuro accumulo di placche amiloidi, di proteina tau (un’altra caratteristica dell’Alzheimer, in fase avanzata: in questo caso, le aggregazioni si depositano all’interno dei neuroni) e del declino cognitivo. Per farlo, hanno usato i dati relativi a 317 partecipanti adulti sani dello studio scientifico Harvard Aging Brain Study (HABS), monitorati per 8 anni con esami del sangue, scansioni PET e test cognitivi.  Nei partecipanti, tra i 50 e i 90 anni di età, gli aumenti di pTau217 si sono spesso verificati prima che l’esame PET evidenziasse depositi di proteina amiloide: il marcatore stava mettendo in luce un’anomalia prima ancora che divenisse visibile nelle scansioni del cervello. Di contro, chi all’inizio dello studio aveva livelli di base molto bassi del marcatore, difficilmente ha accumulato placche amiloidi negli anni in cui è stato seguito.

Cosa ha in serbo il futuro: screening di routine

Anche se in questa fase di ricerca è ancora prematuro immaginare un approdo di questi ed altri tipi di esami del sangue per l’Alzheimer nella clinica, sembra essere questa, la direzione che la scienza sta prendendo. Capire quali biomarcatori siano più affidabili aiuterebbe a estendere lo screening della malattia di Alzheimer a una popolazione molto ampia, evitando esami più costosi – come la PET – e invasivi – come le punture lombari per l’esame del liquor, il fluido che circonda cervello e midollo spinale. L’obiettivo di questa corsa ad anticipare la diagnosi è la possibilità di identificare i pazienti in fase molto precoce per ritardare la progressione della malattia, con l’aiuto dei farmaci oggi disponibili come gli anticorpi monoclonali, che promettono maggiore efficacia se dati quando il danno neuronale è ancora contenuto. Senza però la garanzia di servizi sociosanitari e psicologici che possano accompagnare, supportare e indirizzare chi dovesse scoprire molto in anticipo di avere un rischio elevato di Alzheimer, la partita dello screening è persa in partenza: anche l’aspetto etico di questa linea di ricerca andrà considerato, pena il rischio di generare persone – e famiglie – sopraffatte.

Elisabetta Intini

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