Riguardare, adistanza di tempo, certe dichiarazioni può risultare più illuminante cheascoltarle per la prima volta. È quello che mi è accaduto qualche giorno fa,tornando su un estratto di un’intervista rilasciata anni fa da Antonio Martinoalla trasmissione Quarta Repubblica.
Inquell’occasione, Martino esprimeva un giudizio netto, quasi severo: un “caloverticale della qualità dei parlamentari”, fino alla difficoltà, in alcunicasi, di esprimersi correttamente in italiano. Parole forti, certo. Ma proprioper questo difficili da liquidare come una semplice provocazione o come lanostalgia di un tempo passato.
Piuttosto, uncampanello d’allarme. E, soprattutto, un invito — implicito ma inevitabile — ainterrogarsi. Non era la lamentela generica di un osservatore qualsiasi, ma ilgiudizio di chi ha attraversato per decenni le istituzioni, vivendodall’interno l’evoluzione — o forse l’involuzione — della politica italiana.
Il punto, però, èche quella riflessione non resta confinata alla politica. Sembra piuttostoinserirsi in un quadro assai più ampio, quasi un sentimento diffuso di declinoche attraversa diversi ambiti del Paese. La politica, certo, è il cuore dellaquestione: è lì che si prendono decisioni, si costruiscono visioni, siseleziona una classe dirigente.
Ma cosa accadequando proprio quel meccanismo di selezione sembra incepparsi? Davvero ilproblema è solo nei partiti? O è più profondo? Se il livello medio deirappresentanti si abbassa, è perché manca formazione? Perché viene meno ilmerito? O perché la politica ha smesso di essere attrattiva per le persone piùpreparate, che scelgono altri percorsi? E ancora: è una crisi di competenze odi cultura politica? Di linguaggio o di pensiero? C’è poi un altro nodo, forseancora più scomodo: siamo sicuri che la politica sia lo specchio della società,o piuttosto una sua amplificazione?
Se il Parlamentoappare più fragile, meno solido, meno preparato, non è forse anche il riflessodi un Paese che ha smesso di investire davvero nella propria crescita culturalee civica? In questo senso, il parallelo con il calcio — per quanto possa sembraredistante — diventa sorprendentemente efficace. Anche lì, un tempo, l’Italia erasinonimo di eccellenza, organizzazione, talento.
Oggi, invece, sirincorrono delusioni, mancate qualificazioni, difficoltà strutturali. È solo unproblema tecnico? O anche lì si è smarrita una filiera, una capacità diformare, selezionare, valorizzare? Forse il punto è proprio questo: laformazione. La selezione. Il merito. Parole spesso evocate, raramente praticatefino in fondo.
E allora ledomande diventano inevitabili. È ancora sostenibile un sistema in cui laqualità della rappresentanza non è una priorità assoluta? Possiamo davveropermetterci una politica che fatica a esprimersi con chiarezza, proprio mentreil mondo diventa sempre più complesso? Non è forse arrivato il momento diripensare i criteri con cui si costruisce la classe dirigente, al di là delleappartenenze e delle logiche di consenso immediato?
E più ingenerale: l’Italia può continuare a navigare a vista, rincorrendo emergenze eadattandosi al ribasso, oppure deve trovare il coraggio di cambiare registro?Cambiare registro significa fare scelte scomode. Significa rimettere al centrola competenza, anche quando non porta consenso immediato. Significa investireseriamente in istruzione, in cultura, in formazione.
Significa, forse,anche accettare che non tutto può essere semplificato, ridotto a slogan,consumato nel tempo di un post. Ma soprattutto significa tornare a porsi unadomanda fondamentale: che tipo di Paese vogliamo essere tra dieci, vent’anni?Perché se è vero che il declino non è inevitabile, è altrettanto vero che nonsi inverte da solo. Serve una presa di coscienza collettiva. Serve unaresponsabilità diffusa. Serve, in fondo, una nuova idea di futuro. E forse,proprio partendo da quelle parole così nette e scomode, il dibattito dovrebberipartire. Non per nostalgia, ma per necessità.
Salvatore diBartolo



