All’indomani delreferendum, una parte consistente della sinistra ha celebrato l’esito come unavittoria politica netta: una sconfessione del governo di centrodestra e,soprattutto, il segnale di una ritrovata sintonia con il Paese reale. Unalettura suggestiva, ma difficilmente sostenibile se si analizzano con maggiorelucidità sia la natura della consultazione sia il comportamento degli attoripolitici in campo. Il primo elemento da chiarire riguarda propriol’impostazione della campagna referendaria. Il centrodestra ha scelto – forseanche in modo discutibile sul piano strategico – di non politicizzare il voto,concentrandosi sui contenuti tecnici dei quesiti, che toccavano aspettirilevanti del sistema giuridico italiano. Una scelta che puntava a riportare ilreferendum alla sua dimensione originaria: uno strumento di interventonormativo diretto da parte dei cittadini. Di segno opposto è stata la strategiadella sinistra, che ha invece fortemente politicizzato la consultazione. Ilreferendum è stato trasformato in un voto “contro” un campo politico, piegandoi contenuti a una narrazione più ampia e, per molti versi, fuorviante. Inalcuni casi, si è arrivati a sostenere che votare “NO” significasse opporsialla guerra o difendere la Costituzione: un’argomentazione che appare piùpropagandistica che fondata. In questo contesto si inserisce anche una delleprincipali linee comunicative adottate durante la campagna: quella secondo cuila riforma avrebbe comportato una subordinazione dei magistrati al poterepolitico. Una tesi che, alla prova dei contenuti, appare difficilmentesostenibile. I testi oggetto della consultazione, infatti, tendevano semmai arafforzare e cristallizzare ulteriormente i principi di autonomia eindipendenza della magistratura. Eppure, proprio questa rappresentazione –semplificata e distorta – ha finito per orientare una parte significativadell’opinione pubblica. Proprio il richiamo alla difesa della Costituzionemerita un ulteriore approfondimento. La Carta non è un testo immutabile:prevede esplicitamente la possibilità di revisione per adeguarsi ai mutamentidel contesto storico e sociale. Sostenere che ogni modifica rappresenti unaminaccia alla sua integrità rischia di trasformare uno strumento dinamico in unfeticcio ideologico, svuotandolo della sua funzione evolutiva. Ma ilpost-referendum ha anche messo in luce un dato politico più profondo: lecontraddizioni interne alla sinistra. Le posizioni oscillanti e spessodivergenti, anche sul metodo con cui individuare la leadership – tra primariesì e primarie no – espresse da figure come Elly Schlein, Giuseppe Conte, NicolaFratoianni e Matteo Renzi, insieme allo scetticismo verso lo strumento diselezione della leadership espresso dal sindaco di Genova Silvia Salis,restituiscono l’immagine di un campo frammentato, incapace di esprimere unalinea chiara e coerente. Una sinistra “pirandelliana”: una, nessuna ecentomila. Le stesse dinamiche emergono anche nel confronto parlamentare. Inpiù occasioni, esponenti del Partito Democratico hanno sostenuto tesi su unpresunto aumento della precarietà e una diminuzione dei salari che non trovanoriscontro nei dati ufficiali. Le più recenti rilevazioni dell’ISTAT, infatti,delineano un quadro diverso, contribuendo a smentire una narrazione costruitapiù su percezioni politiche che su evidenze empiriche. I dati di inizio 2026 mostrano un andamentocomplessivamente positivo del mercato del lavoro italiano. Il numero deglioccupati ha raggiunto livelli record, confermando una dinamica di crescita che,secondo il governo guidato da Giorgia Meloni, ha ormai superato i livellipre-pandemia. A gennaio 2026 si è registrato un aumento dello 0,3% deglioccupati rispetto al mese precedente, consolidando una tendenza espansiva.Parallelamente, il tasso di disoccupazione è sceso al 5,2%, un dato che segnalauna riduzione significativa e strutturale rispetto agli anni precedenti. Particolarmenterilevante è la qualità dell’occupazione: cresce il lavoro stabile, con unincremento dei contratti a tempo indeterminato, mentre si riducono i rapporti atermine e le forme di maggiore precarietà. A fine 2025, inoltre, il tasso dioccupazione nella fascia 15-64 anni ha raggiunto il 62,5%, in aumento su baseannua. Un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico riguarda poi lacomposizione della crescita occupazionale: essa è trainata in misurasignificativa dalla fascia degli over 50, segnale di una maggiore permanenzanel mercato del lavoro ma anche di dinamiche demografiche che incidono sullastruttura complessiva dell’occupazione. Per questi risultati sarebbe riduttivoignorare il contributo dell’azione di governo e il ruolo della stabilitàpolitica garantita dall’attuale maggioranza, insieme ad alcune misureeconomiche orientate a rafforzare il mercato del lavoro. In questo quadro siinserisce anche il tema delle alleanze. Il cosiddetto “campo largo” appare, neifatti, sempre più simile a un “campo lardo”: un perimetro politico che tende ainglobare tutto e il contrario di tutto, senza una reale sintesi programmatica.Una configurazione che, lungi dal rafforzare l’alternativa, finisce persollevare interrogativi seri sulla sua capacità di garantire stabilità egovernabilità. Le contraddizioni interne non sono soltanto fisiologiche: sudossier cruciali – dalle politiche economiche al lavoro, dall’ambiente allacollocazione internazionale – emergono divergenze profonde, talvoltaincompatibili. Le posizioni espresse da Elly Schlein e Giuseppe Conte, insiemealle spinte della sinistra radicale e alle mosse di Matteo Renzi – che sisbraccia alla ricerca di visibilità e di un riconoscimento da parte di unasinistra che, nei fatti, continua a considerarlo un corpo estraneo – evidenzianoqueste fratture, restituendo l’immagine di un’alleanza dagli equilibriinstabili. Emblematica, in questo senso, è proprio la postura di Renzi: prontoad accodarsi alla vittoria del “no” al referendum, pur non avendo espresso conchiarezza un orientamento di voto durante la campagna referendaria, lasciandoanzi intendere, in più passaggi, una possibile apertura verso il “Sì”. Unadinamica che conferma, ancora una volta, la natura fluida – per alcuniopportunistica – di una parte della proposta politica che ambisce a guidare ilPaese. Si delinea così una vera e propria “alleanza degli ossimori”, in cuil’unico collante sembra essere l’opposizione al governo guidato da GiorgiaMeloni. Ma una costruzione politica fondata prevalentemente sull’ostilitàrischia di rivelarsi fragile e, soprattutto, inefficace nel momento in cui sitratti di governare. Il pericolo è quello di scivolare verso una forma diconsociativismo paralizzante: una dinamica in cui le divergenze interneimpediscono decisioni incisive, condannando il Paese a una sorta di immobilismostrutturale, a “sabbie mobili” che rallentano ogni processo riformatore. Inquesto scenario, la responsabilità del centrodestra diventa ancora piùrilevante. Spetta alla maggioranza proseguire nel percorso di modernizzazionedel Paese, mantenendo una linea di coerenza e continuità nell’azione digoverno, nonostante un clima politico spesso segnato da un’opposizionepermanente e da tentativi di delegittimazione. La sfida, oggi, non è soltantovincere il confronto politico, ma dimostrare nei fatti la capacità di tradurrela stabilità in risultati concreti e duraturi.
Andrea Amata



