Quello che staaccadendo oggi in Asia non è un fenomeno isolato, ma un possibile anticipo —inquietante — di ciò che potrebbe presto riguardare anche l’Europa. Le misureadottate in diversi Paesi dell’area Asia-Pacifico — dal razionamento digitaledel carburante nello Sri Lanka alle restrizioni sui consumi energetici in Coreadel Sud, Filippine e Thailandia — non sono semplici interventi tecnici:rappresentano il segnale evidente di un radicale cambio di paradigma. L’energianon è più un diritto implicito, ma una concessione regolata, contingentata,amministrata dall’alto. Il caso dello Sri Lanka è emblematico, quasi unlaboratorio politico oltre che energetico. Il ritorno del sistema Fuel Pass conQR Code associato alla targa non è soltanto una soluzione per gestire lascarsità: introduce un meccanismo di controllo puntuale sui comportamentiindividuali. Senza autorizzazione digitale non ci si muove; senza quotadisponibile si resta fermi. In condizioni di emergenza, la libertà di movimentodiventa negoziabile. E ciò che nasce come misura temporanea rischia, come giàaccaduto altrove, di trasformarsi in precedente. Questo scenario si inseriscenel quadro delineato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, che parlaapertamente della “peggiore crisi energetica della storia” a seguito dellaguerra in Iran. Il decalogo pubblicato il 20 marzo 2026 va letto per quello cheè: non un semplice elenco di buone pratiche da seguire, ma una vera e propriapiattaforma di intervento pronta all’uso. Lavoro da casa, limiti di velocitàimposti, riduzione degli spostamenti, disincentivo ai voli, pressione fiscalesui consumi: misure che, nel loro insieme, delineano una società in cui ilcomportamento individuale viene orientato — o corretto — per necessità. Ed èqui che il discorso diventa inevitabilmente politico. In Europa, infatti, ilterreno è già stato preparato: il lessico dell’emergenza, la disponibilità adaccettare restrizioni, la normalizzazione di misure straordinarie non sono piùipotesi teoriche, ma esperienza recente e concreta. Il dibattito sui cosiddetti“lockdown energetici”, emerso già nel 2022, appare oggi molto meno astratto.Alla luce di quanto accade in Asia, sembra piuttosto una traiettoria giàdelineata. L’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche evulnerabile agli shock geopolitici, potrebbe trovarsi rapidamente nella stessacondizione. E a quel punto il passaggio da raccomandazione a imposizionerischia di essere rapido, se non automatico. Smart working non più facoltativoma imposto, mobilità privata limitata, razionamento dei carburanti, restrizionisui consumi domestici: non scenari estremi, ma opzioni già concretamente sultavolo. Il precedente della crisi petrolifera del 1973 dimostra che l’Europa sareagire con misure drastiche quando è sotto pressione. Ma oggi la differenza èdecisiva: la tecnologia. Se negli anni ’70 le restrizioni erano generali evisibili, oggi possono essere selettive, invisibili, personalizzate. Non piùsoltanto divieti uguali per tutti, ma sistemi di accesso condizionato,tracciamento dei consumi, algoritmi che stabiliscono chi può fare cosa — equando. Il punto, allora, non è negare la realtà della crisi energetica. Èchiedersi quale prezzo siamo disposti a pagare per affrontarla. Perché ilrischio concreto non è soltanto quello di una carenza di energia, ma quello diuna nuova stagione di emergenzialismo permanente, in cui ogni crisi diventa ilpresupposto per comprimere spazi di libertà individuale. Ignorare ciò che staaccadendo oggi in Asia significherebbe scegliere di illudersi, ancora unavolta, che certe dinamiche non ci riguardino. Ma la lezione recente dovrebbeaver insegnato qualcosa: le misure emergenziali, una volta introdotte, tendonoa lasciare tracce profonde. E spesso a sopravvivere all’emergenza stessa. Ladomanda, dunque, non è solo quando — o se — arriveranno anche in Europa. Ladomanda è se saremo in grado, questa volta, di riconoscere in tempo il confinesottile tra gestione della crisi e compressione strutturale delle nostrelibertà.
Salvatore DiBartolo



