L’opposto di ogni verità è anch’esso vero. Una frase che rompe la logica binaria: ogni verità contiene il suo contrario, e solo l’unità li riconcilia.
Forse prima di buttare ulteriore benzina su un fuoco già abbastanza ardente, i media, ma anche i diplomatici laici e religiosi che i media mainstream alimentano con tanta leggerezza, avrebbero dovuto leggere Siddharta di Herman Hesse e riflettere. Mons Pierbattista Pizzaballa, non propriamente un arbitro terzo e super partes del dramma del Medio Oriente a partire da quel 7 di ottobre del quale a più riprese si è dimenticato, si è visto questa mattina vietare l’accesso al Santo sepolcro per celebrare il rito della Domenica delle Palme.
Apriti cielo… mai modo di dire fu più azzeccato.
“Questa mattina, la polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Capo della Chiesa Cattolica in Terra Santa, e al Custode di Terra Santa, monsignor Francesco Ielpo, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme”.
Fuoco e fiamme. Reazione immediata del Patriarcato contro la protervia di Israele: “Impedire l’ingresso al Cardinale e al Custode, che detengono la più alta responsabilità ecclesiastica per la Chiesa Cattolica e i Luoghi Santi – ha sottolineato una nota immediata di protesta – costituisce una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata. Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un’estrema violazione dei principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo”. E ancora: “Questo episodio – spiega la nota – costituisce un grave precedente e manca di rispetto alla sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.
Fuoco e fiamme appiccati alle sedi della diplomazia e dei governi europei, da Palazzo Chigi alla Farnesina, sino all’Eliseo dell’immancabile Macron, o nell’ufficio di Sanchez, con la solita lava, o bava, di solidarietà per il Patriarca all’insegna del “non accadeva da secoli”. E’ vero: accadeva solo agli ebrei ai quali l’occupazione giordana prima della guerra dei Sei giorni (1967) impediva l’accesso ai loro luoghi sacri, in primis il Muro del Pianto.
Nel tardo pomeriggio la polizia israeliana e lo stesso ambasciatore d’Israele in Italia e presso la Santa Sede, hanno fornito un’altra verità che per chi conosce Gerusalemme e sa cosa sta accadendo anche nella Città Vecchia dove le sirene suonano incessantemente da questa mattina e dove sono caduti anche frammenti di missili, è forse meno suggestiva e politically correct (o antisemita) ma più realistica: Gerusalemme Vecchia è totalmente esposta agli attacchi provenienti dal cielo, e i rifugi sono tanto rari, quanto lontani dai luoghi di culto. Dall’inizio del conflitto in Israele sono vietate per motivi di sicurezza e non di repressione, manifestazioni e raduni di più di 50 persone. Divieto che diventa assoluto se il luogo dove si svolgono è privo di rifugi in caso di allarme proprio come nella Città Vecchia. Paradossalmente anche i musulmani che abitano a Gerusalemme est, nella città vecchia o in paesi vicini, hanno accettato senza protestare la rinuncia a celebrare pubblicamente Eid al-Fitr, o festa di rottura del digiuno, che chiude il periodo del Ramadan.
Tutte queste cose il Patriarcato di Gerusalemme le sapeva bene, perché informato per scritto – come precisato dall’Ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled – che l’ingresso nei luoghi di culto “non era consentito per questioni di sicurezza” ma il cardinale “ha deciso di non rispettare la nostra richiesta”.
Un divieto, accompagnato dalla chiusura dei Luoghi Santi, che era cosa nota per tutti, per ebrei, musulmani, cristiani, cattolici, drusi, armeni. Un prezzo da pagare in tempo di guerra per impedire che proprio i luoghi di culto diventassero oggetto di attacchi missilistici mirati. Attacchi di fuoco e fiamme veri, quelli che provocano sangue e non proteste diplomatiche.
Patriarca in kefiah, come è stato definito dopo un suo viaggio a Betlemme indossando il tradizionale copricapo palestinese e dopo le reiterate prese di posizione contro Israele, Pizzaballa ha sostenuto la tesi di una violazione della libertà di culto, non di un tentativo di salvaguardare vite umane, perché la visita sua e di Padre Francesco Ielpo al Santo Sepolcro, non avrebbero causato alcun assembramento. Tesi immediatamente abbracciata anche dai vertici del governo italiano, pronti a sfruttare un’altra occasione ghiotta per sposare il manicheismo con cui si giudicano i fatti di un Medio Oriente in cui oggi, persino la sanguinaria teocrazia iraniana, trova supporters.
Un dato è certo: in Medio Oriente Siddharta non è ascoltato e la memoria scricchiola anche in tema di difesa della libertà religiosa; al punto da costruire oggi un nuovo capo di imputazione a carico dell’unico Paese, Israele, che in quella disperata area di mondo, la libertà di culto la pratica da sempre.
N.P.



