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Ha vinto l’Italia dell’odio e della disinformazione

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
29 de marzo de 2026
in Italia
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Ha vinto l’Italia dell’odio e della disinformazione
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L’esito della consultazione popolare ha evidenziato che metà del Paese appare ancora ancorata a sistemi di potere, condizionata dalla politica e in contrasto con il concetto di voto consapevole. Mi chiedo, alla luce di ciò che è accaduto da quando è in carica l’attuale Esecutivo — legittimato anch’esso da un Parlamento espressione della volontà dei cittadini — se gli esponenti del NO che abusano del termine “democrazia” considerino le scorse elezioni politiche una sorta di “rapina”, essendo stati sconfitti.

È il solito atteggiamento antidemocratico cui abbiamo assistito da ottobre 2022, quando, all’indomani delle elezioni e dopo aver pubblicamente attaccato il Governo (anche a livello internazionale), definendolo “fascista”, sono iniziate manovre per tentare di indebolirlo attraverso strumentalizzazioni di ogni genere: dal sostegno ad Hamas, al supporto alla Repubblica degli Ayatollah, dalla difesa del regime di Maduro alle scarcerazioni di immigrati irregolari responsabili di reati gravi, fino all’ostruzionismo sul protocollo Albania, agli scioperi e alla diffusione di odio attraverso piazze infuocate.

Il referendum è stato, dunque, un ulteriore strumento — o pretesto, se si preferisce — al pari degli eventi citati, per perseguire sempre lo stesso obiettivo: delegittimare e mettere in difficoltà un Governo pienamente legittimo. Non si è mai, e sottolineo mai, entrati nel merito delle questioni. La riforma, inoltre, avrebbe rappresentato anche una concreta minaccia per quella parte della magistratura che non opera secondo i dettami costituzionali, ma secondo linee guida di forze politiche agendo dietro le quinte, compromettendo imparzialità e deontologia che dovrebbero caratterizzare il più importante potere dello Stato.

Voto, espressione di odio e disinformazione

L’analisi del voto non lascia spazio a interpretazioni, soprattutto considerando toni e contenuti di basso livello, lontani anni luce dal merito della riforma (con le dovute eccezioni), espressi dai leader del fronte del NO e persino da alcuni magistrati che si sono lasciati andare a dichiarazioni tutt’altro che istituzionali. Naturalmente anche da parte dei sostenitori della riforma vi sono state cadute di stile, ma sempre accompagnate da un’informazione sulle possibili conseguenze del sistema giustizia nei due scenari, garantendo un approccio informativo più corretto.

Si sono così confrontati due schieramenti: da un lato i promotori, che si sono attenuti al merito, dall’altro le opposizioni, che avrebbero scelto di disinformare le masse con l’obiettivo di “mandare a casa la Meloni e il suo Esecutivo”, sfruttando la già diffusa scarsa propensione alla lettura e all’informazione (l’Italia risulta tra gli ultimi Paesi europei per livelli di lettura e cultura media), diffondendo false narrazioni e alimentando l’odio verso la Presidente del Consiglio e il Governo.

Di conseguenza, chi ha creduto a tali narrazioni e si è lasciato guidare dall’odio avrebbe votato NO, con le dovute eccezioni, senza nemmeno comprendere pienamente l’oggetto del voto, come emerso in numerosi dibattiti anche con esponenti del Movimento 5 Stelle che non avrebbero letto integralmente il testo della riforma.

Non a caso, appena un’ora dopo l’ufficializzazione della vittoria del NO, i leader delle opposizioni hanno dichiarato di essere pronti a governare, e qualcuno ha persino chiesto le dimissioni della Presidente del Consiglio. Dinamiche che, secondo questa lettura, non si sarebbero mai viste neppure in contesti estremi.

Lombardia, Veneto e Friuli: le ragioni del SÌ

Se ci si chiede perché in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — considerate locomotive del Paese — abbia prevalso il SÌ, la risposta viene individuata nella consapevolezza degli elettori, che avrebbero votato conoscendo gli scenari della riforma e le relative conseguenze.

Si tratta di territori caratterizzati da una forte cultura del lavoro, piccoli e medi imprenditori, industriali, lavoratori e famiglie per i quali la funzionalità del sistema giudiziario è prioritaria. In queste aree le esportazioni vengono prima delle dinamiche sindacali considerate paralizzanti, mentre il fenomeno dell’immigrazione irregolare viene percepito come un problema sociale e non come una risorsa, contrariamente a quanto sostenuto da alcune posizioni politiche.

In queste regioni si sarebbe votato con maggiore consapevolezza, nell’ottica di una modernizzazione dello Stato e del suo sistema giudiziario, elemento chiave per competere con le grandi economie occidentali. Il messaggio, pur nella sconfitta nazionale, sarebbe stato chiaro: una richiesta di un’Italia capace di crescere, non bloccata da sistemi di potere e clientele che influenzano la vita di cittadini e imprese.

Onore ai magistrati coraggiosi e agli italiani favorevoli alla riforma

Durante la campagna referendaria si sarebbero verificati numerosi cambi di posizione (citati i casi di Travaglio, Gratteri, Gomez e altri), che in passato avrebbero sostenuto la separazione delle carriere e il sorteggio e successivamente avrebbero cambiato opinione.

Accanto a ciò, vi sarebbero state anche prese di posizione coraggiose da parte di esponenti della magistratura non condizionati dalle correnti politiche interne, impegnati nel tentativo di contrastare un sistema in cui, secondo questa lettura, avanzerebbero soprattutto coloro che risultano “schierati” più che meritevoli.

Non sarebbe semplice per loro, anche alla luce di alcuni comportamenti successivi al voto, interpretati come festeggiamenti irrispettosi nei confronti della Presidente del Consiglio e di colleghi magistrati, tra cui la dottoressa Imparato, che avrebbe sostenuto la riforma fino all’ultimo.

Secondo questa prospettiva, vi sarebbe il rischio di future ritorsioni o “rese dei conti”, come sostenuto da alcune dichiarazioni attribuite al dottor Gratteri, non solo verso giornalisti favorevoli alla riforma ma anche verso magistrati interni che l’avrebbero sostenuta. Vengono inoltre menzionate realtà territoriali difficili, dove esprimere determinate posizioni politiche risulterebbe complesso a causa di dinamiche clientelari e di controllo del consenso.

In conclusione, si tratta di una storica opportunità che sarebbe stata sprecata, secondo questa visione, a causa della disonestà intellettuale di chi accetterebbe la volontà popolare solo quando essa coincide con le proprie posizioni.

Antonino Papa

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