Il risultato del referendum sulla giustizia configura uno scenario politico nel quale la vittoria del “No” si presenta netta e apre potenzialmente a un’ascesa elettorale del centrosinistra. Ovviamente ci si trova davanti a un dato importante, ed è legittimo che il centrosinistra, reduce da un periodo difficile in quanto a organizzazione interna e proposta politica, cerchi di cavalcare l’onda del momento, limitandosi per ora ad agire in termini puramente ostruzionistici. Il tipo di voto al quale abbiamo assistito, e le modalità nelle quali si è esplicato, però, dovrebbero imporre una maggiore cautela e un’analisi di più ampio respiro. È cosa ormai appurata che sia stato un voto politico. Un voto in cui il centrosinistra si è unito in termini politici e ideologici attorno al “No” molto più di quanto il centrodestra abbia fatto con il “Sì”. In generale, poi, è sempre più facile fare una campagna “contro” invece che “a favore” di qualcosa, soprattutto quando ormai c’è poco o nulla da perdere. Questo è un primo dato di fatto. Nello specifico, logicamente, l’elettore che ha il proprio partito al governo può permettersi di valutare più tranquillamente nel merito la proposta e, qualora non si trovi del tutto d’accordo, votare “No”; pur uscendone indebolito, il proprio schieramento continua comunque a governare e può sempre vincere le prossime elezioni elettorali. Questa maggiore tranquillità politica porta naturalmente a una maggiore libertà ed onestà intellettuale nel voto. Capisco altresì la posizione di chi, legittimamente scontento del governo Meloni, pur magari riconoscendo una sua importanza alla proposta, abbia comunque votato “No” perché altro strumento non vi era per esprimere il proprio dissenso, a maggior ragione in un momento in cui l’opposizione di centrosinistra è divisa e vuota in termini politicamente propositivi. Certo, non voglio assolutamente dire che la faziosità sia stata solo a sinistra. È diventato un referendum politico da ambedue le parti, dal momento che la premier e tutto il centrodestra sono scesi in campo, seppur per altro non fare che ribadire quanto già detto nel proprio programma e in campagna elettorale anni prima: sicuramente vi sono stati anche molti che hanno votato “Sì” con partigianeria politica, così come molti che hanno votato “No” nel merito del quesito. Lungi da me generalizzare. Ma ciò, per i motivi già esposti, non è evidentemente avvenuto nelle stesse proporzioni; lo ammetterebbero senza alcun problema moltissimi votanti per il “No”. Questo dovrebbe già di per sé imporre una maggiore cautela nel gridare alle dimissioni del governo. Un altro grande dato di fatto è che per il “No” hanno votato 3 milioni di persone in più rispetto a quante abbiano votato per il centrosinistra alle elezioni politiche del 2022. Conte e Schlein sono così sicuri che queste persone siano dalla loro parte anche alle prossime elezioni? Sicuramente questi votanti costituiscono un potenziale elettorale enorme. Probabilmente, però, costoro sono proprio quegli elettori di centrosinistra delusi dal proprio schieramento, i quali hanno trovato nel referendum un modo per esprimere il proprio legittimo dissenso contro Giorgia Meloni, pur non riponendo più alcuna fiducia nelle capacità politiche della propria parte ideologica. Anche la stessa recentissima situazione internazionale ha portato a un malcontento riguardo la situazione economica e internazionale del nostro Paese, riconducibile ad un posizionamento geopolitico del nostro governo legittimamente divisivo e discutibile. Una parte di elettorato astensionista o “fluido”, magari non di centrosinistra, ha sicuramente trovato nel “No” uno strumento di dissenso per la critica situazione sociale ed economica dell’Italia, ma in generale del mondo tutto. Quando si tratta di equilibri internazionali così complessi la colpa non può essere certo tutta del governo (anzi), ma il carovita, la guerra e le simpatie trumpiane di Meloni potrebbero essere stati, nel loro “piccolo”, decisivi; magari anche a scostare momentaneamente qualche fedele elettore di centrodestra. D’ altra parte, nel centrodestra si rivela necessaria un’attenta analisi e autocritica per i termini politici e comunicativi con i quali è stata condotta questa campagna elettorale. Si è consentito al centrosinistra con troppa facilità di far passare il messaggio che qualcuno stesse compiendo un attentato alla nostra nobile carta costituzionale, che nella sua storia ha già subito 20 modifiche e che in questo caso voleva essere modificata per migliorare una situazione giudiziaria ardua, che si è consumata nella corrosione e nella corruzione correntizia di un sistema che si sta rivelando inadatto ai nostri tempi. Allusioni al fascismo, non certo inventate visto che decine di magistrati dopo la vittoria hanno cantato “Bella Ciao”, sono fuorvianti, oltre che deplorevoli. Guardando in prospettiva, ovviamente, il centrosinistra ha da parte sua una grande occasione, quella di passare da colui che veniva dato per spacciato, a colui che vincerà le prossime elezioni. Proprio le ragioni finora esposte spingerebbero ad essere più cauti in questo senso, ma non vi è dubbio che per l’opposizione questo voto rappresenti una grande boccata di ossigeno. Faccio un esempio molto semplice, forse troppo, ma che metaforicamente rappresenta in pieno l’attuale situazione elettorale italiana: il centrosinistra, prima di questo referendum, era come quella squadra di calcio che si trova a perdere per 2-0 e che forse rischia di capitolare; con questo referendum la sinistra ha segnato il gol del 2-1, riaprendo la “partita”; a questo punto, come spesso accade, il centrosinistra potrebbe, per entusiasmo e inerzia, pareggiare o addirittura vincere la partita, oppure perderla ancora peggio “in contropiede”, a causa di un’eccessiva ricerca del gol senza che vi sia più alcun piano di gioco (metaforicamente, le proposte politiche), con un impeto dovuto alla sola forza di disperazione e al solo desiderio di sconfiggere l’avversario. La reale partita del centrosinistra comincia ora, e dipende in gran parte da sé, oltre che ovviamente dalla capacità del centrodestra di essere credibile e di mantenere il suo consenso. Il centrosinistra ha un problema di leadership interna, in primis; poi ha una enorme difficoltà riguardo ai temi da proporre. Secondo questa visione, insistere su temi come diritti civili, antifascismo e timori di autoritarismo non riesce più a mobilitare una parte dell’elettorato di sinistra. Molti elettori, infatti, chiedono soprattutto interventi concreti su lavoro e questioni sociali, e percepiscono una mancanza di proposte efficaci in questi ambiti. Il centrosinistra viene quindi criticato per aver puntato prevalentemente su una strategia di opposizione, più focalizzata sul contrasto all’avversario che sulla costruzione di un progetto credibile, spesso con argomentazioni ritenute poco coerenti e poco convincenti.
Flavio Maria Coticoni



