C’è un’Italia che non urla, che non occupa le piazze, che non si racconta nei salotti televisivi. È l’Italia che apre la saracinesca alle sette del mattino, che esporta, che produce, che paga le tasse senza troppi alibi. Il referendum sulla giustizia ha fotografato con una chiarezza quasi brutale che c’è un pezzo di Paese che merita un applauso non tanto per la scelta di sostenere il Sì, quanto per la coerenza. Perché, numeri alla mano, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia hanno votato a favore della riforma della giustizia. Hanno votato con la testa. Hanno votato, soprattutto, con l’esperienza quotidiana di chi sa cosa significa avere a che fare con una macchina giudiziaria lenta, farraginosa, spesso incomprensibile. Non è ideologia, è vita vissuta. In quelle regioni non si discute di giustizia nei convegni, ma nei capannoni industriali, negli studi professionali, nei cantieri. È lì che un processo civile che dura anni diventa un problema concreto, un costo, un freno. È lì che la giustizia non è un principio astratto, ma un fattore produttivo. E allora il voto diventa una scelta razionale: cambiare ciò che non funziona. Non per vendetta, non per slogan, ma per necessità. Il punto politico, però, è un altro. Ed è scomodo. Questa Italia produttiva, che oggi si è espressa con chiarezza, è la stessa che negli ultimi anni è stata messa un po’ in disparte. Non per cattiveria, ma per scelta. Il governo, con risorse limitate, ha deciso di concentrare l’attenzione sui più fragili, sui percettori di sostegno, su una larga parte del pubblico impiego. Scelte legittime, per carità. Ma ogni scelta implica una rinuncia. E la rinuncia è stata proprio quella di ascoltare chi crea ricchezza. Chi tiene in piedi il sistema. Il referendum, in questo senso, è stato anche un segnale: guardate che esistiamo. Guardate che abbiamo ancora qualcosa da dire. E, soprattutto, sappiamo ancora ragionare. Sarebbe ingeneroso però non rivolgere un pensiero a chi al Sud si è schierato per il Sì. Pochi – tre calabresi su dieci e tre siciliani su dieci – ma coraggiosi. Con buona pace di Nicola Gratteri che piagnucolava su mafiosi e deviati ma le regioni in cui più hanno votato a favore dei magistrati sono quelle in cui lui ha fatto i maggiori danni. C’è ancora un altro dato che merita una riflessione, ed è quello del voto degli italiani all’estero. La maggioranza ha votato No. E qui la distanza non è solo geografica, è culturale. Chi vive fuori dall’Italia, nella maggior parte dei casi, non ha a che fare con i tribunali italiani. Non subisce i tempi biblici della giustizia civile. Non si confronta con l’incertezza che blocca investimenti e iniziative. Vive in sistemi diversi, spesso più efficienti. E allora il voto diventa inevitabilmente più ideologico, meno concreto. Più legato a una percezione, meno ancorato all’esperienza diretta. Non è una colpa, è un dato di fatto. Ma proprio per questo, forse, il risultato più interessante di questo referendum non è tanto nel merito dei quesiti, quanto nella geografia del voto. Da una parte l’Italia che produce, che chiede efficienza, che vuole cambiare. Dall’altra un’Italia più distante, più protetta, più legata allo status quo.
Franco Lodige


