Nadya vive da 20 anni -metà della sua vita- in Italia. Qui si è laureata, ha conosciuto suo marito ed è diventata mamma. Ma le manca molto Teheran, dove c’è tutta la sua numerosa famiglia: i suoi genitori e sei sorelle. L’anno scorso, proprio in questo periodo, si trovava con loro per festeggiare il Nowruz, ovvero il capodanno persiano, l’evento più importate del calendario iraniano che fa coincidere l’inizio di un nuovo anno con l’arrivo della primavera. Quest’anno invece non c’è molto da festeggiare, e non solo perché è lontana dai suoi cari.
A dire il vero Nadya parla della guerra iniziata lo scorso 28 febbraio, con gli attacchi israelo-americani verso l’Iran, con speranza. Anche se non vive più lì, sa bene che i cittadini iraniani- per lo meno la maggior parte- sono molto stanchi di chi governa. Tra carovita, riduzione progressiva della libertà (lei stessa racconta che una volta, in metropolitana, è stata fermata da un’agente donna delle polizia morale, perché non stava coprendo bene i capelli) e repressione. Un cambiamento è necessario, spiega. Però vive queste settimane nell’incertezza, è difficile avere notizie dei familiari perché le comunicazioni sono spesso impossibili. E così, è lo spirito del Nowruz che è compromesso dalla situazione del suo Paese, sotto attacco e in black out continuo, e da quella internazionale.
La celebrazione del Nowruz ha origini ben 4 mila anni fa ed è forse la festa più antica del mondo. Significa “Nuovo giorno” e coincide con l’equinozio di primavera, tra il 19 e il 21 marzo, quindi ha inizio proprio questo week end. Se le festività hanno molto da raccontarci delle culture di un popolo, il Nowruz ci dice che per i persiani il capodanno arriva con la fine dell’inverno e la rinascita della natura. E non è solo una festa nazionale, ma un rito con un’alta carica simbolica: ci parla dell’arrivo della luce e del bel tempo, dell’addio alle giornate in cui il sole tramonta presto e al freddo invernale. Insomma è una festa di speranza e vita che si riaccende e si ritrova dopo la pausa invernale. Come si può quindi celebrare la vita, mentre il paese è in guerra?
Ma non è solo questo, il Nowruz è anche un periodo – perché dura più giorni- in cui le famiglie si ritrovano (a tavola) e si seguono diversi eventi e rituali. Esiste un momento esatto in cui ha inizio e cambia ogni anno perché coincide proprio nell’ora in cui il Sole, nel suo tragitto lungo l’eclittica, attraversa l’equatore celeste. Quest’anno l’inizio della festa di primavera persiana si avrà esattamente venerdì 20 marzo alle 15,45. Da quell’istante, le famiglie iraniane si scambiano gli auguri e inizia un periodo di celebrazioni che dura 13 giorni.
Si inizia però già alla vigilia del Nowruz: o meglio al suo preludio, con la festa del fuoco. Il Chaharshanbe Suri è infatti il “Mercoledì Rosso” e si celebra l’ultimo mercoledì prima del Nowruz accendendo falò nelle strade, saltandoci sopra per purificarsi dalle negatività dell’anno passato. Quest’anno cade proprio questa sera, mercoledì 17 marzo. A parte il particolare di ‘saltarci sopra’, questi falò del mercoledì rosso, non sembrano così distati dalle più nostrane “fogheracce” di San Giuseppe…
Tra le giornate particolari che rientrano nel capodanno persiano c’è poi il Khooneh Tekoun che corrisponde un po’ alle nostrane pulizie di primavera. Letteralmente si “scuote la casa” per preparare la casa all’arrivo di ospiti ma soprattutto al nuovo anno. Mentre il giorno preferito da Nadja è il Sizdah Bedar che segna la fine del periodo di festa: infatti è il 13° giorno dopo il Nowruz e, per festeggiarlo a dovere, le persone trascorrono l’intera giornata all’aperto, facendo picnic nei parchi o in campagna, per allontanare la sfortuna legata al numero 13. (E pensare che il 13 da queste parti porta fortuna!).
Esiste poi una decorazione tipica del periodo che le famiglie persiane allestiscono su una tavola o su un banchetto. È l’haft-sin, ovvero le sette S: quando Nadja ne parla le brillano gli occhi. Mi mostra sul cellulare le foto di questi allestimenti. In pratica sul tavolo sono collocati sette oggetti il cui nome inizia con la lettera “S” dell’alfabeto persiano (Sin appunto) e ognuno è carico di un valore simbolico. Ci possono essere la piantine di lenticchie (Sabzeh), che accendono la casa di verde e rappresentano la rinascita. Oppure un dolce al cucchiaio fatto con le mandorle, lo Samanu, che porta forza e ricarica. O anche una mela (Seeb) che è simbolo di bellezza e salute. Ci sono dei fiori o i frutti dell’olivello spinoso, il Senied, che rappresenta l’amore, i fiori di Sonbol, il giacinto, che incarnano, con i loro colori, la primavera. Non può mai mancare l’aglio, o Seer, che è curativo e porta salute, così come l’aceto- o sekeh– che dona pazienza e saggezza. Sul tavolo delle S si può mettere anche uno specchio che aiuta a riflettere o delle uova colorate, simbolo di fertilità o delle monete (sekkeh) che rappresentano la prosperità.
Queste tavole imbandite possono essere semplici o eleganti, possono essere realizzate in modo creativo o classico. Dico a Nadja che, se dovesse cambiare idea e decidere di allestirla a casa, voglio assolutamente venirla ad ammirare. E poi: “Ma la parola pace come si dice in farsi?”. Nadjia sorride: “Saleh“. Ecco, ci diciamo, un altro oggetto che starebbe proprio bene sull’haft-sin.
Cristina Rossi



